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Discorsi dai margini: sulle marginalizzazioni della narrativa di genere

Ci sono parole che nel tempo sono diventate trappole, non per colpa loro, ma per le strutture di potere e di pregiudizio che vi si sono aggrappate. Una di queste è genere. Quando viene accostata alla narrativa, nella critica italiana, tende a evocare una condiscendenza gentile, oppure un sospetto strisciante: “sì, però è solo fantascienza”, “certo, ma è un thriller”, “d’accordo, ma è fantasy”, e così via. Come se l’appartenenza a un genere narrativo – con la sua grammatica specifica, la sua genealogia storica, il suo patto col lettore – fosse una tara da superare, non una risorsa da valorizzare.
È un errore antico e duplice. Da una parte, è l’errore di chi giudica la letteratura solo secondo il canone ufficiale, quello delle opere che si prendono sul serio perché sono già state consacrate da un centro (editoriale, accademico, critico) che si autoalimenta. Dall’altra, è l’errore speculare di chi, marginalizzato da quel canone, reagisce difendendo il proprio spazio come una roccaforte assediata, leggendo ogni riconoscimento come una forma di colonizzazione.
Entrambi gli atteggiamenti sono sbagliati perché basati sulla paura. E la paura, nella costruzione culturale, è sempre un cattivo architetto.

Il “genere”, nel senso narrativo, nasce dai margini. O meglio: si sviluppa nel dialogo tra centro e margine, tra esigenza di visione e meccanismi industriali, tra l’urgenza di raccontare l’invisibile e la necessità di renderlo leggibile. Pensiamo alla science fiction americana degli anni Sessanta e Settanta: fu la palestra per immaginare forme di vita non eteronormate, relazioni sociali alternative, utopie post-capitaliste. Ma era anche un modo per guadagnarsi da vivere scrivendo, per pubblicare racconti brevi in riviste pulp, per entrare in un circuito produttivo che, se da un lato era commerciale, dall’altro lasciava (a chi sapeva approfittarne) una libertà che il “romanzo serio” spesso negava.
Quei margini, allora, erano creativi non malgrado il loro statuto inferiore, ma proprio in virtù di esso. Essere fuori dal canone, fuori dal centro, significava avere meno regole, più aria, più spazio di manovra.
Eppure, ora che alcune di queste voci iniziano a entrare nel centro – che si tratti di un Meridiano per Philip K. Dick, di Oscar dedicati a Ursula K. Le Guin o di una riscoperta di autrici come Joanna Russ o Octavia Butler – accade qualcosa di prevedibile ma non meno triste: da una parte c’è chi snobba la consacrazione, dall’altra chi la teme. Chi dice “non è vero genere”, e chi dice “non è vera letteratura”.

Ma perché esisterebbe una vera letteratura e una falsa? Perché il “mainstream” dovrebbe essere un tempio da difendere dai barbari, o da rifiutare per orgoglio marginale?
In realtà, il problema è nel concetto stesso di “mainstream”, che funziona come un centro illusorio, in continua rinegoziazione, costruito più per escludere che per includere. Oggi, dire che La mano sinistra del buio è “più di un romanzo di fantascienza” equivale a dire che è troppo bello per rimanere confinato nel ghetto del genere. Ma questo significa perpetuare la logica della gerarchia: la stessa che, nel contesto sociale, dice che una donna deve lavorare il doppio per essere considerata quasi all’altezza di un uomo; o che una voce nera, queer, migrante, deve diventare simbolo prima di essere ascoltata in quanto voce.
Anche nella letteratura, dunque, il problema non è solo la marginalizzazione imposta dall’alto. È anche l’autoghettizzazione che nasce da una memoria ferita. Il fandom, le comunità di lettrici e lettori che da decenni coltivano questi generi con dedizione e competenza, a volte reagiscono con diffidenza a ogni apertura, come se l’attenzione fosse un travestimento del controllo, quasi la legittimazione implicasse sempre un’appropriazione.
Ma una narrazione può emanciparsi solo se smette di essere un rifugio e comincia a essere una sfida. L’emancipazione non è il riconoscimento esterno, ma il superamento della paura interna.

Lo sguardo letterario non dovrebbe chiedersi a quale genere appartiene un testo, ma quale mondo costruisce, quale sguardo esercita, quale lingua inventa. La questione vera non è se Dick o Le Guin siano autori “seri”, ma perché mai dovremmo continuare a pensare che la serietà escluda l’immaginazione.
La letteratura dell’immaginario – che sia fantascienza, fantasy, gotico, horror o ibrido – è letteratura. Punto. È lo spazio in cui si può parlare della società senza nominarla, immaginare il futuro per criticare il presente, ripensare il corpo per riscrivere l’identità. È, spesso, il modo più potente per resistere a un mondo che ci chiede di essere leggibili secondo categorie vecchie, rigide e scivolose.

Rivendicare i margini non significa rinchiudersi nei confini: significa riconoscere che dal margine si vede meglio il centro, che dal margine può partire una riscrittura radicale del panorama. Ma solo se si ha il coraggio di non trasformare la marginalità in una fortezza, o in un’etichetta da vendere.
La narrativa di genere ha già fatto questo lavoro. Ha parlato di razza, genere, classe, identità, diseguaglianza, ecologia e tecnologia molto prima che lo facesse la narrativa “alta”. Ha previsto il presente e immaginato l’impossibile. E ha trovato, nei suoi autori e nelle sue autrici, voci che non chiedevano permesso.
Ora che quelle voci stanno entrando anche nei luoghi della canonizzazione, è il momento di non farsi accecare né dal rancore, né dalla reverenza. È il momento di dire, semplicemente: questa è letteratura. Né più né meno. E proprio per questo, è ciò di cui abbiamo più bisogno.

