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Editoriale

Perché un viaggio intorno alla circonferenza del mondo

leone l'africano

I contributi che Inkroci ha scelto di pubblicare nella rubrica “Letterature dal mondo” a partire da questo numero sono da intendere come un omaggio alla letteratura di esplorazione e, in particolare, ad alcune famose narrazioni di antichi esploratori che, con il loro racconto, hanno contribuito ad allargare la visione del mondo che allora si possedeva, influenzando persino le scoperte e i viaggi successivi.

Al tempo della stesura di alcuni di quei libri una parte dei continenti non era ancora propriamente conosciuta, mentre gli altri erano stati visitati solo in parte, e la loro conoscenza non era ancora diventata patrimonio comune. Questo, ovviamente, parlando da un punto di vista eurocentrico, cioè considerando la prospettiva da cui dal vecchio continente si osservava il mondo.

Per questa ragione, oltre a parlare di esploratori partiti dall’Europa, abbiamo scelto anche scrittori che da altri mondi (come nel caso di Ibn Battuta, nato in Marocco, o di Leone l’Africano) esplorarono il pianeta partendo dal Nord Africa, e attraversarono l’Europa e l’Asia andando quindi verso Est e verso Sud; accanto a loro ricorderemo volutamente anche Ma Huan, un narratore cinese che venne inviato dall’Imperatore ad accompagnare una spedizione navale di conoscenza diretta dell’Oceano Occidentale.

Ci pare importante evidenziare la fatica e la lunghezza di viaggi che, nei tempi antichi, si realizzavano nel volgere anni, se non di vite intere, sulla strada, percorrendo, attraversando, camminando passo dopo passo lungo quella che era la circonferenza del mondo. A volte a prezzo della propria stessa vita.

Ci si apriva un varco, sia di conoscenza che di attraversamento culturale, un passo dopo l’altro, a differenza di ciò che accade al giorno d’oggi, in cui la velocità degli spostamenti non favorisce un transito e un progresso graduali all’interno di un universo sconosciuto.

Il viaggio comportava un avanzare a fatica, il cogliere una molteplicità di sguardi, lo stupirsi e l’essere partecipi di una cultura nomadica che oramai la nostra cultura ha messo al bando ed ostracizzato.

Eppure l’universo antico era molto più variegato e complesso di quanto tendiamo a pensare: era estremamente faticoso e pericoloso spostarsi, ma le commistioni, le mescolanze e le ibridazioni erano più frequenti e diffuse, e la vita si compiva e si conquistava sulla strada.

Pensiamo solo al fatto che Marco Polo era un mercante che divenne anche ambasciatore. Non parlava molto bene l’italiano, mentre probabilmente conosceva il persiano e il cinese. Le sue memorie furono scritte da un compilatore che redasse “Il Milione” in antico francese, non in italiano.

E Leone l’Africano non era un africano, ma un arabo nato a Granada, nel sud della Spagna, al tempo della Reconquista Cristiana della penisola iberica.

Questi viaggi, e ancor più la vita stessa degli esploratori, sono una testimonianza di quanto l’identità possa essere un dato variabile e una cultura possa essere una costruzione permeabile, impregnandosi di un altrove conquistato a fatica. E arricchendosi dell’altro da sé con la calma dell’osservatore, non sfiorandolo con la fretta di un giudice distratto.

Se l’abuso della parola distrugge il pensiero

Editoriale di Cataldo Russo

Da sempre le parole hanno il potere di creare mondi, universi, mode, sensibilità e nello stesso tempo di distruggerli. La parola accende speranze, slarga i cuori, genera fiducia e ottimismo, ma determina anche rancore e odio. Quando più diventa ridondante, inutilmente forbita, avulsa dai contesti e incomprensibile ai più, tanto più palesa la sua forza ingannatrice e si fa devastante.

Oggi si parla, si parla, ma il più delle volte si ha l’impressione di parlare in un deserto di salsedine. È come se la nostra voce non avesse eco.

Mai come in quest’epoca c’è una disproporzione fra la quantità di parole usate e quelle realmente ascoltate o semplicemente percepite.

Troppe volte ci si vomita addosso fiumi di parole e frasi nell’illusione di riuscire a comunicare il nostro pensiero o il nostro ego e non ci rendiamo conto che più parliamo e più rischiamo di inibire la comunicazione e di isolarci dagli altri, costruendoci un mondo fittizio, fatto di finte risposte e di finte relazioni. Ciò avviene soprattutto con la rete[1]. Oggi le parole non sono più pietre. Anzi, il più delle volte non hanno peso e sembrano scivolare via con la leggerezza delle cose inutili.

Schopenhauer, già due secoli fa, affermava che “I pensieri muoiono nel momento in cui prendono forma le parole”. Il grande filosofo prussiano aveva intuito molto bene quanto l’abuso di parole può inaridire il pensiero, fino a spegnerlo.

La crisi del nostro tempo è legata a due fattori principali dal mio punto di vista: alla disabitudine a saper ascoltare gli altri, ma anche e soprattutto noi stessi; alla assenza di un pensiero forte, in grado di indicare vie, percorsi da fare fino in fondo, anziché mostrare piccole e pericolose scorciatoie.

