Aurora sono io: intervista a Barbara Baraldi – II parte

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Aurora nel buio si apre con una citazione da Anthem, una canzone di Leonard Cohen: C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce. Direi che è un’ottima chiave di lettura del romanzo. Ma Cohen, evidentemente una tua passione, viene citato più volte.
Aurora nel buio introduce un personaggio completamente nuovo: Aurora Scalviati. Si apre subito con uno shock, nel senso che si apre con un elettroshock. Da subito colpisci il lettore nello stomaco: è un’esperienza volontaria da parte della protagonista, ed è abbastanza scioccante proprio il fatto che vi si sottoponga di propria volontà; dopodiché scopriamo e capiamo il perché. Non è un segreto, viene svelato nelle prime pagine del libro: Aurora Scalviati ha un proiettile conficcato vicino alla tempia, che a volte le dà dei problemi e che le procura un disturbo bipolare. In realtà è una profiler straordinaria, considerata a suo tempo la migliore, ma per via di un episodio del suo passato recente, nel quale un collega ha perso la vita, viene confinata nel commissariato du un paesino di provincia, Sparvara: una cittadina tranquilla, nella quale non succede mai niente, salvo che, quando arriva lei, ci scappa subito il morto.
Con questo romanzo fai man bassa di premi, addirittura tre per un romanzo solo. C’è un serial killer, c’è una serie di personaggi che torneranno, anche se con ruoli diversi, nell’Osservatore oscuro e c’è il Lupo Cattivo. Ci sono anche alcuni fatti che avvengono nel 1349 a un certo Padre Egidio, quindi nel romanzo c’è anche un salto temporale continuo. La protagonista è sperduta in questo posto, perché non conosce nessuno, ma ha un punto di riferimento solido e stabile: Isaak Stoner, un agente dell’FBI, che è stato uno dei suoi maestri quando ha fatto un corso negli Stati Uniti, diventando appunto profiler. Lei è figlia di un magistrato, cosa che si scoprirà nel secondo romanzo e che avrà un rilievo enorme.
Al primo morto ne seguono altri; sono cadaveri che vengono martoriati. I colpi di scena si susseguono: è un romanzo ad alta tensione, di quelli che ci aspettiamo dagli autori americani perché a quelli italiani non diamo molta fiducia, ma, per fortuna, ci sono autori come te che hanno risollevato questo genere. Vero è che in Italia, da qualche anno, si leggono molti più romanzi di autori italiani, perché c’è stata in qualche modo una rinascita della letteratura di genere nel nostro Paese.
Tu usi un ritmo molto serrato, molto cinematografico, direi: Aurora nel buio sembra quasi pronto per una sceneggiatura, ma non da fumetto: mi sembra proprio un film. I colpi di scena si susseguono, e sono alternati ai pensieri e ai turbamenti di Aurora: ha una salute che non le permette di essere sempre al cento percento, il che, come Carlo Lucarelli insegna, aiuta a creare empatia e tensione. È stato lui che in Italia ha inaugurato il filone dei personaggi con problemi di salute o di altro tipo, che ostacolano il protagonista nel momento peggiore immaginabile. Lucarelli, dicevi prima, è stato uno dei tuoi maestri…