Heiko H. Caimi

Narrativa: contro l’idolatria della prima persona

C’è una nuova forma di miopia intellettuale che avanza mascherata da sensibilità letteraria: quella di chi legge solo romanzi scritti in prima persona, rifiutando con una smorfia tutto ciò che odora di terza. Costoro, con l’aria compunta del sommelier del vissuto, scartano qualunque narrazione che non sia filtrata dall’“io” come se l’empatia, la verità, la profondità psicologica – addirittura la vita stessa – abitassero unicamente dentro i confini angusti della soggettività dichiarata.
Ma davvero pensiamo che l’autenticità di un’esperienza dipenda dal pronome? Che la letteratura viva solo quando la voce narrante coincide col protagonista? Allora gettiamo via Tolstoj, Mann, Woolf (che con la terza ci ha fatto l’anatomia dell’anima), Calvino, García Márquez, Proust, Yourcenar, e perché no: anche Dante, ché l’“io” nella Commedia è un tramite, non un confessionale.

Il feticismo della prima persona è il selfie della narrativa: tutto deve essere filtrato da un “me stesso” costante, rassicurante, limitato. La terza persona – quella che abbraccia, che osserva, che include più di un punto di vista – fa paura. Richiede uno sforzo d’immaginazione, di decentramento, di ascolto. Ma è proprio lì che la letteratura si fa grande: quando ci trascina fuori da noi, invece di chiuderci nella gabbia dorata del nostro riflesso.
Chi legge solo in prima persona non cerca storie, cerca conferme. Non vuole il mondo, vuole lo specchio. E non c’è nulla di più ottuso che scambiare l’ego per l’universo narrativo.

 

Chi legge solo in prima persona non ama la letteratura: ama sentirsi raccontare soltanto se stesso con parole altrui.

Heiko H. Caimi

Heiko H. Caimi – Scrivere non è un lavoro serio

In Italia, se dici che scrivi, inevitabilmente qualcuno ti chiederà: Sì, ma che lavoro fai?
Non che altro fai?, né come lo coniughi con la scrittura, ma proprio che lavoro fai?, con l’implicito sottinteso che scrivere, per definizione, non è lavoro. Al massimo è un passatempo, un esercizio dell’anima, un hobby eccentrico da tollerare con affetto, almeno finché non interferisce con le bollette.
E tu, che magari scrivi ogni giorno, che macini parole come pane, che sudi sulla punteggiatura come un artigiano sul legno, ti ritrovi a dubitare. Sto davvero lavorando?
Perché il paradosso è proprio questo: finché scrivi per conto tuo, per amore, per necessità o per disperazione, non sei percepito come uno che lavora. Se invece scrivi su commissione, se ti pagano per farlo (e si sa che in Italia succede poco e male), allora forse, ma solo forse, stai lavorando. Ma guai a sembrare felice: se ti piace, se ci trovi gusto, non può essere lavoro davvero.

Viviamo immersi in un paradigma culturale che ha qualcosa di moralmente ipocrita e socialmente deprimente: il lavoro, per essere “serio”, deve contenere fatica, alienazione, costrizione. E se non ce l’ha, non ha valore. Dev’essere qualcosa da cui vorresti fuggire, non qualcosa che ti fa alzare la mattina con urgenza e fuoco in petto.
Questo è imbarazzante. È inquietante. Ma, soprattutto, è dequalificante.
Significa che non riconosciamo valore a ciò che è immateriale, che non produce beni tangibili o che non genera profitto immediato. Significa che tutto ciò che è creazione viene sospettato di ozio (e non il nobile otium degli antichi romani), e ogni forma d’arte è buona solo se diventa spettacolo – cioè se serve a intrattenere, distrarre, in una parola vendere.

Un libro non è un libro, è un “prodotto editoriale”. Uno scrittore non è uno scrittore, è “uno che pubblica”.
Un poeta? Ah beh, lui è matto, ma simpatico.
Il disprezzo per le professioni artistiche in Italia è un paradosso storico. Siamo il Paese di Dante, di Michelangelo, di Pirandello, di Pasolini – ma proprio per questo, forse, tutto ciò che è arte è visto come un’eccezione irraggiungibile. L’arte “vera” è morta coi grandi. Quello che si fa oggi è roba da dilettanti, o da furbi.
C’è poi l’eco di un cattolicesimo ancora duro a morire, che ha insegnato per secoli che la sofferenza nobilita e il piacere disonora. Se scrivere ti dà gioia, se ti sembra di fare qualcosa di tuo, non può che essere sospetto.
Infine, pesa una concezione economicista che ha invaso tutto: o qualcosa è utile (cioè produce profitto), o non esiste. E l’arte, si sa, non produce fabbriche né PIL (“con la cultura non si mangia”, diceva Tremonti), salvo quando diventa “industria culturale” e allora, per miracolo, viene nobilitata.

