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Testimoni

Testimoni

L’esule, colui che si allontana volontariamente o forzatamente dalla propria patria, è uno dei protagonisti del nostro tempo, specialmente se per “patria” intendiamo il mondo di appartenenza nel senso più vasto: cultura, idee e morale. É l’essere della trasformazione, colui che è diverso da ciò che avrebbe potuto essere se non avesse vissuto l’esperienza dell’allontanamento.

Per questo il migrante è forse una delle figure centrali di definizione del XXI secolo. Milioni di uomini e donne vivono questa prova che, al di là dell’esperire l’emigrazione in un Paese diverso dal proprio, rappresenta il momento, inevitabilmente violento, del cambiamento di sé. Un emigrante soffre un molteplice sconvolgimento: perde il proprio luogo di origine e di appartenenza, entra in un altro linguaggio e si trova circondato da uomini con comportamenti sociali e codici molto diversi dai suoi. Questo è ciò che rende gli emigranti figure tanto importanti: perché le radici, la lingua e le norme sociali sono tre delle principali parti della definizione di ciò che un essere umano è. L’emigrante, una volta che le ha negate tutte e tre, è obbligato a trovare nuovi modi di descrivere se stesso e di essere uomo.

L’ingresso del nuovo nel mondo non è facile: il rischio non è solo quello della vita, ma anche quello della perdita totale di sé, e spesso si soccombe di fronte alla prova.

L’esule è colui che sperimenta la condizione drammatica dell’assenza, che si stacca da un Paese e perde il retroterra culturale che lo identifica, perché l’emigrazione è, in un primo momento, un gesto violento di privazione, e solo chi riesce a trasformarsi, e ricreare uno spazio al quale appoggiarsi, si può salvare.

La città si collega in modo ripetuto alla questione dell’immigrazione, poiché è essa stessa un luogo del passaggio ed è una meta dell’arrivo. É il luogo in cui “accadono le cose”, e può avere una valenza evocativa inquietante, perché profondamente associata al senso di confusione e di smarrimento;o, al contrario, esaltante, perché diventa il luogo reale e metaforico dell’incontro, dove acquista significato la compresenza e si concentrano in sé i concetti di molteplicità, di coesistenza di realtà incompatibili e diversità di fedi e di culture.

Le città diventano quindi luogo del tutto, perché, come le vite, sono affollate di persone, di fatti, di cose che concorrono a ricomporre un mosaico grandioso. E la città mondo è un elemento di questo nuovo creato. La metropoli diventa luogo dell’incontro, e perciò è anche luogo dell’emigrato che entra in contatto con realtà nuove e che si relativizza.

Lo spirito umano è sempre lo stesso, ma adotta, nelle sue migrazioni, forme sempre variabili. Il nuovo e più enigmatico prodotto del nostro tempo è il migrante, che ripropone il mondo attraverso un’ altra visione, quella di chi parte dall’esperienza dello sradicamento, della separazione e della metamorfosi.

Penso che il problema che si deve porre la letteratura oggi sia quello di rinnovare un linguaggio ed esplorare scritture che esprimano un tentativo di re-impossessarsi delle cose e di un mondo che è anche quello “dell’altro”, per dimostrare che la morale e la realtà sono esperienze interne ad una cultura e sono mutevoli, piuttosto che esterne e assolute.

In questo tempo noi siamo testimoni di un’epopea, vediamo scorrere davanti a noi l’epoca  della gioventù martoriata, della ricerca e  della disperazione, non tanto per ciò che chi fugge si lascia alle spalle, ma per l’ineluttabilità della spinta a muoversi.

Così come l’Iliade e l’Odissea sono i miti fondanti di una cultura e di una civiltà, ed i loro protagonisti rappresentano i campioni, eroi luminosi o al contrario oscuri di quello scontro, la nostra sarà ricordata come l’epoca delle grandi migrazioni, e ciò che ancora dobbiamo scrivere sarà la narrazione della nascita di una nuova civiltà,  la definizione di una nuova letteratura e forse di un nuovo canone letterario.

Noi possiamo solo testimoniare e combattere sul fronte di ciò che crediamo essere la nostra guerra, e  solo scegliere cosa essere tra gli uomini. Non fermeremo nessuno, non è possibile farlo. Il tempo e la storia  non si arrestano.

Un giorno saranno altri a ricordarsi di noi.

Muoia la guerra

Girovagando su Internet è facile leggere post retrivi che inneggiano al ritorno della leva militare obbligatoria. Corredati da commenti “sagaci” quali: “Lo rivoglio farebbe bene a tanti”, “vero..anche alle ragazze..”, “si impara ad ubbidire..l’umilta’..”, “rispetto educazione regole”, “non c’è più rispetto..poca educazione..e le regole sono considerate follia basta guardarsi in giro..” (commenti che ho riportato nella stessa forma in cui sono stati scritti).

