La verità dietro l’apparenza – Intervista a Silvia Accorrà

0
1319

Silvia Accorrà, scrittrice, poeta, traduttrice, fotografa, è autrice di un romanzo originalissimo, “Tokyo Love” (Enrico Damiani Editore). L’abbiamo intervistata cercando di ripercorrere il suo iter artistico.

Esordisci come autrice nel 1991, con la raccolta poetica “Mezzoforte”, poco più che ventenne. Per la successiva, “Pesce di terra”, dobbiamo aspettare quattro anni, e addirittura dodici per “Città non nostre” (2007), per il momento la tua ultima. A che cosa è dovuta questa grande distanza tra una pubblicazione e l’altra?

Forse al fatto che l’editoria italiana non pubblica volentieri poeti sconosciuti. È un’esposizione in totale perdita.

Il tuo esordio in prosa avviene nel 2008, con l’antologia “Rosso nucleare”: quaranta racconti molto diversi fra loro, nei quali il tema sembra essere la verità – la verità nascosta dietro le apparenze, che si svela spesso con un evento improvviso, risolutivo, o che viene messa a nudo da elementi apparentemente banali. È il tuo modo di guardare alla realtà?

Sì. Hai colto esattamente il senso di qualcosa che in apparenza non lo ha. Rosso è una raccolta molto diversificata, come hai detto, molto eterogenea. Era difficile per me spiegare in un unico testo che fosse organico ed esplicativo tutta la complessità, la frammentazione del reale – che per me è un altro modo di dire: il vero. La verità è sempre il secondo sguardo, la pagina non letta subito, l’occasione quasi sfuggita. In ogni caso, per la mia esperienza, la verità non è mai evidente.

Questo approccio è presente anche nel tuo primo romanzo, “Tokyo Love” (2014), in cui l’elemento fantastico si insinua piano piano nella narrazione, come qualcosa di perfettamente naturale: un universo che convive con noi ma di cui raramente ci accorgiamo, e nel quale forse tutto è possibile. Si tratta di un approccio letterario o personale?

Si tratta di un approccio assolutamente personale. È uno spiraglio aperto al mondo del Sogno, come mi piace chiamarlo. Che entra quando e come vuole, proprio come fa l’inconscio. Imparare dall’inconscio è davvero… interessante.

Nel 2012 un tuo racconto, “Il colore giallo”, compare nell’antologia “Schitarrate!” Com’è stata questa convivenza con testi molto dissimili dal tuo?

Come quando vieni pubblicato in un’antologia poetica – ma anche di prosa, se è per questo: ti leggono per quello che sei, e nella tua relazione unica, peculiare, con il titolo della raccolta. Credo che succeda a me come agli altri autori, naturalmente.

Tutti gli scrittori hanno un percorso alle spalle. Il tuo parte dalla parola poetica e dalla fotografia, che poi si fondono nella tua prosa. Vuoi parlarci di questo tuo iter?

La poesia, così come la fotografia, sono rapide e richiedono spesso solo uno sguardo, un’intuizione immediata che le renda efficaci. Non pensavo che avrei mai scritto più a lungo di venti versi, eppure. Scrivendo si impara a scrivere, ad articolare, ad adattarsi alla complessità. Mi sono accorta che avevo gradualmente bisogno di più spazio per dar voce all’altra realtà, quella non evidente.

Sei anche traduttrice. Quanto è utile l’esperienza di traduzione, e quindi la confidenza con testi altrui, nel trasformarsi in narratori?

È fondamentale. Tutto quello che riguarda la parola degli altri è indispensabile, perché è un punto di vista diverso, spesso lontanissimo dal proprio e quindi poco riconoscibile. Addirittura di più nella traduzione, forse.

La tua scrittura è fortemente connotata da ritmo e armonia, caratteristiche tipiche della musica…

…E dell’immagine. E della poesia (anche i versi liberi hanno una sorta di metrica). Secondo me la bellezza è questa: ritmo e armonia. Ma non in quello che faccio io: in quello che mi piace guardare, ascoltare, leggere. Imparo a usare gli strumenti che creano ciò che amo.

Il tuo approccio alla realtà è spesso fantastico. I tuoi personaggi convivono con lo straordinario come se fosse ordinario. Questo accade spesso nella letteratura giapponese, ma quasi mai in quella occidentale…

Sì, è proprio così. Il fantastico occidentale è spesso mistico, favolistico o fantascientifico, e io sono convinta invece che ci sia un fantastico quotidiano e terra-terra, che in Giappone hanno molto ben presente.