Ma scrivere è lavoro. Scrivere è progettare, costruire, scartare, correggere, rifare. Scrivere è esercitare un mestiere antico e fragile, fatto di studio, di esperienza, di talento e di fallimenti. Scrivere è anche un servizio: dare parole agli altri, ai loro pensieri inconfessati, alle emozioni che non sanno nominare, né tantomeno spiegare o raccontare.
Bisogna dirlo ad alta voce, senza vergogna e senza quella risatina di scusa che spesso accompagna chi dice “scrivo”. Perché finché non saremo noi per primi a riconoscerne il valore, continueranno a chiederci, con un sorriso tra l’ironico e il condiscendente: Sì, ma che lavoro fai davvero?
Occorre una nuova grammatica del valore, capace di riconoscere come “lavoro” anche ciò che non si consuma in una catena di montaggio o in una tabella Excel. Una grammatica che non separi più l’utile dal bello, il produttivo dal simbolico, l’individuo dal suo desiderio.
Perché se è vero che la scrittura, quando è autentica, è spesso mossa dal piacere, dalla necessità espressiva o dalla spinta interiore, è altrettanto vero che ogni pagina scritta con dedizione e competenza è frutto di un investimento totale, spesso a costo di sacrifici che nessuno vede o accredita.
Non è solo questione di farsi riconoscere come “lavoratori” nel senso sociale del termine, ma di rovesciare il paradigma stesso: non tutto ciò che è fatica è lavoro, e non tutto ciò che dà gioia è ozio.
Scrivere è costruire mondi. E chi costruisce mondi lavora. Eccome se lavora. Perché scrivere non è evadere dalla realtà: è fabbricarla con strumenti invisibili – e ogni mondo che abitiamo è stato prima immaginato da qualcuno che, sì, stava lavorando.

Il teatro della fantasia

Quando Wolfgang Iser[1] dice che “la lettura è un’arena ove lo scrittore e il lettore insieme mettono in scena un dramma di fantasia”, coglie un aspetto fondamentale dell’esperienza letteraria: leggere non è un atto passivo, ma un incontro, uno scambio, quasi una performance. La lettura avviene in uno spazio condiviso tra chi scrive e chi legge, un luogo immateriale ma potentissimo nel quale si costruisce un mondo e si dà vita a una storia.
Dal punto di vista dello scrittore, la pagina è come un palcoscenico vuoto. Può disporre le luci, decidere i movimenti dei personaggi, costruire scenari e dialoghi, eccetera, ma tutto resta inerte finché non entra in scena il lettore. L’autore, per quanto possa essere meticoloso nel descrivere un’emozione, un paesaggio o un’azione, non potrà mai prevedere esattamente come verrà recepito ciò che ha scritto. Il dramma di fantasia si compone nel momento in cui il lettore porta con sé il proprio vissuto, la propria sensibilità e la propria immaginazione per riempire i vuoti lasciati dalla scrittura.
E qui arriva la parte del lettore. Ogni lettura è un’interpretazione: è a sua volta un atto creativo. Leggere un romanzo, una poesia o un racconto significa partecipare attivamente al gioco letterario, farsi co-autori dell’opera. È come entrare in un teatro in cui il copione esiste già, ma la messa in scena cambia ogni volta, a seconda dello spettatore. Un lettore può cogliere sfumature che un altro ignora, può soffermarsi su un passaggio apparentemente secondario e farlo risuonare dentro di sé con una potenza che l’autore forse non aveva neanche previsto. In questo senso, ogni lettura è unica, irripetibile, una sorta di dramma personale che si svolge nella mente di chi legge.
Pensiamo a quando rileggiamo un libro a distanza di anni: spesso ci accorgiamo che sembra quasi un libro diverso. Ma il testo non è cambiato, siamo cambiati noi. Il nostro modo di leggere si trasforma con il tempo, perché la lettura è un processo dinamico, un dialogo in continua evoluzione tra chi scrive e chi legge e tra chi legge e se stessi.

L’arena di cui parla Iser non è un semplice luogo di osservazione, ma un campo di battaglia per l’immaginazione. Il lettore e lo scrittore si incontrano lì dentro, si confrontano, a volte si fraintendono, altre si comprendono perfettamente.
La scrittura è un atto solitario, la lettura lo completa in un incontro virtuale che rende vivo il testo. Ed è in questo spazio condiviso che avviene la magia: il dramma della fantasia prende vita e si rinnova ogni volta che qualcuno sfoglia una pagina e lascia che le parole si trasformino in immagini, suoni, emozioni.
Così, ogni libro diventa un palcoscenico senza tempo, pronto a riaccendersi ogni volta che un nuovo lettore vi posa lo sguardo. Perché la letteratura non esiste senza occhi che la leggano e menti che la sognino.
Un libro chiuso è solo carta e inchiostro; è lo sguardo del lettore a sollevare il sipario dell’immaginazione.

La Redazione


[1] Wolfgang Iser (1926-2007) è stato un teorico della letteratura tedesco, noto per la sua teoria della ricezione. Professore all’Università di Costanza, sviluppò il concetto di lettore implicito, sostenendo che il significato di un testo non è fisso, ma nasce dall’interazione tra testo e lettore. Nel suo saggio L’atto della lettura (1976), esplorò l’idea degli “spazi vuoti” (Leerstelle), ovvero le lacune narrative che il lettore deve colmare con la propria immaginazione. Secondo Iser, la letteratura stimola un processo attivo di interpretazione, rendendo ogni lettura un’esperienza unica. Influenzato dall’estetica della ricezione di Hans Robert Jauss, Iser contribuì a spostare l’attenzione critica dal testo al lettore, anticipando molte discussioni contemporanee sull’interpretazione. Il suo pensiero ha avuto un impatto duraturo sulla teoria letteraria, influenzando ambiti come la narratologia e l’ermeneutica.

