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L’arte sottile della traduzione letteraria: dando vita all’ineffabile

Illustrazione di Gerd Altmann

Nel mondo della letteratura, le parole sono come gioielli preziosi che compongono la collana dell’opera che si ha tra le mani. La traduzione letteraria si erge come un ponte tra culture e lingue diverse, consentendo ai capolavori (e non solo) di attraversare frontiere e raggiungere nuovi pubblici. Ma catturare l’anima di un’opera in un’altra lingua è un’impresa ardita e complessa, che richiede molto più di una semplice competenza linguistica. L’importanza di una buona traduzione letteraria risiede nella capacità di trasmettere non solo il significato delle parole, ma anche l’essenza, lo stile, il senso e l’emozione dell’opera originale.

L’essenza di una buona traduzione letteraria
Quando si parla di “buona” traduzione letteraria, ci si riferisce a un processo che va oltre la traduzione meccanica delle parole. Una buona traduzione cattura l’anima e il tono dell’opera originale, trasmettendone le sfumature, le emozioni e la bellezza che l’autore ha inteso comunicare. Non si tratta solo di rendere correttamente i significati letterali, ma di creare un’esperienza simile a quella che il lettore avrebbe avuto leggendo il testo originale.

I giusti “tradimenti” del testo originale
Una delle sfide più affascinanti della traduzione letteraria è la necessità di compiere giusti “tradimenti” al testo originale. Che cosa si intende per “tradimento”, in questo contesto? Si tratta di deviazioni controllate che un traduttore può prendere per preservare lo spirito dell’opera originale, adattandola alla cultura e alla lingua di destinazione. Questi tradimenti possono includere:

  1. Sfumature linguistiche – Alcune espressioni o giochi di parole che funzionano perfettamente in una lingua potrebbero risultare incomprensibili in un’altra. Qui il traduttore deve fare una scelta oculata per preservare l’effetto desiderato.
  2. Ritmo e struttura – Le strutture sintattiche e i ritmi del linguaggio variano da lingua a lingua. Un traduttore abile lavorerà per catturare il ritmo e la cadenza del testo originale, adattandoli in modo armonioso alla lingua di destinazione.
  3. Cambiamenti culturali – Alcuni riferimenti culturali possono essere oscuri o inappropriati nella lingua di destinazione. I traduttori possono sostituire questi riferimenti con elementi culturali comprensibili o pertinenti nella nuova cultura.
  4. Sottotesti ed Emozioni – Spesso, il vero significato di un testo risiede nelle sfumature, nelle implicazioni e nelle emozioni sottostanti. Una buona traduzione cercherà di preservare queste componenti, anche se ciò richiede una riformulazione delle parole.

Un esempio: “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez
Un esempio classico di buona traduzione letteraria è l’opera “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez. Questo romanzo magistrale è stato tradotto in molte lingue con grande successo, grazie alla maestria dei traduttori nel catturare la magia e l’enigma dell’originale. La traduzione ha reso possibile il viaggio attraverso le generazioni della famiglia Buendía e ha consentito ai lettori di tutto il mondo di immergersi nell’universo affascinante e surreale creato dall’autore colombiano.

Tradurre richiede dunque sensibilità, profonda comprensione culturale e maestria linguistica. Una buona traduzione letteraria è quella che trasmette il cuore e l’anima dell’opera originale, donando nuova vita e significato all’arte dell’autore per un pubblico completamente diverso.

 

L’arte sottile della traduzione letteraria: dando vita all’ineffabile

Nel mondo della letteratura, le parole sono come gioielli preziosi che compongono la collana dell’opera che si ha tra le mani. La traduzione letteraria si erge come un ponte tra culture e lingue diverse, consentendo ai capolavori (e non solo) di attraversare frontiere e raggiungere nuovi pubblici. Ma catturare l’anima di un’opera in un’altra lingua è un’impresa ardita e complessa, che richiede molto più di una semplice competenza linguistica. L’importanza di una buona traduzione letteraria risiede nella capacità di trasmettere non solo il significato delle parole, ma anche l’essenza, lo stile, il senso e l’emozione dell’opera originale.

L’essenza di una buona traduzione letteraria
Quando si parla di “buona” traduzione letteraria, ci si riferisce a un processo che va oltre la traduzione meccanica delle parole. Una buona traduzione cattura l’anima e il tono dell’opera originale, trasmettendone le sfumature, le emozioni e la bellezza che l’autore ha inteso comunicare. Non si tratta solo di rendere correttamente i significati letterali, ma di creare un’esperienza simile a quella che il lettore avrebbe avuto leggendo il testo originale.

