Il futuro è oggi: intervista a Nicoletta Vallorani

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Nicoletta Vallorani, oltre a essere una professoressa universitaria di livello, è anche una traduttrice e, sopattutto, una scrittrice con molti romanzi alle spalle. Ha esordito dopo alcune traduzioni con il Premio Urania (indetto dalla rivista di fantascienza omonima, pubblicata da Mondadori) e, fino al 2019, è stata l’unica donna che l’abbia mai vinto. Si trattava del romanzo Il cuore finto di DR, che presentava una storia molto originale con una protagonista che non era del tutto umana, anche se si dimostrava più umana degli umani. Non si è però fermata alla fantascienza, anche se ha scritto parecchio in questo ambito: nel 1995 è stata attratta dal noir e ha pubblicato vari titoli, tra cui Dentro la notte e ciao (Granata Pess, 1995). In seguito da pubblicato per Marcos y Marcos una serie a metà strada fra giallo e umorismo (La fidanzata di Zorro, 1996; Cuore meticcio, 1998) conclusasi con Lapponi e criceti (Edizioni Ambiente, 2010), molto frizzante e molto divertente da leggere. Ha scritto per l’infanzia, ha vinto numerosi premi nei festival e ha scritto anche fuori dai generi codificati. Cordelia (Flaccovio, 2006; Prospero, 2016), in particolare, è un romanzo acuto ed estremamente delicato che descrive l’infanzia attraverso i colori e le emozioni di una bambina di otto anni che fugge di casa. È autrice anche di saggi e di raccolte di racconti.
L’abbiamo incontrata a Brescia, nell’ambito della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento, parlando in particolare del suo ultimo libro, Avrai i miei occhi (Zona 42, 2020), candidato al Premio Campiello.

Fino all’anno scorso sei stata l’unica autrice a vincere il Premio Urania: nel 2019 l’ha vinto Francesca Cavallero: spero che non dovremo aspettare così tanto per rivedere una donna vincitrice di questo premio. Avrai i miei occhi è un riferimento voluto a Cesare Pavese e alle sue poesie, Verrà la morte avrà i tuoi occhi?
No: potrei dire, per darmi delle arie, che ci avevo pensato, ma non è così. Adesso nelle prossime presentazioni dirò che il titolo è una citazione di Pavese! (ride)
Questo libro ha avuto una gestazione lunghissima, sia editoriale, sia, soprattutto, come costruzione: la prima formulazione non andava bene, perché era troppo complessa. Tendo a scrivere architetture troppo complesse, tendo a scrivere difficile; non so quante volte mi sono sentita dire “Il romanzo mi piace ma è troppo letterario”, e io tutte le volte restavo un po’ sbalordita. Sicuramente la mia non è una scrittura semplicissima, e la prima stesura era impostata sulla forma della tragedia greca e c’erano quattro voci narranti. Insomma, era fin troppo pretenziosa. Alla fine, anche grazie a Giorgio Raffaelli (l’editore, ndr), siamo arrivati alla formulazione definitiva, che introduce le caratteristiche proprie della narrazione con il “tu” narrante, nel senso che c’è una voce narrante che si rivolge direttamente all’interlocutore e ci sono i due protagonisti che hanno un legame profondo. Questo dialogo, che va avanti per tutto il romanzo, è un dialogo pensato e reale, ha due piste di sviluppo e ne ha determinato il titolo. Anche se, due giorni prima che il libro andasse in stampa, ho chiesto all’editore di bloccare tutto perché il titolo non andava bene. Per fortuna sono stata fermata da Giorgio e, in realtà, adesso mi sembra che funzioni molto bene.