Shakespeare era italiano? Un’ipotesi suggestiva

Cari lettori,

oggi ci addentriamo in una delle teorie più affascinanti e al contempo controverse riguardanti la figura di William Shakespeare: quella delle sue presunte origini italiane. È importante chiarire fin da subito che, sebbene questa ipotesi catturi l’immaginazione per la sua carica enigmatica e per la sua idealizzazione romantica, non è supportata da evidenze documentali riconosciute dalla maggior parte degli studiosi. Tuttavia, esplorare questa tesi può offrirci spunti interessanti sia sul modo in cui interpretiamo le opere shakesperiane, sia sui processi di costruzione dell’identità letteraria nell’epoca moderna.

Immaginate per un momento che Shakespeare, o meglio il misterioso autore che ci cela dietro quel nome che tutti conosciamo, abbia avuto radici ben diverse da quelle tradizionalmente attribuite a un nativo di Stratford-upon-Avon. I sostenitori di questa ipotesi osservano che molte delle sue opere sono ambientate in Italia. Pensate a Il mercante di Venezia, a Romeo e Giulietta o addirittura a Otello: queste storie, con i loro paesaggi, le usanze e gli intrighi caratteristici, sembrano trasudare una conoscenza approfondita della realtà italiana. Alcuni sostengono che una tale familiarità non potrebbe derivare semplicemente dall’interesse intellettuale per il Rinascimento e la tradizione classica, che erano piuttosto diffusi in Inghilterra negli ambienti intellettuali, ma potrebbe far pensare a un’esperienza diretta, a una formazione che abbia visto l’Italia come terra d’origine.
Un ulteriore elemento riguarda il linguaggio e lo stile. C’è chi nota come alcuni giochi di parole, riferimenti culturali e citazioni classiche presenti nelle opere di Shakespeare possano avere un’impronta che richiama la tradizione letteraria italiana. L’ipotesi qui è che l’autore abbia avuto un’educazione o un retroterra familiare che l’ha esposto direttamente a quella cultura, contribuendo in modo determinante alla sua produzione artistica.
Poi c’è l’aspetto più speculativo, legato alla possibile origine familiare. Alcuni studiosi hanno suggerito che il nome della madre di Shakespeare, tradizionalmente conosciuta come Mary Arden, potrebbe in realtà essere il risultato di una trasformazione: da un ipotetico “Maria Ardenzi” a una forma più anglicizzata, per adattarsi meglio alle convenzioni locali. Questo tipo di argomentazione, pur essendo estremamente suggestiva e capace di stimolare l’immaginazione, si basa principalmente su giochi di speculazione filologica e sulla scarsità di documenti certi riguardanti la vita privata dell’autore.

Un ulteriore aspetto da considerare è la lacuna documentale che circonda la vita di Shakespeare. Come spesso accade con figure così straordinarie, la mancanza di fonti dettagliate ha dato origine a numerose teorie alternative. In un contesto in cui il ritratto biografico è incompleto, l’ipotesi che il nome Shakespeare possa essere stato un alias o una copertura per nascondere un’origine più complessa, forse addirittura italiana, diventa un argomento affascinante e suggestivo, sebbene privo di un reale sostegno empirico.
Infatti la documentazione storica e genealogica ci offre un quadro molto diverso: i registri dell’epoca attestano che William Shakespeare nacque e visse a Stratford-upon-Avon, in un contesto ben definito della società inglese. Non esistono, nei documenti ufficiali, tracce che facciano pensare a un collegamento diretto con l’Italia, sia per quanto riguarda la sua formazione, sia per le origini della sua famiglia. L’ambientazione italiana nelle sue opere, per quanto evocativa, può essere interpretata come parte dell’ampio fermento culturale dell’epoca, dato che il Rinascimento italiano esercitava una grande influenza sulla letteratura europea, senza necessariamente implicare un’esperienza personale diretta.
Il consenso accademico, basato su un ampio corpus di studi critici e storici, rimane fermo alla tradizione secondo la quale Shakespeare è un prodotto della cultura e del contesto inglesi del tardo Rinascimento. Le teorie revisioniste, sebbene stimolanti e degne di discussione per il loro approccio critico alle fonti e alla biografia dell’autore, non hanno ancora fornito prove sufficienti per modificare il quadro storico consolidato.

Per dirla in maniera shakespeariana, nel labirinto dei sospetti la verità brilla come una lanterna solitaria, guidando chi osa cercare oltre l’ombra del dubbio.

