Futuro? Quale futuro? – intervista con lo scrittore Italo Bonera

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2020

Intervistiamo lo scrittore Italo Bonera (autore dei libri Ph0xGen!, Io non sono come voi e Cielo e ferro) al Caffè Letterario Primo Piano di Brescia, in occasione di un incontro con l’autore organizzato dalla nostra rivista.

 

Non hai esordito prestissimo…

No, infatti. Ero già in età avanzata quando nel 2003, per colpa -o per merito- di Paolo Frusca, amico e sodale nello scrivere, sono stato trascinato in questa avventura. Paolo è appassionato di storia, in particolare di quella degli Asburgo; vive a Vienna da tempo, e ci tenevamo in contatto via e-mail, scambiando idee e opinioni alla rinfusa. Ad un certo punto lui ha iniziato a comporre una visione storica alternativa di come sarebbe l’Europa se la Prima Guerra Mondiale fosse stata vinta dagli Imperi Centrali.  È proprio un bello spunto, ho commentato. Bisognerebbe costruirgli sopra dei personaggi, una narrazione e un segreto, un mistero che possa stimolare i lettori. E lui mi ha scritto: sì, è vero: dobbiamo farlo insieme. Io gli ho risposto, senza crederci troppo: no, Paolo, io sono un fotografo. Non la farò mai questa cosa. Paolo ha cominciato a scrivere alcuni capitoli, io gli sono andato dietro e, con lo stesso spirito di due che chiacchierano al bar, abbiamo incominciato a buttar giù questo testo a quattro mani che è diventato un romanzo di storia alternativa, intitolato Ph0xGen!, nome che richiama il fosgene, un gas che è stato usato, purtroppo, sui fronti della Prima Guerra Mondiale.

 

Il romanzo in seguito è stato pubblicato da Mondadori nella collana Millemondi di Urania

Sì. È stato abbastanza difficile pubblicarlo. Non avendo nessuna esperienza di scrittura Paolo ed io abbiamo incominciato a buttare giù i capitoli in ordine sparso: il primo, poi l’ultimo, poi uno in mezzo; uno di noi aveva un’idea e ci dicevamo: no, questo lo togliamo; qui abbiamo bisogno di un altro personaggio. Tre personaggi, ad esempio, sono diventati uno solo. Tutta una serie di soluzioni molto anarchiche. Alla fine avevamo una grande quantità di materiale che non sapevamo neanche come montare. Infatti abbiamo abbondato coi flashback e la sequenza dei capitoli è stata decisa soltanto alla fine.

 

Tra l’altro, in questo romanzo, fornite un compendio storico, molto essenziale, di quello che è avvenuto in questo mondo alternativo dopo il 1919…

Abbiamo utilizzato anche piccoli sotterfugi, come citare dei brani di una ipotetica enciclopedia del 2046: l’intenzione era quella di creare un punto di vista esterno che desse un senso di prospettiva, come se le cose narrate fossero accadute chissà quanto tempo prima. Un assemblaggio di elementi accompagna tutta la narrazione: lettere, documenti, il diario di uno scienziato. Quando  abbiamo iniziato a cercare un editore io ero convinto che nessuno avrebbe pubblicato il nostro romanzo. Infatti, tutti quelli contattati l’hanno rifiutato. Abbiamo anche interpellato un’agenzia letteraria che ha prodotto un’analisi del testo con qualche suggerimento: dopo una riflessione abbiamo tenuto il romanzo com’era. Il Premio Urania è stato l’ultimo tentativo. Infatti la narrativa ucronica è considerata un sottogenere della fantascienza; in quel periodo, in Italia, erano stati pubblicati numerosi romanzi di storia alternativa. Per esempio Luca Masali, che aveva vinto il Premio con I biplani di D’Annunzio, o Mario Farneti, con Occidente, che è una trilogia, e più di recente Enrico Brizzi.