Quando ci si esprime su un argomento bisognerebbe partire dalla propria esperienza personale, se la si ha, per poi, eventualmente, estendere il ragionamento a ciò che si è appreso. In questo caso non ho difficoltà a muovermi da ciò che ho vissuto personalmente, e posso dire che non c’è stato anno della mia vita più sprecato di quello che ho prestato al servizio di leva.
Nell’esercito non s’impara l’umiltà: s’impara l’umiliazione.
Si obbedisce, sì, come schiavi a una catena: malvolentieri. E si deve obbedire a qualsiasi sputacchio d’uomo che abbia un grado maggiore del tuo (cioè tutti) nonché ai “vecchi”, cioè quelli degli scaglioni prima del tuo, che si sentono in diritto, per questa sola ragione, di vessarti e di farti anche violenza, se non ti sottometti a chi dovrebbe essere tuo pari (mi riferisco al cosiddetto “nonnismo”). Ma forse è questo ciò che alcuni “benpensanti” intendono per “rispetto”, per “educazione” e per “regole”: la sopraffazione del più forte sul più debole.
Davvero si può rispettare chi non ci rispetta per niente?
La gerarchia non è educazione: è tirannia. Non auguro a nessun figlio di avere un’educazione del genere. Il che non significa che sia un sostenitore del permissivismo, ma soltanto che, all’interno delle caserme, ho conosciuto soltanto il peggio dell’umanità. A obbedire avevo già imparato dai miei genitori, grazie: non avevo bisogno di idioti in divisa che calcassero la mano senza poter vantare alcun diritto se non quello della costrizione.
Se i genitori hanno abdicato all’educazione dei figli non è l’esercito che deve e può rimediare, né la scuola (che pure ha un ruolo educativo fondamentale), come troppi genitori pretendono. Non è un fallimento dei figli, ma un fallimento di chi li ha cresciuti.
Il rispetto, l’umiltà, l’educazione, le regole del vivere civile si imparano a partire dalla famiglia, non nelle istituzioni (che troppo spesso ne sono la negazione). Se i figli crescono “storti” è, spesso e volentieri, perché l’esempio loro dato non è stato edificante; salvo poi pretendere da loro ciò che i genitori non hanno saputo trasmettere. Né, spesso, fare.
A chi parla di leva obbligatoria senza sapere che cosa sia consiglio la visione del film di Marco Risi “Soldati – 365 all’alba”, che spiega in maniera abbastanza fedele che cosa fosse la leva militare nel nostro Paese.

Quest’anno si celebra il settantennale della fine della Seconda Guerra Mondiale e, nel nostro Paese, quello della Liberazione. Noi di Inkroci vogliamo ricordare quel periodo buio della Storia, e per questo gli dedicheremo ampio spazio lungo tutto l’arco dell’anno. Con l’augurio che una guerra come quella che ha messo a ferro e fuoco l’Europa non debba mai ripetersi, e che il pensiero filomilitarista vada in pensione. Per sempre.

Editoriale

Cari lettori,

eccoci al numero di apertura del nuovo anno che ci auguriamo sia fecondo per tutti voi e per la rivista.
Nel 2015 ricorre un anniversario fondamentale per il mondo: è il settantesimo della fine della seconda guerra mondiale e, per l’Italia, è il settantesimo della liberazione dal regime fascista. Un’occasione che Inkroci intende ricordare e celebrare nel corso delle prossime pubblicazioni con diversi articoli a tema così come ha fatto, durante lo scorso 2014, per il centenario della Grande Guerra.
Ma in questo Editoriale vogliamo cogliere l’occasione per ricordare gli avvenimenti più importanti dell’anno appena terminato e per ringraziare sia chi ci ha seguito e apprezzato, sia chi ha dato il proprio contributo con passione e competenza.
Facendo seguito al suo primo evento pubblico, documentato nel bel video di Enola Brain:  https://www.youtube.com/watch?v=VCwKb0RwnzI), Inkroci ha organizzato altre iniziative ampliando la sua rete di contatti.
In marzo, in collaborazione con l’associazione culturale Don Chisciotte e con la casa editrice abrigliasciolta, presso la Sala Consiliare di Roncadelle (Bs), si è tenuto un incontro con Robert Viscusi, l’autore del poema del cambiamento Ellis Island e il traspositore Sandro Sardella.
Attraverso la nostra associazione culturale di promozione sociale Magnolia Italia http://www.magnoliaitalia.com/arte_cultura/), Inkroci è entrata a far parte della rete di associazioni che fanno capo alla Casa delle Associazioni e del Volontariato del Comune di Milano, in via Marsala: una risorsa preziosa di cui avvalerci per creare occasioni di incontro, di collaborazione e di pratica della cultura.
Inkroci è entrata anche nel Forum della Città Mondo del Comune di Milano, attraverso il quale ha avuto l’opportunità di partecipare a Bookcity Milano nell’ambito degli Scritti dalla Città Mondo; il 14 novembre 2014, nel prestigioso contesto della Palazzina Liberty, si è svolto World Crossinks – Inkroci col mondo: una riflessione sulla figura del migrante, il viaggiatore dell’anima, con la lettura di brani che esprimono il “tentativo di riappropriarsi delle cose, del linguaggio, di una realtà che sono quelli dell’“altro”, per dimostrare che la morale e l’esistenza sono esperienze interne a una cultura e sono mutevoli, piuttosto che esterne e assolute” (Anna Ettore). Ringraziamo la lettrice Camilla Zurru e il maestro Claudio Ballabio che l’ha accompagnata alla chitarra.
Claudio ha partecipato anche alla festa organizzata da Inkroci il 5 dicembre scorso in collaborazione con il circolo ARCI Caffè Letterario Primo Piano di Brescia, dove erano in mostra opere di Fausto Capitanio, Sam Franza e Pierfrancesco Sarzi Braga. Qui, insieme a Giacomo Campiglio (alla chitarra elettrica) e a Carmelo Buccafusca (al pianoforte), ha accompagnato le letture interpretate da Luca Bassi Andreasi, Manuela Mantoan, Stefania Mariotto e Biagio Vinella. La serata, molto partecipata, ha visto la presenza degli scrittori Silvia Accorrà e Giuseppe Ciarallo e, ancora una volta, ci ha dato la possibilità di sperimentare come l’interazione fra parole, immagini e musica riesca a creare momenti di forte intensità e bellezza. Sul canale youtube di Inkroci https://www.youtube.com/user/InkrociMagazine), dove è già possibile visualizzare alcuni video di presentazione della rivista, si darà conto di questi e di altri eventi.
Da ultimo, non certo per importanza, siamo molto onorati di ricordare che, a partire dal numero 7, Inkroci collabora con l’Irish Writer Center di Dublino, città UNESCO della Letteratura nel 2010, grazie al quale abbiamo la possibilità di accrescere la qualità del nostro progetto. IWC cura infatti una rubrica totalmente dedicata alla Letteratura irlandese, dal titolo Words from Ireland. È per festeggiare questa collaborazione e per ringraziare IWC e la sua direttrice Valerie Bistany per il suo appoggio e la sua amicizia che abbiamo deciso di dedicare questo numero interamente alla letteratura irlandese. Ringraziamo inoltre Martin Doyle, per averci dato il permesso di pubblicare una sua intervista a Lia Mills apparsa sull’Irish Times, e anche Lia Mills, Niamh MacAlister e William Wall, i cui pezzi ci hanno consentito di costruire questo numero.
Concludiamo cogliendo l’occasione per ricordare come Inkroci sia una rivista indipendente basata sull’attività volontaria dei membri della redazione e dei suoi collaboratori e per invitare quindi i nostri lettori ad aiutare Inkroci a esistere, sia leggendoci e cliccandoci, sia anche attraverso donazioni grandi o piccole, necessarie per coprire le spese di gestione del sito e della pubblicazione della rivista.
Grazie perché ci seguite. Buon 2015 e buona lettura.