Noto che il tono delle tue narrazioni è realistico anche quando affronti elementi fantastici…

Esattamente: perché il fantastico come categoria non esiste!

In che senso?

Come categoria letteraria indubbiamente, ma per la mia esperienza non esiste niente di irreale/fantastico/irrazionale. Il fantastico è quotidiano, quindi non sorprende.

Da dove nasce il tuo amore per la terra e la cultura del Giappone?

Dall’infanzia, banalmente. Il mio primo migliore amico è stato un bambino giapponese, con il quale trascorrevo tutti i pomeriggi. Il tè amarissimo che serviva sua mamma e l’odore vegetale di quella casa mi hanno naturalizzata. E poi la lettura, i viaggi, l’arte e la lingua.

Vuoi dirci qualcosa di più su queste letture, su questi viaggi; insomma, su questa fascinazione?

Sulla letteratura, tu hai notato precisamente il nodo della questione: la relazione fra il reale e l’irreale, il sogno e il quotidiano eccetera, è estremamente intensa. Non esiste un bordo che li distingua. E la vita là è proprio così. Non è sorprendente trovare misteriosi templi sotterranei accanto a sgargianti pubblicità di soft-porno. L’immateriale e il tremendamente materiale. Il conscio e l’inconscio. E’ un luogo senza limiti.

Oltre a scrivere e a tradurre, ti occupi anche di fotografia. Non è quindi un caso che la protagonista di “Tokyo Love” sia una fotografa…

Questo è molto curioso. In nessuna parte del libro lo dico chiaramente, eppure emerge. Non posso descrivere un personaggio – e per esempio la sua attenzione alla luce, agli spazi – senza avere un’idea più che discreta di quello che gli passa per la testa.

Mi sembra di riscontrare, in “Tokyo Love”, che uno dei temi principali è quello della scelta, laddove stare ad aspettare per vedere che cosa accade è a sua volta una scelta precisa…

Sì. Sempre, in ogni caso, siamo costretti a scegliere. E se abbiamo fatto la scelta giusta, uno dei premi è l’accesso alla verità. O almeno a una parte di essa.

Nel romanzo la tua immersione come autrice nell’anonimo personaggio della protagonista è totale: si tratta di un processo di identificazione o della capacità di entrare nei personaggi a tal punto da essere i tuoi personaggi, mentre scrivi?

Li lascio parlare. Non conto le notti in cui ho dovuto alzarmi per correre a scrivere che questo o quel personaggio stava dicendo o facendo qualcosa. Hanno vita propria, io ne racconto la storia.

Mi verrebbe da definire “Tokyo Love” una tragedia,  poiché come nella tragedia classica il finale è preconizzato fin da quando l’elemento fantastico si inserisce nella narrazione. Ciò non ostante il finale vira dalla tragedia classica ed è spiazzante, diverso da tutto ciò che come lettore mi sarei potuto aspettare…

Davvero?! La tragedia classica aveva un andamento ben definito, che entrasse in causa il soprannaturale o meno. In questo caso volevo che nessun elemento desse l’idea di uno schema. Perché la scelta, che citavi prima, è stata la sterzata dirimente che ha deciso per il finale.

Ovvero?

La scelta della coprotagonista non è dipesa da me. Era inevitabile (nel senso della tragedia greca, cioè ineluttabile), ma non l’ho imposta io alla narrazione.

Quando inizi un nuova opera la trama è ben delineata nella tua mente o si organizza mano a mano che scrivi?

All’inizio quello che mi è molto chiaro sono le caratteristiche dei personaggi. A seconda dei loro comportamenti si sviluppa la storia. Tendo a non forzarli.

Leggendoti si nota una scelta precisa delle parole, che hanno peso e sostanza, e che non sono mai fuori posto. Si direbbe che tu faccia un lungo lavoro di cesello. Quanto è importante per te il lavoro di riscrittura?

Ti ringrazio molto. Ma devo dire che detesto riscrivere, e perfino a volte rileggere. Quando una storia, un personaggio, una situazione sono su carta, basta. Vivono di vita propria. Non posso e non devo influire su di loro.

Neppure a posteriori? Mi stai dicendo che “Tokyo Love” è una prima stesura?

In definitiva è una prima stesura con alcune riletture parziali e qualche correzione, in particolare per i tempi, ma sono state davvero poche.

Pur utilizzando un linguaggio ricco e preciso ti esprimi in maniera semplice, comprensibile ai lettori. Ritieni importante che un’opera letteraria possa “arrivare”, potenzialmente, a tutti i lettori?