È un ritorno alla fantascienza ma è un ritorno anche a un altro dei tuoi generi più frequentati, il noir. Avrai i miei occhi ha tratti e personaggi in comune con un suo antesignano, Eva, pubblicato da Einaudi nel 2002, anche se entrambi presentano storie a sé stanti che possono essere lette autonomamente. Non solo: prendi in prestito un altro personaggio da un tuo racconto, SnuffMovie, che era stato pubblicato due volte, prima in una tua personale antologia, poi in una raccolta dedicata alla fantascienza, Tutti i denti del mostro sono perfetti. È un racconto estremamente lacerante.
SnuffMovie è un racconto molto antico, nel senso che l’ho scritto tanto tempo fa. Come dice il titolo stesso, è incentrato sulla violenza contro le donne, e presenta uno slittamento a un’ambientazione distopica e a un futuro neanche tanto futuro. Era venuto di getto e sul quale ho sempre detto “ci lavoriamo”. Mi è sempre sembrato un racconto con buone potenzialità ma, come hai detto tu, non arrivavano mai il momento e il modo giusto per la pubblicazione. Il personaggio che prendo a prestito non è stato pensato sin dall’inizio per quel racconto, non ha acquisito subito una sua voce, come di solito fanno i miei personaggi; anzi, è entrato un po’ sgomitando. Quello che, scrivendo, è apparso come l’aspetto più compiuto è il ragionamento sul corpo delle donne, che era stato tutt’altro che pensato: si è sviluppato con lo svilupparsi del racconto. Questo è il problema razionale che volevo mettere a fuoco: bisognerebbe poter dire che solo adesso questo problema è esploso, ma in realtà c’è sempre stato; adesso se ne parla di più e basta. Mi sembrava importante parlarne, come una sorta di imperativo etico e poetico.

Tra l’altro ci sono altre connessioni, se consideriamo SnuffMovie: c’è una citazione, posta in esergo al racconto, che dà il titolo a una tua antologia e dice: “Si muore bambini (che è il titolo dell’antologia) lo sappiamo tutti ed è la morte peggiore”. In effetti Ariel è poco più che infante: è un personaggio che porta all’estremo il discorso che fai in Avrai i miei occhi.
L’ambientazione del nuovo romanzo è Milano, una Milano futuristica che è stata divisa artificialmente in zone, e non solo per tenere separati i benestanti dai poveri: c’è tutta una serie di sotto-zone, e una scheda inserita nel romanzo spiega molto bene tutta la geografia di questa Milano di domani. In queste zone in cui la città è divisa vivono persone di diverso tipo, di diversa estrazione e disperazione; sono zone apparentemente invalicabili, ma la protagonista, Olivia, che è una tassista, è in grado di attraversarle.
Nelle mie storie sono molto presenti i tassisti: non è la prima volta che ne sono protagonisti. Forse ho un problema con i taxi!