Velocità, disperazione, consumo e romanzi epistolari

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Carissimi lettori,
d’improvviso è come se mi fossi risvegliato da un sogno, è come se fossi rinato al mondo dopo un lungo soggiorno nel passato. Soltanto in questi ultimi giorni ho preso coscienza. La mia mente, un tempo rinchiusa nella torre d’avorio della letteratura, è finalmente uscita dal torpore. Il mio buon senso, che i libri stampati sulla carta avevano corrotto, ha ritrovato l’equilibrio. Ora, che posseggo uno smartphone, un tablet, e leggo gli e-book, dopo tanto tempo posso vedere. Anzi, posso vedere come se fosse la prima volta.
Vedo la velocità. Il mondo gira vorticosamente nel mio smartphone, e consuma in un millisecondo tutto ciò che senza speranza vive fra la terra e il cielo. Tutto accade istantaneamente, nel mio smartphone. Vedo, inestricabili, la velocità, la disperazione e il consumo.
Io non sono uno da massimi sistemi. Non vi dirò, carissimi lettori, che ciò che vedo non mi piace. Mi limiterò a portare un solo, piccolo esempio di come la velocità, la disperazione e il consumo abbiano influito sulla condanna di uno dei generi di romanzo che amo di più. Cercherò anzi di difendere e di segnalare i pregi di quel genere. Conscio però che la grande marea degli ebook fra pochi anni lo sommergerà.
Mi sorprende, carissimi lettori, che la maggioranza delle persone con cui parlo di libri, dunque anche qualcuno fra voi, ritenga il romanzo epistolare un genere ormai inavvicinabile. Eppure capolavori come Clarissa, Le relazioni pericolose, il Werther, l’Ortis, Frankenstein e Dracula sono stati scritti in forma epistolare. E se questi vi paiono romanzi del passato, in pieno Novecento sono usciti, fra gli altri, Lettere di una novizia di Guido Piovene, Caro Michele di Natalia Ginzburg, Che tu sia per me il coltello di David Grossman. Tutti romanzi epistolari, come pure Un giorno, altrove di Federico Roncoroni, pubblicato nel 2013 ove, allo scambio di lettere su carta, è stato sostituito quello delle e-mail.
Dunque, il romanzo epistolare è davvero da respingere? Per quanto mi sforzi, davvero non riesco a comprendere i motivi di un verdetto così definitivo.
Vi annoia forse leggere una sequenza di lettere senza nemmeno una descrizione o un dialogo? Siete affamati di azione e non di riflessione? Di pura velocità e non di pause meditative? Eppure in Dracula e in Le Relazioni Pericolose azione e riflessione si alternano a ogni pagina.
Vi sentite forse come voyeur costretti a seguire vicende narrate quasi esclusivamente in prima persona? Vi pare che lo studio psicologico connaturato alla lettera non sia più attuale? O che non porti da nessuna parte? Ciò credo dipenda dall’epoca in cui quei libri sono stati scritti, quando l’analisi minuziosa delle personalità risultava più importante di oggi. Ma anche lo studio psicologico può essere interessante.
O è forse la logorrea della lettera a indisporvi? Si sa che oggi ogni comunicazione che superi le cinque righe (dunque anche questo editoriale) viene classificata come faticosa, polverosa, illeggibile. In realtà una lettera ben scritta, anche se lunga, può essere avvincente e fulminea come una breve scena.
O forse il romanzo epistolare vi appare come un genere ormai inesorabilmente superato? Probabilmente questa è la risposta, ma dire che non si leggono più i romanzi epistolari perché contengono delle lettere è come dire che non si guardano i film in bianco e nero perché mancano i colori.
Mi auguro che, prima di respingere i romanzi epistolari, ci si accosti a essi, almeno ai migliori di essi, senza pregiudizi. E che, in loro compagnia, si lascino da parte per un po’ la disperazione, la velocità e il consumo.
In questo numero di Inkroci appare, nella rubrica Parole di celluloide, una recensione di Le relazioni pericolose, cui si affianca una rassegna dei film che hanno portato sullo schermo la storia narrata nel romanzo.