I giusti “tradimenti” del testo originale
Una delle sfide più affascinanti della traduzione letteraria è la necessità di compiere giusti “tradimenti” al testo originale. Che cosa si intende per “tradimento”, in questo contesto? Si tratta di deviazioni controllate che un traduttore può prendere per preservare lo spirito dell’opera originale, adattandola alla cultura e alla lingua di destinazione. Questi tradimenti possono includere:

  1. Sfumature linguistiche – Alcune espressioni o giochi di parole che funzionano perfettamente in una lingua potrebbero risultare incomprensibili in un’altra. Qui il traduttore deve fare una scelta oculata per preservare l’effetto desiderato.
  2. Ritmo e struttura – Le strutture sintattiche e i ritmi del linguaggio variano da lingua a lingua. Un traduttore abile lavorerà per catturare il ritmo e la cadenza del testo originale, adattandoli in modo armonioso alla lingua di destinazione.
  3. Cambiamenti culturali – Alcuni riferimenti culturali possono essere oscuri o inappropriati nella lingua di destinazione. I traduttori possono sostituire questi riferimenti con elementi culturali comprensibili o pertinenti nella nuova cultura.
  4. Sottotesti ed Emozioni – Spesso, il vero significato di un testo risiede nelle sfumature, nelle implicazioni e nelle emozioni sottostanti. Una buona traduzione cercherà di preservare queste componenti, anche se ciò richiede una riformulazione delle parole.

Un esempio: “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez
Un esempio classico di buona traduzione letteraria è l’opera “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez. Questo romanzo magistrale è stato tradotto in molte lingue con grande successo, grazie alla maestria dei traduttori nel catturare la magia e l’enigma dell’originale. La traduzione ha reso possibile il viaggio attraverso le generazioni della famiglia Buendía e ha consentito ai lettori di tutto il mondo di immergersi nell’universo affascinante e surreale creato dall’autore colombiano.

Tradurre richiede dunque sensibilità, profonda comprensione culturale e maestria linguistica. Una buona traduzione letteraria è quella che trasmette il cuore e l’anima dell’opera originale, donando nuova vita e significato all’arte dell’autore per un pubblico completamente diverso.

la redazione

 

L’importanza degli autori di racconti

Dopo il nostro editoriale del n. 15, La grande forza della brevità, alcuni lettori ci hanno chiesto un elenco di autori che abbiano fatto della forma racconto qualcosa di memorabile: scettici o immemori, ci hanno sfidato a dimostrare che le nostre affermazioni trovano riscontro nella realtà.
Al di là della considerazione che quasi tutti i giganti della narrativa si sono cimentati, più o meno spesso, con la forma breve, ci sono alcuni autori che hanno lasciato un’impronta significativa nella narrativa breve e che sono generalmente considerati tra i migliori. Ecco dieci di loro:

  1. Edgar Allan Poe (1809-1849)
    Poe è spesso considerato uno dei padri della narrativa breve moderna. I suoi racconti come “Il cuore rivelatore”, “Il pozzo e il pendolo” e “La caduta della Casa Usher” sono esempi classici di narrativa gotica e psicologica, in cui l’autore esplora i confini tra la realtà e l’irrazionale.
  1. Anton Čechov (1860-1904)
    Čechov è noto per la sua abilità nel ritrarre la vita quotidiana e le complessità dell’animo umano. I suoi racconti, come “La signora con il cagnolino”, sono esemplari di sottigliezza psicologica e analisi sociale.
  1. Franz Kafka (1883-1924)
    Kafka è famoso per i suoi racconti surreali e allegorici, che esplorano l’alienazione e l’assurdità dell’esistenza umana. Opere come “La metamorfosi” e “Nella colonia penale” sono emblematiche della sua narrativa visionaria.
  1. James Joyce (1882-1941)
    Joyce è noto per la sua prosa innovativa e sperimentale. Racconti come quelli contenuti nella raccolta “Gente di Dublino”, per esempio “Il morto” e “Un incontro”, mostrano la sua maestria nell’esplorare la psicologia dei personaggi e nel creare atmosfere suggestive.
  1. Alice Munro (1931-vivente)
    Munro è una delle grandi maestre contemporanee della narrativa breve. I suoi racconti, spesso ambientati nelle zone rurali del Canada, esplorano le dinamiche familiari e le complessità umane. Ha vinto numerosi premi, inclusi il Nobel per la Letteratura nel 2013.
  1. Raymond Carver (1938-1988)
    Carver è noto per il suo stile minimalista e la capacità di catturare momenti di rivelazione e crisi nella vita quotidiana. Raccolte come “Cattedrale” e “Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore” sono considerate pietre miliari della narrativa breve contemporanea.
  1. Jorge Luis Borges (1899-1986)
    Borges è celebre per i suoi racconti sottili e metafisici. Le sue opere esplorano concetti filosofici e metafisici attraverso narrazioni ingannevolmente semplici, come in racconti come “La biblioteca di Babele” e “l’Aleph”. Lui stesso, nella collana si autori vari intitolata a sua volta “La biblioteca di Babele”, che curò per Franco Maria Ricci, suggerì tutto una serie di autori e racconti memorabili.
  1. Giovanni Verga (1840-1922)
    Giovanni Verga è uno dei principali esponenti del verismo italiano. I suoi racconti, spesso ambientati in Sicilia, offrono ritratti realistici della vita rurale e delle sue difficoltà. Opere come “Cavalleria rusticana” e “Rosso Malpelo” sono esempi iconici del suo stile.
  1. Luigi Pirandello (1867-1936)
    Pirandello è conosciuto per la sua profonda esplorazione dell’identità e della relatività della verità. I suoi racconti, come “Il fischio del treno”, “La carriola” e “La patente”, presentano spesso situazioni paradossali e personaggi che sfidano le convenzioni sociali.
  1. Flannery O’Connor (1925-1964)
    Flannery O’Connor è un’autrice statunitense celebre per i suoi racconti che esplorano temi religiosi, morali e sociali attraverso uno stile fortemente caratterizzato. Opere come “Un brav’uomo è difficile da trovare” riflettono la sua scrittura audace e spesso grottesca.