Non solo hai un problema con i taxi, come in Le sorelle sciacallo, ma hai anche un problema con il nome Ariel, che hai utilizzato per la protagonista del romanzo Le madri cattive. Tra l’altro nell’ultimo romanzo ritorna anche il personaggio di Miranda, quindi, indirettamente, a Shakespeare con La tempesta.
Milano viene raccontata attraverso gli occhi di Olivia perché ha una sorta di contatto telepatico: può averlo con molte persone, ma con Nigredo in modo particolare: questo le permette di vedere ciò che lui fa, ed è lei che racconta ciò che accade. Quindi abbiamo una continua interpolazione tra prima e seconda persona, che è un esperimento bellissimo: all’inizio può essere un po’ straniante, poi si entra in confidenza e si comprende come sia una chiave di lettura importante del romanzo. Si capisce, anche, l’importanza della scelta di Olivia come protagonista sia Olivia: una donna con un passato difficile e un’infanzia molto sgradevole. Di fatto Nigredo viene chiamato per svolgere un’indagine ufficiale in seguito al ritrovamento di una catasta di cadaveri femminili, di donne giovani e molto belle, e si scoprirà che sono tutte uguali. In un ambiente in cui la sicurezza è al primo posto, ma allo stesso tempo bisogna normare anche ciò che possiamo considerare osceno, vengono infatti creati appositamente dei cloni per soddisfare i piaceri più perversi. All’inizio sono semplicemente delle specie di androidi, però non c’è gusto a torturare degli esseri artificali, perché non provano emozioni, quindi nemmeno dolore. Vengono così creati cloni in serie, sulla base di matrici umane senzienti.
Al di là del pulviscolo cinereo che aleggia sulla città, e che può far pensare a elemnti spiacevoli della nostra Memoria, queste ragazze hanno tutte un numero identificativo stampato sul braccio: penso che non ci sia bisogno di esplicitare il riferimento. Questi cloni, derivando da matrici umane, sono sia fisicamente che psicologicamente sviluppati, quindi percepiscono tutte le fasi dell’abuso e del dolore. Vorrei che ti soffermassi sull’argomento del corpo femminile, e in particolare sulla creazione di questi corpi a uso puramente edonistico: è questo che la società distopica pretende dal corpo femminile, e non è molto differente da ciò che vediamo ora nella nostra società, ma, se lo pensiamo per il nostro futuro, risulta agghiacciante.
Il grado di emozione che ho messo nel romanzo spero passi al lettore.
Hai parlato di Olivia che, forse è utile ricordarlo, è caratterizzata dalla facilità di sentire le emozioni degli altri, come se fosse senza pelle, quindi ha passato tutta la vita a sperimentare attraverso se stessa la sofferenza di altri; tutto è iniziato con la sua madre adottiva ed è andato avanti con tutte le persone che ha incontrato nella sua vita.
A questa caratteristica di Olivia si aggiunge la questione dei corpi artificiali, che è un ragionamento sul piacere prodotto dall’atto violento. Quest’ultimo si alimenta non soltanto dalla violenza in se stessa, ma dalla reazione della vittima: se la reazione e il dolore della vittima sono evidenti, se c’è repulsione da parte della vittima, la violenza diventa ancora più affascinante, attraente.
Il romanzo gioca su due aspetti del corpo femminile: da una parte la violenza che gli viene portata rende questo corpo come un oggetto, e dall’altra, se il corpo è trasformato in oggetto, questo diventa al contempo una soddisfazione; il carnefice deve assaporare la sofferenza della vittima.
Ho scritto una distopia slittandoli nel futuro, immaginandomi una Milano un pochino diversa da quella di adesso, immaginando meccanismi che fanno riferimento alla diffusione clandestina degli snuff movie, che hanno caratterizzato le economie di alcuni Paesi in circostanze specifiche.
Oltre a ciò, allo stesso tempo volevo raccontare dell’oggi, del qui e ora, di quello che succede adesso. Vorrei che si capisse attraverso questo romanzo quanto sia oltraggioso, umiliante per gli uomini e per le donne che ci sia un corpo, quello delle donne nello specifico, che può essere violato impunemente.
È di questi giorni la proposta di Erdogan che riguarda le vittime di stupro, forzandole a sposare chi le ha stuprate: è un matrimonio riparatore, ed è una cosa che conosciamo anche noi, nella nostra tradizione. Questa cosa riduce la volontà della vittima a zero: non solo viene violata, ma viene costretta a convivere con chi l’ha violata. Vogliamo parlarne in modo serio nella quotidianità? Esistono situazioni di rapporto uomo-donna di violazione visibilmente fisica, che tante donne non hanno il coraggio di denunciare; e comunque non c’è una struttura sociale che agevoli questo tipo di denunce. E poi esiste una violenza psicologica; non oso dire che sia più grave, in quanto trovo qualche difficoltà a stabilire i gradi di gravità. Quello che mi indigna è proprio la percezione in un contesto sociale come il nostro Occidente in cui c’è un essere umano che viene considerato per definizione meno capace, meno degno, meno idoneo a scegliere, meno in grado di fare scoperte scientifiche.
C’è un’altra storia recente, riguardo al Coronavirus: la ricercatrice che l’ha isolato era non solo femmina, non solo precaria, ma pure meridionale; la stupefazione che abbiamo letto sui giornali fa sorridere, da un lato, ma fa capire quanta strada ci sia ancora da fare.
Ora è chiaro che ognuno affronta questi temi con i propri strumenti. Il mio è la narrazione di tipo distopico: mi sembra che mi venga bene slittare il problema verso il futuro, prendere le distanze e cercare di raccontarlo in modo che ciò che oggi non è sufficientemente visibile lo diventi in queste potenti comunità del futuro, in cui il corpo femminile viene clonato, quindi trasformato in oggetto, e viene collegato a una matrice che è in grado di patire e soffrire tutto ciò che un essere umano non oggetto può sentire. Questo è un modo scientificamente impossibile che mi serve per dare evidenza a ciò che oggi facciamo ancora molta fatica a vedere. L’idea era questa, poi quanto io sia riuscita a concretizzarla non lo so: so solo che sono molto contenta, mi sembra di aver detto quello che volevo dire.
Dietro a questo ragionamento ce n’è un altro, e ha a che fare con gli equilibri che si costruiscono dentro alle società. Nel rapporto tra Olivia e Nigredo, che sono due personaggi strani entrambi, c’è il secondo che ha pulsioni violente nei confronti di Olivia, e quasi ci si aspetta che tutto questo accada. Non siamo mai scuri di aver davvero superato certi modelli educativi, che ci sono stati insegnati senza che ce ne rendessimo conto. La letteratura è un meccanismo di consapevolezza, e non solo piacere e intrattenimento.