 

E quindi avete spedito il vostro romanzo al Premio Urania…

Sì, il romanzo vincitore del Premio viene pubblicato su Urania, rivista mensile che esce dagli anni Cinquanta dedicata alla fantascienza. Ricordo che mi telefonò Sergio Altieri, un personaggio straordinario,  che al tempo era uno dei responsabili delle collane da edicola Mondadori. Altieri è un grandissimo scrittore di genere; si firma “Alan D. Altieri”, e viene considerato  “il Maestro dell’Apocalisse” -ed è veramente un Maestro. Quel giorno Altieri mi annunciò: ho due notizie per te, una buona e una cattiva. Quale vuoi sentire per prima? Gli risposi: prima dammi la cattiva. E lui: la cattiva è che non avete vinto il Premio Urania. Allora gli chiesi quale fosse la buona. La buona è che, anche se non avete vinto, vi pubblichiamo ugualmente. Così, anche se non avevamo vinto il Premio nel 2006, alcuni anni dopo, nel 2010, “Ph0xGen!” è stato pubblicato, insieme a un altro romanzo finalista, nel supplemento di Urania Millemondi -di cui escono quattro numeri all’anno. In pratica, è stato come aver vinto il Premio!

 

Tra l’altro questo romanzo che nessuno voleva pubblicare ha un destino particolare, perché a breve dovrebbe essere ristampato da un altro editore…

Un destino particolare, dici bene. Paolo ci teneva molto a farlo pubblicare in tedesco, così  dopo un anno e mezzo di ricerche, ha trovato una casa editrice viennese che ha iniziato a farlo tradurre; sono arrivati circa a metà  prima di… chiudere per fallimento. Già immaginavamo di presentare il libro a Vienna o a Francoforte, invece è andata così. Intanto però a me era venuta l’idea di trarne una graphic novel.

 

Ed è a questo punto che prendete contatti con la Scuola Comics…

Sì, ho proposto Ph0xGen! a Riccardo Borsoni della scuola Internazionale di Comics, che l’ha valutato e ha detto: secondo me c’è il materiale per trarne una graphic novel. L’ha sottoposto allo sceneggiatore Christian Bisin, che è riuscito a trarre dalle quasi 280 pagine del romanzo una sceneggiatura di 115 tavole. Nello stesso periodo ho conosciuto il maestro Angelo Bussacchini, illustratore e fumettista, che ho scoperto essere un compagno di classe delle elementari di Paolo Frusca, e che si è prestato a disegnare quest’opera. È già pronta una prima stesura delle tavole, secondo me stupende.

 

Che effetto fa vedere la propria storia rappresentata e interpretata sotto forma di fumetto?

Dà una grandissima soddisfazione, anche perché, quando abbiamo scritto il romanzo, lo abbiamo visualizzato come se fosse un film. Infatti l’idea di farne un fumetto è stata quasi una conseguenza immediata. E vederlo realizzare con questa qualità ci ha resi molto soddisfatti.

 

Hai pensato di realizzare fumetti anche per le opere successive?

Mi piacerebbe fare un fumetto sia con Io non sono come voi che con i nove racconti di Cielo e ferro. Ma prima vediamo come andrà a finire con questa prima trasposizione.

 

La vicenda del romanzo si svolge in un passato alternativo…

La vicenda di Ph0xGen! si svolge nel 2003, ma in un mondo diverso dal nostro, nel quale manca il progresso tecnologico innescato dalla Seconda Guerra Mondiale: ci sono dirigibili, le automobili hanno l’aspetto di quelle degli anni Cinquanta del secolo scorso. È come se fossimo un po’ indietro rispetto a quello che è il 2003 reale.

 

E molte delle tecnologie che conosciamo con termini inglesi hanno invece una definizione tedesca, come il computer, che si chiama Rechner.

Sì, perché in quell’universo la supremazia culturale è del mondo austriaco, non di quello americano.

 

Il romanzo dà molta attenzione al contesto, all’ambientazione, ma è anche molto avvincente…

Paolo e io siamo sempre molto attenti, nel costruire le storie, a cercare di dare al lettore la voglia di scoprire che cosa lo attende nella pagina successiva: credo che sia fondamentale, al di là della qualità della scrittura e dell’intenzione di fare narrativa.