Buone letture,

Michele Curatolo

Parola alla Parola

Gli uomini creano opposizioni che non esistono, e le mettono in nuovi termini, fissati in maniera che, mentre il significato dovrebbe governare il termine, il termine in effetti governa il significato.

(Francesco Bacone, Saggi, cap. III).

La manipolazione del linguaggio a uso e consumo del potere abita l’uomo da che l’uomo esiste. Già nella Bibbia si assume Dio a Verbum, cioè a parola: Dio è Parola, designata nelle sacre scritture come saggezza e declinata poi, dai grammatici latini, come ciò che denota l’azione in tutti i suoi accidenti. Etimologicamente è curioso, inoltre, evidenziare come si trovi traccia di questo termine nelle lingue orientali (antico persiano e zendo) con l’attribuzione dell’ulteriore significato di insegnare, annunziare.
Non è dunque problema di quest’epoca la corruzione del linguaggio come pericolo per la coscienza individuale e, ancor più, collettiva, ma appartiene all’esistenza stessa della società. Non a caso, in tempi recenti (e, soprattutto, più che mai contemporanei), la Germania nazista organizzò uno dei più grandi Bücherverbrennungen  nell’Opernplatz berlinese: era il 10 maggio del 1933 e non fu, e non è, l’unico esempio di biblioclastia.
Quel che sconcerta, invece, in questa odiernità è l’assenza di dibattito nelle aule della vita, l’assenza di intellettuali che facciano il loro mestiere; l’assenza o la carenza di una controcultura organizzata che agisca la propria indignazione e, soprattutto, allerti dal pericolo insito nell’impoverimento del linguaggio: un nuovo regime di schiavitù per l’uomo in una società assoggettata alla dittatura di una cultura neoliberista, nascosta nell’apparente vessillo della democrazia come baluardo di libertà.
Siamo mirabilmente liberi di avere tutte le informazioni che vogliamo, di accedere, comprare e consumare tutto lo scibile, di sentirci esperti tuttologi aggiornati grazie a cinque righe di un post su un social network. Cinque, perché la sesta riga sarebbe un approfondimento non compatibile con la velocità e la flessibilità delle competenze richieste dal mercato.
Nell’era digitale possiamo traversare ogni confine. Ed essere ritrovati in ogni istante, perché, caso mai ci dessimo da fare per reperire informazioni che ci indichino nuove strade, il potere possa, in tempo di bit, recuperarci e farci scegliere – liberamente, ovvio – se tornare all’ovile della distrazione mediatica oppure essere tagliuzzati dalle forbici della censura, nelle forme che preferiamo. È semplicemente questo quello che accade: annientando la parola si annienta la coscienza.
Paradossalmente la controcultura che combatteva il potere, quando viaggiava di villaggio in villaggio sulle carte ciclostilate, era riuscita a creare coscienza, a creare rivoluzione, a vincere battaglie sociali. Ora è talmente fitta e tecnologicamente avanzata la rete della censura (il progresso non è nato per l’uomo, perlomeno non prioritariamente) che la società vegeta in un perenne stato allucinatorio, vagando nella visione morganica di essere libera e padrona del proprio essere cosciente e conoscente. Orwell ha predetto ciò che noi stiamo vivendo perché Orwell ha semplicemente fatto il suo mestiere: dato alla parola il suo significato.
Qualcuno sostiene che la nostra epoca digitale stia coniando nuovi termini, nuove forme di comunicazione che narrano la realtà, aderendovi e riconoscendola anche nella sua evoluzione linguistica. Una nuova scrittura per nuovi scrittori, dell’adesso, che sappiano raccontare il proprio tempo con il suo linguaggio. E tacciano di conservatorismo chi inorridisce ai “ke”, alla scomparsa dei congiuntivi, ai “piuttosto che” usati impropriamente; a un vocabolario sempre più povero, nello spettro sempre meno rarefatto di un’involuzione linguistica e umana che sta perdendo il senso della parola come creatrice di sapienza e di coscienza. Della parola che annuncia e insegna.
Lo scrittore non è un conservatore della parola; lo scrittore, quando è tale, ne riconosce la potenza, la vitalità, la dinamicità e la possibilità di cambiamento continuo. La parola è parte stessa del futuro perché lo contempla: ha in sé la memoria della storia, la forma del presente e, per il connubio di queste due attitudini, la possibilità di divenire altro, di provare a dire oltre il presente nel dire del presente. La parola stessa ce lo insegna, in quei libri che riconosciamo attuali, che tutti sappiamo indicare come esempio di letteratura senza saper dire che cosa sia letteratura.
Uno scrittore, quando è tale, non confonde l’attualità del tempo con l’uso del linguaggio imposto, ma al linguaggio si inchina, gli rende onore, rispetto, rigore e lo propone al lettore con onestà e significato.
I pochi che ci riescono non solo ci affascinano, ma ci lasciano dentro una perla da coltivare. Ci rendono vita.