Ogni autore ha portato un contributo unico alla narrativa breve, esplorando una vasta gamma di temi, stili e prospettive. Questi sono solo alcuni degli autori di racconti più noti e influenti nella storia della letteratura. Tuttavia, ne esistono molti altri che hanno contribuito a plasmare il panorama letterario nel corso del tempo. Magari ne parleremo in alcuni dei prossimi editoriali.
In opgni caso noi, come sempre, ve ne proponiamo alcuni anche in questo numero.

Buona lettura,

la redazione

La grande forza della brevità: l’importanza del racconto in narrativa

Nel vasto panorama della letteratura, il romanzo spesso ruba la scena, attirando l’attenzione con le sue pagine fitte di trame elaborate e personaggi intricati. Tuttavia, l’importanza della narrativa breve, in particolare del racconto, non può essere sottovalutata.
Sebbene possa sembrare meno imponente rispetto al romanzo, il racconto possiede una profonda forza in sé, capace di colpire direttamente il cuore dei lettori. È tempo di smantellare l’idea che la brevità debba essere associata a una narrativa minore, poiché il racconto è una forma d’arte complessa e affascinante che merita attenzione e rispetto.

1. L’Arte della Concentrazione
Una delle caratteristiche più significative del racconto è la sua capacità di concentrarsi su un nucleo tematico o emotivo senza diluirsi in sottotrame elaborate. In una società sempre più affaccendata, nella quale il tempo è un bene prezioso, il racconto risuona con forza. Gli autori devono scegliere con cura le parole e le scene da rappresentare per suscitare emozioni profonde in uno spazio limitato. Questa concentrazione narrativa richiede maestria e abilità nell’arte dell’essenzialità.

2. L’Impatto Emotivo
Nonostante la sua brevità, un racconto ben scritto può avere un impatto emotivo tanto potente quanto un romanzo. La condensazione delle esperienze umane e delle emozioni in poche pagine può creare un’intensità che permane nel lettore molto tempo dopo aver concluso la lettura. La forma compatta del racconto richiede che l’autore catturi l’essenza di un momento, incanalando le emozioni in modo tangibile e coinvolgente.

3. Spazio per l’Immaginazione
L’arte del racconto spesso risiede nella capacità di suggerire, piuttosto che di dichiarare apertamente. L’uso sapiente della sospensione, dei sottintesi e dei dettagli evocativi spinge i lettori a coinvolgersi attivamente nella creazione dell’immagine mentale. Questa collaborazione tra autore e lettore lascia spazio alla fantasia, stimolando un coinvolgimento profondo e personale con la storia.

4. L’Esplorazione di Temi Profondi
Nonostante la sua estensione ridotta, il racconto può affrontare temi complessi. L’assenza di spazio per deviazioni o trame secondarie spinge l’autore a sondare le sfumature più profonde dell’umanità in modo diretto ed efficace. La brevità può essere un’opportunità per mettere a nudo emozioni e dilemmi morali senza diluirli in dettagli superflui.

5. L’Arte della Finezza
Scrivere un racconto richiede abilità nel controllo del ritmo, della tensione e dell’atmosfera. Ogni parola, ogni frase ha un peso specifico e contribuisce alla costruzione dell’intero. Gli autori di racconti devono essere maestri della finezza, capaci di creare effetti duraturi con un numero limitato di strumenti narrativi.

Il racconto, a nostro parere, merita dunque di essere riconosciuto come un’arte letteraria di grande rilevanza, e non come una forma minore rispetto al romanzo. La sua brevità è una forza, non un limite, che sfida gli autori a concentrare l’essenza di una storia in poche pagine. Quindi, la prossima volta che ti imbatterai in un racconto, concedigli il tempo e l’attenzione che merita, perché potresti trovarvi una potenza narrativa sorprendente che non può essere ignorata.

la redazione

Che diritti ha la poesia?

Immagine: ThoughtCatalog

In campo legale, la poesia ha tutta una serie di diritti codificati dal diritto d’autore Ma possiede anche una serie di diritti che le derivano dalla sua natura artistica, creativa e culturale. Questi diritti non sono codificati come leggi, ma riflettono piuttosto l’importanza della poesia all’interno della letteratura. Abbiamo quindi voluto stilare un breviario in otto punti per sottolineare quelli che riteniamo essenziali, sia dal punto di vista dei lettori che da quelli dei poeti.