Con le parole si possono aprire finestre e costruire ponti, ma si possono anche innalzare muri e scavare voragini per dilatare l’incomprensione, l’incomunicabilità e la paura, soprattutto del diverso. Credo che questo concetto l’abbia espresso molto bene Papa Francesco: “Costruire ponti, non muri”.  Oggi sta accadendo esattamente l’opposto. Anziché costruire ponti, si costruiscono muri, che non sono solo di cemento armato e filo spinato, ma principalmente di pregiudizi e incomprensione.

Il diverso non si ascolta, si demonizza e si annichilisce.

Oggi è in atto una pericolosa guerra combattuta con slogan, falsi miti e certezze. Anche i tempi della politica sono diventati eccessivamente rapidi. Da tutte le parti si urla al cambiamento. Quale? Come? Con quali metodi e per quali fini? Questo sembra che nessuno sappia dirlo.

L’uomo del nostro tempo non ha certezze, ma rincorre certezze che spesso trova nelle pieghe dell’odio politico e religioso. In queste condizioni appare evidente che la mala pianta del terrorismo e del fanatismo religioso, sia destinata a progredire perché punta sulle certezze sancite dai testi sacri usati e reinterpretati a proprio uso e consumo.

Nel mondo greco e romano si dava molta importanza alla parola. I sofisti crearono vere e proprie scuole allo scopo di formare l’oratore politico, perché si era compreso che un buon oratore valeva quanto e più di un valoroso combattente.

Troppo spesso mi capita di notare quanto la parola sia usata per nascondere l’assenza di un pensiero e zittire gli altri. Oggi i mezzi di comunicazione sono letteralmente occupati da untori della parola il cui scopo non è far comprendere un fenomeno, un accadimento, un processo, ma confondere le menti e lasciarle il più possibile nell’ignoranza e nella paura.

Vi sono trasmissioni televisive, dove falsi esperti e tuttologi non fanno altro che urlare, usare epiteti e slogan o proporre ricette che hanno tutto il sapore di essere minestre riscaldate. Trasmissioni che per settimane, mesi, propongono le stesse immagini, gli stessi argomenti, dove la parola viene logorata fino a diventare una pallida ombra senza forma e vigore.

Oggi sembra non esserci tempo per il pensiero ricco, compiuto, che sa far sorgere dubbi e interrogativi. Oggi vince il demagogo, non la persona colta. Naturalmente tutto questo ha anche un risvolto per quel che concerne la letteratura e l’arte.

Sempre più assistiamo a opere costruite allo stesso modo di come si prepara un dolce. Opere finalizzate alla vendita e a non varcare la soglia dell’oggi. Non deve sorprenderci che i libri più venduti siano le pubblicazioni di cucina e le biografie di personaggi dello sport, dello spettacolo o della politica.

Charles Peguy diceva che “Una parola non è la stessa cosa in uno scrittore e in un altro. Uno se la strappa dalla viscere, l’altro la tira fuori dalla tasca del soprabito” . Mi auguro che Peguy si riferisse allo scrittore che si macera nel tentativo di dar forma ai suoi personaggi e alle sue atmosfere, non a quelli abituati a costruire i romanzi a tavolino facendo uso sapiente di dizionari, libri e interviste rubacchiate qua e là.

 

Cataldo Russo

[1] Qui intesa come luogo di distorsione o di messa in mostra della parola manipolata e/o analfabeta (intrisa, cioè, di pregiudizi) in cui la rete serve da grancassa; nella convinzione che la rete sia – al giorno d’oggi – uno strumento irrinunciabile e potente, anche per la trasmissione di bellezza. Proprio per questo crediamo valga la pena fare e agire dei distinguo (ndR).

Umanità

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Cari lettori,

come sapete, Inkroci non si è mai occupata direttamente del “fatto del giorno”, ma intende abbracciare il presente dell’Uomo con la narrazione.
Tuttavia, la mercificazione e l’escalation della morte che attraversano la nostra epoca ci impongono la responsabilità di esprimere, subito e in modo chiaro, il nostro NO, non in nostro nome, alla logica della guerra e all’egemonia finanziaria che la governa.
E vogliamo farlo a modo nostro: attraverso l’arte.  L’arte straziata e straziante di questo canto degli Area, questo grido diviso tra il desiderio di pace e la necessità della guerra all’omertà.
Perché l’Umanità ritrovi il proprio senso e il proprio essere prima e sopra ogni cosa in questo mondo.
Questo è ciò che vogliamo, in nostro nome.