Nicoletta Vallorani e Heiko H. Caimi

Tu contesti un certo tipo di strumentalizzazione della tecnologia e mostri anche come una società possa degradarsi dietro allo specchietto per le allodole di leggi giuste, quando il tutto finisce per fomentare l’illecito, il che è assolutamente attuale. Direi che c’è anche una parte assolutamente politica in questo romanzo…
Naturalmente la distopia è sempre politica, nel senso che il ragionamento che fai è sempre in qualche modo legato alla politica. Il mio interesse puntava soprattutto ai regimi autoritari che si alimentano nel mistero di chi governa, perché nel romanzo nessuno sa bene chi sia il Profeta, questa entità che sicuramente non è particolarmente originale, perché ci aveva già pensato Orwell inventando il Grande Fratello. Però diciamo che questo romanzo, come Orwell insegna, mostra che il potere è ancora più efficace nel momento in cui non riesco a identificarlo, non riesco a dargli delle caratteristiche, un aspetto fisico riconoscibile. Inoltre mi interessava indagare Milano in quanto essa si è mossa, a dispetto delle regole, in una visione maggiormente europea, e per questo è stata punita. Èchiaro è che i muri sono stati costruiti, con un’eco storica molto precisa, per frammentare deliberatamente una comunità che si era comportata nel modo sbagliato.
Non invento niente, come non invento niente quando inserisco nel romanzo la Runa del possesso, come i numeri che sono tatuati sui polsi delle cavie; faccio l’operazione di ripresentare ciò che l’uomo ha già fatto, ma il tutto viene slittato nel futuro come si fa nella distopia in genere. Aggiungo delle caratteristiche un po’ diverse, tra cui la logica dei muri di Milano, che è per grandi tratti incomprensibile, in quanto è vero che la Cinta è abitata dai ricchi, però non è neanche chiaro come siano distribuiti gli altri muri; allo stesso modo non è chiaro che cosa succede fuori dalla città, nei campi industriali, dove vivono le persone che sono volute diventare indipendenti rinunciando alle risorse di una tecnologia molto evoluta, che avrebbe potuto servire a curarli.
Un personaggio al quale tengo tantissimo, perché è una persona che mi ha ispirato ed è citata nella dedica del romanzo, è il Pittore. Egli vive nei campi industriali e fornisce la chiave di lettura della storia sostanzialmente attraverso le sue opere. Nella scrittura si prende gusto a pagare pegni di gratitudine e nel mio caso lo pago a Beppe Devalle, che è stato un grandissimo pittore, mancato qualche anno fa, dal quale ho imparato tutto quello che si deve sapere sull’arte. Molte delle cose che il mio personaggio dice sono frasi di Beppe. Nel momento in cui il Pittore dice che un quadro è finito quando ti sorprende, lo dice anche in riferimento alla conclusione della storia, e questa è una frase di Beppe.
Secondo me è straordinariamente vero, qualunque artista lo sa: c’è un certo punto in cui quello che stai creando ti sfugge di mano e non ci puoi più fare niente, non puoi più correggerlo, l’editore ti dice di riscriverlo, ma scriverlo in un altro modo significa scrivere un’altra cosa. Mi è successo con Le sorelle sciacallo, che è un romanzo difficilissimo: prima che Einaudi Stile Libero pubblicasse Eva mi avevano detto che Le sorelle sciacallo aveva delle potenzialità, ma avrei dovuto riscriverlo semplificandolo, perché c’erano troppe voci narranti, la superficie testuale era troppo disomogenea; io dissi che il testo definitivo era quello consegnato, poi non avrà nessun successo, come è stato, però andava bene così. Quest’ultimo libro è diverso, perché io e la mia editor ci abbiamo lavorato tanto.