  1. Diritto all’interpretazione personale – La poesia è spesso aperta a molteplici interpretazioni. Come ogni poeta possiede il diritto di esprimersi liberamente, così ogni lettore ha quello di interpretare una poesia in base alle proprie esperienze, emozioni e prospettive personali. Questo diritto all’interpretazione consente alla poesia di essere significativa e rilevante per una vasta gamma di lettori.
  2. Diritto all’ambiguità – Molte poesie propongono domande senza risposte definitive, creando un senso di ambiguità. Questo diritto le consente di sfidare i confini della comprensione e di lasciare spazio a molteplici livelli di significato.
  3. Diritto alla sperimentazione linguistica – La poesia ha la libertà di giocare con la forma e il suono delle parole. Questo permette agli autori di sperimentare con la lingua, creando giochi di parole, ritmi e suoni unici che vanno oltre le regole grammaticali tradizionali.
  4. Diritto all’emozione e all’ispirazione – La poesia ha il potere di evocare emozioni profonde e ispirare riflessioni interiori. Questo diritto le consente di affrontare temi emotivi e universali, fornendo un mezzo per esprimere e condividere sentimenti complessi.
  5. Diritto alla critica sociale e politica – Molte poesie affrontano questioni sociali e politiche, offrendo una piattaforma per l’esplorazione critica della realtà. Questo diritto consente alla poesia di agire come voce per il cambiamento e la consapevolezza sociale.
  6. Diritto all’innovazione e alla sperimentazione – La poesia ha il diritto di rompere con le convenzioni letterarie tradizionali e di cercare nuove forme espressive. Questo le permette di adattarsi ai cambiamenti culturali e tecnologici, rimanendo una forma d’arte vitale.
  7. Diritto alla memoria e all’eredità culturale – La poesia è un modo di catturare momenti, emozioni e storie nel tempo, il che le consente di preservare la memoria e di contribuire alla ricchezza dell’eredità culturale.
  8. Diritto alla bellezza e all’estetica – La poesia ha il diritto di celebrare la bellezza delle parole e delle immagini, creando opere che ispirino un apprezzamento estetico.

Questi diritti contribuiscono a rendere la poesia una forma d’arte unica e preziosa che può connettersi profondamente con gli individui, la cultura e la letteratura. Non ce ne vogliano quindi i lettori che non sanno diguazzare con l’ambiguità, che detestano i doppi sensi e i giochi di parole, che non contemplano l’evoluzione di questo genere letterario, che non reggono l’emotività o che ritengono fuori luogo che la poesia si occupi del campo politico o di quello sociale, e così via: partono da pregiudizi tanto ritriti quanto fatui per non dover compiere la fatica di affrontare un linguaggio che è sì complesso, ma non complicato, e che li obbligherebbe a compiere la fatica del pensiero.

Noi siamo piuttosto sospettosi nei confronti dell’estetica superficiale e della poesia autoreferenziale, preferendo opere che affrontino temi universali. Non che i vari generi di poesia non possano o non debbano coesistere, o che la forma non voglia la sua parte – anzi, è indispensabile -, ma crediamo importante anche la sfida di conciliare l’arte con la politica e la società. L’alienazione e la superficialità presenti nella cultura di massa sono dovuti in parte al disimpegno e alla superficialità, ma anche a una direzione ben precisa indotta da chi detiene il potere, una strada che impone di adeguarsi allo zoppo, zoppicando con lui, invece di imparare a camminare: ecco dunque l’importanza di un impegno critico e intellettuale per comprendere il mondo circostante e cantarlo in poesia.

Non dimentichiamo però l’importanza della memoria e della tradizione letteraria: siamo circondati da improvvisati che la poesia non sanno nemmeno che cosa sia, ma che si pretendono poeti e scambiano prose più o meno infarcite di aulicismi scansiti da degli a-capo con la poesia vera e propria. Sarebbe bene, invece, che gli aspiranti poeti conoscessero i classici, pur scrivendo in versi liberi o sciolti: la poesia, come tutte le forme d’arte, dev’essere collegata al grande magma di cui è semplicemente l’istmo più recente, al calderone culturale che ha forgiato il presente; una solida base di cultura letteraria è dunque indispensabile.

Da qualche tempo ci stiamo occupando di poesia in maniera maggioritaria rispetto al passato. E anche in questo numero di Inkroci troverete pane per i vostri denti. Magari vi verrà anche la curiosità di collocare ciò che leggerete in una o più delle otto voci elencate sopra, sbizzarrendovi nello stabilire quanto quelle categorie siano o meno efficaci a identificare il materiale poetico sotto i vostri occhi. Siamo sicuri che questo vi porterà a riflettere su ciò che avete letto in maniera più attenta.

Non ci resta dunque che augurarvi buona lettura,

la redazione

Il nuovo? Non è così importante

Immagine di Oberholster Venita (ArtsyBee)

L’estate è una stagione magica, un periodo in cui il sole splende radiante nel cielo, le giornate si allungano e il ritmo frenetico della vita quotidiana sembra rallentare. È anche un momento in cui spesso ci assale un senso di colpa, quella sensazione sottile che ci suggerisce che dovremmo utilizzare questi mesi estivi per recuperare tutto ciò che ci siamo persi durante l’anno: i libri che non abbiamo letto, i film che non abbiamo visto, le canzoni che non abbiamo ascoltato. La paura di rimanere indietro rispetto alle ultime novità culturali sembra spingerci a intraprendere una frenetica corsa contro il tempo. Ma forse, in questa ricerca del nuovo a tutti i costi, ci stiamo allontanando da una fonte essenziale di felicità: l’indifferenza verso il nuovo e la riscoperta dei classici.