Sì, ho anche dei gossip divertenti. All’esordio a me piaceva molto anche il suo Coliandro. Lucarelli lo seguivo da un po’; poi, quando ho vinto il Gran Giallo, mi ha premiato lui, insieme a Pinketts e agli altri… Allora i racconti venivano spediti anonimi, e mi aveva fatto molto ridere Pinketts, che aveva detto: “Avevo pensato che fossi o un uomo di cinquant’anni milanese, oppure una gattara di almeno una settantina”. Il profiler, Pinketts, non era assolutamente adatto a farlo! Poi Lucarelli l’ho conosciuto e mi ha prestato la serie di Buffy, l’ammazzavampiri perché lui era un fan, io ero una fan… Poi c’è gossip nel gossip, perché mio marito, da piccolino, era la mascotte di Lucarelli, nel senso che abitavano vicini, andavano in palestra insieme: c’era un’amicizia.
Come fan di Lucarelli, del suo modo di scrivere mi è sempre piaciuto il fatto che arrivasse a tutti, ed è quello che ho sempre cercato di fare anch’io. I miei romanzi sono scritti anche per chi non legge abitualmente libri. A volte arrivano persone che dicono: “Io non ho tempo per leggere, mi addormento, la sera sono troppo stanco”: hanno paura a prendere i miei libri, perché comunque Aurora e anche il secondo sono di cinquecento pagine, e poi lo leggono in tre giorni perché dicono: “Mi sembrava di vedere un film, non riuscivo a chiudere il libro”.
La cosa divertente è che Gianluca Morozzi, che è uno scrittore bolognese, un giorno mi ha invitata al suo corso di scrittura creativa a fare una lezione. Quella sera parlava del “metodo Baraldi” e io pensavo: “Qual è il metodo Baraldi?” Non ne avevo assolutamente idea. Poi, alla prima pausa sigaretta, un po’ di gente è uscita, io mi sono avvicinata a Lucarelli e gli ho detto: “Scusa, ma cos’è il metodo Baraldi?” E lui fa: “Un colpo di scena alla fine di ogni capitolo”.
È una cosa che mi dà tanta soddisfazione essere letta anche dai maniaci del thriller, con i quali c’è una bella sfida: infatti con Aurora nel buio la mia sfida era che i lettori capissero chi era il colpevole prima che venisse rivelato, e non ci è riuscito nessuno – non imbroglio. Esiste, c’è il personaggio, non cerco di nasconderlo, ma ovviamente, come in tutti i gialli thriller, si cerca di sviare, nel senso che ogni personaggio potrebbe avere delle buone motivazioni. Però i miei romanzi piacciono anche ai non lettori, alle persone che preferiscono guardare un film.
Il gossip nel gossip di Lucarelli non è ancora finito, perché poi, da fan di Coliandro, mi sono presentata sul set della serie tv a Bologna, invitata dai Manetti Bros, che sono anche miei lettori e io loro fan. Già che ero lì ho fatto un cameo, quindi appaio in ben tre episodi di Coliandro, solo che, essendo una comparsa, non mi si nota, ma se andate a rivedere le puntate, quella dei naziskin e quella dei metallari, che si chiamava “666”, la barista sono sempre io, con dei vestiti improbabili. Amo il cinema, quindi è stato proprio bello vedere come girano le scene. E poi i Manetti sono bravissimi.