Cosa vuol dire essere un editor?
Vuol dire avere il coraggio di dire a uno scrittore, che per la maggior parte dei casi ha un pessimo carattere, che quello che sta scrivendo proprio non funziona e, anzi, va cambiato. Va considerato che per uno scrittore un libro è come il suo bambino, quindi ciò che uno scrittore sceglie per il suo libro è sicuramente il meglio possibile, dalla sua prospettiva. Con la mia editor è stato molto bello lavorare e anzi, il romanzo ne ha guadagnato molto. Ma voglio raccontare una cosa che mi ha lasciato senza parole: durante l’ultimo editing, che abbiamo fatto a casa mia, ci eravamo concentrate su una cosa che non funzionava, che non suonava, e allora lei ha detto che in preparazione di quest’ultimo editing l’aveva letto a voce alta, e io l’ho percepito come un onore grandissimo. Che una persona si legga tutta la mia storia a voce alta per sentirne la musica, è straordinario. Anche se non lo comprate, quando leggete un libro gustatevi ogni parola: la cosa più bella che mi hanno detto alcuni lettori è che nei miei libri c’è una musica particolare.

Tornando all’argomento del corpo della donna, ci sono anche delle riflessioni sul proprio fisico: questo è un tema molto complicato per le donne, e tu riesci a inserire anche questo tema, in un momento molto delicato della storia.
Questo è un altro pegno, meno visibile, nel senso che c’è un punto del romanzo in cui Olivia dice (parafrasato) “Io sono questo viso, sono queste gambe, sono queste ginocchia”, e questo è legato al fatto che noi donne, tradizionalmente, dobbiamo fare pace con il nostro corpo, al contrario degli uomini. C’è un canone di bellezza e c’è un equilibrio del corpo che ci viene insegnato e richiesto. Le cose sono un pochino cambiate, in quanto anche i ragazzini sono più attenti al loro aspetto, alle loro caratteristiche fisiche. Tradizionalmente la donna ha da essere bella, è ancora la qualità richiesta che ti facilita la vita. Olivia, che certamente non ha un bel corpo, visto che riporta i segni delle esperienze che ha fatto, in questo romanzo fa pace con il suo corpo. Io l’ho scritta così, e poi ho capito da chi avevo imparato questa cosa: la mia amica migliore, Barbara, è tetraplegica e una scrittrice come me; una delle cose più belle che ho imparato da lei è fare pace con il proprio corpo. Ha avuto un incidente quando stava diventando donna, intorno ai quindici o sedici anni, e raccontava che dopo la riabilitazione, che le ha consentito di recuperare solo parte del suo corpo e del suo tono muscolare, si è messa davanti allo specchio e ha tentato di fare pace con il suo corpo, che era diventato una cosa diversa. Io l’ho trovata una cosa bellissima, ed è una cosa che, nel mio caso, è stata molto difficile da fare: ci sono arrivata in anni abbastanza recenti, ma con molta fatica. Per me ha significato tenermi i capelli grigi, capire che ho le rughe e va bene così: sono la persona che sono e il mio corpo è quello che si presenta; posso anche mascherarmi, ma resterò sempre così. Quindi Olivia fa questa operazione: nonostante sia giovane deve già compiere un passo di questo tipo perché ha subito molte cose spiacevoli. Queste situazioni spiacevoli le hanno lasciato il segno, e lei deve fare pace con questo suo corpo deturpato.