L’era digitale in cui viviamo ci ha messo a disposizione un’abbondanza di contenuti e informazioni come mai prima d’ora. I social media, i servizi di streaming e le piattaforme online ci bombardano costantemente con una miriade di nuovi libri, film, serie TV, album musicali e molto altro ancora. È facile sentirsi sopraffatti da questa valanga di novità e credere che, per essere culturalmente rilevanti, dobbiamo stare al passo con tutto ciò che è appena uscito. Tuttavia, in questa corsa verso il nuovo, rischiamo di trascurare un aspetto fondamentale della nostra identità culturale: la memoria letteraria.

La memoria letteraria non riguarda solo la conoscenza dei grandi classici della letteratura, ma anche la capacità di apprezzare la bellezza intramontabile delle opere che hanno resistito alla prova del tempo. Questi capolavori, che hanno catturato l’essenza dell’umana esperienza in ogni epoca, ci offrono una finestra privilegiata sul passato e ci collegano a una tradizione culturale più ampia. Attraverso i classici, possiamo (ri)scoprire la profondità delle emozioni umane, le sfide universali e le riflessioni che hanno affascinato generazioni passate.

L’indifferenza verso il nuovo non significa ignorare completamente ciò che accade nel mondo culturale contemporaneo, ma piuttosto concedersi il permesso di non seguire ciecamente ogni tendenza effimera. È un invito a ritornare ai “fondamentali”, a immergersi nelle pagine di un romanzo che ha attraversato i secoli anziché affrettarsi a leggere l’ultimo bestseller. È un invito a riscoprire i film che hanno influenzato generazioni piuttosto che cercare disperatamente di vedere tutto ciò che è uscito quest’anno. È un invito a immergersi nella bellezza senza tempo della musica classica o del rock che ha plasmato la musica recente, anziché correre dietro alle ultime hit.
L’importanza della riscoperta dei classici risiede anche nella profondità dell’esperienza che ci offrono. I classici non sono solo intrattenimento; sono l’incarnazione di pensieri profondi, analisi della natura umana e riflessioni sulla società. Ci invitano a fermarci, a pensare, a discutere e a riconsiderare le nostre prospettive. Questo processo d’immedesimazione e riflessione è un antidoto contro la superficialità della cultura moderna, in cui spesso ci lasciamo trasportare da sensazioni effimere senza affondare mai veramente nelle profondità dell’arte e del pensiero.

L’estate, dunque, può essere un momento perfetto per riflettere sulla bellezza e l’importanza della memoria, che ci permette di cogliere riferimenti anche nel nuovo che altrimenti avremmo ignorato, scambiando spesso per inedito ciò che invece è solo fotocopia di qualcos’altro venuto prima. Perché ogni piccolo prodotto culturale è un elemento del grande contenitore che è la nostra storia culturale.
Così, per quest’estate e oltre, possiamo trovare gioia nel passato tanto quanto nel presente, celebrando anche i classici e arricchendo così la nostra cultura e la nostra prospettiva sui prodotti più recenti.

