Michael J. Farrell – À la Descartes

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Introduzione

Un vagabondo intellettuale dai capelli grigi che trasporta un sacchetto di plastica si autoinvita a soggiornare in una sbiadita residenza di campagna dove i bohémien Bartolomeo e Bella vivono in un elegante degrado. Cenano con del pesce e con una dieta a base di derivati di tarassaco fatti in casa e parlano di filosofia. “Io ti porto Cartesio”, dice l’intruso. E a quanto pare non parla in senso figurato.

Questa è una storia ironica in cui non succede nulla: eppure, al suo interno sono racchiuse per intero la storia e la filosofia. Lo stile intellettuale senza pretese di Michael J Farrell, insieme con le sue credenziali spirituali, gli consentono di attrarre abilmente il lettore entro una riflessione umoristica sull’anima e sul destino visti con gli occhi del suo eccentrico narratore. Una storia da gustare.

Valerie Bistany
Direttore dell’Irish Writers Centre

À la Descartes

Immaginate, se volete, un viale alberato che curva dolcemente per mezzo miglio, diretto verso un palazzo color senape che si sgretola sotto il peso di un’eleganza perduta. Era l’ora offuscata prima del tramonto, quando il giorno aveva dato tutto e si stava rilassando. Quello che guardava le ninfee e al di là delle colline ero io, Bartolomeo.

Entrò nel mio campo visivo un uomo che aveva tutta l’aria del -io sono sopra la media nel reparto intuizione e mi divertono le premonizioni e altre irregolarità epistemologiche. L’uomo era a piedi. Aveva in mano un sacchetto di plastica che teneva cautamente lontano dal corpo come se stesse trasportando delle uova.
Da autore, ho cercato nel mio piccolo di aggiungere lustro alla condizione umana. Ho iniziato ambiziosamente con un tomo chiamato Dio sa scritto in prima persona. Nessuno che l’abbia letto l’ha mai ammesso. Poi mi venne il lampo di genio e scrissi Qui sotto. Con risultati sensazionali, se posso dirlo. Una volta capita la situazione, ovunque la gente volle salvarsi da se stessa. Parecchi facevano schifo, ma il resto ebbe qualche merito: fate il bene, evitate il male, tornate ad andare in bicicletta.

Dopo aver spinto la popolazione a divulgarlo, ne sentivo la responsabilità. Gli scrittori non possono prendere le distanze dal caos che creano. La corrispondenza che ne risultò fu stupefacente dal momento che eccentrici e altri gettarono nuova luce sul pianeta. Mi torturarono dalla caverna di Platone al Triangolo delle Bermude. I vicini descrissero i vicini infrangendo tutti i dieci comandamenti. Vennero invocate vecchie maledizioni, sfilarono incantesimi druidici, si utilizzarono il rugby, il calcio e derivati di Wall Street. Poi saltò fuori quell’uomo con la borsa della spesa, un certo Mossy O’Toole, che aveva scritto una lettera favolosa sugli ultimi anni di Renato Cartesio il quale, come tutti sanno, era stato invitato dalla regina Cristina a emigrare in Svezia dalla sua nativa Francia, dove era già un filosofo eccezionale. Forse ne avete vista l’immagine: un viso ossuto, con un accenno di ringhio e lo sguardo sfuggente di uno che non si fidava di nessuno, e con buona ragione.
Il papa si occupò del suo caso per quella che si sarebbe potuta definire eresia, in un’epoca in cui l’eresia poteva provocare una morte infelice. Un soggiorno in Svezia sembrò esattamente quello che ci voleva. Ma l’inverno a Stoccolma può essere atroce. La regina Cristina, inoltre, era una fanatica e lo faceva alzare alle cinque del mattino per parlare di filosofia. Cartesio odiava la mattina presto. In pochissimo tempo si ammalò di polmonite e morì. Era il 1650. Gli svedesi, imbarazzati, gli diedero una rapida, tranquilla sepoltura. La trama si infittì con gli anni.
Si potrebbe discutere fino alla nausea se, per un uomo con grigi peli aggrovigliati che gli crescono fuori dalle orecchie, sia figo portare orecchini di diamanti su quelle stesse orecchie. Mossy O’Toole, insomma, non era un uomo convenzionale.
«Noi siamo gli O’Tooles anglosassoni», disse a un certo punto. «Ci si trova vicino a Blue Ball non lontano da Tullamore. Io stesso sono la pecora nera della famiglia» aggiunse con un pizzico di orgoglio.