Barbara Baraldi e Heiko H. Caimi (foto di Giorgio Olivari)

C’è una caratteristica di Aurora: ha debolezze enormi, ma riesce sempre a trasformarle in punti di forza. Questo la rende a volte scontrosa, diffidente, un po’ problematica, però riesce sempre a trovare le risorse, a ritrovare se stessa quando serve…
Aurora è una di noi. Aurora è arrivata, forse, in uno dei momenti più bui della mia vita, perché purtroppo io vivo sull’epicentro del terremoto dell’Emilia e in una notte mi sono trovata con tutto che mi cadeva addosso e il mobile caduto davanti alla porta, per cui non riuscivamo neanche a scappare di casa; mi son tagliata i piedi, durante i primi giorni ho dormito in auto. Sei lì, stai pagando il mutuo dell’appartamento, hai comunque lì dentro tutte le tue cosine… Pian piano, finalmente, ero riuscita a prendermi un condizionatore, l’ultima spesa, perché l’appartamento era nuovo, quindi prima la lavatrice, poi le altre cose; finalmente, io che lavoro scrivendo e vivo in una mansarda, avevo un po’ di fresco… e il terremoto ha distrutto tutto. Sono stata fortunata che non è venuta giù la casa, perché ne sono venute giù una sì e una no. La mia era una palazzina nuova, ovviamente ci sono stati dei lavori, però dentro non si è salvato niente. Quindi io mi sono trovata, in una notte, senza più nessuna certezza. Addirittura, il mio paese come lo ricordavo non c’era più: non c’era più la chiesa dove mi sono sposata, non c’era più il teatro, dove andavo al cinema il mercoledì sera. È una situazione talmente pesante, talmente forte… Ma, in un momento così buio, è arrivata Aurora, cioè è arrivato il personaggio di una donna che aveva perso tutto in una notte e trovava la forza per andare avanti e avere tutto. È per quello che Aurora è così vera: perché viene da una cosa vera, viene da un dolore, ma un dolore che diventa forza, forza che io ho messo tutta lì.
Aurora ha vinto tutti quei concorsi letterari perché ci ho messo quattro anni a scriverla. È il romanzo che ho impiegato più tempo a scrivere, perché le ho dato veramente tutto: ho dato la vita a lei, perché non esisteva, ma lei ha tirato fuori dal buio me, perché quando uno scrittore scrive viene portato da un’altra parte; scrivevo anche in macchina, con le scosse: ero lì, però ero da un’altra parte. Credo che la forza del romanzo venga anche da quello, ma, sicuramente, viene anche da tutto lo studio.
Aurora è una profiler, e la profiler deve entrare in qualche modo nella mente del serial killer. Quindi ho studiato psicologia, manuali di psichiatria, Mindsider, tutte le tecniche di concentrazione, le parti del cervello, perché ogni parte del cervello condiziona qualcosa… Non è un caso che Aurora abbia un proiettile da quella parte. Avevo studiato il caso di Phineas Gage, un uomo che a metà Ottocento lavorava nelle ferrovie: una lancia di ferro lo colpì dalla parte destra del cervello, gli trapassò la testa e lui non morì. Da quel giorno, però, diventò un’altra persona, perché nella parte destra del cervello abbiamo tutto quella che è la nostra parte artistica, ma anche l’empatia. Quindi lui, che era una persona buona e tranquilla, iniziò a bestemmiare, a trattare male la moglie, allontanò tutti gli amici, diventò un’altra persona. Da lì mi è venuta in mente l’idea della scheggia nel cervello, inoperabile, che rende Aurora bipolare. Quindi ho dovuto studiare tutta quella che è la condizione del bipolarismo, ma lo studio non basta. Devi leggere soprattutto le interviste, ma anche le interviste ai serial killer. Mi sono letta tutte le interviste di John Douglas, uno dei padri del criminal profiling, e vi assicuro che sentire quasi la voce del serial killer, essere in un mondo così buio… Non ci si vuole stare, ma ci si deve stare per studiare. Ero arrivata al punto che la sera, come quando ero piccola, avevo ricominciato a guardare sotto il letto prima di andare a dormire.
Tutto quello che era la veridicità delle indagini, lo studio del criminal profiling, poi è stato premiato, perché Aurora ha vinto tutti questi concorsi in cui erano i veri lettori a premiare, o erano i membri delle forze dell’ordine, i magistrati, i poliziotti, quindi quelli di cui io scrivo. Perciò è valsa la pena impiegare tanti anni e rinchiudermi lì dentro, perché per quattro anni io sono rimasta lì. Poi Aurora è una stalker, è venuta a disturbarmi una settimana dopo, quando mi sono detta: “Sono stanca, adesso mi fermo, scrivo magari qualcos’altro, un fumetto…”. È arrivata Aurora con l’idea forte del primo e con una delle mie location più care di Bologna, che è la Certosa. Vi invito, se doveste andare in gita a Bologna, a visitarla, perché chi va a Parigi va a vedere il Père-Lachaise, ma nessuno sa che a Bologna c’è il primo cimitero monumentale in Europa: nel 1806 viene emanato l’editto in cui vengono tolti i cimiteri dal centro città, che erano nel sagrato delle chiese, e messi fuori. Invece, nel 1801 iniziano a dare il via alla Certosa. È bellissima, è un museo a cielo aperto, così viene definito. E c’è questo “angelo del giudizio” meraviglioso: io lo chiamo così, in realtà si chiama Sepolcro Bisteghi. L’angelo con la mano tesa sembra dire al defunto: “Adesso vediamo dove ti mando”, quindi non è molto rassicurante. È uno dei più grandi capolavori in marmo di sempre, e ci sono tre figure; ne ho descritta solo una, e in Osservatore oscuro faccio ritrovare il primo cadavere attorno a questo angelo. Ma non solo: con una tecnica vichinga che veniva realmente usata, collegata a quel tipo di mitologia norrena, perché mi piace unire gli elementi di storia reale… E non solo, perché ha tatuato sul petto la scritta “Aurora Scalviati”, il nome della mia profiler; per cui lei si trova, per forza di cose, a dover indagare, perché la credono coinvolta. Quindi ho ricominciato a scrivere subito. Adesso sto scrivendo il terzo e… Aurora è una stalker, bisogna dirlo.