Una rivista bilingue

Cari lettori,

nel darvi il benvenuto al nostro numero 5, cercherò di raccontarvi le ragioni di una scelta che ha reso Inkroci una rivista bilingue, cogliendo anche l’occasione per riflettere sul senso di quello che facciamo. Come tutti gli argomenti di un certo interesse, il tema si presenta complesso e può essere utile provare ad affrontarlo attraverso spunti di riflessione e sguardi differenti.
Una considerazione spontanea riguarda il legame strettissimo fra la lingua e la cultura. Secondo la definizione data da UNESCO (1970), a cui la nostra rivista si ispira, la cultura è un processo di comunicazione tra gli uomini, che esistono in quanto sono in relazione con gli altri. Osservando che l’inglese è ormai diventato una lingua franca per la comunicazione internazionale, siamo convinti che il suo uso ci permetta di raggiungere un numero maggiore di lettori e quindi ci dia la possibilità di agire con maggiore intensità e compiutezza la pratica della cultura.
Per tendere a questo obiettivo, non sarebbe bastato che la rivista uscisse solo in inglese?
Rispondiamo con le parole di Nelson Mandela: «parlare a qualcuno in una lingua che comprende consente di raggiungere il suo cervello. Parlargli nella sua lingua madre significa raggiungere il suo cuore». Inkroci si muove in campo letterario, con l’ambizione di costruire dialoghi, di condividere la rappresentazione di esperienze, di ampliare l’intersoggettività e di fare sperimentazioni sull’uso della parola. Poiché fra pensiero e linguaggio esiste un rapporto bidirezionale, riteniamo che promuovere la scrittura nella lingua dei nostri pensieri e delle nostre emozioni sostenga la qualità e la pregnanza dei nostri testi.
Inkroci non è insensibile alle sfide poste dall’internazionalizzazione, auspicata in molti ambiti dell’educazione e della ricerca, ma preferiamo attribuire a questo concetto il significato di multilinguismo e diversità culturale, declinandolo nello spazio che Inkroci dedica a una rubrica intitolata Letterature dal mondo, in cui si possono trovare anche pezzi in lingue diverse.
Questa scelta implica, di conseguenza, che Inkroci si cimenti con l’impegno di tradurre i propri testi dall’inglese o in inglese. Identificando la qualità della scrittura con la sintesi e l’asciuttezza, personalmente trovo grande soddisfazione nell’avvicinarmi alla lingua inglese. Per tradurre letteratura occorre essere appassionati. Come sappiamo, il termine passione ha in sé l’idea di patire. Ricordo lo studio dell’inglese alla scuola elementare come un’esperienza di estrema fatica. Forse proprio la fatica nel comprendere si è poi trasformata nel suo opposto, nel desiderio di chiarificare e rendere accessibile, a me stessa prima che agli altri, quindi nell’amore per la traduzione che in fondo è un amore per la parola, condiviso con tutto il gruppo di Inkroci.
La traduzione è una forma di conoscenza, un atto comunicativo e il luogo di un incontro dove si dissolvono le distanze nello spazio e nel tempo, dove si compiono la scoperta dell’altro e la coscienza di sé, rintracciando i fili della propria identità. Secondo Italo Calvino «tradurre è il vero modo di leggere un libro».
Naturalmente una lingua non è fatta solo di parole e l’atto del tradurre, come sostiene Umberto Eco, non è unicamente trasposizione da una cultura a un’altra, ma anche adattamento di contenuti preesistenti a contesti cambiati o mai esistiti prima. Questo è lo spazio della sfida, della bellezza e della libertà, un atto forzosamente imperfetto (http://cartaecalamaio.com/2012/07/09/lannosa-questione-del-tradurre-e-tradire/). In questo spazio trovano gratificazione il lavoro di cesello, l’attenzione al dettaglio, alla virgola, alla sfumatura, nella convinzione che forma e sostanza siano due polarità che richiedono di stare in perfetto equilibrio.
Milan Kundera, che ha sempre rivisto e corretto le traduzioni dei suoi libri con un accanimento ossessivo, ha scritto: «Si dice: la traduzione è come la donna: o è fedele o è bella. È l’adagio più stupido che conosca. Infatti, la traduzione è bella se è fedele».

Per concludere, mi piace citare un’intervista (sul nostro n. 2) in cui Erri De Luca descrive come l’esercizio di precisione, spinto da un sentimento di ammirazione per l’altra lingua, permetta di radicarsi nel proprio vocabolario: «Quando qualcuno mi chiede come si fa a diventare scrittore, io rispondo tranquillamente: diventando prima traduttori».