Io, Bart, quando non salvo il mondo, sono un bohemien incallito. Non so bene cosa questo significhi, ma sembra che implichi una considerevole trascuratezza dell’ordine sociale. Il palazzo è un casino. Diversi pastori irlandesi diffondono le pulci da una stanza all’altra. In tutto il salotto sono sparsi bollitori arrugginiti, cumuli di biancheria non lavata e una canoa gialla. Non vengono disturbati da una generazione o più. La filosofia dietro questa inerzia è l’effetto del fatto che la vita è breve e deve essere dedicata solo alle cose essenziali. Fra l’altro, io sono alto e magro. Se volete immaginarmi, immaginatemi come un giocatore di cricket vestito per giocare, cosa che effettivamente non ho mai fatto. Ho coabitato per anni con una slanciata coinquilina di nome Bella, una persona esotica vestita di drappeggi lunghi fino a terra. Sale della terra, luce degli occhi, i superlativi si esauriscono subito quando si parla di lei. Come me, anche lei è bohèmien. Così quella sera, quando ci fu un forte trambusto alla porta d’ingresso, anche se entrambi vedemmo avvicinarsi lo spettro – nessuno di noi ebbe fretta di rispondere. Bang, bang faceva il battente, mentre Bella leggeva ostinatamente un libro e io ostinatamente guardavo le ninfee. D’altra parte, siamo tutti affascinati dagli intrusi e desiderosi di sorprese. Per esempio, mentre abbiamo paura del tristo mietitore, quando si pone l’occasione abbiamo altrettanto paura di rifiutarci di lasciare entrare il bastardo. Così lasciai entrare il bastardo.
«Mon vieux», disse, il che diceva molto. «Mon vieux, dove è andata la tradizionale ospitalità?» Non mi guardò, come se mi avesse preso per un servitore e mi sfiorò col sacchetto di plastica mentre mi passava davanti fino a che non lo depositò su un tavolo. «Tu devi essere?»
«Bartolomeo».
«Oh, beh, allora è diverso. Vi porto Cartesio». Sembrava abbastanza eccentrico da affrontare un testa a testa con Cartesio, qualcosa che fanno in pochi: ai giorni nostri solo una minoranza combatte con le domande spaventose. Indossava un vestito scozzese bluastro, ora troppo grande per lui, come se avesse raggiunto e poi superato il momento in cui la carne umana comincia ad avvizzire e sparire. Poi misi a fuoco le lentiggini sul suo viso, macchie minuscole, ciascuna un’imperfezione indipendente. Quelle lentiggini, inoltre, erano distribuite in modo non uniforme: il settanta per cento, più o meno, da una parte e il resto dall’altra.
Bella faceva il brodo. Brodo di tarassaco, affermò, un supplemento di ferro per l’anima. Io accesi un fuoco scoppiettante mentre Mossy si godeva un bagno. C’era un senso di occasione. Mentre il nostro ospite parlava, quelle lentiggini si muovevano sul suo viso, un universo in miniatura di lune e pianeti nelle loro orbite.
