Dal Giallo Mondadori a Dylan Dog: intervista con Barbara Baraldi – parte I

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Barbara Baraldi è autrice di thriller, romanzi per ragazzi e sceneggiature di fumetti. Dal 2012 collabora alla serie Dylan Dog di Sergio Bonelli Editore e il suo esordio nella letteratura poliziesca avviene sulle pagine de Il Giallo Mondadori con La bambola di cristallo. Ha pubblicato romanzi per Mondadori, Castelvecchi, Einaudi e un ciclo di guide ai misteri della città di Bologna per Newton & Compton. Tra il 2014 e il 2015 ha collaborato con la Walt Disney Company come consulente creativa, e dal 2010 tiene lezioni e corsi di scrittura creativa per adulti e per ragazzi, in collaborazione con le scuole secondarie di primo e secondo grado.
Vincitrice di diversi premi letterari, tra cui il Gran Giallo città di Cattolica, è tra i protagonisti di Italian noir, il documentario prodotto dalla BBC sul thriller italiano. I suoi libri sono accolti con favore dalla critica e dal pubblico e sono pubblicati in vari Paesi, tra cui Germania, Inghilterra e Stati Uniti.
Aurora nel buio (Giunti, 2016), finalista al premio Fedeli, al Nebbia Gialla, al Premio Romiti 2018 (riservato a romanzi editi di genere poliziesco, giallo, noir e spy-story) e vincitore di Garfagnana in giallo, Giallo d’A(mare) di Lido di Camaiore e del premio speciale Tettuccio, è il primo di una serie di thriller dedicati alla profiler bipolare Aurora Scalviati. Il secondo romanzo del ciclo  è Osservatore oscuro (Giunti, 2018), e il terzo L’ultima notte di Aurora (Giunti, 2019).
Noi l’abbiamo incontrata in occasione dell’uscita del secondo, nell’ambito della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento, a Nave, in provincia di Brescia.

Oltre ad essere multipremiata, sei un’autrice piuttosto eclettica. Mi piacerebbe ripercorrere un po’ la tua carriera, visto che cominci subito vincendo il Premio Gran Giallo Città di Cattolica con un racconto che viene immediatamente pubblicato. Da lì inizia una strage di libri, nel senso che sei attivissima nella scrittura. Subito dopo pubblichi due romanzi per Perdisa Pop, casa editrice per cui scrivono moltissimi autori di rilievo, che poi saranno rubati da altre case editrici. Nel 2008 partecipi con il romanzo La bambola di cristallo (in seguito ristampato da Castelvecchi con il titolo La bambola dagli occhi di cristallo, ndr) a una nuova collana del Giallo Mondadori, Il Giallo Mondadori presenta, che promuoveva solo autori italiani e storie più nere del solito. È una collana che ha avuto successo tra gli affezionati, ma dal il grosso pubblico, purtroppo, è stata abbastanza ignorata e ha chiuso dopo appena tredici numeri. Poi partecipi al documentario della BBC Italian Noir, che esperienza è stata?
Quando prima hai detto che dopo la vittoria al Gran Giallo sono usciti tantissimi libri, lì devo fare una piccola precisazione, anche per gli aspiranti scrittori: in realtà è perché io continuavo a scrivere, ma nessuno prendeva i miei libri. Molto spesso quando vieni da un paesino – io vengo da un piccolo paese della bassa emiliana – non sai come fare, come muoverti nell’editoria. Ai tempi non c’era ancora la rete, come adesso, quindi io andavo in libreria, prendevo l’indirizzo delle case editrici, mandavo i manoscritti via posta. Ricordo il primo romanzo che mandai a Mondadori: in sette giorni, praticamente il tempo che la mia lettera arrivasse da loro e tornasse indietro, c’era già la lettera prestampata di rifiuto. Io ero tristissima perché dicevo: “Cavoli, non l’hanno letto”. Quindi ho pensato che i concorsi letterari, che è una cosa che consiglio sempre, fossero l’unica possibilità per farsi conoscere, perché sei anonimo e parla solo la tua scrittura. In Italia, per fortuna, abbiamo premi molto seri, come ad esempio il Gran Giallo di Cattolica, e in giuria c’erano i miei miti: Carlo Lucarelli, Andrea G. Pinketts, Valerio Massimo Manfredi. Quindi mandai il mio raccontino anonimo. Oltretutto avevo scritto anche una storia che non rientrava nei canoni del giallo classico: era sì un giallo, ovviamente, per non essere squalificata, però era più un giallo psicologico, che è ciò che interessa a me, ovvero indagare anche la mente umana. Nel momento in cui lo mandai, in realtà, avevo già pronti – qui il gossip – due romanzi nel famoso cassetto, quello degli scrittori. Poi vinsi il Gran Giallo e il premio era la pubblicazione nel Giallo Mondadori. Il mio raccontino uscì in calce al romanzo di un grande scrittore: ero contentissima. A quel punto l’editor, forse lo stesso che mi aveva rifiutata con la lettera prestampata, mi disse: “Ah, ma scrivi bene, non è che hai un romanzo pronto da mandarmi?” E io, ovviamente, ne avevo già due, e l’ho mandato. Sei mesi dopo, la Baraldi aveva già il suo primo romanzo pubblicato nel Giallo Mondadori. In realtà, ho la cartellina con 27 lettere di rifiuto per questo romanzo.
La prima volta che parlai con Andrea Pinketts mi raccontò che il suo best seller era stato rifiutato per sette anni. Harry Potter è stato inizialmente rifiutato da Mondadori, la stessa cosa altri successi. Quindi, a volte, credeteci…

