Tempi difficili – Intervista a Salman Rushdie

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C’era una volta uno scrittore ironico e dissacrante, colpito nel 1989 da una fatwa (condanna a morte) per un romanzo dal titolo “Versetti satanici”, considerato blasfemo dall’ayatollah iraniano Komeini. Sono passati poco più di 25 anni. La fatwa è stata ritirata, lo scrittore – Salman Rushdie – ha continuato a pubblicare e oggi non vive più sotto scorta. Ma il mondo, nel frattempo, non è diventato un luogo più sicuro. Se il fanatismo di allora aveva un volto, confini nazionali e bersagli precisi – quindi più facili da proteggere – il pericolo di oggi è liquido, diffuso, imprevedibile. Eppure, proprio da Salman Rushdie, arriva un messaggio di pace e tolleranza. “Il cammino della guerra è sempre un fallimento”, ha ripetuto in occasione della sua partecipazione alla Fiera del libro di Guadalajara 2015. “Bombardamenti e invasioni, che si tratti dell’Afghanistan o di uno stato del Medio Oriente, creano più problemi di quelli che risolvono”. Anche perché con Isis, secondo Rushdie, ci troviamo davanti a una situazione totalmente nuova, dovuta alla capacità di questa organizzazione di usare i social media per fare reclutamento e propaganda e al tempo stesso per diffondere il terrore tra gli occidentali e gli stessi musulmani, le prime vittime.

Il suo ultimo libro, “Due anni, otto mesi & 28 giorni” (Mondadori, 22 €), esplora nuovi territori, il fantastico e il fiabesco. Dobbiamo prenderlo come una rinuncia a parlare dell’attualità?

Tutt’altro. Il ricorso al fantastico non è evasione, ma proprio un modo per parlare della realtà, senza essere troppo letterale, giornalistico. Ho usato la struttura della fiaba per scrivere un libro divertente, con quell’umorismo nero che da sempre è il mio registro.

Questo mix di elementi fiabeschi e ironia – mai aggressiva o rivendicativa – può essere un’arma della cultura contro il fanatismo? Per rendere meno attraente il linguaggio assolutista della jihad, con cui Isis fa proseliti anche tra insospettabili giovani europei…

Bisogna cercare una strategia che renda attraente il bene. Un linguaggio con cui avvicinarci a materie oscure in modo non diretto, ma laterale. Nessuno vuole affacciarsi sull’abisso del male, scoprire che faccia abbia. Forzare il lettore è controproducente. Credo che l’umorismo sia una buona strategia sia per combattere la paura, sia per smontare l’estetica del fanatismo jihadista.

 

Il libro dà conto di una lotta tra il bene e il male. È una metafora della battaglia dei valori democratici contro Isis? Aveva previsto ciò che sarebbe accaduto?

Ho iniziato a pensare a questo libro quattro anni fa, quando l’Isis non era una minaccia così vicina. Non volevo essere profetico, anzi, volevo giocare a esagerare, ma la realtà supera sempre la fantasia. Però la lotta è parte della vita, la storia è punteggiata da guerre. La situazione attuale è drammatica, ma non è la prima volta che accade. In più, la battaglia tra fanatismo e razionalità si riproduce dentro gli individui. Tutti abbiamo una parte intollerante e stupida da tenere a bada. Se proprio vogliamo considerare questo libro profetico, è una profezia sulla natura umana, più che sulla storia. Non è un romanzo sull’Isis, ma sul crollo delle nostre sicurezze.

 

In che cosa consiste secondo lei il senso di smarrimento che abbiamo provato in questo ultimo anno tanto convulso, iniziato con l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo e concluso con gli ultimi attentati di Parigi?

Il mondo in cui viviamo improvvisamente non ci è più familiare, è scomparso l’ordine che davamo per scontato. Che è ciò che vivono i personaggi di “Due anni, otto mesi & ventotto giorni”. Ma non è un libro nichilista, perché racconta anche la forza che le persone scoprono in sé stesse, quando un evento inaspettato sconvolge la loro vita.

Per lei è stato così? Fino a che punto la persecuzione ha influito sulla sua opera?

Ovviamente ha avuto un impatto sul mio lavoro, non avrebbe potuto essere altrimenti. Uno scrittore usa ogni esperienza. Ma non volevo diventarne la conseguenza. Ho provato a evitare la foga rivendicativa e credo di esserci riuscito.

Qual è il ruolo che attribuisce allo scrittore e quello della cultura in generale in un momento storico come questo?

Il suo ruolo è scrivere e raccontare il mondo, con onestà. La sfida è pubblicare. Sono tempi difficili per tutti: giornalisti, intellettuali, gente comune… Non sono del tutto convinto, però, che sia un bene scrivere subito, a caldo, degli eventi drammatici che stiamo vivendo. Non è detto che ne escano buoni romanzi. “Guerra e pace” è stato scritto 60 anni dopo la campagna di Russia di Napoleone. Credo che i romanzi che arriveranno tra 40 anni sugli attentati del fondamentalismo islamico saranno migliori di quelli che potrebbero essere pubblicati oggi.

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Francesca Capelli

Francesca Capelli, giornalista, scrittrice per ragazzi e traduttrice, è nata a Bologna e ha vissuto a Madrid, Milano e Firenze, prima di trasferirsi a Buenos Aires. Laureata in Scienze politiche a indirizzo sociologico, sta attualmente scrivendo la sua interminabile tesi di maestría in Comunicazione e cultura all’Università di Buenos Aires. Tra i suoi libri: “Dove lo butto?”, “Amo l’acqua”, “Mi prendo cura di te” (Giunti), “Veruska non vuole fare la modella” (San Paolo), “Il grande cane nella città fantasma” (Prìncipi&Princìpi), “L’estate che uno diventa grande” (Sinnos, vincitore del premio “Città di Bella” e secondo classificato al premio Penne nel 2011), “Il cacciatore di aria” (Raffaello).