Buona lettura,
La redazione

 

 

حبيبي
بالسلام حطيت ورود الحب ادّامك
بالسلام مسحت بحور الدم علشانك
سيب الغضب
سيب الالم
سيب السلاح
سيب السلاح وتعال
تعال نعيش
تعال نعيش يا حبيبي
ويكون غطانا سلام
عايزاك تغني يا عيني
ويكون غناك بالسلام
سمع العالم يا قلبي وقول
سيبوا الغضب
سيبوا الالم
سيبوا السلاح
وتعالوا نعيش
تعالوا نعيش بسلام

(Trascrizione egiziana di Ibrahim)

TRADUZIONE

Mio amato
Con la pace ho depositato i fiori dell’amore
davanti a te
Con la pace
con la pace ho cancellato i mari di sangue
per te
Lascia la rabbia
Lascia il dolore
Lascia le armi
Lascia le armi e vieni
Vieni e viviamo o mio amato
e la nostra coperta sarà la pace
Voglio che canti o mio caro ” occhio mio ” [luce dei miei occhi] E il tuo canto sarà per la pace
fai sentire al mondo,
o cuore mio e di’ (a questo mondo)
Lascia la rabbia
Lascia il dolore
Lascia le armi
Lascia le armi e vieni
a vivere con la pace.

(Traduzione di Ammar)

 

Giocare col mondo facendolo a pezzi
bambini che il sole ha ridotto già vecchi

Non è colpa mia se la tua realtà
mi costringe a fare guerra all’omertà.
Forse un dì sapremo quello che vuol dire
affogare nel sangue con l’umanità.

Gente scolorata quasi tutta uguale
la mia rabbia legge sopra i quotidiani.
Legge nella storia tutto il mio dolore
canta la mia gente che non vuol morire.

Quando guardi il mondo senza aver problemi
cerca nelle cose l’essenzialità
Non è colpa mia se la tua realtà
mi costringe a fare guerra all’umanità.

 

NOTA

Il testo in egiziano è ispirato a una canzone popolare greca della Macedonia.
Il testo della canzone degli Area è di Gianni Sassi ed è tratta dall’album “Arbeit macht frei”, del 1973.
Per la trascrizione e la traduzione dall’arabo dobbiamo ringraziare Gianni Costa e Ammar.
Ringraziamo anche Lorenzo e i gestori del sito www.antiwarsongs.org per averci permesso di utilizzare la loro trascrizione e la loro traduzione, nonché Ale Fernandez e il sito www.guerrillatranslation.es per la versione in inglese, pubblicata su www.inkroci.com .
Potete ascoltare la canzone degli Area qui: https://www.youtube.com/watch?v=kj1P7S47eZQ
Potete ascoltare la cover della canzone realizzata da Ale Fernandez qui: http://soundcloud.com/alefernandez/

Calcio, bellezza e felicità

Inkroci-14-Luglio-Agosto-2015

 

Cari lettori,

Forse qualcuno si stupirà apprendendo che questo numero di Inkroci è dedicato al calcio. Non è stata un’impresa facile convincere tutta la redazione ad accettare un argomento che la maggior parte di essa guardava con disinteresse, sospetto o pura e semplice incompetenza.

Tuttavia, chi oggi vi scrive ha saputo mettere in atto un’accorta tattica di persuasione. Calcisticamente parlando, la definirebbe una fulminea azione di contropiede o, se volesse usare un’espressione più moderna, una perfetta ripartenza. Per spiegarvi com’è andata a finire la questione (anzi, la partita), lasciate però che il vostro cronista continui a usare il gergo in cui fece le sue prime esperienze di lettore.

Davanti a chi, al solo sentir nominare il calcio, gli parlava in redazione della violenza dei tifosi, dello spreco inutile di denaro, dell’inclinazione verso il razzismo, l’omofobia e la corruzione di alcuni suoi esponenti, e persino del periodo negativo in cui versa la Nazionale italiana; davanti a tutto ciò, senza negare ma impercettibilmente sminuendo ogni argomento contrario, egli ha improvvisamente iniziato a citare libri e film.

Ha rapidamente ricordato la Storia critica del calcio italiano di Gianni Brera, scrittore sapido e coltissimo, che teorizza il calcio non già come un gioco, ma come l’immagine viva e autentica dello spirito del popolo da cui esso trae origine. E poi l’etologo inglese Desmond Morris, che in La tribù del calcio dà di questo sport (e della sua presunta carica di violenza) un’interpretazione sociologica, rappresentandolo come un nuovo tipo di caccia rituale, in cui il goal è la preda da catturare e il pallone l’arma per colpirla. E infine Nick Hornby e il suo romanzo autobiografico (e poi film) Febbre a 90°, ove si svela la natura della passione dei tifosi e si spiega che, per chi ama il calcio attraverso la propria squadra, esso non potrà mai, assolutamente mai, essere “solo un gioco”, ma piuttosto una posizione esistenziale o, ancor più giustamente, un destino.

Davanti all’improvviso sbandamento degli avversari, che certo non si attendevano questo dribbling, chi oggi vi scrive ha poi proseguito l’incontro definendo il calcio come fautore di bellezza, e ha infine chiuso citandolo come uno dei maggiori produttori di felicità. Per fare ciò ha chiamato a testimone Umberto Saba, il grande poeta di Trieste e della Triestina. Saba fu fra i pochissimi a intuire il segreto del calcio, il suo duplice dono di bellezza e di felicità, quella miscela preziosissima di intenso e di effimero che da esso scaturisce e che, per brevi istanti, può lenire le amarezze della vita:

Pochi momenti come questi belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
(da Goal)

Voi sapete per esperienza, cari lettori, che quando si parla di libri e di film alla redazione di Inkroci, il vantaggio è assicurato. E sapete anche che, quando il discorso tocca la bellezza e la felicità, il vantaggio si traduce nella vittoria più schiacciante. Non ci sono che la bellezza e la felicità per vincere la partita, nella redazione di Inkroci. E la partita è stata puntualmente vinta! Ecco perché il calcio si è conquistato un posto sulla nostra rivista.