Fra l’altro è una donna che viene discriminata in quanto lesa, ma anche in quanto donna, poiché questa lesione le procura una fragilità, che è il tipico pregiudizio associato alle donne. Lei, invece, lo smentisce continuamente, proprio perché trova le risorse nonostante le difficoltà oggettive, e riesce ad andare fino in fondo anche quando non spera più di riuscirci.
Sì, è una cosa che noi donne sappiamo. Esiste, purtroppo. “Ah, nonostante tu sia donna…” Ho studiato in tutti questi anni le storie delle scrittrici donne e mi piace portarle alle presentazioni perché, ad esempio, tutti conosciamo Dracula di Bram Stoker, ma nessuno sa che lo stesso anno di Dracula è stato scritto questo bellissimo romanzo, la cui idea è più innovativa, che si chiama Il sangue del vampiro di Florence Marryat. Florence Marryat è un personaggio fortissimo, una donna che ai tempi viaggiava, che ha veramente fatto tanto e, addirittura, aveva anticipato la figura del vampiro psichico, di cui parliamo oggi: quelle persone che ti rubano tutta l’energia, che, quando hai parlato o sei stato con loro, dopo ti senti esausto. Era un libro davvero innovativo ma, col fatto che era scritto da una donna, con protagonista una vampira donna, è stato eclissato dai critici. In Italia abbiamo come offesa il modo di dire “la casalinga di Voghera”, come era chiamata la grande Carolina Invernizio, che è uno dei miei miti. Amavo Il bacio d’una morta, La sepolta viva, tutti questi suoi racconti che ora sono stati ripubblicati; però ai tempi lei doveva lottare per pubblicare, e aveva lasciato questa memoria: “Dei critici ho un’allegra vendetta”, perché le sue lettrici erano le mogli, le sorelle dei critici che la bastonavano. Non è comunque facile, soprattutto in ambienti prettamente maschili, come può essere il nostro dell’editoria, o quello di Aurora.
Bisogna sicuramente essere anche più dure di quello che si è in realtà. Una delle prime volte che mi sono presentata nelle case editrici, mi hanno raccontato questo aneddoto. “C’è quella persona che ti vorrebbe conoscere”. E io: “Scusa, ero in casa editrice mezz’ora fa, perché non si è presentato?” “Eh, ha detto che fai paura”. Se parlo cade tutto, però quando non parlo e sono seria, faccio apposta gli occhi truci, e dopo un po’ sembro davvero truce. Anche Aurora cerca di sembrare più dura di quello che è, ma in realtà è la sua fragilità che la rende forte. E poi Aurora ha il pensiero laterale, la forza di riuscire a risolvere i casi guardando dove gli altri non guardano. Anche in questo caso, per riuscire a pensare come Aurora, mi sono letta un sacco di indovinelli di pensiero laterale. Te ne porto come esempio uno su tutti. Questo è facile, però io ci ho messo un pochino a capirlo, lo ammetto. Lo racconto facilitandolo un po’ per farti capire il gioco mentale.
È estate. Tre persone vanno a una festa di compleanno, e prendono tre bicchieri di tè ghiacciato. Due di loro si perdono un po’ in chiacchiere, sorseggiano e ci mettono un po’ più di tempo; la terza persona lo beve subito, perché è assetata. I primi due cadono a terra e sono morte avvelenate. Perché due sono morte e una no? Noi ci concentriamo sul tè, mentre invece il colpevole è il ghiaccio: questo è il pensiero laterale. Praticamente la persona che ha bevuto in fretta è viva perché il ghiaccio non si è sciolto; le persone che l’hanno sorseggiato lentamente sono morte perché il ghiaccio si è sciolto. Questo è il pensiero di Aurora. Come fa lei a capire le cose? Guardando sempre a fianco, e non la via diretta che tutti vedrebbero.

In Osservatore oscuro un personaggio che faceva da spalla nel primo romanzo, Bruno Colasanti, diventa praticamente coprotagonista. Cosa è successo?
I protagonisti nel romanzo per me sono persone vere. Nel primo il punto di vista è quello di Aurora, perché Aurora vive in un nuovo paese, deve affrontare un’indagine molto serrata… Oltretutto viene anche rapita una bambina da una scena del crimine molto violenta e in cui sono morti i genitori. La bambina è sparita e Aurora sa che è viva. Ritrovare la bambina diventa quasi la speranza: se salva la bambina vuol dire che lei vale ancora qualcosa, nonostante la scheggia di proiettile in testa. Quindi Aurora ruba un po’ la scena. Anche personaggi come Silvia Sassi, Bruno Colasanti e Tom Carelli, che sono la sua squadra, rimangono un po’ di sottofondo. Nel secondo romanzo conosciamo già Aurora, quindi finalmente ho dato un po’ di spazio anche agli altri personaggi. Bruno era già piaciuto tantissimo nel primo. Mi piace farlo muovere e, come nei thriller che mi hanno divertito di più, e anche per complicarmi la vita, ho pensato bene di inserire due indagini che poi vanno a confluire in una sola. Bruno ha avuto la sua parte e ha avuto, in qualche modo, la sua indagine.