 

Dopo Ph0xGen! tu e Paolo avete continuato a scrivere a quattro mani…

Abbiamo tentato di continuare a collaborare, anche perché ci siamo trovati con un contratto per Mondadori che chiedeva per i successivi dieci anni di sottoporre loro tutto quello che avremmo prodotto. Il che ci ha fatti sentire idealmente “costretti” a cercare di dare un seguito al nostro lavoro. Abbiamo iniziato a elaborare alcune idee. In una di queste ci ispiravamo alla suggestione di Atlantropa, un progetto di ingegneria civile che prevedeva la costruzione di una diga sullo Stretto di Gibilterra allo scopo di prosciugare il Mediterraneo per creare terre da colonizzare. Una cosa spaventosa. Si è andato avanti per anni a parlarne: qualcuno voleva davvero realizzarla, poi fortunatamente non se n’è fatto nulla. Ci sono disegni dello sbarramento che ricordano molto le architetture di Sant’Elia.

 

Progetto che peraltro viene adombrato in Cielo e Ferro

Infatti: tra le storie che abbiamo abbozzato in quel periodo c’erano alcuni di questi riferimenti. Purtroppo alla fine non siamo riusciti a metterci d’accordo per costruire un romanzo intero, e ognuno ha scritto il proprio: quello di Paolo si intitola L’Archivista, finalista al Premio Urania nel 2011, mentre l’anno successivo è arrivato finalista il mio Demone, il cui titolo è poi diventato Io non sono come voi. Ma, a differenza di Ph0xGen!, nessuno dei due è uscito con Urania perché, nel frattempo, il mercato editoriale era cambiato e in Mondadori avevano pensato di puntare meno sugli autori italiani, pubblicandone solo uno all’anno: il vincitore del Premio. Però, grazie al piccolo prestigio dell’essere finalista, ho cercato un editore interpellandone una cinquantina, più dodici agenti letterari. Nessun agente si è interessato alla cosa, ma tre case editrici sì, e quella che poi effettivamente mi ha proposto un contratto è stata Gargoyle, specializzata soprattutto nell’horror, che mi ha chiesto di cambiare titolo, perché con un titolo come Demone il loro pubblico avrebbe pensato di trovarsi di fronte a un romanzo dell’orrore o a un fantasy. Gli editori ritengono di avere un loro pubblico; a me pare strano, perché io, che sono più lettore che autore, scelgo un libro per lo scrittore, non per la casa editrice. In ogni caso, mi hanno chiesto dei titoli alternativi e uno è stato Io non sono come voi, una frase tratta da un flusso di coscienza del protagonista.

 

Secondo me è un titolo molto azzeccato, anche perché la spiegazione del motivo per cui il protagonista non è come gli altri viene data nell’epilogo, dove il protagonista agisce in maniera simile a come altri hanno agito con lui, dimostrando però un’attitudine del tutto divergente.

La editor ha definito l’epilogo una forma alternativa di lieto fine.

 

Tu hai una formazione artistica da fotografo e ti sei dedicato alla scrittura obtorto collo: quindi non aspiravi a diventare scrittore…

Non ho mai pensato di darmi alla scrittura finché Paolo non ha insistito e io mi sono prestato a questo esperimento con spirito di sacrificio ed amicizia, ma non avrei mai scommesso una lira sul fatto che il nostro romanzo potesse venire pubblicato; e invece non solo è uscito, ma ha venduto ottomila copie: una cifra spaventosa. In quel periodo quella era la tiratura di Urania: c’è uno zoccolo duro di lettori che compera qualsiasi cosa esca nella collana, persino il nostro romanzo.

 

E Io non sono come voi è andato altrettanto bene?

No, non ha venduto neanche un ventesimo di quello che ha venduto Urania, collana che peraltro è aiutata dalla distribuzione in edicola. La cosa paradossale è che con Ph0xGen!, che è rimasto in edicola tre mesi, siamo riusciti a fare solo una presentazione, con Io non sono come voi almeno una dozzina. Ph0xGen! ha avuto due recensioni, Io non sono come voi una ventina. Ciononostante uscire in libreria dà molte più soddisfazioni, come il confronto con i lettori.

 

Quindi aspettiamo che Ph0xGen! ricompaia in libreria?