In questo numero di Inkroci, come si conviene d’estate, tratteremo di calcio con leggerezza. Di volta in volta compariranno pezzi allegri, nostalgici, un po’ comici e un po’ commossi. Parleremo di grandi e piccole partite, di onesti calciatori e di campioni. Ma soprattutto parleremo dei tifosi, non teppisti ma uomini, delle loro avventure e della loro sofferta ricerca della felicità.

Buone letture!

Testimoni

Testimoni

L’esule, colui che si allontana volontariamente o forzatamente dalla propria patria, è uno dei protagonisti del nostro tempo, specialmente se per “patria” intendiamo il mondo di appartenenza nel senso più vasto: cultura, idee e morale. É l’essere della trasformazione, colui che è diverso da ciò che avrebbe potuto essere se non avesse vissuto l’esperienza dell’allontanamento.

Per questo il migrante è forse una delle figure centrali di definizione del XXI secolo. Milioni di uomini e donne vivono questa prova che, al di là dell’esperire l’emigrazione in un Paese diverso dal proprio, rappresenta il momento, inevitabilmente violento, del cambiamento di sé. Un emigrante soffre un molteplice sconvolgimento: perde il proprio luogo di origine e di appartenenza, entra in un altro linguaggio e si trova circondato da uomini con comportamenti sociali e codici molto diversi dai suoi. Questo è ciò che rende gli emigranti figure tanto importanti: perché le radici, la lingua e le norme sociali sono tre delle principali parti della definizione di ciò che un essere umano è. L’emigrante, una volta che le ha negate tutte e tre, è obbligato a trovare nuovi modi di descrivere se stesso e di essere uomo.

L’ingresso del nuovo nel mondo non è facile: il rischio non è solo quello della vita, ma anche quello della perdita totale di sé, e spesso si soccombe di fronte alla prova.

L’esule è colui che sperimenta la condizione drammatica dell’assenza, che si stacca da un Paese e perde il retroterra culturale che lo identifica, perché l’emigrazione è, in un primo momento, un gesto violento di privazione, e solo chi riesce a trasformarsi, e ricreare uno spazio al quale appoggiarsi, si può salvare.

La città si collega in modo ripetuto alla questione dell’immigrazione, poiché è essa stessa un luogo del passaggio ed è una meta dell’arrivo. É il luogo in cui “accadono le cose”, e può avere una valenza evocativa inquietante, perché profondamente associata al senso di confusione e di smarrimento;o, al contrario, esaltante, perché diventa il luogo reale e metaforico dell’incontro, dove acquista significato la compresenza e si concentrano in sé i concetti di molteplicità, di coesistenza di realtà incompatibili e diversità di fedi e di culture.

Le città diventano quindi luogo del tutto, perché, come le vite, sono affollate di persone, di fatti, di cose che concorrono a ricomporre un mosaico grandioso. E la città mondo è un elemento di questo nuovo creato. La metropoli diventa luogo dell’incontro, e perciò è anche luogo dell’emigrato che entra in contatto con realtà nuove e che si relativizza.

Lo spirito umano è sempre lo stesso, ma adotta, nelle sue migrazioni, forme sempre variabili. Il nuovo e più enigmatico prodotto del nostro tempo è il migrante, che ripropone il mondo attraverso un’ altra visione, quella di chi parte dall’esperienza dello sradicamento, della separazione e della metamorfosi.

Penso che il problema che si deve porre la letteratura oggi sia quello di rinnovare un linguaggio ed esplorare scritture che esprimano un tentativo di re-impossessarsi delle cose e di un mondo che è anche quello “dell’altro”, per dimostrare che la morale e la realtà sono esperienze interne ad una cultura e sono mutevoli, piuttosto che esterne e assolute.

In questo tempo noi siamo testimoni di un’epopea, vediamo scorrere davanti a noi l’epoca  della gioventù martoriata, della ricerca e  della disperazione, non tanto per ciò che chi fugge si lascia alle spalle, ma per l’ineluttabilità della spinta a muoversi.

Così come l’Iliade e l’Odissea sono i miti fondanti di una cultura e di una civiltà, ed i loro protagonisti rappresentano i campioni, eroi luminosi o al contrario oscuri di quello scontro, la nostra sarà ricordata come l’epoca delle grandi migrazioni, e ciò che ancora dobbiamo scrivere sarà la narrazione della nascita di una nuova civiltà,  la definizione di una nuova letteratura e forse di un nuovo canone letterario.

Noi possiamo solo testimoniare e combattere sul fronte di ciò che crediamo essere la nostra guerra, e  solo scegliere cosa essere tra gli uomini. Non fermeremo nessuno, non è possibile farlo. Il tempo e la storia  non si arrestano.

Un giorno saranno altri a ricordarsi di noi.