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1Roghi di libri

La Contraddizione

Oggi non sei nessuno se non appari in tivù. Questo assunto, che a prima vista sembra figlio soltanto di veline, grandi fratelli e pseudo-amici della De Filippi, è un concetto invero estendibile agli scrittori, agli artisti. E non è la televisione in sé, ma la vetrina che essa costituisce, il pubblico riconoscimento che essa sembra regalare.
Intervistati, coccolati, vezzeggiati o ignorati, disdegnati, esclusi, ormai troppi scrittori sono figli del credo degli ultimi trent’anni: il successo ad ogni costo. E aspirano ad affidarsi proprio al medium che è fautore della più estrema e sistematica distruzione del linguaggio. Disposti a perdere se stessi per guadagnarne in esposizione, trasformandosi in macchiette, in personaggi dati in pasto al pubblico come, nell’arena di un tempo, i nemici ai leoni.
Si fanno, così, schiavi volontari di un mezzo di comunicazione che, nel momento stesso in cui li mitizza, li smitizza costringendoli a una degradante mediazione con la cosa (“res”) dominante, a venire a patti con la propaganda dei valori positivi ufficiali, con un veicolo comunicativo nel quale proprio la comunicazione è l’eterna assente, se non per proporre modelli da cui chi non aderisce si sente escluso. Un compromesso che forza lo scrittore ad un adeguamento verso le pretese esigenze dello spettatore, esigenze peraltro create artificiosamente dal medium stesso in una logica commerciale nella quale è l’offerta a determinare la domanda, e non il contrario; un compromesso in cui lo scrittore si consegna integralmente al consenso massmediatico, per sua stessa natura reazionario e anticulturale.
La necessità ultima del medium televisivo è quella di far dimenticare che la persona sullo schermo è un autore di libri, di trasformarlo in un personaggio, gradevole o sgradevole a seconda delle esigenze; di reprimere quindi la sua natura di scrittore per assoldarlo alle esigenze del palcoscenico.
L’autore, dal canto suo, risulta il più delle volte ridicolo e inadeguato al medium; oppure altero, distante al limite dell’impresentabilità; al peggio, compiaciuto del proprio passaggio televisivo e infine asservito alla cultura dello spettacolo. Comunque privato del proprio ruolo di scrittore: invece di comunicare attraverso le proprie opere con i lettori, si trasforma in attore, in un commediante teso a comunicare la propria rappresentazione di sé agli spettatori, come un qualsiasi banditore di televendite che per raggiungere un più ampio numero di clienti rinuncia alla propria dignità e al proprio ruolo. E, in questa deriva, si integra perfettamente con il sistema neocapitalista, asservendo la propria arte e il proprio intelletto a una cultura dell’immagine dominata da un adeguamento verso il basso per incontrare un pubblico di telespettatori disorientati, di cui in quel momento egli stesso entra a far parte. Ma di quel suo disorientamento non si troverà traccia nelle sue opere, perché ormai avrà raggiunto la certezza che il libro è solo una merce, un prodotto da vendere ad un pubblico di non-lettori. Rinunciando per sempre alla propria originalità, alla possibile unicità della propria voce, alla propria individualità. Rinunciando, cioè, ad essere uno scrittore.

Identità

ovadia

Nella convinzione che la nostra identità sia aperta e interculturale e che la cultura sia comunicazione, scambio reciproco fra differenti forme, visioni e generi artistici, Inkroci, dopo un anno di vita, ha l’onore e il piacere di dedicare questo numero speciale a dare il benvenuto agli autori dell’Irish Writers’ Centre.

Il nostro amore per l’Irlanda e per la letteratura irlandese non sorprenderà i nostri lettori, che sicuramente ricorderanno la pubblicazione, in precedenti numeri della rivista, di un’intervista di Michele Curatolo a Catherine Dunne, di un racconto di Seumas O’Kelly, delle recensioni della sua raccolta di racconti Lungo le strade tradotta da Anna Anzani oltre che di due romanzi di Liam O’Flaherty, L’anima nera e Il traditore.

Una felice coincidenza ha voluto che il nostro primo contatto con IWC risalisse al 2010, anno in cui Dublino venne nominata Città UNESCO della Letteratura, come riconoscimento del suo alto profilo culturale e della sua reputazione internazionale come città dell’eccellenza letteraria. L’occasione fu la presentazione da parte di Catherine Dunne del suo romanzo Missing Julia (Tutto per amore). Nel 2011, ancora su invito della nostra amica Federica Sgaggio, abbiamo avuto l’opportunità di partecipare alla prima fase dell’Italo-Irish Literature Exchange, creato dalla collaborazione fra Catherine e Federica e attualmente gestito dall’Irish Writers’ Centre a dal suo omologo italiano, ònoma.

Quattro anni fa Inkroci era solo un’idea o, piuttosto, un sogno. Il nostro soggiorno a Dublino, e l’entusiasmo cordiale e gentile che abbiamo ricevuto all’IWC, hanno contribuito a farci credere che il sogno potesse realizzarsi. Ora Inkroci è una realtà piccola ma brillante: da marzo 2013 abbiamo infatti pubblicato sei numeri on-line della nostra rivista bilingue. Grazie all’IWC, ora abbiamo la possibilità di accrescere la qualità del nostro progetto.

Per evidenziare l’inizio della nostra collaborazione con l’IWC, nel numero 7 di Inkroci pubblichiamo racconti e poesie di sette autori irlandesi che l’IWC ha selezionato perché prendano parte alla prossima edizione di IILE, che si terrà in Italia (http://italoirish2014.blogspot.it/) nel prossimo giugno. La storia e il contesto di IILE e gli autori di quest’anno vengono presentati dalla Direttrice dell’Irish Writers’ Centre, Valerie Bistany, che ha stretti legami con l’Italia e che, con estrema gentilezza, ha sostenuto la nostra interazione. A partire dal prossimo numero, l’IWC curerà una nuova rubrica totalmente dedicata alla Letteratura irlandese, dal titolo Words from Ireland. Abbiamo inoltre in programma di dedicare a Words from Ireland un numero speciale l’anno prossimo.