La Redazione

Manuali di scrittura creativa: il grande complotto per annientare il tuo genio

Tu, scrittore puro, anima incontaminata dalle nefaste influenze del mondo esterno, vessillo vivente della creatività incontaminata! Il tuo talento è un fiore selvatico, nato spontaneo tra le crepe dell’asfalto, immune da qualsiasi forma d’irrigazione artificiale. E guai a chi osa suggerirti che, forse, ma solo forse, una spruzzatina d’acqua ogni tanto potrebbe farti bene!
Dovessi mai leggere un manuale di scrittura creativa, rischieresti la catastrofe: un’invasione di regole assassine, schemi costrittivi, trappole infernali travestite da consigli. L’orrore! Ti sveglieresti una mattina con la testa piena di strutture narrative, di idee sull’arco di trasformazione del personaggio, di consapevolezza sulla costruzione di una scena. Ormai irriconoscibile, avresti perso per sempre la tua spontaneità, trasformandoti in uno di quei poveretti che scrivono romanzi leggibili, con trama, scene, sequenze, dialoghi e tutto il resto. Il tuo io artistico, ormai snaturato, piangerebbe lacrime d’inchiostro sotto il giogo corruttore del Grande Sistema Editoriale.
E che dire dei corsi di scrittura creativa? Luoghi di perdizione, ovviamente. Veri e propri centri di rieducazione letteraria in cui individui privi di talento si riuniscono per apprendere le tecniche di base. Tecniche! La parola stessa dovrebbe farti rabbrividire. Perché mai uno scrittore degno di questo nome dovrebbe imparare qualcosa da chi ha già pubblicato ed è stato letto da milioni di persone? Chi mai vorrebbe ricevere consigli da qualcuno che ha già fatto il percorso che tu sogni d’intraprendere?
No, no, meglio restare puri e liberi, fluttuando nell’etere dell’ispirazione, senza lasciarsi contaminare da quegli esseri inferiori che studiano, provano, sbagliano, imparano. Meglio ignorare l’evidenza storica che dimostra come anche i grandi scrittori abbiano avuto maestri, abbiano letto con attenzione chi li ha preceduti, abbiano affinato il proprio stile con pazienza e continuo confronto. Meglio restare convinti che la scrittura sia una sorta di talento divino che o ce l’hai o non ce l’hai, come la capacità di camminare sulle acque tipica dei geni innati.
E se poi la tua prosa risulterà involuta, illeggibile, pretenziosa e sconclusionata, pazienza. Il mondo non ha mai capito i geni, del resto, si sa. Gli editori, i lettori, i critici: tutti corrotti dal malefico influsso della tecnica. Il vero scrittore non si piega a queste miserie. Rimane incompreso. Rimane autentico. Rimane, soprattutto, inedito.

Italiani deficienti?

Secondo quanto emerso da una ricerca effettuata dalla rivista mensile Riza Psicosomatica, gli italiani si sentono in media poco intelligenti: lo dicono loro, non lo diciamo noi.
L’indagine, compiuta su un campione di oltre mille italiani tra i 20 e i 60 anni, fa emergere un livello di autostima bassissimo e una fortissima svalutazione del mezzo librario.
Ma andiamo con ordine.

Il 27% degli intervistati identifica l’intelligenza con il successo. Mal gliene incolga: è vero che l’intelligenza aiuta, ma basta accendere la televisione per rendersi conto del fatto che la maggioranza delle persone “di successo” è più vicina ai cerebrolesi che ai geni. Senza contare che, nell’amministrazione pubblica come in quella privata, le raccomandazioni contano molto di più della preparazione e dell’intelligenza. E non serve essere intelligenti per saperlo.

Poi si confondono, come sempre, l’intelligenza con l’erudizione. Per uscire dall’università con 110 e lode non serve essere intelligenti, basta aver studiato diligentemente. Certo, serve anche essere pieni di “concetti vincenti”. Ma questo è un discorso a latere. Come il fatto che, per aver successo, bisogna essere irreggimentati in una mentalità qualunquista e reverente, saper essere yes-man e rinunciare alla propria dignità. Il che tutto mi sembra fuorché sinonimo d’intelligenza.

Ma passiamo alle altre definizioni di intelligenza date dagli intervistati.

Il 21% identifica l’intelligenza con la brillantezza.
Beh, in questo caso l’intelligenza aiuta, non c’è dubbio, eppure ci sono moltissime persone intelligenti che non sono particolarmente brillanti: la brillantezza è qualità del dialogo, dello spirito, della vivacità, tutte doti che non sono necessariamente un sinonimo d’intelligenza.

Il 17% poi, l’identifica con l’intuito. Il che ci conferma, come già avevamo cominciato a sospettare, che il problema degli italiani non è la scarsa intelligenza, ma l’abissale ignoranza. Discorso sul quale torneremo in seguito.
L’intuito, l’intuizione, sono “illuminazioni” improvvise che ci raggiungono, specialmente in momenti di difficoltà, dal subconscio e ci permettono di risolvere una situazione più o meno difficile. L’intuito ha a che fare con la prontezza e con l’istinto, con decisioni prese d’impulso, senza tanto ragionare. Non serve essere intelligenti per avere intuizioni: anzi, quanto più saremo primitivi tanto più avremo intuizioni improvvise, perché più vicini allo stato naturale dell’uomo.
Vero è che ciò che chiamiamo intuito può aver a che fare anche con l’acutezza e la perspicacia, doti legate all’intelligenza, ma sono casi più unici che rari.

Il 18%, fortunatamente (ma si tratta di una percentuale estremamente bassa) identifica l’intelligenza con la capacità di risolvere i problemi quotidiani. Certo, questa non è l’unica funzione dell’intelligenza, ci mancherebbe altro, ma i problemi quotidiani restano irrisolti se non si usa l’intelligenza. A meno che non si proceda per continue intizioni, il che è perlomeno improbabile.

Un dato sconfortante, però, è quello del 9% degli intervistati, percentuale drasticamente bassa, che indica come definizione di intelligenza “una visione più ampia delle cose”. Alleluia! E meno male che le definizioni di intelligenza erano date dal questionario, sennò che cosa ne sarebbe uscito?
Certo, quando si adopera l’intelligenza si ha una visione più ampia delle cose, si fanno più facilmente collegamenti ed estrapolazioni, si è più dinamici qualunque siano gli accadimenti della nostra vita, anche se non si ha successo, non si è brillanti e non si hanno intuizioni geniali (semmai si possono avere deduzioni geniali!).