Certamente. Penso che sia indispensabile, anzi. A seconda dell’opera, chiunque deve poter commentare e riflettere sulla verità piccola o grande che viene espressa dall’autore.

Secondo te la letteratura deve produrre coscienza nei lettori?

Sì. Ogni forma d’arte deve produrre coscienza, che sia coscienza di sé o sociale, familiare, politica, scolastica o lavorativa. Dipende da quello che l’autore vuole comunicare, e se l’opera ha un senso che va oltre la pura estetica, il senso è proprio la coscienza di chi la recepisce. Per coscienza intendo ‘consapevolezza’.

In tempi di omologazione culturale il tuo romanzo si discosta molto dai “canoni” correnti, mostrandosi di grande originalità fin dalle prime pagine. Per te scostarsi dalla media è una rinuncia o una conquista?

“Scostarsi dalla media” è un concetto che mi sfugge totalmente. L’omologazione, i canoni di cui parli mi sembrano entità completamente prive di senso. Non le riconosco e non le conosco.

Del tuo romanzo si è parlato e scritto molto. Come vivi tutta questa attenzione verso la tua ultima opera?

Sono molto felice quando qualcuno che mai avrei immaginato – un commerciante della mia zona, un lontano parente – mi dicono: ho letto il tuo libro. Ecco, penso, ho comunicato anche con loro!

Credi anche tu che la letteratura sia in crisi?

Credo che ci siano tante persone che hanno qualcosa da dire, ma per motivi ridicoli non viene loro dato accesso alla pubblicazione. In questo senso, sì.

…e che quindi vengano pubblicati a bella posta autori mediocri?

La mediocrità è facile da gestire.

Ogni buono scrittore è anche un assiduo lettore; quali sono gli scrittori contemporanei che, secondo te, andrebbero assolutamente letti?

Murakami Haruki, i suoi primi romanzi. E Georges Simenon, se lo si può dire contemporaneo.

Quali scrittori hanno contribuito maggiormente alla tua formazione di scrittrice?

Sto per sparare molto alto. Per la poesia T.S.Eliot, Aragon, Borges; per la prosa, ancora Borges, Virginia Woolf, Cocteau e Simenon; e ovviamente Murakami Haruki. Tra gli italiani, Italo Calvino è un esempio di ‘scrittura che non potrebbe essere diversa’.

Non Cortàzar?

Certamente anche Cortàzar! Ne tralascio troppi, troppo luminosi.

“Tokyo Love” si annuncia come il primo romanzo di una trilogia. Vuoi darci un’anticipazione di quelli che seguono?

Preferirei di no…

Perché scrivi?

Mi scuso per la banalità, ma… non posso star senza. Perché fa parte di me come un gusto personale, un’attitudine, ma soprattutto una necessità. Mi piace molto fare cose legate al mio benessere, e – come tutti – faccio il possibile per entrare in una situazione che me lo provoca. Non penso di poter rinunciare a una parte di me che mi fa sentire così completa.

SHARE
Articolo precedenteMilano calibro 9
Articolo successivoGiuseppe Ciarallo – Psychomarket
Heiko H. Caimi
Scrittore e sceneggiatore, insegna scrittura creativa dal 1999. Ha collaborato con la casa editrice Tranchida dal 2007 al 2009 come docente di Scuola Forrester e come membro del CdA e redattore del comitato editoriale, nonché come autore sulle riviste telematiche “Gluck59” e “Tenekè”. Ha collaborato come autore di novelle con gli editori Mondadori e GVE e pubblica racconti, articoli, recensioni e poesie con diverse riviste telematiche. Ha partecipato come poeta alla VII Edizione della Carovana dei Versi nel 2012-2013, e sue opere sono state pubblicate nel 2013 all’interno dell’antologia edita dalla Casa Editrice Abrigliasciolta di Varese. Ha tenuto corsi di scrittura e di sceneggiatura presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano, presso l’I.I.S. A. Lunardi di Brescia, in svariate biblioteche e associazioni del comprensorio bresciano e in alcune scuole svizzere. Un film per cui ha scritto la sceneggiatura è stato opzionato due volte e ha collaborato come sceneggiatore a una produzione internazionale (“Haiti Voodoo”, 2011). In un lontano passato ha suonato in svariati gruppi musicali e ha collaborato a numerosi cortometraggi. Attualmente vive e lavora a Brescia. Dal 2002 è Presidente di Magnoliaitalia e dal 2013 è docente e direttore della Bottega della Scrittura di Brescia, scuola professionale per scrittori.

Lascia un commento

Scrivi un commento
Per favore inserisci qui il tuo nome

inserisci CAPTCHA *