Muoia la guerra

Girovagando su Internet è facile leggere post retrivi che inneggiano al ritorno della leva militare obbligatoria. Corredati da commenti “sagaci” quali: “Lo rivoglio farebbe bene a tanti”, “vero..anche alle ragazze..”, “si impara ad ubbidire..l’umilta’..”, “rispetto educazione regole”, “non c’è più rispetto..poca educazione..e le regole sono considerate follia basta guardarsi in giro..” (commenti che ho riportato nella stessa forma in cui sono stati scritti).

Quando ci si esprime su un argomento bisognerebbe partire dalla propria esperienza personale, se la si ha, per poi, eventualmente, estendere il ragionamento a ciò che si è appreso. In questo caso non ho difficoltà a muovermi da ciò che ho vissuto personalmente, e posso dire che non c’è stato anno della mia vita più sprecato di quello che ho prestato al servizio di leva.
Nell’esercito non s’impara l’umiltà: s’impara l’umiliazione.
Si obbedisce, sì, come schiavi a una catena: malvolentieri. E si deve obbedire a qualsiasi sputacchio d’uomo che abbia un grado maggiore del tuo (cioè tutti) nonché ai “vecchi”, cioè quelli degli scaglioni prima del tuo, che si sentono in diritto, per questa sola ragione, di vessarti e di farti anche violenza, se non ti sottometti a chi dovrebbe essere tuo pari (mi riferisco al cosiddetto “nonnismo”). Ma forse è questo ciò che alcuni “benpensanti” intendono per “rispetto”, per “educazione” e per “regole”: la sopraffazione del più forte sul più debole.
Davvero si può rispettare chi non ci rispetta per niente?
La gerarchia non è educazione: è tirannia. Non auguro a nessun figlio di avere un’educazione del genere. Il che non significa che sia un sostenitore del permissivismo, ma soltanto che, all’interno delle caserme, ho conosciuto soltanto il peggio dell’umanità. A obbedire avevo già imparato dai miei genitori, grazie: non avevo bisogno di idioti in divisa che calcassero la mano senza poter vantare alcun diritto se non quello della costrizione.
Se i genitori hanno abdicato all’educazione dei figli non è l’esercito che deve e può rimediare, né la scuola (che pure ha un ruolo educativo fondamentale), come troppi genitori pretendono. Non è un fallimento dei figli, ma un fallimento di chi li ha cresciuti.
Il rispetto, l’umiltà, l’educazione, le regole del vivere civile si imparano a partire dalla famiglia, non nelle istituzioni (che troppo spesso ne sono la negazione). Se i figli crescono “storti” è, spesso e volentieri, perché l’esempio loro dato non è stato edificante; salvo poi pretendere da loro ciò che i genitori non hanno saputo trasmettere. Né, spesso, fare.
A chi parla di leva obbligatoria senza sapere che cosa sia consiglio la visione del film di Marco Risi “Soldati – 365 all’alba”, che spiega in maniera abbastanza fedele che cosa fosse la leva militare nel nostro Paese.

Quest’anno si celebra il settantennale della fine della Seconda Guerra Mondiale e, nel nostro Paese, quello della Liberazione. Noi di Inkroci vogliamo ricordare quel periodo buio della Storia, e per questo gli dedicheremo ampio spazio lungo tutto l’arco dell’anno. Con l’augurio che una guerra come quella che ha messo a ferro e fuoco l’Europa non debba mai ripetersi, e che il pensiero filomilitarista vada in pensione. Per sempre.