Il dato che però lascia maggiormente basiti è quello del 54% degli intervistati: una percentuale altissima di italiani asserisce che essere intelligenti non è altro che un talento innato, se non addirittura una questione genetica. Alibi che mette al riparo dall’esser preparati, dal mettersi in gioco, dal coltivare la propria intelligenza. Sì, perché se io asserisco che essere intelligenti è un talento innato affermo, per proprietà transitiva, che a nulla serve leggere, studiare, informarsi, mettersi alla prova: se non sono intelligente non lo sarò mai, qualunque cosa faccia. La tesi genetica è ancora più grave: nessuna speranza è data ai non intelligenti, perché per motivi genetici non potranno mai arrivare a migliorarsi. Come giustificazione della bestialità e dell’ignoranza è davvero niente male!
Non sono intelligente, quindi non mi muovo. Non aspettatevi niente da me. Non mi prendo nessuna responsabilità in merito (in merito a che cosa? A niente). Fallo tu, che sei intelligente. Io non ci posso arrivare. Sono questi gli alibi del 54% degli italiani, un 54% che non vuole impegnarsi, migliorare, prendersi responsabilità, che scarica e scaricherà sempre sugli altri il compito di andare avanti, che si deresponsabilizza elevando a valore i propri limiti. Che non ha nessuna voglia di impegnarsi a crescere e ad accrescere le proprie conoscenze. Una popolazione di pigri e ignoranti che non ha nessuna voglia di far fatica.

Guarda caso, il 53% degli intervistati (solo l’1% in meno della precedente) afferma, sconsolato, di non far parte del popolo degli intelligenti. E certo, è comodo addebitare le proprie sfortune, la propria impreparazione, l’assoluta mancanza di voglia d’impegnarsi e di faticare alla scarsa intelligenza. E infatti non credo che il 53% degli intervistati sia stupido: credo semmai che quella sia la percentuale dei furbi, dei vittimismi astuti che non prendono mai sulle proprie spalle la responsabilità di migliorare la propria vita e quella delle persone che stanno loro accanto. Anzi, non fanno che affliggere il peso deki loro comportamenti.

Tanto più che il vittimismo è lo sport preferito dagli italiani, e non solo dagli anonimi individui, ma sempre più spesso anche dai politici e dalla classe dirigente. Un qualunquismo che giustifica tutto, soprattutto a se stessi e ai propri interessi, e che favorisce l’ipocrita buonismo per cui chi, poverino, non ce la fa, non ha nessuna possibilità di impegnarsi e migliorare, ma viene giustificato e gratificato della propria inoperosità, della propria inerzia, della propria apatia o, per dirla cristianamente, della propria accidia.


Pubblicato per gentile concessione di Progetto Babele.

Social network: la grande eutanasia dell’intelligenza

Un uomo che non pensa è come un uomo che non vive.
Miguel de Unamuno

 
C’è stato un tempo in cui la parola, quell’umile tessitrice del pensiero, era lo strumento più nobile dell’intelligenza umana. Un tempo in cui il confronto delle idee nasceva dall’argomentazione, dall’approfondimento e dalla riflessione. Ma ecco sorgere, come una nube tossica sopra il panorama intellettuale, i social network: piattaforme che hanno decretato la morte lenta e dolorosa dell’intelligenza collettiva.
I cosiddetti social non sono una semplice evoluzione tecnologica, ma una mutazione antropologica: hanno trasfigurato il dialogo in un’arena di scontri inutili, in cui l’unico obiettivo è urlare più forte degli altri. Il principio fondante dell’intelligenza – il dubbio – è stato soppiantato dal dogma del “like”, dalla dittatura sbrilluccicante dell’apparire. Qui non si cerca la verità, ma la visibilità.
Su queste piattaforme il pensiero critico muore, strangolato da una spirale di superficialità e approssimazione. Perché leggere un libro, quando un meme di dieci parole può regalarti l’illusione di sapere tutto su qualsiasi argomento? Perché ascoltare un’opinione diversa dalla propria, contrastante i propri pregiudizi, quando un algoritmo ben tarato mostra solo ciò che conferma le proprie idee preconfezionate?
I social network sono un gigantesco esperimento di lobotomia di massa. Hanno ridotto la capacità di attenzione umana al livello di un pesce rosso, trasformato il dibattito in una fiera del sarcasmo e reso virale ogni forma di idiozia. La semplificazione estrema, lo slogan ad effetto, il pensiero ridotto a poltiglia sono le nuove valute del nostro tempo. L’intelligenza è lenta, faticosa, richiede tempo: i social network sono rapidi, immediati e, soprattutto, premiano per il nulla. La nullificazione dell’esistenza.
Un tempo si diceva che l’ignoranza fosse una condizione da superare con lo studio e la conoscenza. Oggi, grazie ai social, l’ignoranza è diventata una medaglia al valore, da esibire con orgoglio con viso tronfio e aria di superiorità, come dei parvenu dell’autoreferenzialità coatta. Chi urla di più è il più popolare. Ogni argomento complesso viene ridotto a una manciata di caratteri, ogni discussione profonda sommersa da battibecchi insulsi e offese gratuite.
E attenzione: questa eutanasia dell’intelligenza non è un incidente, ma una strategia deliberata. I social, con i loro algoritmi, non cercano di educare l’utente, ma di tenerlo incollato allo schermo, in un circolo vizioso di indignazione, superficialità e conferme continue dei propri preconcetti. Perché un utente intelligente non è un buon cliente. Un cliente intelligente si stanca, si annoia, cerca altro. Un cliente stupido invece scrolla, clicca, gracida, compra.
Siamo di fronte a una civiltà che sta bruciando la propria intelligenza sull’altare dell’intrattenimento istantaneo. E mentre il mondo reale brucia, ci preoccupiamo solo di quale foto riceverà più cuoricini. È questa la grandezza cui dovremmo aspirare? È questo il futuro che sognavano i filosofi, gli scienziati, gli artisti? Un mondo in cui tutto è opinabile, in cui il sapere vale quanto un commento qualunque scritto da un maleducato arrogante in preda all’ira?
I social network non sono solo un problema tecnologico, ma un problema morale. Hanno trasformato l’intelligenza in un peso e l’ignoranza in un vantaggio. Ci stanno consegnando un mondo nel quale pensare è un difetto, in cui la riflessione è lenta e inutile e chi parla troppo a lungo non viene ascoltato.
Allora chiediamoci: vogliamo davvero accettare questa eutanasia dell’intelligenza? O vogliamo riprenderci il diritto di pensare, di dubitare, di discutere con lentezza, profondità e rispetto? Di dare un senso a tutto questo bailamme che ci sfarfalla in preda all’epilessia dinnanzi agli occhi?
L’intelligenza è ancora lì, sepolta sotto montagne di post inutili e tweet rabbiosi. Tocca a noi dissotterrarla, darle ossigeno, ridarle il posto che merita. Altrimenti saremo i becchini del nostro tempo, del nostro stesso pensiero. E non avremo nemmeno la dignità di versare una lacrima.
Risorgiamo, prima che sia troppo tardi. Ritorniamo a pensare, prima che smettano di farcelo fare. Perché manca tanto così a un abisso senza ritorno.