Un’indagine che parte dalle corse clandestine per poi convergere con quella di Aurora, perseguitata da una figura che si fa chiamare Valraven, un altro riferimento ai vichingi, ma che viene soprannominato il Mietitore. Nel primo romanzo abbiamo il Lupo Cattivo, nel secondo il Mietitore, nel terzo…?
Nel terzo romanzo della serie c’è un elemento forte che viene, in qualche modo, da una filastrocca per tenere buoni i bambini, una di quelle filastrocche che fanno paura. Come dicevo prima, a me piace molto la mitologia, ma anche la Storia, e le storie.
Credo di aver avuto fortuna ad avere una nonna che mi raccontava le storie quando ero piccola. Le nostre storie però non erano edulcorate come quelle di oggi. Ricordo un libro di fiabe con la storia di Barbablù, e Barbablù era un serial killer. Oltretutto era a colori, quindi c’era la barba blu e tutto abbastanza naive; poi, quando lei arrivava nella stanza proibita, lasciava cadere la chiave, si macchiava di sangue, era rossissima, e c’erano tutti questi cadaveri delle mogli disegnati. Mi ricordo che ero rimasta pietrificata, avevo una paura…! Poi casa di mia nonna è anche abbastanza spaventosa. Mia nonna si stimava tantissimo perché aveva questa camera da letto, che ha avuto quando si è sposata, che è praticamente l’emblema del gotico: Dracula la vorrebbe, se potesse, perché è di legno nero, con tutta una serie di guglie, e il letto è altissimo. Mi metteva su quel letto da bambina, dove viveva una bambola. Avete presente le vecchie bambole di ceramica con gli occhi che si muovono e i capelli veri, orribili? E io dicevo: “No, nonna, non voglio andare a letto, perché lì vive la bambola” “No, no, non ghè problema”. Prendeva la bambola, la metteva nel dondolo di fronte al letto, il dondolo si muoveva e la bambola chiudeva e apriva gli occhi. E intanto mi raccontava pure le fiabe di Barbablù. È così che questa povera bambina è arrivata a scrivere certe cose.
Mi piace molto legarmi alle fiabe, quindi il lupo cattivo è un po’ la prima fiaba che, in qualche modo, va a riprendere l’immaginario che tutti conosciamo. E il serial killer del mio libro indossa la maschera del lupo cattivo quando compie le sue malefatte, come direbbe Tex.

Fra l’altro, in Osservatore oscuro il commissario che ha osteggiato Aurora per quasi tutto il primo romanzo viene sostituito e Aurora viene discriminata da un’altra donna. Questa è un’altra tematica interessante e anche molto attuale, che è sotterranea, ma in certi momenti emerge potente nell’opera seconda.
Come dicevo prima, mi piace parlare della vita vera, di quello che ognuno di noi può affrontare durante la sua vita, durante le sue giornate. Anche i commenti… internet è una bella cosa, ma è anche una gabbia a volte, è anche una cosa terribile. Si leggono commenti di donne su altre donne che sono agghiaccianti: a me fanno veramente paura. Anche quella è una tematica interessante, mi premeva di parlare anche di quello. Come anche delle corse clandestine: negli anni Novanta nel mio paese purtroppo c’erano le corse clandestine, e tantissime persone, di pochi anni più di me, hanno perso la vita in uno stradone dritto con i platani a destra e a sinistra, dove gareggiavano. Descrivo queste cose in un certo modo perché c’è anche una sorta di vissuto.
Pensa all’elettroshock, che è la cosa che ha più stranito molti lettori, che mia hanno detto: “Ah, ma oggi non esiste più l’elettroshock!” In realtà, lo sanno in pochi, l’elettroshock si fa ancora. Ci sono quaranta strutture in Italia che lo fanno ancora, e ci sono persone reputate incurabili in altri modi che si sottopongono volontariamente all’elettroshock; persone molto spesso troppo sensibili, che hanno tentato quattro, cinque volte il suicidio, che non riescono a vivere. L’elettroshock, ovviamente, non è più come nell’Ottocento, però comunque è molto forte: c’è ancora il morso che si mette in bocca. È terribile da vedere, come immaginario, ma c’è ancora oggi. Sono tutte cose che si vedono con la coda dell’occhio, solo se uno le vuole vedere, però secondo me sono interessanti e comunque offrono spunti di riflessione.