«Cogito, ergo sum», intonò. «Non c’è bisogno del latino per capire che Cartesio l’ha detta giusta». Una brezza serale veniva dal frutteto attraversando le doppie porte. Il brodo era stato corretto con le spezie e i rimasugli di alcune bottiglie alte. Il risultato fu un crepuscolo mistico che ricordava la sera in cui l’antico greco scoprì Eureka.
Cartesio, così continua la storia, si ritrovò a scivolare nel peggiore di tutti i possibili schemi mentali: il dubbio universale. Questo non era mai stato un problema, sa Dio da quando. In precedenza, quando l’incredulità alzò la testa, litanie di santi unirono le forze con antichi pagani per rendere la fede cieca una conditio sine qua non. Eppure i demoni di Cartesio obiettarono. Facci vedere, insistevano. Un mondo intero vacillò, l’unico mondo che al momento avevamo. E il guaio, con i dubbi, è che quando cedi con uno se ne apre un altro fino a quando non sono dappertutto. Presto il filosofo si trovò immerso in un pozzo nero di dubbi.
Eppure, pensò, se sto pensando, qualunque cosa sia, per lo meno devo esserci.
«Fu fantastico, mon vieux. Tutto il resto andò a posto».
«Come?» volle sapere Bella.
«Come che cosa?»
«Come fece ad andare tutto a posto?» Questo è il tipo di domanda angusta che nessuno vorrebbe gli venisse posta, ma Bella aveva una mente angusta. Un lupo ululò in lontananza, aggiungendo atmosfera; probabilmente si trattava del cane dei vicini.
«Se sto pensando, devo essere qui», cercò di spiegare Mossy. «E se io sono qui, lo sono anche tutti gli altri». Filosoficamente si trattava di una vecchia salsiccia flaccida, in cui non si potevano affondare i denti. Ma lo scaltro vagabondo andò avanti. «Quando un uomo morto lascia che idee come questa infettino tutta l’Europa, mon ami, ci sarà sempre qualcuno pronto a ricordarlo con rabbia – o sto mescolando troppe metafore? Tra l’altro, è idromele quello nella bottiglia?»
«Vino, mon ami».
«Non ho nulla contro il vino».
«E’ fatto con lo stesso tarassaco con cui è fatto il brodo», spiegò lei. «La terra è agli sgoccioli, vecchio mio, e il tarassaco è la soluzione migliore. Questo e lo scarafaggio sono i sopravvissuti evidenti nelle rispettive categorie. Dopo che gli esseri umani saranno spariti, sarà lo scarafaggio a bere il vino di tarassaco. O viceversa». Questa ragazza invecchiata, in gioventù una suora, aveva passato la vita vagando fra ashram, Kibbutz e la giungla amazzonica raccogliendo sciocchezze. Aveva una grande inclinazione per la speranza. Riusciva a vedere, in fondo alla strada, una vita migliore di quella con me, anche se era vaga sui dettagli. Ciò, tra l’altro, non era una scoperta così sorprendente: anch’io vedevo davanti a me una vita migliore di quella con me stesso.