Editoriale

Cari lettori,

eccoci al numero di apertura del nuovo anno che ci auguriamo sia fecondo per tutti voi e per la rivista.
Nel 2015 ricorre un anniversario fondamentale per il mondo: è il settantesimo della fine della seconda guerra mondiale e, per l’Italia, è il settantesimo della liberazione dal regime fascista. Un’occasione che Inkroci intende ricordare e celebrare nel corso delle prossime pubblicazioni con diversi articoli a tema così come ha fatto, durante lo scorso 2014, per il centenario della Grande Guerra.
Ma in questo Editoriale vogliamo cogliere l’occasione per ricordare gli avvenimenti più importanti dell’anno appena terminato e per ringraziare sia chi ci ha seguito e apprezzato, sia chi ha dato il proprio contributo con passione e competenza.
Facendo seguito al suo primo evento pubblico, documentato nel bel video di Enola Brain:  https://www.youtube.com/watch?v=VCwKb0RwnzI), Inkroci ha organizzato altre iniziative ampliando la sua rete di contatti.
In marzo, in collaborazione con l’associazione culturale Don Chisciotte e con la casa editrice abrigliasciolta, presso la Sala Consiliare di Roncadelle (Bs), si è tenuto un incontro con Robert Viscusi, l’autore del poema del cambiamento Ellis Island e il traspositore Sandro Sardella.
Attraverso la nostra associazione culturale di promozione sociale Magnolia Italia http://www.magnoliaitalia.com/arte_cultura/), Inkroci è entrata a far parte della rete di associazioni che fanno capo alla Casa delle Associazioni e del Volontariato del Comune di Milano, in via Marsala: una risorsa preziosa di cui avvalerci per creare occasioni di incontro, di collaborazione e di pratica della cultura.
Inkroci è entrata anche nel Forum della Città Mondo del Comune di Milano, attraverso il quale ha avuto l’opportunità di partecipare a Bookcity Milano nell’ambito degli Scritti dalla Città Mondo; il 14 novembre 2014, nel prestigioso contesto della Palazzina Liberty, si è svolto World Crossinks – Inkroci col mondo: una riflessione sulla figura del migrante, il viaggiatore dell’anima, con la lettura di brani che esprimono il “tentativo di riappropriarsi delle cose, del linguaggio, di una realtà che sono quelli dell’“altro”, per dimostrare che la morale e l’esistenza sono esperienze interne a una cultura e sono mutevoli, piuttosto che esterne e assolute” (Anna Ettore). Ringraziamo la lettrice Camilla Zurru e il maestro Claudio Ballabio che l’ha accompagnata alla chitarra.
Claudio ha partecipato anche alla festa organizzata da Inkroci il 5 dicembre scorso in collaborazione con il circolo ARCI Caffè Letterario Primo Piano di Brescia, dove erano in mostra opere di Fausto Capitanio, Sam Franza e Pierfrancesco Sarzi Braga. Qui, insieme a Giacomo Campiglio (alla chitarra elettrica) e a Carmelo Buccafusca (al pianoforte), ha accompagnato le letture interpretate da Luca Bassi Andreasi, Manuela Mantoan, Stefania Mariotto e Biagio Vinella. La serata, molto partecipata, ha visto la presenza degli scrittori Silvia Accorrà e Giuseppe Ciarallo e, ancora una volta, ci ha dato la possibilità di sperimentare come l’interazione fra parole, immagini e musica riesca a creare momenti di forte intensità e bellezza. Sul canale youtube di Inkroci https://www.youtube.com/user/InkrociMagazine), dove è già possibile visualizzare alcuni video di presentazione della rivista, si darà conto di questi e di altri eventi.
Da ultimo, non certo per importanza, siamo molto onorati di ricordare che, a partire dal numero 7, Inkroci collabora con l’Irish Writer Center di Dublino, città UNESCO della Letteratura nel 2010, grazie al quale abbiamo la possibilità di accrescere la qualità del nostro progetto. IWC cura infatti una rubrica totalmente dedicata alla Letteratura irlandese, dal titolo Words from Ireland. È per festeggiare questa collaborazione e per ringraziare IWC e la sua direttrice Valerie Bistany per il suo appoggio e la sua amicizia che abbiamo deciso di dedicare questo numero interamente alla letteratura irlandese. Ringraziamo inoltre Martin Doyle, per averci dato il permesso di pubblicare una sua intervista a Lia Mills apparsa sull’Irish Times, e anche Lia Mills, Niamh MacAlister e William Wall, i cui pezzi ci hanno consentito di costruire questo numero.
Concludiamo cogliendo l’occasione per ricordare come Inkroci sia una rivista indipendente basata sull’attività volontaria dei membri della redazione e dei suoi collaboratori e per invitare quindi i nostri lettori ad aiutare Inkroci a esistere, sia leggendoci e cliccandoci, sia anche attraverso donazioni grandi o piccole, necessarie per coprire le spese di gestione del sito e della pubblicazione della rivista.
Grazie perché ci seguite. Buon 2015 e buona lettura.