Nicoletta Vallorani e Heiko H. Caimi

Siamo diventati più poveri. Non abbiamo che il ricordo del Paese che eravamo. Viviamo sull’orlo di un disastro del quale siamo incapaci di riconoscere i sintomi. Esisteremo solo in pezzi, dopo, su una terra levigata dalla distruzione.” È una citazione del romanzo. Ogni tanto inserisci frasi che suonano come aforismi e che improvvisamente ti fanno riflettere su quello che stai leggendo: è come se tu avvertissi il lettore. A volte metti una riflessione solo di una riga, o mezza frase che costringe il lettore a fermarsi un attimo e a farsi delle domande. Questo l’ho notato in tutti i tuoi romanzi, soprattutto in quelli che non hanno la leggerezza come caratteristica, ma anche negli altri. È una scelta?
Non è una scelta, esce immediatamente dalla scrittura. La parola dice quella cosa lì e va rispettata: non può essere come nella vita politica di adesso, che mi irrita terribilmente, dove le parole hanno sempre significati altri e si mente con estrema facilità. Secondo me la menzogna è anche una violenza nei confronti del linguaggio. Amo molto il rispetto nella lingua che usiamo e trovo che questo venga fuori. Non saprei dire come vengano fuori queste frasi assimilabili ad aforismi, nel senso che sono una cosa assolutamente spontanea.
Mi ricordo che quando ero piccolina e stavo imparando ad andare in bicicletta con mia madre, nelle piste ciclabili, che sono delimitiate dalla linea gialla, e mia madre diceva: “Vai dentro la linea gialla”. Allora io cercavo di entrare dentro la linea, di non stare al di qua della linea, e mi chiedevo perché dovessi farlo, visto che gli altri non lo facevano.
Questo genera una forma di autismo linguistico, che mantengo ancora soprattutto nella scrittura, e determina anche una facilità nello scrivere. Capisco che però un libro come questo non può essere letto velocemente, ma va fatto leggendo con calma, cercando di assorbire ciò che viene detto, e questo mi piace molto dei miei libri. Credo che sia bello anche goderseli in questo momento in cui si corre continuamente: avere un libro lento ti permette di rallentare e sentire il passaggio del tempo.

Scegli di non utilizzare scene splatter, procedi più per allusioni.
Questa è una scelta sia nella descrizione degli amori. Le emozioni forti, gli innamoramenti e i rapporti di norma non vengono descritti dettagliatamente, se no ritengo che vengano “uccisi”. Allo stesso modo, la descrizione dettagliata di atti violenti genera compiacimento e basta. Ognuno ha la sua stanza 101, come diceva Orwell: in questa stanza c’è la cosa che ciascuno di noi teme di più, quindi si dà a chi legge la possibilità di capire meglio l’entità del dolore. C’è un impatto psicologico del dolore: non è una storia allegra e tantomeno facile.