Dovrebbe ricomparire in tandem con il fumetto. Non so se saranno due volumi separati o un solo volume. L’editore sarà Multiplayer.

 

Di solito chi si mette a scrivere senza aver mai pensato di farlo, salvo eccezioni, non scrive molto bene. Nel tuo caso, invece, fin dall’esordio come solista adotti una forma di scrittura molto efficace, con dialoghi credibili, uno stile scorrevole ma non banale, e abilità nel creare suspense e personaggi a tutto tondo. Non è una capacità che di solito si improvvisa. Che cosa ti ha formato come scrittore?

Non ho frequentato nessuna scuola di scrittura, e non saprei spiegare, per esempio, come costruire un romanzo. Semplicemente riesco a farlo. Anche quello che sto scrivendo in questo momento è sempre costruito con il sistema Italo Bonera, cioè in maniera molto anarchica: ho scritto il primo capitolo, ho abbozzato l’ultimo, poi sono passato ad alcuni in mezzo; qualcuno lo cambierò e magari modificherò qualche personaggio. Procedo sempre in maniera molto istintiva. Forse è anche per questo che impiego in media tre anni per portare a compimento un’opera nuova. Sicuramente il cinema è un punto di riferimento: nel momento in cui scrivo visualizzo le scene. Il cinema è la forma di narrazione del nostro tempo, per cui ci influenza moltissimo. Soprattutto in Ph0xGen! ci sono molti riferimenti cinematografici.

 

Dopo Io non sono come voi pubblichi insieme a Paolo Frusca Cielo e ferro, un’antologia di racconti indipendenti ma collegati l’uno con l’altro.

Sono collegati da uno sfondo comune, da un contesto, ma ogni racconto ha un suo tema. Per esempio, la crudeltà di chi non ha più ha nulla da perdere, cui si contrappone la crudeltà di chi ha tutto da perdere. Alcuni di questi racconti li ho scritti io, alcuni li ha scritti Paolo, altri li abbiamo scritti insieme. Pubblicare una raccolta di racconti è difficilissimo. Quasi nessun editore ne vuol sentir parlare.

 

Però le edizioni La Ponga si sono dimostrate interessate…

Per un semplice motivo. Gargoyle e Mondadori sono case editrici che pubblicano per mestiere, La Ponga lo fa per passione. Sono stato contattato da Stefano Tevini, uno dei soci della casa editrice, che è prima di tutto uno scrittore. Stefano ci ha anche commissionato due ulteriori racconti per raggiungere un minimo di pagine, e li abbiamo scritti espressamente per questa raccolta: Non mi chiamo Quinto e L’udienza. Paolo ha cannibalizzato il suo romanzo inedito -che tra l’altro La Ponga vorrebbe pubblicare. L’udienza ne è un capitolo leggermente modificato e Non mi chiamo Quinto è un brano in cui abbiamo inserito un tema diverso e un finale conclusivo. Il racconto Cratere Mogadiscio originariamente doveva essere un capitolo di Io non sono come voi;  nel romanzo sarebbe stato ridondante ma, dato che quando si scrive non si butta via niente, gli ho dato una struttura nuova, un tema ben preciso, e ne ho fatto una storia autonoma.

 

Lo sfondo di Cielo e Ferro è quello dell’avrahamismo, cioè di un nuovo culto religioso che riesce a mettere insieme gli estremismi delle tre religioni monoteistiche…

Sì, è uno sfondo sul quale abbiamo innestato delle storie, ciascuna con una sua tematica.

 

Mi ha colpito in particolare un brano in cui descrivi questo sfondo: un’epoca senza passato, senza futuro, impantanata in un presente mediocre. Sì, c’erano mezzi straordinari a disposizione di tutti. Bastava uno schermo, una tastiera ed ecco le informazioni comparire in pochi secondi. Eppure alcuni, spaventati da una complessità difficile da abbracciare per intero, avevano scelto la pigrizia e l’ignoranza. In questo terreno è germogliata la pianta velenosa dell’avrahamismo. Un’estrapolazione del nostro presente in un futuro abbastanza prossimo…

Direi che ci siamo dentro in pieno.