Velocità, disperazione, consumo e romanzi epistolari

romanzi-epistolari

Carissimi lettori,
d’improvviso è come se mi fossi risvegliato da un sogno, è come se fossi rinato al mondo dopo un lungo soggiorno nel passato. Soltanto in questi ultimi giorni ho preso coscienza. La mia mente, un tempo rinchiusa nella torre d’avorio della letteratura, è finalmente uscita dal torpore. Il mio buon senso, che i libri stampati sulla carta avevano corrotto, ha ritrovato l’equilibrio. Ora, che posseggo uno smartphone, un tablet, e leggo gli e-book, dopo tanto tempo posso vedere. Anzi, posso vedere come se fosse la prima volta.
Vedo la velocità. Il mondo gira vorticosamente nel mio smartphone, e consuma in un millisecondo tutto ciò che senza speranza vive fra la terra e il cielo. Tutto accade istantaneamente, nel mio smartphone. Vedo, inestricabili, la velocità, la disperazione e il consumo.
Io non sono uno da massimi sistemi. Non vi dirò, carissimi lettori, che ciò che vedo non mi piace. Mi limiterò a portare un solo, piccolo esempio di come la velocità, la disperazione e il consumo abbiano influito sulla condanna di uno dei generi di romanzo che amo di più. Cercherò anzi di difendere e di segnalare i pregi di quel genere. Conscio però che la grande marea degli ebook fra pochi anni lo sommergerà.
Mi sorprende, carissimi lettori, che la maggioranza delle persone con cui parlo di libri, dunque anche qualcuno fra voi, ritenga il romanzo epistolare un genere ormai inavvicinabile. Eppure capolavori come Clarissa, Le relazioni pericolose, il Werther, l’Ortis, Frankenstein e Dracula sono stati scritti in forma epistolare. E se questi vi paiono romanzi del passato, in pieno Novecento sono usciti, fra gli altri, Lettere di una novizia di Guido Piovene, Caro Michele di Natalia Ginzburg, Che tu sia per me il coltello di David Grossman. Tutti romanzi epistolari, come pure Un giorno, altrove di Federico Roncoroni, pubblicato nel 2013 ove, allo scambio di lettere su carta, è stato sostituito quello delle e-mail.
Dunque, il romanzo epistolare è davvero da respingere? Per quanto mi sforzi, davvero non riesco a comprendere i motivi di un verdetto così definitivo.
Vi annoia forse leggere una sequenza di lettere senza nemmeno una descrizione o un dialogo? Siete affamati di azione e non di riflessione? Di pura velocità e non di pause meditative? Eppure in Dracula e in Le Relazioni Pericolose azione e riflessione si alternano a ogni pagina.
Vi sentite forse come voyeur costretti a seguire vicende narrate quasi esclusivamente in prima persona? Vi pare che lo studio psicologico connaturato alla lettera non sia più attuale? O che non porti da nessuna parte? Ciò credo dipenda dall’epoca in cui quei libri sono stati scritti, quando l’analisi minuziosa delle personalità risultava più importante di oggi. Ma anche lo studio psicologico può essere interessante.
O è forse la logorrea della lettera a indisporvi? Si sa che oggi ogni comunicazione che superi le cinque righe (dunque anche questo editoriale) viene classificata come faticosa, polverosa, illeggibile. In realtà una lettera ben scritta, anche se lunga, può essere avvincente e fulminea come una breve scena.
O forse il romanzo epistolare vi appare come un genere ormai inesorabilmente superato? Probabilmente questa è la risposta, ma dire che non si leggono più i romanzi epistolari perché contengono delle lettere è come dire che non si guardano i film in bianco e nero perché mancano i colori.
Mi auguro che, prima di respingere i romanzi epistolari, ci si accosti a essi, almeno ai migliori di essi, senza pregiudizi. E che, in loro compagnia, si lascino da parte per un po’ la disperazione, la velocità e il consumo.
In questo numero di Inkroci appare, nella rubrica Parole di celluloide, una recensione di Le relazioni pericolose, cui si affianca una rassegna dei film che hanno portato sullo schermo la storia narrata nel romanzo.

Buone letture,

Michele Curatolo

Parola alla Parola

Gli uomini creano opposizioni che non esistono, e le mettono in nuovi termini, fissati in maniera che, mentre il significato dovrebbe governare il termine, il termine in effetti governa il significato.

(Francesco Bacone, Saggi, cap. III).

La manipolazione del linguaggio a uso e consumo del potere abita l’uomo da che l’uomo esiste. Già nella Bibbia si assume Dio a Verbum, cioè a parola: Dio è Parola, designata nelle sacre scritture come saggezza e declinata poi, dai grammatici latini, come ciò che denota l’azione in tutti i suoi accidenti. Etimologicamente è curioso, inoltre, evidenziare come si trovi traccia di questo termine nelle lingue orientali (antico persiano e zendo) con l’attribuzione dell’ulteriore significato di insegnare, annunziare.
Non è dunque problema di quest’epoca la corruzione del linguaggio come pericolo per la coscienza individuale e, ancor più, collettiva, ma appartiene all’esistenza stessa della società. Non a caso, in tempi recenti (e, soprattutto, più che mai contemporanei), la Germania nazista organizzò uno dei più grandi Bücherverbrennungen  nell’Opernplatz berlinese: era il 10 maggio del 1933 e non fu, e non è, l’unico esempio di biblioclastia.
Quel che sconcerta, invece, in questa odiernità è l’assenza di dibattito nelle aule della vita, l’assenza di intellettuali che facciano il loro mestiere; l’assenza o la carenza di una controcultura organizzata che agisca la propria indignazione e, soprattutto, allerti dal pericolo insito nell’impoverimento del linguaggio: un nuovo regime di schiavitù per l’uomo in una società assoggettata alla dittatura di una cultura neoliberista, nascosta nell’apparente vessillo della democrazia come baluardo di libertà.
Siamo mirabilmente liberi di avere tutte le informazioni che vogliamo, di accedere, comprare e consumare tutto lo scibile, di sentirci esperti tuttologi aggiornati grazie a cinque righe di un post su un social network. Cinque, perché la sesta riga sarebbe un approfondimento non compatibile con la velocità e la flessibilità delle competenze richieste dal mercato.
Nell’era digitale possiamo traversare ogni confine. Ed essere ritrovati in ogni istante, perché, caso mai ci dessimo da fare per reperire informazioni che ci indichino nuove strade, il potere possa, in tempo di bit, recuperarci e farci scegliere – liberamente, ovvio – se tornare all’ovile della distrazione mediatica oppure essere tagliuzzati dalle forbici della censura, nelle forme che preferiamo. È semplicemente questo quello che accade: annientando la parola si annienta la coscienza.
Paradossalmente la controcultura che combatteva il potere, quando viaggiava di villaggio in villaggio sulle carte ciclostilate, era riuscita a creare coscienza, a creare rivoluzione, a vincere battaglie sociali. Ora è talmente fitta e tecnologicamente avanzata la rete della censura (il progresso non è nato per l’uomo, perlomeno non prioritariamente) che la società vegeta in un perenne stato allucinatorio, vagando nella visione morganica di essere libera e padrona del proprio essere cosciente e conoscente. Orwell ha predetto ciò che noi stiamo vivendo perché Orwell ha semplicemente fatto il suo mestiere: dato alla parola il suo significato.
Qualcuno sostiene che la nostra epoca digitale stia coniando nuovi termini, nuove forme di comunicazione che narrano la realtà, aderendovi e riconoscendola anche nella sua evoluzione linguistica. Una nuova scrittura per nuovi scrittori, dell’adesso, che sappiano raccontare il proprio tempo con il suo linguaggio. E tacciano di conservatorismo chi inorridisce ai “ke”, alla scomparsa dei congiuntivi, ai “piuttosto che” usati impropriamente; a un vocabolario sempre più povero, nello spettro sempre meno rarefatto di un’involuzione linguistica e umana che sta perdendo il senso della parola come creatrice di sapienza e di coscienza. Della parola che annuncia e insegna.
Lo scrittore non è un conservatore della parola; lo scrittore, quando è tale, ne riconosce la potenza, la vitalità, la dinamicità e la possibilità di cambiamento continuo. La parola è parte stessa del futuro perché lo contempla: ha in sé la memoria della storia, la forma del presente e, per il connubio di queste due attitudini, la possibilità di divenire altro, di provare a dire oltre il presente nel dire del presente. La parola stessa ce lo insegna, in quei libri che riconosciamo attuali, che tutti sappiamo indicare come esempio di letteratura senza saper dire che cosa sia letteratura.
Uno scrittore, quando è tale, non confonde l’attualità del tempo con l’uso del linguaggio imposto, ma al linguaggio si inchina, gli rende onore, rispetto, rigore e lo propone al lettore con onestà e significato.
I pochi che ci riescono non solo ci affascinano, ma ci lasciano dentro una perla da coltivare. Ci rendono vita.