Anna Anzani

Cultura senza contesto

Fotografia di Marisa Sias

Consultando il catalogo della maggioranza delle case editrici italiane ci si rende conto che, in elenco, gli scrittori nostrani sono una minoranza. È vero che l’Italia, territorialmente piccola, è una minoranza anche geografica  ma è altrettanto vero che in ogni Paese del mondo si tende a dare ampio spazio agli autori nazionali: l’Italia, in questo senso, è in controtendenza.
Scelte editoriali imposte dall’alto? Non solo. A mio avviso, si tratta di una conformazione propria della cultura italiana: una cultura che soffre, ormai da molto tempo, di esterofilia; peggio, di una dipendenza (anche storica) dalla cultura statunitense.
In particolare, nell’ultimo ventennio l’Italia ha subito anche le conseguenze di una politica liberista che affonda le proprie radici negli anni Ottanta e nella cultura che quel periodo ha generato. Vorrei quindi soffermarmi sul concetto di “cultura”.
Il vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli ne dà innanzitutto la seguente definizione: “Complesso di cognizioni, tradizioni, procedimenti tecnici, tipi di comportamento e sim., trasmessi e usati sistematicamente, caratteristico di un dato gruppo sociale, di un popolo, di un gruppo di popoli o dell’intera umanità”.  La letteratura, quindi, non germina da sé stessa, ma è figlia dell’humus culturale in cui anche lo scrittore (che è prima di tutto un lettore, un fruitore) cresce e sviluppa il proprio pensiero.
I vocabolari stessi mutano le definizioni associate ai lemmi riportati a seconda del periodo storico e culturale che si sta attraversando, adattandosi così alla norma prevalente in quel momento. E sotto “letteratura”, adesso, troviamo questa descrizione: “Attività indirizzata alla produzione sistematica di testi scritti con finalità prevalentemente estetica e nei quali spesso l’invenzione predomina sulla descrizione della realtà” (ibidem).
Ci accorgiamo subito che questa formula si attaglia perfettamente alla letteratura italiana moderna. Sembra di leggere una descrizione sommaria ma precisa della maggioranza dei romanzi prodotti dagli autori italiani più popolari. Per questi scrittori la finalità è esclusivamente estetica e di pura invenzione, e le loro opere sono prive di contenuto, di un tema individuabile e di descrizioni della realtà viva nella quale lo scrittore dovrebbe essere immerso (non è un caso che buona parte della produzione sia dedicata a feuilleton pseudo-storici). Autori che non ci dicono nulla del nostro tempo, del tempo in cui vive il narratore, né della nostra storia, se non “l’estetica della parola vuota” (L. Gregori).
Dato che il nostro campo d’indagine è la letteratura degli anni in cui viviamo, vorrei ritornare proprio a questo. Scopro però, cercando le definizioni che mi servono, che queste, invece di restringere il campo d’indagine, lo allargano. Lo Zingarelli, infatti, dà di “romanzo”, oltre alle accezioni relative al mondo classico e a quello medievale, quella relativa al mondo moderno: “ampio componimento narrativo, fondato su elementi fantastici o avventurosi, su grandi temi sociali o ideologici, sullo studio dei costumi, dei caratteri o dei sentimenti”.
Balza all’occhio come la descrizione di “romanzo” sia ampiamente in antitesi con quella di “letteratura”. Improvvisamente si parla anche di temi sociali e ideologici, di costumi, caratteri e sentimenti (quindi di realtà), che non facevano neppure capolino nella definizione di “letteratura”; si parla, in senso ristretto, anche di “cultura”.
A questo punto sorge spontaneo un dubbio: ma dunque il romanzo non fa parte della letteratura quando tratta i temi succitati? O semplicemente il vocabolario, registrando i mutamenti epocali, aggiorna la definizione di letteratura ma deve necessariamente riportare quella storica di romanzo, indipendentemente dalla sua aderenza alla produzione attuale?
Un’altra domanda importante che dobbiamo porci è: chi scrive letteratura?
Tralasciando la risposta più lapalissiana – gli scrittori –, potrebbe venir spontaneo rispondere: gli intellettuali. Controlliamo dunque la definizione di “intellettuale”: “Chi si dedica prevalentemente ad attività connesse con il sapere ed il pensiero, ha vasti interessi culturali, produce opere di tipo letterario, artistico, scientifico e sim.” (ibidem). E, tra le definizioni di “cultura” troviamo, come seconda, la seguente: “Patrimonio di conoscenze di chi è colto” (ibidem).
Quindi la figura dell’intellettuale è legata alla cultura, e l’intellettuale, grazie alla propria cultura (sapere, pensiero), può produrre opere di tipo letterario. Ma se “proprio della cultura è suscitare nuove idee e bisogni meno materiali, formare una classe di cittadini più educata e civile” (De Sanctis), a che cosa ci troviamo di fronte quando pensiamo a esponenti letterari che producono solo vuoti di senso, pur atteggiandosi a intellettuali e pur essendo dotati di una buona erudizione?
Mi limito a sottolineare come le opere di questi scrittori dei nostri tempi, figli della cultura che ci ha soggiogati nell’ultimo ventennio, non suscitino nuove idee e bisogni immateriali, non contribuiscano a formare cittadini più civili, non esprimano pensieri e sapere, non stimolino interessi culturali. Perché, dunque, un tale successo? E un tale tipo di scrittore può correttamente autoproclamarsi intellettuale? Produce veramente letteratura?
Dunque, perché non ci sono che pochi scrittori italiani pubblicati? Per provare a rispondere a questa e ad altre domande su questa latitanza occorre, secondo me, prendere in considerazione la civiltà in cui lo scrittore nasce, cresce e si esprime poiché lo scrittore, come qualsiasi altro componente la società, ne è un prodotto. E occorrerebbe quindi analizzare la questione anche da un punto di vista sociologico, psicologico, antropologico e, soprattutto, politico ed economico. Il che, francamente, va al di là delle mie possibilità.
Una risposta parziale, a mio modo di vedere, si trova, in nuce, in una frase di Claudio Magris: “la vera letteratura non è quella che lusinga il lettore, confermandolo nei suoi pregiudizi e nelle sue insicurezze, bensì quella che lo incalza e lo pone in difficoltà, che lo costringe a rifare i conti col suo mondo e con le sue certezze”.
La frase citata, però, apre a sua volta una riflessione sulla società in cui viviamo, e più marcatamente su quella italiana: una società che cerca in ogni modo di evitare ai suoi componenti di dover fare i conti con il proprio mondo e con le proprie false certezze.

Heiko H. Caimi

La morte del romanzo; o la morte della realtà?

Foto di tom Monsterkoi

Riflettevo su un post che ho letto qualche giorno fa su facebook. Tema trito e ritrito sulla morte del romanzo e che questo non rappresenterebbe più il linguaggio attraverso cui comunicare il nostro tempo. Si citano al solito gli stessi scrittori, Joyce in primis: dopo di lui – a suffragio di questa tesi – non esisterebbe più nulla. Ci sono altri lignaggi espressivi quindi cui soccombere, che riuscirebbero a rappresentare l’epoca che viviamo.