 

L’avrahamismo e altre “piante velenose” che descrivi nei due romanzi sono situazioni che temi possano realizzarsi un prossimo futuro?

Qualcosa come l’avrahamismo, cioè persone che abbracciano una visione del mondo semplice, dove una legge ti dice come devono essere le cose, con una distinzione netta tra bene e male, ce l’abbiamo anche oggi, e si chiama Isis. Ma anche dalle nostre parti c’è chi ha una visione molto semplice e rozza del mondo. In Cielo e ferro Paolo ed io ipotizziamo che la vera divisione del mondo non sia tanto tra nord e sud, tra est ed ovest, ma tra civiltà urbana e periferia, o provincia profonda. Questa è la contraddizione che noi vediamo e che abbiamo cercato di evidenziare. La narrativa di genere secondo me è un mezzo potentissimo per poter parlare dell’oggi utilizzando delle situazioni estremizzate. Una sorta di metafora costruita saturando ancora di più i colori e rendendo le cose ancora più evidenti.

 

Io non sono come voi è una storia di ingiustizie, di soprusi e di corruzione, Ph0xGen! una storia di intrighi di potere allo scopo di prevaricare le masse, Cielo e ferro la materializzazione di un incubo futuro che finisce con il sopraffare le masse, declinata in nove perle di cinismo e di disillusione… come mai hai una visione così negativa del futuro?

La visione del futuro… Le mie prime letture scelte in autonomia sono state di fantascienza,  opere degli anni Sessanta ma anche del periodo d’oro, cioè degli anni Quaranta e Cinquanta, quando si viveva una grandissima esplosione di progresso tecnologico, sociale e non solo. Tutto stava sbocciando e c’erano utopie, sembrava che le tecnologie servissero a renderci meno schiavi del lavoro, si diceva che nel duemila tutti avremmo avuto il robot in casa e ci saremmo spostati con macchine volanti e con i viaggi nel tempo e i cervelli elettronici avrebbero risolto tutti i problemi. Invece abbiamo i computer che s’impiantano ogni due per tre, la schiavitù del lavoro la tecnologia non ce l’ha portata via per niente e tutto l’ottimismo che c’era allora si è risolto in un nulla di fatto: lo sviluppo senza il progresso, come ammoniva Pasolini, che si accorgeva di queste cose già negli anni Sessanta. Come si può avere oggi una visione positiva e serena del futuro? Io non ci riesco. E non vedo neanche che tipo di progresso possano portare queste grandi innovazioni tecnologiche. Non credo, per esempio, che lo smartphone abbia davvero migliorato la qualità delle relazioni umane. Mentre invece invenzioni come la lavatrice hanno liberato un sacco di tempo per chi prima doveva passare intere giornate al fosso e al freddo per lavare gli indumenti della famiglia. L’elettrificazione di massa ha contato molto di più di Internet. Se ci fai caso, tutto ciò che parla di futuro propone visioni pessimistiche.

 

Tutti gli scrittori hanno alle spalle un percorso di letture. Il tuo iter, dopo la fantascienza, qual è stato?

Ultimamente leggo molto noir. Io non sono come voi, per esempio, è definito fantascienza semplicemente perché è ambientato nel 2059. Ma non leggo molti romanzi di fantascienza contemporanei da tempo. L’ultimo importante credo sia Hyperion di Dan Simmons: parliamo di vent’anni fa. Anche John Scalzi secondo me ha avuto una bellissima intuizione con Morire per vivere, però oltre le prime ottanta pagine la storia si sfilaccia; eppure l’autore è andato avanti con una saga in più volumi. Ho letture molto variegate, soprattutto nell’ambito della narrativa di genere, ma non ho mai avuto il coraggio di affrontare i classici. Prediligo soprattutto noir francesi e americani e molta narrativa di genere italiana. Mi piacciono autori come Massimo Carlotto, Tullio Avoledo, Valerio Evangelisti. Anche Stephen Gunn (al secolo Stefano di Marino, nda) è un ottimo scrittore, una colonna portante della narrativa di genere italiana.