Poiché il lungo crepuscolo si dirigeva verso la mezzanotte, Mossy chiese se poteva piantare la sua tenda da qualche parte. Si trattava di una tenda metaforica e la piantammo in una zona del pavimento in cotto nel retrocucina. Il suo unico bagaglio, spiegò, erano uno spazzolino da denti e un paio di boxer.
C’era, in realtà, un altro bagaglio. Poche reliquie creano tanta curiosità quanto una testa umana. Anche un cranio, mediamente: che razza di vita ha avuto, dagli ululati dell’infanzia al pandemonio di facilitare, anno dopo anno, ciò che gli occhi hanno visto e le orecchie hanno udito, coordinando i nostri giorni. Ero portato a credere che ci fosse un grande teschio in una scatola nel sacchetto che ora sembrava ragguardevole appoggiato sul pavimento del retrocucina. Lo colpii con la punta del piede. Qualunque cosa vi fosse, era inerte. Era misterioso. Il mondo era sempre in attesa di un qualche Santo Graal. E come nella lotteria, ho sempre pensato che il colpo buono sarebbe stato quello successivo.
«Sono un trovatore», disse O’Toole la mattina seguente, «che non lascia perdere nulla». Così cominciarono altri giorni e notti di frasi fatte durante i quali tutti e tre giravamo intorno al cranio.
«Ecco quello che ti sto dicendo», Mossy stava bevendo del tè fatto con una bustina estratta dalla tasca dei pantaloni, una bustina di tè ben utilizzata, disse, che non ha mai fatto il tè più leggero rispetto alla settimana precedente. I seguaci di Cartesio, in ogni caso, chiesero agli svedesi di riavere il suo corpo. Quando lo riesumarono, l’ambasciatore francese chiese il dito del grande uomo come reliquia, considerando il ruolo che il dito aveva giocato nella scrittura dell’opera di Cartesio. «Nella condizione umana è insita una brama nei confronti delle reliquie», continuò Mossy, «dalla biancheria intima di Marilyn Monroe alle brocche marocchine. Ma le parti del corpo non hanno prezzo. Ciocche di capelli, o un dente, ma soprattutto prepuzi. La civiltà occidentale conserva un vasto tesoro di prepuzi. Si trovano in bottiglie e scatole, racchiusi in borse di velluto o di cuoio o in reliquiari ornamentali».
«Cartesio?» lo guidai di nuovo al tema.
«Oh. Un custode, vedendo l’ambasciatore prendere il dito, si prese la libertà di prendere il cranio. Si ballava per le strade, mon vieux, quando Cartesio tornò a Parigi. Era all’incirca il tempo della Rivoluzione Francese, quindi nessuno prestò molta attenzione a una testa mancante».
Eppure trascurare una testa è rischioso. Un teschio non è soltanto un teschio. Nessuno direbbe, per esempio, che quella di Giovanni Battista fosse solo una testa appoggiata su un piatto o, più tardi, solo un teschio. Una volta che si sia andati oltre l’anatomia, si potrebbe sospettare l’esistenza di un’altra dimensione. Come nel caso di Cartesio, essendo il padrino della rottura fra mente e corpo.
I resti di Cartesio, a quanto pare, vennero trascinati indiscriminatamente per l’Europa. Poi uno scienziato svedese, di nome Berzelius, lesse su un giornale che il cranio del filosofo era in vendita ad un’asta di Stoccolma. Lo comprò per trentasette franchi francesi.
«Quel cranio», dichiarò O’Toole, «se n’è stato per secoli al Musée de l’Homme di Parigi». Le lentiggini erano diventate una furia mentre lui accumulava un je ne sais quoi sopra l’altro. Vi fu un bandito famoso in quel seminterrato, anche lui morto da tempo. C’era odore di morte, disse. Descrisse lo sfasato e il brutto, il peloso e il calvo, la regalità e i saltimbanchi – dopotutto, era il museo dell’uomo, con un cenno occasionale alle donne. Morirono tutti. Tutti tranne Cartesio, il cui cogito gli impediva di riposare in pace.