Barbara Baraldi e Heiko H. Caimi – foto di Giorgio Olivari

In Osservatore oscuro Aurora si è un po’ ambientata nel nuovo paese e quindi ha degli amici, che sono i colleghi del team formatosi nel primo romanzo, sui quali può contare in caso di emergenza. Peccato che, proprio per questo, vengano presi di mira anche loro dal serial killer, che però non è propriamente un serial killer: questa volta hai inserito anche qualche atmosfera da spy-story, e questo ti permette di sciare efficacemente dal rischio di ripetizione. Il ritmo è sempre incalzante, la storia è piena di colpi di scena. Però chi ha letto il primo romanzo si è già affezionato ai personaggi, e quello che succede diventa un bel colpo anche per il lettore, dato che un personaggio secondario fa una brutta fine.
Dicono che, se ami molto i tuoi personaggi, devi farli soffrire, quindi io li amo tantissimo. La cosa divertente è che molti hanno letto prima Osservatore oscuro, perché si può leggere anche per primo, e poi hanno recuperato Aurora nel buio, come prequel. La cosa particolare è che chi inizia dal secondo ama più il secondo, chi inizia dal primo ama più il primo. Questa cosa non l’ho capita, però è così.

Beh, c’è una diversità fondamentale: nel primo siamo sempre concentrati su Aurora, nel secondo invece ci sono altri punti di vista, altre voci…
Il bello è che mi hanno detto tutti che il secondo non sembra un secondo, forse perché anche per questo avevo moltissime idee. Dato che il primo è veramente un tomo, mi ero ripromessa che il secondo fosse un po’ più snello. 528 pagine il primo, 528 il secondo. Addirittura, senza contare, ho prodotto lo stesso numero di pagine, più o meno. Per il terzo ho già paura, perché volevo farlo più corto, ma si capisce già che sta prendendo una brutta piega.

Forse perché hai Aurora così saldamente in mano che, in qualche modo, finisce per esondare, per riempire il romanzo…
Secondo me, più che altro, è perché mi piacciono le cose complesse; nel senso che io sono una di quelle che, quando guarda un film o legge un libro, capisce subito chi è l’assassino, e dopo mi annoio un po’ e rompo le scatole agli altri. Quindi cerco di scrivere quello che vorrei leggere.
Anche questa volta c’è una doppia indagine,  e questo rende complessa la trama, poi sicuramente è anche perché Aurora è viva e si prende i suoi spazi. Non è un romanzo solo thriller: a me piace indagare la mente. La mente, secondo me, è la cosa più affascinante, infatti li hanno definiti thriller psicologici.

Barbara Baraldi dorante il firmacopie (foto di Giorgio Olivari)

Infatti c’è molta attenzione alla psicologia dei personaggi, sia a quella dei protagonisti che a quella dei serial killer. Tu di solito quando scrivi parti dalla trama o dai personaggi?
Dipende. Questa volta avevo il personaggio e avevo il modus operandi del serial killer, che viene dalle mie guide Misteri di Bologna. Ho scoperto una cosa molto affascinante: nel 2004, durante gli scavi dell’alta velocità a Bologna, hanno trovato una necropoli che risale alla Roma imperiale, ma 44 delle tombe, chiamate poi “sepolture anomale”, rivelano che i cadaveri hanno subìto delle violenze post mortem: erano stati inchiodati, gli erano stai amputati i piedi o le mani, ed erano stati deposti a pancia in giù. Tutti questi elementi sono strani, perché nella Roma imperiale non esistevano tombe di questo genere e, se ci pensate bene, vengono dall’est Europa e da un periodo molto posteriore. Venivano fatte quando si temeva che un defunto potesse ritornare, i revenant, i vampiri. Perché a Bologna, nella Roma imperiale, a 44 di queste persone sono state fatte queste cose? Questo mi ha dato l’idea del modus operandi.
Spesso si dice: “Terribile questa cosa, come ha fatto a inventarsela?”. Di solito sono proprio le cose vere, che vengono dalla storia o comunque dall’osservazione, le più terribili. Oltretutto, con Aurora nel buio mi è capitato che un quotidiano mi avesse dedicato questo titolo: “La Baraldi aveva previsto tutto”, riferito a Igor, perché non lo trovavano e io l’avevo inserito nel romanzo. No, non avevo previsto tutto, solo che, a volte, se si osserva quello che si ha intorno, il nostro territorio offre dei nascondigli. Chi ha visto La casa dalle finestre che ridono sa quanto i casali possano fare paura e dare i brividi, e come ci si possa nascondere.