Questa storia del romanzo morto la conosco da una vita, e un po’  la sostenevo pure io, soprattutto durante il periodo del master, quando la mia arroganza sfilava sotto i portici bolognesi rumoreggiando la sua pretenziosa verità.

Sbaglierò ma mi sembra un ragionamento piuttosto pretestuoso, che coinvolge pochi eletti, per lo più annoiati, inclini a mantenere le distanze con la guarnigione di lettori che nel romanzo trovano ancora il luogo migliore ove custodire una storia.

Romanzo morto è argomento da salotto, di un salotto liberale e conservatore.

Alessandro Magno si addormentava con il testo dell’Iliade e sognava epiche imprese come il suo idolo Achille, Don Chisciotte faceva lo stesso con i suoi romanzi cavallereschi e milioni di altre persone sognano grazie a questi blocchi di carta.

Piuttosto, penso, prima di parlare di morte del romanzo, bisognerebbe immunizzare la popolazione, a cominciare dalla nostra, attraverso la lettura; perché passare ad altri linguaggi, ipoteticamente più adatti a rappresentare la realtà, bypassando quello primordiale, nonché mitico, si finisce a far la sponda a istituzioni come la chiesa, che per secoli ci ha raccontato la parola di Dio in latino.

Identità

ovadia

Nella convinzione che la nostra identità sia aperta e interculturale e che la cultura sia comunicazione, scambio reciproco fra differenti forme, visioni e generi artistici, Inkroci, dopo un anno di vita, ha l’onore e il piacere di dedicare questo numero speciale a dare il benvenuto agli autori dell’Irish Writers’ Centre.

Il nostro amore per l’Irlanda e per la letteratura irlandese non sorprenderà i nostri lettori, che sicuramente ricorderanno la pubblicazione, in precedenti numeri della rivista, di un’intervista di Michele Curatolo a Catherine Dunne, di un racconto di Seumas O’Kelly, delle recensioni della sua raccolta di racconti Lungo le strade tradotta da Anna Anzani oltre che di due romanzi di Liam O’Flaherty, L’anima nera e Il traditore.

Una felice coincidenza ha voluto che il nostro primo contatto con IWC risalisse al 2010, anno in cui Dublino venne nominata Città UNESCO della Letteratura, come riconoscimento del suo alto profilo culturale e della sua reputazione internazionale come città dell’eccellenza letteraria. L’occasione fu la presentazione da parte di Catherine Dunne del suo romanzo Missing Julia (Tutto per amore). Nel 2011, ancora su invito della nostra amica Federica Sgaggio, abbiamo avuto l’opportunità di partecipare alla prima fase dell’Italo-Irish Literature Exchange, creato dalla collaborazione fra Catherine e Federica e attualmente gestito dall’Irish Writers’ Centre a dal suo omologo italiano, ònoma.

Quattro anni fa Inkroci era solo un’idea o, piuttosto, un sogno. Il nostro soggiorno a Dublino, e l’entusiasmo cordiale e gentile che abbiamo ricevuto all’IWC, hanno contribuito a farci credere che il sogno potesse realizzarsi. Ora Inkroci è una realtà piccola ma brillante: da marzo 2013 abbiamo infatti pubblicato sei numeri on-line della nostra rivista bilingue. Grazie all’IWC, ora abbiamo la possibilità di accrescere la qualità del nostro progetto.

Per evidenziare l’inizio della nostra collaborazione con l’IWC, nel numero 7 di Inkroci pubblichiamo racconti e poesie di sette autori irlandesi che l’IWC ha selezionato perché prendano parte alla prossima edizione di IILE, che si terrà in Italia (http://italoirish2014.blogspot.it/) nel prossimo giugno. La storia e il contesto di IILE e gli autori di quest’anno vengono presentati dalla Direttrice dell’Irish Writers’ Centre, Valerie Bistany, che ha stretti legami con l’Italia e che, con estrema gentilezza, ha sostenuto la nostra interazione. A partire dal prossimo numero, l’IWC curerà una nuova rubrica totalmente dedicata alla Letteratura irlandese, dal titolo Words from Ireland. Abbiamo inoltre in programma di dedicare a Words from Ireland un numero speciale l’anno prossimo.

Per dare ai nostri lettori l’opportunità di apprezzare compiutamente i contributi irlandesi, in questo numero le sezioni italiane sono state ridotte. Tuttavia, avendo recentemente celebrato il 25 Aprile e il 1° Maggio, abbiamo deciso di pubblicare la prima parte di una lunga intervista all’attore e drammaturgo italiano Moni Ovadia che, fra gli altri temi, affronta il significato di questi due eventi. Nonostante la mancanza di impegno politico e sociale che il nostro Paese sta sperimentando negli anni più recenti, noi li consideriamo ancora essenziali per la nostra idea di libertà e per la nostra visione della vita.

In questo numero inauguriamo anche un’altra nuova rubrica dedicata alla letteratura classica. Per questa particolare occasione proponiamo un altro racconto di Seumas O’Kelly.
Grazie perché ci seguite. Buona lettura.

Anna Anzani
Michele Curatolo

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