«C’è solo un problema» disse O’Toole, dopo una settimana. Lui e la coinquilina e io eravamo seduti sulla veranda guardando quella che un tempo era la valle di famiglia, alberi di ogni tipo si crogiolavano sotto di noi, una volpe cercava qualcosa da uccidere, un trattore gemeva salendo su una collina. Ne avevo abbastanza di Mossy, ne avevo abbastanza di Cartesio. Tutti dicevano che il suo Discorso sul Metodo fosse un’opera fenomenale, ma non avevo mai incontrato nessuno che l’avesse realmente letto, compreso O’Toole. Aggiungendo al danno la beffa, Mossy prese possesso del retrocucina. Prima comparve un tappeto sgargiante. Poi arrivarono dei mobili antichi. Una gabbia senza uccelli. Un forno a microonde. Solo quando vidi i dipinti dei miei antenati sulle pareti del retrocucina mi resi conto che me li stava rubando.
Il problema, secondo Mossy, era: Cartesio era stata perso e ritrovato così spesso che ora, oltre al teschio di Parigi, ce n’erano altri quattro.
«Sono tutti Cartesio?»
«Chi dice il contrario?»
Sarebbe stato da ladro senza vergogna mettersi a insistere che gli altri erano spuri e che l’articolo genuino si trovava sul mio tavolo. Ma saltò fuori un ulteriore indizio: secondo un aneddoto, si diceva che sul cranio vero vi fosse inciso il nome del filosofo. «C’è qualcosa inciso sul tuo cranio?» chiese Bella.
Questo sembrava essere il momento più adatto in cui Mossy tirasse fuori il suo premio dal sacco. Ma lui non era quel tipo di uomo. «Pensateci» ci fissò con aria aggressiva. «Cartesio è colui che per primo annunciò la separazione dell’anima e del corpo. Non vedete?»
Seguì una pausa significativa. Al termine di quella pausa significativa Bella infine annuì; sì, vedeva. E così feci io. Voglio dire, annuii. Non so perché. Imbarazzato, probabilmente, di non sapere di cosa diavolo stesse parlando. Questo imbarazzo è sicuramente il motivo per cui nel mondo prospera una sciatta erudizione: non si parla durante la pausa significativa.
Pensate. Non si poteva andare lontano nell’arena delle idee senza imbattersi nell’anima. In passato acquistò credito nella maggior parte delle nostre piccole vittorie. Raramente venne precisato nel dettaglio come avesse ottenuto tutto questo perché la storia fu piena di pause significative, durante le quali i dubbiosi non riuscirono a parlare. Quindi, a un certo punto, si ipotizzò che tutti noi sapessimo di cosa si stava parlando.
Quella fu solo la metà della catastrofe. Mentre l’anima era spirituale e volubile, il corpo, un mucchio di molecole che si disgregano gradualmente, fu più facile da inchiodare. Aveva, per esempio, i peli nelle orecchie. Come un tale organismo insieme a una tale anima, mele e arance se volete, si siano mai potuti coniugare e andare d’accordo, questo era un enigma. Come potessero ora separarsi, come ha suggerito Cartesio, era un enigma più grande.
Io stesso – non dimenticatelo – ero in missione, metaforicamente parlando, per riorganizzare i mobili, per pettinare i capelli collettivi, coprire il brufolo imbarazzante, reimpostare il sole dritto in cielo. La gente ora voleva sigarette più sicure, bambini più belli, meno sporco sotto le unghie, più neve al Polo Nord.
In un tale clima di apprensione, tutti quei teschi ebbero un effetto sconcertante. Teste di seconda mano, se volete, già malridotte. A volte erano rimasti un paio di denti. Spesso c’era un’apertura dove nessuno se lo aspettava. Non ce n’erano due uguali. E questo era solo l’esterno. Ciascuno dei crani fuori luogo era in uno scaffale da qualche parte, probabilmente in una bella scatola, meditabondo e in attesa. Con o senza denti. Sicuramente senza la lingua, i bulbi oculari, i vecchi amici. Niente più capelli. Niente più cerume nelle orecchie. Niente più orecchie. Un dito una volta si era infilato nel naso. Pensa un po’ al dito. Quelle ossa una volta sputavano e ammiccavano, indietro da qualche parte, lungo la strada da cui siamo venuti.
E un’altra cosa. Uccidere, una volta praticato solo da pochi, stava diventando una mania. Ci si preoccupava che un potere superiore, se ancora ce n’era uno, potesse stancarsi di noi. L’intellighenzia era confusa. Gli scrittori vagabondavano invano sui computer. Fino a quando il mio Qui sotto, che fu tradotto in tutte le lingue, non ricordò alla gente che quasi tutti, data l’occasione, disapprovano uccidere e preferiscono invece parlare delle cose. Per parlare delle cose, però, occorrono pro e contro. E, come il mio libro ha sottolineato, i grandi sostenitori dei pro e dei contro erano i filosofi. Di cui oggi, avevo aggiunto acidamente, ve ne erano pochi preziosi. Ciò aveva causato una levata di scudi. Fino a quando, in mezzo a tutte le grida, qualcuno aveva detto Cartesio, e prima di sapere chi fosse mi stavo scontrando con l’ineffabile Mossy O’Toole.