Nel finale sembri suggerire che per cercare di fare qualcosa, di cambiare qualcosa, bisogna in qualche modo compiere un atto rivoluzionario.
Certamente: i cambiamenti non arrivano naturalmente, per cui già la resistenza è rivoluzionaria. C’è un cardine assoluto, che è il rispetto della vita umana, per cui se si entra in un gioco violento poi si rischia di usare gli stessi strumenti; bisogna industriarsi per usare dispositivi diversi. Che ci voglia anche la rivoluzione, il contraddittorio, è necessario per la crescita della società. Quando ci sediamo e ci fidiamo di una lettura superficiale degli eventi per facilità, non è la cosa giusta. Di mestiere faccio l’insegnante, quindi questa responsabilità di far sì che la letteratura diventi uno strumento di consapevolezza è un dovere etico, non è altra cosa. Il problema è far capire come la letteratura sia una difesa contro le offese della vita, e la resistenza è un danno necessario.

Tutta la storia è filtrata attraverso gli occhi di Olivia, che pur avendo un passato difficile è una donna che riesce ad usare le proprie debolezze per trasformarle in punti di forza. Questo è un elemento molto forte, di una forza molto positiva: non sempre è così facile, soprattutto quando ci si trova in situazioni di violenza. Voleva essere un incitamento o semplicemente fornire l’esempio di come si possa reagire?
Voleva essere un esempio, anche per quelle situazioni in cui non si è sottoposti a violenza. È inutile non tentare, e credo che sia distruttivo, il proprio limite fisico e psicologico. Nei primi diciott’anni della mia vita ho vissuto la mia goffaggine tragicamente, rovesciavo spesso cose, e stavo malissimo per questo. Quando ho scoperto che di questa cosa si poteva ridere è stata una liberazione, soprattutto mia: è diventata una parte di me che ho accettato e uno strumento di inserimento nelle varie comunità. Questo secondo me è importantissimo da imparare: bisogna volersi bene con quello che si è, senza cercare di diventare quello che non si è.

Tu sei una di quelle autrici che crede la letteratura debba produrre coscienza. Pensi che la narrativa abbia ancora il potere di cambiare qualcosa?
Ne sono assolutamente convinta, se no non sarei qua. Sono convinta: non solo può, ma deve cambiare qualcosa, e trova il suo senso in questo. Perché se ci avvitiamo intorno al nostro ombelico, come scrittori, diventa sempre la stessa cosa. Chi scrive, come chiunque abbia un talento specifico, ha un microfono in mano, ed è sbagliato e colpevole farne un uso solo individualistico; se così fosse non servirebbe veramente a nulla. Scrivere anche piccoli romanzi, che circolano poco: se mi convincessi che non cambi il mondo, smetterei domani. Io penso di cambiare il mondo.

Nella parte finale, dove ci sono anche i ringraziamenti, scrivi: “Questa piccola storia permette di ricordarmi che, come diceva Bernardi, la mia scrittura è un atto di libertà.” E questo resta?
Esattamente. Luigi Bernardi è stato anche scrittore ma, soprattutto, è stato un editor, uno dei più bravi, e ho avuto l’onore di cominciare con lui. Quando ho scritto Dentro la notte e ciao Bernardi era alla Granata Press, con la quale hanno pubblicato persone che sono diventate anche molto famose, ed era una chicca come casa editrice. Poi Bernardi ha sempre avuto le mani bucate ed è fallita.
Io mando a Bernardi il mio romanzo e dopo un po’ mi chiama mi dice che c’era un buco. Io ho pensato ad un buco concettuale che avremmo potuto rivedere, invece gli mancavano le pagine! Questo è stato l’incontro con Bernardi. Successivamente abbiamo lavorato insieme tutta la vita, e lui ha fatto l’editing di tutti i miei romanzi. Ha lavorato per un po’ a Einaudi, poi con piccole case editrici. Luigi mi ha aiutato in modo determinante a diventare una scrittrice. È stato fondamentale tenermi questa libertà, e anche pubblicare con Zona 42, che si prende molta cura dei libri. Forse sono stata ferma molti anni proprio perché non riuscivo a trovare qualcuno che curasse in questo modo il lavoro. Gli ultimi romanzi sono stati proprio buttati via: nessuno se ne prendeva cura, la copertina non si poteva guardare, insomma così non va bene.