 

La cultura del “carino”: il trionfo del dimenticabile

Viviamo in un’epoca in cui la cultura del “carino” sembra dominare. Film, serie TV, libri, musica e perfino opere d’arte sono spesso definiti con questo aggettivo, che non è certo sinonimo di capolavoro, ma nemmeno di mediocrità totale. Il “carino” si colloca in una zona di comfort: piacevole, gradevole, ma tutt’altro che memorabile. Questa categoria del “nulla” è diventata un rifugio sicuro sia per i produttori che per i consumatori di cultura. Ma quali sono le implicazioni di questa tendenza? E perché è importante distinguere tra intrattenimento fugace e valore artistico duraturo? 

Il concetto di “carino” è strettamente legato al consumo rapido e superficiale. In un mondo nel quale l’attenzione è frammentata e dominata dall’iperproduzione, ci troviamo sommersi da contenuti progettati per essere facilmente digeribili. Questi prodotti non richiedono impegno intellettuale o emotivo: non provocano riflessione profonda, si limitano a offrirci un’esperienza piacevole e momentanea.
Un esempio emblematico è rappresentato dalle piattaforme di streaming, che promuovono serie “carine”, spesso confezionate con dialoghi brillanti, colpi di scena calibrati e trame che seguono schemi collaudati. Sono prodotti che non mirano a rimanere nella memoria collettiva, ma a soddisfare il desiderio immediato di distrazione.

L’attrazione verso il “carino” è radicata in due fattori principali: la saturazione culturale e il desiderio di evasione. L’iperproduzione di contenuti rende impossibile dedicare il tempo e l’energia necessari a discernere tra opere che meritano o non meritano attenzione. Al contempo la vita moderna, con le sue pressioni e le sue complicazioni, ci spinge a cercare forme d’intrattenimento che ci diano un conforto senza sfidarci troppo. Anche affrontare ciò che provoca pensiero è percepito come stressante: sarebbe un momento impegnativo in una giornata già abbastanza impegnativa.
Come ha rilevato il critico culturale Neil Postman, viviamo in un’epoca in cui ci “divertiamo fino alla morte”: il bisogno incessante di distrazione ha trasformato il consumo culturale in un rito passivo. I prodotti “carini” rispondono a questa domanda, poiché forniscono un’esperienza che è, per definizione, priva di profondità e di significato duraturo.

Non c’è nulla di sbagliato nel cercare intrattenimento. In fondo, il divertimento è una componente essenziale della vita. Tuttavia, pretendere che il “carino” venga elevato a qualcosa di più è non solo irrealistico, ma anche ridicolo. Un romanzo, un film o una serie televisiva che si limiti a intrattenere non dovrebbe essere messo sullo stesso piano di un’opera che sfida le convenzioni, esplora temi universali o resiste alla prova del tempo.
Consideriamo, per esempio, la differenza tra un romanzo come Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen e un qualsiasi bestseller contemporaneo progettato per il consumo rapido. Mentre il primo continua a essere studiato e apprezzato secoli dopo la sua pubblicazione, il secondo è destinato a scomparire dalla memoria collettiva una volta esaurita la sua spinta commerciale. Non è una questione di snobismo, ma di riconoscere che alcune opere sono progettate per avere un impatto duraturo, altre no.