Per dare ai nostri lettori l’opportunità di apprezzare compiutamente i contributi irlandesi, in questo numero le sezioni italiane sono state ridotte. Tuttavia, avendo recentemente celebrato il 25 Aprile e il 1° Maggio, abbiamo deciso di pubblicare la prima parte di una lunga intervista all’attore e drammaturgo italiano Moni Ovadia che, fra gli altri temi, affronta il significato di questi due eventi. Nonostante la mancanza di impegno politico e sociale che il nostro Paese sta sperimentando negli anni più recenti, noi li consideriamo ancora essenziali per la nostra idea di libertà e per la nostra visione della vita.

In questo numero inauguriamo anche un’altra nuova rubrica dedicata alla letteratura classica. Per questa particolare occasione proponiamo un altro racconto di Seumas O’Kelly.
Grazie perché ci seguite. Buona lettura.

Anna Anzani
Michele Curatolo

La Grande Guerra cento anni dopo

Illustrazione di Luigi Pennino

Nel 2014 ricorre il centenario dell’inizio della prima guerra mondiale, la guerra della trincea e della mitragliatrice, la guerra per convenzione chiamata “Grande”.
Siamo convinti che, se davvero oggi quella guerra può ancora chiamarsi grande, lo sia soltanto per l’enormità degli orrori e delle stragi che ha provocato. Ciò non toglie che essa debba essere ricordata come uno dei più importanti eventi iniziatici della modernità: la Grande Guerra ha rappresentato un punto di non ritorno, uno di quegli avvenimenti dopo i quali nulla è più come prima. Ciò è vero sia dal punto di vista prettamente storico che da quello scientifico che, infine, da quello culturale.
Bastino pochi esempi e un paio di citazioni a dimostrarlo: fu a seguito della Grande Guerra che – cosa inimmaginabile solo qualche anno prima – si dissolsero repentinamente quattro Imperi un tempo potentissimi (austro-ungarico, tedesco, ottomano e russo), disintegrandosi in una miriade di stati nazionali e dando spazio a una serie di tensioni socio-politiche il cui retaggio, anche se attenuato, è tuttora presente nel mondo.
In quegli anni il progresso della tecnologia ebbe inoltre un massiccio incremento, soprattutto nelle applicazioni militari. Si può dire che la Grande Guerra fu il primo conflitto completamente meccanizzato, in cui la tecnologia iniziò a trasformare gli uomini in macchine, o in loro appendici. Tuttavia, quando i soldati constatarono l’incredibile potenza distruttiva delle nuove armi, nacque e fu trasmessa dai migliori di loro la coscienza pacifista, che è una delle caratteristiche più nobili della società contemporanea. Di questi temi, dosando orrore e dolente meraviglia, parla Ernest Hemingway, autista di ambulanza sul fronte italiano, rappresentando Catherine Barkley, l’infermiera protagonista di Addio alle armi, mentre rievoca un amico inglese caduto sulla Somme: «Ricordo che avevo la stupida idea che potesse capitare nell’ospedale dove ero io. Ferito di sciabola, magari, con una benda intorno al capo… Qualcosa di pittoresco… Non fu ferito di sciabola. Andò in tanti pezzi».
Circa l’influenza della Grande Guerra sul piano culturale, valga per tutte l’icastica testimonianza di Fernand Legér, un grande pittore francese che combatté sul fronte delle Argonne: «Fui affascinato da una culatta di cannone da 75 aperta in pieno sole, magia della luce sul metallo bianco… Mi ha insegnato, per la mia evoluzione artistica, più che tutti i musei del mondo». Sono parole che, lette oggi, suonano forse troppo entusiastiche, ma che dicono plasticamente quanto quel conflitto, con il suo carico di esperienze insieme freddamente meccaniche e violentemente energetiche, abbia agito sugli artisti più ricettivi, svelando loro un nuovo modo di guardare alla realtà. Dopo le parole di Legér è superfluo elencare il grande numero di romanzieri, di poeti, di pittori, di fotografi e di cineasti (un’altra prova della modernità della Grande Guerra è che fu fra i primissimi eventi filmati della storia) che utilizzarono e continuano a utilizzare quel conflitto a soggetto delle loro opere.
Nei cento anni che ci separano dal suo inizio, la memoria pubblica della Grande Guerra, soprattutto in Italia, è stata sempre viva ma, diremo così, lievemente sbilanciata: se, legittimamente, si è rivolta ai luoghi e alle persone legati alle vicende belliche – ne è prova tangibile la toponomastica delle nostre città – più rari sono stati i riferimenti all’eredità culturale che quel conflitto ci ha lasciato. Coerentemente con i principi di Inkroci, sentiamo che il nostro contributo alla celebrazione del centenario debba andar oltre agli eventi militari, e mettere piuttosto in rilievo le voci degli artisti – voci a volte critiche, altre pensose e attonite – che da quegli eventi hanno tratto ispirazione. Potremo così riflettere, insieme ai nostri lettori, sul senso della Grande Guerra e, soprattutto, sull’influsso che essa tuttora riverbera sul presente.
In Inkroci 6 appaiono quattro pezzi sulla Grande Guerra: le recensioni dei film La grande guerra di Mario Monicelli e Uomini contro di Francesco Rosi, e la recensione del romanzo Ragazzi di belle speranze di Nathalie Bauer, corredata dall’intervista all’autrice.