Una delle tue caratteristiche come scrittrice, è una caratteristica che non appartiene molto alla narrativa di genere dei nostri giorni, dove si cerca di compiacere il lettore facendogli capire entro la prima metà del romanzo chi è l’assassino, per farlo sentire intelligente. Oppure hanno una trama avvincente, ma non emozionano. Tu, invece, non solo tieni il mistero fino alla fine pur seminando la giusta dose di indizi, sei in grado di emozionare come si faceva un tempo, e come si è smesso di fare a favore dell’effettaccio. Questo succede perché anche tu ti emozioni scrivendo o è una questione di empatia?
Assolutamente sì, io mi emoziono scrivendo, e sono anche molto empatica. Infatti non ho la televisione a casa, anche se vengo dalla classica famiglia con i genitori che, a pranzo e a cena, guardavano il telegiornale. Con il tg le persone si annullano: guardano le cose che gli passano davanti, ma un po’ sembra che succedano solo agli altri, un po’ ci si abitua; io invece piangevo, stavo male, soffrivo per quelle persone. Scrivo thriller, ma il telegiornale mi fa star male. Le notizie le leggo in rete, cerco di leggerle da più parti, in modo da avere la notizia più veritiera possibile, però ho scelto di non avere la televisione.
Credo anche che ci sia il mio bagaglio, in ciò che scrivo, perché ho iniziato presto a leggere letteratura: a dodici anni leggevo già Edgar Allan Poe, Lovecraft, dove ci sono delle belle descrizioni che ti emozionano, e poi sono passata a Stephen King. Il mio percorso è stato un po’ particolare: non ho mai avuto un genere solo. Ai miei corsi di scrittura dico ai ragazzi: “Non leggete una cosa sola, anche se vi piace quel genere, perché a volte la sorpresa è un libro diverso. Ad esempio c’è chi ha trovato delle frasi, che poi si è ricopiato, nei miei libri, che sono thriller e uno non se l’aspetta. Cerco di uscire dal genere, di scrivere qualcosa che qualsiasi lettore possa amare, all’interno del libro: ci può essere la musica, per esempio. Inserisco sempre dei pezzi musicali, come, magari, inserisco una citazione cinematografica. Secondo me i libri devono essere dei mondi in cui perdersi. La vita è difficile, però la sera noi apriamo il nostro libro e andiamo da un’altra parte.

Autori un po’ ci si nasce, poi lo si diventa quando si viene pubblicati. Essere una scrittrice che cosa ti ha insegnato?
Mi ha insegnato a cercare di vincere le mie paure. A scuola, ai tempi delle superiori, non ho mai fatto una gita scolastica perché, come dicevo, ero timidissima e stavo bene a casa a leggere. Le prime presentazioni riuscivo ad affrontarle grazie a mia nonna, perché mi aveva fatto la boccettina di Erba Luigia, che è un liquore della mia zona, e quindi, prima di salire sul palco, bastava un sorso d’Erba Luigia e poi parlavo. Adesso bisogna quasi chiudermi la bocca, però ci riesco con l’acqua: questa è la cosa straordinaria. È perché sono riuscita a tirar fuori tutte le mie emozioni grazie alla scrittura. Prima tenevo tutto dentro, e se tieni tutto dentro non entra quella che è la scheggia di luce che poi illumina sempre di più. Tante persone come me mi dicono: “Aurora sono io”, e questa è una cosa che unisce i lettori e lo scrittore in un’unica grande famiglia. Almeno io la vedo così.

Trascrizione ed editing a cura di Francesca Pavanel.

QUI la prima parte dell’intervista.

foto di Giorgio Olivari

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Heiko H. Caimi
Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha tenuto corsi di scrittura presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. L’ultimo suo lavoro è il romanzo "I predestinati" (Prospero, 2019).

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