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1Roghi di libri

La Contraddizione

Oggi non sei nessuno se non appari in tivù. Questo assunto, che a prima vista sembra figlio soltanto di veline, grandi fratelli e pseudo-amici della De Filippi, è un concetto invero estendibile agli scrittori, agli artisti. E non è la televisione in sé, ma la vetrina che essa costituisce, il pubblico riconoscimento che essa sembra regalare.
Intervistati, coccolati, vezzeggiati o ignorati, disdegnati, esclusi, ormai troppi scrittori sono figli del credo degli ultimi trent’anni: il successo ad ogni costo. E aspirano ad affidarsi proprio al medium che è fautore della più estrema e sistematica distruzione del linguaggio. Disposti a perdere se stessi per guadagnarne in esposizione, trasformandosi in macchiette, in personaggi dati in pasto al pubblico come, nell’arena di un tempo, i nemici ai leoni.
Si fanno, così, schiavi volontari di un mezzo di comunicazione che, nel momento stesso in cui li mitizza, li smitizza costringendoli a una degradante mediazione con la cosa (“res”) dominante, a venire a patti con la propaganda dei valori positivi ufficiali, con un veicolo comunicativo nel quale proprio la comunicazione è l’eterna assente, se non per proporre modelli da cui chi non aderisce si sente escluso. Un compromesso che forza lo scrittore ad un adeguamento verso le pretese esigenze dello spettatore, esigenze peraltro create artificiosamente dal medium stesso in una logica commerciale nella quale è l’offerta a determinare la domanda, e non il contrario; un compromesso in cui lo scrittore si consegna integralmente al consenso massmediatico, per sua stessa natura reazionario e anticulturale.
La necessità ultima del medium televisivo è quella di far dimenticare che la persona sullo schermo è un autore di libri, di trasformarlo in un personaggio, gradevole o sgradevole a seconda delle esigenze; di reprimere quindi la sua natura di scrittore per assoldarlo alle esigenze del palcoscenico.
L’autore, dal canto suo, risulta il più delle volte ridicolo e inadeguato al medium; oppure altero, distante al limite dell’impresentabilità; al peggio, compiaciuto del proprio passaggio televisivo e infine asservito alla cultura dello spettacolo. Comunque privato del proprio ruolo di scrittore: invece di comunicare attraverso le proprie opere con i lettori, si trasforma in attore, in un commediante teso a comunicare la propria rappresentazione di sé agli spettatori, come un qualsiasi banditore di televendite che per raggiungere un più ampio numero di clienti rinuncia alla propria dignità e al proprio ruolo. E, in questa deriva, si integra perfettamente con il sistema neocapitalista, asservendo la propria arte e il proprio intelletto a una cultura dell’immagine dominata da un adeguamento verso il basso per incontrare un pubblico di telespettatori disorientati, di cui in quel momento egli stesso entra a far parte. Ma di quel suo disorientamento non si troverà traccia nelle sue opere, perché ormai avrà raggiunto la certezza che il libro è solo una merce, un prodotto da vendere ad un pubblico di non-lettori. Rinunciando per sempre alla propria originalità, alla possibile unicità della propria voce, alla propria individualità. Rinunciando, cioè, ad essere uno scrittore.

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