Buona lettura,

Michele Curatolo

 

Una rivista bilingue

Cari lettori,

nel darvi il benvenuto al nostro numero 5, cercherò di raccontarvi le ragioni di una scelta che ha reso Inkroci una rivista bilingue, cogliendo anche l’occasione per riflettere sul senso di quello che facciamo. Come tutti gli argomenti di un certo interesse, il tema si presenta complesso e può essere utile provare ad affrontarlo attraverso spunti di riflessione e sguardi differenti.
Una considerazione spontanea riguarda il legame strettissimo fra la lingua e la cultura. Secondo la definizione data da UNESCO (1970), a cui la nostra rivista si ispira, la cultura è un processo di comunicazione tra gli uomini, che esistono in quanto sono in relazione con gli altri. Osservando che l’inglese è ormai diventato una lingua franca per la comunicazione internazionale, siamo convinti che il suo uso ci permetta di raggiungere un numero maggiore di lettori e quindi ci dia la possibilità di agire con maggiore intensità e compiutezza la pratica della cultura.
Per tendere a questo obiettivo, non sarebbe bastato che la rivista uscisse solo in inglese?
Rispondiamo con le parole di Nelson Mandela: «parlare a qualcuno in una lingua che comprende consente di raggiungere il suo cervello. Parlargli nella sua lingua madre significa raggiungere il suo cuore». Inkroci si muove in campo letterario, con l’ambizione di costruire dialoghi, di condividere la rappresentazione di esperienze, di ampliare l’intersoggettività e di fare sperimentazioni sull’uso della parola. Poiché fra pensiero e linguaggio esiste un rapporto bidirezionale, riteniamo che promuovere la scrittura nella lingua dei nostri pensieri e delle nostre emozioni sostenga la qualità e la pregnanza dei nostri testi.
Inkroci non è insensibile alle sfide poste dall’internazionalizzazione, auspicata in molti ambiti dell’educazione e della ricerca, ma preferiamo attribuire a questo concetto il significato di multilinguismo e diversità culturale, declinandolo nello spazio che Inkroci dedica a una rubrica intitolata Letterature dal mondo, in cui si possono trovare anche pezzi in lingue diverse.
Questa scelta implica, di conseguenza, che Inkroci si cimenti con l’impegno di tradurre i propri testi dall’inglese o in inglese. Identificando la qualità della scrittura con la sintesi e l’asciuttezza, personalmente trovo grande soddisfazione nell’avvicinarmi alla lingua inglese. Per tradurre letteratura occorre essere appassionati. Come sappiamo, il termine passione ha in sé l’idea di patire. Ricordo lo studio dell’inglese alla scuola elementare come un’esperienza di estrema fatica. Forse proprio la fatica nel comprendere si è poi trasformata nel suo opposto, nel desiderio di chiarificare e rendere accessibile, a me stessa prima che agli altri, quindi nell’amore per la traduzione che in fondo è un amore per la parola, condiviso con tutto il gruppo di Inkroci.
La traduzione è una forma di conoscenza, un atto comunicativo e il luogo di un incontro dove si dissolvono le distanze nello spazio e nel tempo, dove si compiono la scoperta dell’altro e la coscienza di sé, rintracciando i fili della propria identità. Secondo Italo Calvino «tradurre è il vero modo di leggere un libro».
Naturalmente una lingua non è fatta solo di parole e l’atto del tradurre, come sostiene Umberto Eco, non è unicamente trasposizione da una cultura a un’altra, ma anche adattamento di contenuti preesistenti a contesti cambiati o mai esistiti prima. Questo è lo spazio della sfida, della bellezza e della libertà, un atto forzosamente imperfetto (http://cartaecalamaio.com/2012/07/09/lannosa-questione-del-tradurre-e-tradire/). In questo spazio trovano gratificazione il lavoro di cesello, l’attenzione al dettaglio, alla virgola, alla sfumatura, nella convinzione che forma e sostanza siano due polarità che richiedono di stare in perfetto equilibrio.
Milan Kundera, che ha sempre rivisto e corretto le traduzioni dei suoi libri con un accanimento ossessivo, ha scritto: «Si dice: la traduzione è come la donna: o è fedele o è bella. È l’adagio più stupido che conosca. Infatti, la traduzione è bella se è fedele».

Per concludere, mi piace citare un’intervista (sul nostro n. 2) in cui Erri De Luca descrive come l’esercizio di precisione, spinto da un sentimento di ammirazione per l’altra lingua, permetta di radicarsi nel proprio vocabolario: «Quando qualcuno mi chiede come si fa a diventare scrittore, io rispondo tranquillamente: diventando prima traduttori».