Hai esplorato vari generi, e ora sei tornata alla fantascienza, che è il genere esplorativo per eccellenza, o perlomeno dovrebbe esserlo. Però c’è un forte pregiudizio verso la fantascienza: in Italia specialmente viene considerata letteratura di serie Z. È una doppia sfida scrivere fantascienza in un Paese dove è sottostimata. Certo, ci sono fior di autori e autrici italiani, ma è un atto di coraggio anche questo.
All’inizio ho vinto il Premio Urania, con una delle prime cose che avevo scritto, e in modo neanche troppo serio. Avevo questo gruppetto di amici “fantascientifici” che continuavano a sostenere che una donna non avrebbe mai potuto vincere il Premio Urania e che, soprattutto, non poteva vincerlo una storia di ambientazione italiana con un personaggio femminile come protagonista. Allora abbiamo scommesso, e io volevo vincere assolutamente la cena e quindi ho vinto il premio. Tutto ciò mi è servito perché altrimenti, secondo me, non avrei mai scritto un libro: ero troppo terrorizzata. Se non fosse stata una scommessa non l’avrei mai finito. È stato interessante, perché io non lavoravo ancora: facevo supplenze, e quindi frequentavo il mondo degli insegnanti, e quando è uscito questo libro mi vergognavo un po’, perché mi facevano domande sul libro e io non sapevo che cosa rispondere. Tutta la prima fase della mia produzione fantascientifica è legata a questa mia incapacità di accettare la mia vena artistica. Infatti il passaggio al noir, che comunque era una mia passione, è stata un’emancipazione.
In anni recenti mi è tornata la voglia di scrivere fantascienza. Ho iniziato a guadarmi intorno e mi sono resa conto che c’erano tante cose che si potevano fare, e sono tornata con un atteggiamento diverso, anche più provocatorio. Provate a leggerlo e cercate di capire se è letteratura, se è scritto male o bene: questa è una cosa che si deve fare per ogni libro di ogni genere. Allora ho raccolto questa sfida. In mezzo c’è stato tanto lavoro con i miei studenti, che sono la mia vita: ho incominciato a proporre dei programmi di fantascienza e alla fine dei corsi mi chiedevano altro da leggere, si interessavano molto alla letteratura di questo tipo, e ho pensato che forse era arrivato il momento di rimetterci mano. Mi sono anche accorta che c’erano tante autrici donne più giovani di me con delle qualità: un po’ per gioco e un po’ sul serio ho iniziato a connettere dei fili per conoscerle, alcune non le ho neanche mai incontrate. Quelle che ho ringraziato sono quelle di cui ho letto qualcosa e mi sono piaciute molto.
È successa una cosa buffa, con una giornalista che mi ha intervistato e ha detto “Ho capito che avete un gruppo di scrittrici di fantascienza”. Il che non è vero, ma è bello vedere come ci sia un po’ di solidarietà reciproca fra le scrittrici, perché il mondo della scrittura è molto competitivo, e sono contenta di aver cominciato io.

Trascrizione ed editing a cura di Riccardo Crippa.

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Heiko H. Caimi
Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, Abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Collabora con il notiziario "InPrimis" tenendo la rubrica "Pagine in un minuto" e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli "Sdiario". Ha pubblicato il romanzo "I predestinati" (Prospero, 2019) e ha curato l’antologia di racconti "Oltre il confine. Storie di migrazione" (Prospero, 2019).

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