«Avremo trote per cena», dissi subito dopo, «con asparagi e sa il diavolo cosa. Dal momento che abbiamo ancora un lungo crepuscolo, tanto vale dare un’occhiata a ciò che avete nella borsa». Questo piccolo discorso ebbe un effetto galvanizzante. Lui uscì per una lunga passeggiata sotto la pioggia. Riuscivo a vederlo laggiù nella valle mentre si decideva. Il mondo moderno, stava sicuramente pensando, era un vecchio cavallo stanco, che passeggiava per prati abbandonati in cerca di un posto tranquillo per morire.
Cena: immaginate tre vecchi relitti come noi riuniti intorno a un tavolo di plastica nel solarium. Chiacchierare un po’ sembrava superfluo. «Potremmo provare a mettere su un po’ di musica edificante» suggerì Bella, vestita da cima a fondo in pizzo Carrickmacross. «Sibelius, uno a caso?»
O’Toole replicò con i Clancy Brothers e Tommy Makem. Dal momento che aveva ancora il cranio, la carta vincente, Tommy Makem cantò del ragazzo coloniale ribelle e della brocca di punch mentre innaffiavamo il pesce con il vino di tarassaco. Arrivò un momento in cui nessuno di noi riuscì a pensare più a nulla per ritardare il procedimento.
Fuori un pettirosso cantava un motivo pieno di gorgheggi quando O’Toole aprì la borsa, una volta una semplice borsa della spesa, ora il centro di un interesse quasi soprannaturale. La scatola, vedevo, era fatta di ebano, nero e lucido. La cerimonia di apertura fu sorprendentemente banale, nessuna chiave d’oro o roba elettronica. Semplicemente sollevò il coperchio.
Sarebbe bello pensare, se il Graal dovesse mai essere trovato, che sarà una scoperta sensazionale, con che causerà  di fuochi d’artificio sulla terra, se non addirittura in cielo, orgia ed estasi e gruppi in concerto. Il pacchetto di O’Toole fu meno eclatante. «Vai avanti», incoraggiò senza fiato la coinquilina. Persino i Clancy Brothers erano rimasti in silenzio. Non ci furono fenomeni celesti. Il teschio, come succede ai teschi, sembrava rassicurante, tipico. Un gentile, paziente cranio. Mossy lo raccolse senza fanfare, senza nemmeno gli abituali guanti di gomma, e lo posò sul tavolo.
Sollevammo gli occhi dalla testa e ci guardammo l’un l’altro. Che cosa può aver visto in lui la regina Cristina? Cosa può aver voluto sapere alle cinque del mattino?
«Non gli assomiglia neanche un po’», disse Bella.
La bocca era sparita. Tutte le cose che aveva detto se n’erano andate. Anche se non fosse mai stata di Cartesio, una volta era stata sicuramente una bocca parlante. Il filosofo aveva un naso aquilino. Ora perduto come tutti i nasi. La fronte era solcata a destra fino all’osso. Doveva essere stato l’effetto di tutto quel dubitare.
Il suo nome era inciso sopra l’occhio: Cartesio.
Ciò sembrò risolutivo.

FINE

Traduzione di Anna Anzani

Questo racconto è pubblicato per gentile concessione di The Stinging Fly ed é apparso nel numero 24 volume due/primavera 2013.
The Stinging Fly è stata fondata a Dublino nel 1997 e si propone di pubblicare e promuovere il meglio della nuova scrittura irlandese e internazionale.
http://www.stingingfly.org
http://www.stingingfly.org/issue/summer-2014

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