Anna Anzani

Cultura senza contesto

Consultando il catalogo della maggioranza delle case editrici italiane ci si rende conto che, in elenco, gli scrittori nostrani sono una minoranza. È vero che l’Italia, territorialmente piccola, è una minoranza anche geografica  ma è altrettanto vero che in ogni Paese del mondo si tende a dare ampio spazio agli autori nazionali: l’Italia, in questo senso, è in controtendenza.
Scelte editoriali imposte dall’alto? Non solo. A mio avviso, si tratta di una conformazione propria della cultura italiana: una cultura che soffre, ormai da molto tempo, di esterofilia; peggio, di una dipendenza (anche storica) dalla cultura statunitense.
In particolare, nell’ultimo ventennio l’Italia ha subito anche le conseguenze di una politica liberista che affonda le proprie radici negli anni Ottanta e nella cultura che quel periodo ha generato. Vorrei quindi soffermarmi sul concetto di “cultura”.
Il vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli ne dà innanzitutto la seguente definizione: “Complesso di cognizioni, tradizioni, procedimenti tecnici, tipi di comportamento e sim., trasmessi e usati sistematicamente, caratteristico di un dato gruppo sociale, di un popolo, di un gruppo di popoli o dell’intera umanità”.  La letteratura, quindi, non germina da sé stessa, ma è figlia dell’humus culturale in cui anche lo scrittore (che è prima di tutto un lettore, un fruitore) cresce e sviluppa il proprio pensiero.
I vocabolari stessi mutano le definizioni associate ai lemmi riportati a seconda del periodo storico e culturale che si sta attraversando, adattandosi così alla norma prevalente in quel momento. E sotto “letteratura”, adesso, troviamo questa descrizione: “Attività indirizzata alla produzione sistematica di testi scritti con finalità prevalentemente estetica e nei quali spesso l’invenzione predomina sulla descrizione della realtà” (ibidem).
Ci accorgiamo subito che questa formula si attaglia perfettamente alla letteratura italiana moderna. Sembra di leggere una descrizione sommaria ma precisa della maggioranza dei romanzi prodotti dagli autori italiani più popolari. Per questi scrittori la finalità è esclusivamente estetica e di pura invenzione, e le loro opere sono prive di contenuto, di un tema individuabile e di descrizioni della realtà viva nella quale lo scrittore dovrebbe essere immerso (non è un caso che buona parte della produzione sia dedicata a feuilleton pseudo-storici). Autori che non ci dicono nulla del nostro tempo, del tempo in cui vive il narratore, né della nostra storia, se non “l’estetica della parola vuota” (L. Gregori).
Dato che il nostro campo d’indagine è la letteratura degli anni in cui viviamo, vorrei ritornare proprio a questo. Scopro però, cercando le definizioni che mi servono, che queste, invece di restringere il campo d’indagine, lo allargano. Lo Zingarelli, infatti, dà di “romanzo”, oltre alle accezioni relative al mondo classico e a quello medievale, quella relativa al mondo moderno: “ampio componimento narrativo, fondato su elementi fantastici o avventurosi, su grandi temi sociali o ideologici, sullo studio dei costumi, dei caratteri o dei sentimenti”.
Balza all’occhio come la descrizione di “romanzo” sia ampiamente in antitesi con quella di “letteratura”. Improvvisamente si parla anche di temi sociali e ideologici, di costumi, caratteri e sentimenti (quindi di realtà), che non facevano neppure capolino nella definizione di “letteratura”; si parla, in senso ristretto, anche di “cultura”.
A questo punto sorge spontaneo un dubbio: ma dunque il romanzo non fa parte della letteratura quando tratta i temi succitati? O semplicemente il vocabolario, registrando i mutamenti epocali, aggiorna la definizione di letteratura ma deve necessariamente riportare quella storica di romanzo, indipendentemente dalla sua aderenza alla produzione attuale?
Un’altra domanda importante che dobbiamo porci è: chi scrive letteratura?
Tralasciando la risposta più lapalissiana – gli scrittori –, potrebbe venir spontaneo rispondere: gli intellettuali. Controlliamo dunque la definizione di “intellettuale”: “Chi si dedica prevalentemente ad attività connesse con il sapere ed il pensiero, ha vasti interessi culturali, produce opere di tipo letterario, artistico, scientifico e sim.” (ibidem). E, tra le definizioni di “cultura” troviamo, come seconda, la seguente: “Patrimonio di conoscenze di chi è colto” (ibidem).
Quindi la figura dell’intellettuale è legata alla cultura, e l’intellettuale, grazie alla propria cultura (sapere, pensiero), può produrre opere di tipo letterario. Ma se “proprio della cultura è suscitare nuove idee e bisogni meno materiali, formare una classe di cittadini più educata e civile” (De Sanctis), a che cosa ci troviamo di fronte quando pensiamo a esponenti letterari che producono solo vuoti di senso, pur atteggiandosi a intellettuali e pur essendo dotati di una buona erudizione?
Mi limito a sottolineare come le opere di questi scrittori dei nostri tempi, figli della cultura che ci ha soggiogati nell’ultimo ventennio, non suscitino nuove idee e bisogni immateriali, non contribuiscano a formare cittadini più civili, non esprimano pensieri e sapere, non stimolino interessi culturali. Perché, dunque, un tale successo? E un tale tipo di scrittore può correttamente autoproclamarsi intellettuale? Produce veramente letteratura?
Dunque, perché non ci sono che pochi scrittori italiani pubblicati? Per provare a rispondere a questa e ad altre domande su questa latitanza occorre, secondo me, prendere in considerazione la civiltà in cui lo scrittore nasce, cresce e si esprime poiché lo scrittore, come qualsiasi altro componente la società, ne è un prodotto. E occorrerebbe quindi analizzare la questione anche da un punto di vista sociologico, psicologico, antropologico e, soprattutto, politico ed economico. Il che, francamente, va al di là delle mie possibilità.
Una risposta parziale, a mio modo di vedere, si trova, in nuce, in una frase di Claudio Magris: “la vera letteratura non è quella che lusinga il lettore, confermandolo nei suoi pregiudizi e nelle sue insicurezze, bensì quella che lo incalza e lo pone in difficoltà, che lo costringe a rifare i conti col suo mondo e con le sue certezze”.
La frase citata, però, apre a sua volta una riflessione sulla società in cui viviamo, e più marcatamente su quella italiana: una società che cerca in ogni modo di evitare ai suoi componenti di dover fare i conti con il proprio mondo e con le proprie false certezze.

Heiko H. Caimi