È cruciale che, come consumatori di cultura, impariamo a distinguere tra ciò che è semplicemente piacevole e ciò che ha un valore artistico intrinseco. Questo non significa rinunciare al piacere dell’intrattenimento, ma sviluppare una maggiore consapevolezza critica.
In un mondo nel quale il “carino” regna sovrano, il rischio è di perdere il contatto con le opere che realmente hanno significato e possono aggiungere qualcosa alla nostra vita, ispirandoci e arricchendoci. Come scriveva Italo Calvino, “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire”. Forse è tempo di tornare a cercare quei classici, vecchi o nuovi, che possano farci uscire dalla comfort zone e ci invitino a sfidare la comune abulia.

Lo scrittore come prodotto: il rischio della mercificazione nell’era contemporanea

Nella contemporaneità, caratterizzata dall’iperconnessione e dall’imperativo della visibilità, si afferma con sempre maggiore forza l’idea che lo scrittore non sia più solo un autore, ma un prodotto da commercializzare. Questo fenomeno è il riflesso di una logica di mercato che permea ogni aspetto della produzione culturale e che riduce l’atto creativo a una prestazione misurabile e vendibile. Scrivere non è più concepito come un’espressione autentica, ma come un processo che deve rispondere a dinamiche di marketing, algoritmi e metriche di successo. Non a caso c’è già chi scrive romanzi e racconti con l’intelligenza artificiale.

L’idea di essere “appetibili”, “visibili” e “notati” alimenta una forma di ansia culturale che trasforma lo scrittore in un agente del proprio brand personale. I social media e le piattaforme digitali incentivano questa dinamica, offrendo agli autori strumenti per promuoversi, al prezzo di una costante esposizione. Lo scrittore si trova così a inseguire un’idea di successo basata su parametri quantitativi: follower, copie vendute, like, recensioni reali e prezzolate. Il valore dell’opera è subordinato al suo rendimento, e il processo creativo rischia di essere snaturato dalla ricerca di approvazione.
Questo meccanismo ha implicazioni profonde. L’autorità dello scrittore non si misura più attraverso la qualità della sua voce o l’originalità del suo pensiero, ma attraverso la sua capacità di aderire a modelli di consumo. La scrittura diventa una performance calibrata su ciò che “funziona”: il linguaggio si piega alle mode, i temi si appiattiscono su ciò che è già noto e rassicurante per il pubblico. Si perde, così, l’autenticità dell’esperienza artistica.

La riduzione della scrittura a merce comporta una ridefinizione del rapporto tra autore e opera. Non è più l’opera a definire l’autore, ma il contrario: l’autore diventa un veicolo per la vendibilità dell’opera. La scrittura viene deprivata della sua dimensione simbolica, ridotta a un insieme di parole pesate, confezionate e messe in vendita come un prodotto da scaffale. Questo processo genera un cortocircuito: l’autore, ossessionato dal riscontro esterno, finisce per non scrivere più per comunicare un’idea o esplorare una verità interiore, per provocare e per mettere in discussione, ma solo per soddisfare aspettative altrui: estranee e imprigionanti.
A complicare ulteriormente questo scenario, si aggiunge l’uso crescente dell’intelligenza artificiale nella scrittura non solo di testi tecnici, ma di narrativa. Algoritmi addestrati su enormi volumi di testi sono in grado di generare racconti, poesie e persino romanzi in pochi secondi. Sebbene queste tecnologie siano strumenti potenti, il loro impiego per produrre letteratura solleva interrogativi etici e artistici: può un testo generato da una macchina avere lo stesso peso di un’opera nata dall’esperienza e dalla riflessione umana? L’uso dell’intelligenza artificiale rischia di spingere ulteriormente verso una standardizzazione della scrittura, annullando la voce unica dell’autore e rafforzando l’idea che i testi siano meri prodotti replicabili, piuttosto che espressioni irripetibili di un’identità.
La conseguenza più grave di questa dinamica è la perdita di profondità. La scrittura, anziché essere un mezzo per interrogare il mondo e noi stessi, diventa una superficie levigata, priva di spigoli o asperità. L’opera si conforma a ciò che il mercato richiede: ritmo incalzante, temi accattivanti, strutture prevedibili. Il rischio è che la letteratura si svuoti, riducendosi a un intrattenimento fugace e dimenticabile. E lo scrittore si riduca a un pigro, triste esecutore.

Eppure, proprio in questo contesto emerge la necessità di resistere a questa mercificazione. Scrivere non può essere solo un atto di vendita: deve tornare a essere un gesto di autenticità, un’esplorazione del linguaggio e delle possibilità umane. Questo non significa rifiutare ogni forma di visibilità o promozione, ovviamente, ma riconoscere i limiti di questa logica e sfidare l’idea che il valore di un’opera sia determinato esclusivamente dal suo successo commerciale e dalla nostra personale abilità nel marketing.
La resistenza passa anche per una riscoperta della scrittura come atto di libertà. Lo scrittore deve rivendicare il diritto di essere complesso, contraddittorio, autentico. Deve accettare che il valore del suo lavoro non sia sempre immediatamente riconoscibile, che il vero impatto di un’opera non si misura in copie vendute, ma nel suo potere di trasformare chi la fa propria.

Nel panorama attuale, la sfida per la letteratura è dunque quella di sfuggire alla gabbia del prodotto. Gli scrittori devono resistere alla tentazione di adeguarsi alle logiche di mercato e riscoprire la scrittura come spazio di libertà e di verità. Solo così potranno continuare a creare opere che non siano semplicemente consumate, ma vissute, interrogate e amate. In un mondo che vuole tutto immediatamente comprensibile e vendibile, l’atto più rivoluzionario è scrivere per il piacere di cercare ciò che non può essere ridotto a un prezzo.

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