 

Sia tu che Paolo Frusca scrivete in maniera molto scorrevole e immediata. Secondo te è importante arrivare, potenzialmente, a qualsiasi tipo di lettore?

Sì, è una necessità. Hemingway, per esempio, scriveva sempre frasi molto brevi. Questo facilita la lettura. Patterson, uno scrittore che vende milioni di copie dei suoi libri, fa capitoli di due pagine: sembrano fatti apposta perché si possano leggere anche in pause di cinque minuti. Il lettore è importante: è importante scrivere per farsi leggere. Mi viene in mente Masterpiece, il talent show che hanno trasmesso l’anno scorso sulla narrativa: ricordo che la maggior parte dei partecipanti scriveva di sé con una scrittura autoreferenziale che non è fatta per incontrare il lettore. Alla fine parli comunque di te stesso, quando scrivi, però devi creare una narrazione coinvolgente.

 

Secondo te la narrativa deve creare coscienza nei lettori?

Quando mi metto al computer cerco sempre di scrivere cose leggere e d’evasione; ma non ci riesco, perché sono una persona pesantissima e non riesco a evitare di buttare dentro alle mie storie certi temi. Ammiro molto chi riesce a scrivere opere di pura evasione, ma non so come si possa fare.

 

Sei d’accordo con gli allarmi che vengono lanciati dicendo che la narrativa è in crisi?

È in crisi l’editoria. In narrativa leggo continuamente cose interessanti.

 

Quali sono gli scrittori contemporanei che secondo te andrebbero assolutamente letti?

Te ne dico uno: Philip Roth.

 

E tra gli italiani?

Massimo Carlotto. È un autore che ammiro moltissimo.

 

Quali autori hanno contribuito, più di altri, alla tua formazione di scrittore?

André Héléna, un grandissimo scrittore, poco conosciuto, pubblicato in Italia da una casa editrice sarda, Aìsara. E Ross MacDonald: mi piacciono moltissimo le sue descrizioni di ambienti e il suo modo di caratterizzare i personaggi. Purtroppo i suoi romanzi sono difficili da trovare, perché sono stati stampati molto tempo fa. Per fortuna c’è una casa editrice che li sta ripubblicando, Polillo.

 

Cielo e ferro si conclude con una parentesi all’interno della quale è scritto “continua”: si tratta quindi di una sorta di prologo?

L’abbiamo messo alla fine, però non abbiamo in mente di continuare quella storia. Volevamo far notare che, anche se il racconto finisce, la storia va avanti. In quel particolare racconto, Meno di tre, c’è lo sgomento di una persona che si trova di fronte all’ignoto assoluto. Succede qualcosa a lui e al mondo che ha intorno e non capisce perché. Ci sono tutti i suoi pensieri che si accavallano, anche contraddittori. Forse resta da solo, forse no. Quel “continua” voleva significare questo, non abbiamo in mente un seguito, almeno per ora.

 

Perché scrivi?

All’inizio perché sono stato “costretto”, poi perché mi sono accorto che mi veniva bene, e adesso perché mi piace.

 

Dove trovi le idee?

Sotto la doccia. A parte gli scherzi, quando ho intenzione di scrivere qualcosa, resto concentrato sulla storia e, quando mi vengono idee, prendo appunti. Ultimamente mi mando delle e-mail con il cellulare quando incontro una frase, una parola, una situazione che mi colpiscono. Comunque le idee mi vengono leggendo altri autori, guardandomi intorno, leggendo i quotidiani, andando al cinema. Le idee nascono dagli stimoli. È impossibile esser figli di nessuno: in una maniera o nell’altra copi sempre qualcun altro, aggiungendo qualcosa di tuo, di diverso. Credo che sia così in tutti gli ambiti della creatività.

 

Stai scrivendo qualcosa di nuovo?

Sono circa a metà di un romanzo legato, in qualche maniera, ai fumetti. Non sarà fantascienza: sarà ambientato in un passato abbastanza recente e spero di riuscire a terminarlo in tempi ragionevoli.

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Heiko H. Caimi
Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha tenuto corsi di scrittura presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. L’ultimo suo lavoro è il romanzo "I predestinati" (Prospero, 2019).

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