Anche Il Gattopardo venne rifiutato…
“Eh, ma non scrive molto bene”. Vorrei sapere cosa gli avevano detto per rifiutarlo. Qui si svela, in qualche modo, il perché questa Baraldi scriveva così velocemente. A parte questo, in Italia purtroppo si fa fatica. Tornando ai miei esordi, quando avevo già scritto tre thriller, nemmeno Telemodena, che è la tv della mia zona, aveva fatto un servizio. E poi invece il mio romanzo è stato tradotto in Inghilterra e in America, e alla BBC è piaciuto tantissimo, tanto che, quando hanno chiamato le persone più esemplificative del giallo-thriller italiano, hanno incluso anche me. C’erano Lucarelli, Carlotto, De Cataldo, Camilleri e… la Baraldi, e la gente diceva: “Ma chi è la Baraldi?”.
In America davvero c’è la meritocrazia e, se un romanzo è buono, ti infilano nel documentario perché te lo meriti. Mi hanno chiesto: “Vuole parlare in inglese?” “Guardi, già sarò talmente emozionata che farò fatica in italiano”. Se volete ridere, c’è questo video con me, al minuto 42 o 43, e il mio meraviglioso accento, con la mia zeta, che quel giorno era molto più zeta del solito perché ero emozionata, che racconto, e sotto ci sono i sottotitoli in inglese, quindi sembro proprio importante. È stato un momento significativo, perché è stato come una grande pacca sulla spalla, come a dire: “Ragazza, vai!”.
Quell’anno ho provato con i concorsi letterari anonimi e ho vinto tutti e tre i più importanti in Italia. Gli editori mi avevano rifiutata, ma poi sono stata premiata; quindi lì ho avuto tantissima forza. Poi è arrivata la BBC e non ho più smesso di scrivere. Allora non potevo ancora mantenermi con la scrittura, quindi scrivevo la domenica mattina, la notte, puntavo la sveglia… infatti mi erano venute tutte le malattie esantematiche possibili, avevo di tutto e di più. Sette anni senza un giorno di ferie, ma alla fine sono riuscita a diventare una scrittrice, nel senso che adesso è il mio lavoro: scrivo romanzi, scrivo sceneggiature per fumetti. Mi piaceva raccontarlo perché magari c’è qualcuno che vuole scrivere e, a volte, si fa fatica, ma ce la potete fare, insomma.

Fra l’altro, il tuo primo romanzo pubblicato in Gran Bretagna fu proprio quello de “Il Giallo Mondadori presenta”, quindi un mezzo fiasco in Italia, invece nel Regno Unito è stato subito acquistato. Era il periodo delle bambole: si chiama La bambola di cristallo e subito dopo per Il Giallo Mondadori hai pubblicato Bambole pericolose
Sì, perché era la stessa protagonista. La cosa particolare è che non avevo scelto la stessa investigatrice, come accade di solito, ma era la stessa killer. Sia nel primo che nel secondo c’è lei che ritorna, che è una specie di vendicatrice perché per me la scrittura è un modo di indagare la nostra realtà; ma anche, e soprattutto quando non possiamo fare niente e siamo arrabbiati, la scrittura è un modo per fare qualcosa. Quell’anno, purtroppo, a Bologna – che è quella che considero la mia città d’adozione – ogni settimana c’era un caso di violenza nei confronti delle donne, l’ultimo a una fermata del bus, in pieno giorno, nei confronti di una ragazzina di sedici anni. Io ero arrabbiatissima, non potevo fare niente. Che cosa ho fatto? Ho scritto, ho creato il personaggio della vendicatrice che esce vestita in modo aggressivo, va nei quartieri malfamati e quando viene aggredita uccide. La polizia, quindi, si trova a disagio, perché investiga però, in qualche modo, le vittime sono tutti malviventi, persone con precedenti, persone che hanno cose pesanti sulla coscienza. Quindi scrivere di questo personaggio mi ha aiutata a fare qualcosa, a dire: ancora oggi una donna ha paura quando esce, si può fare qualcosa?
Appena arrivata alla BBC, io avevo chiesto: “Perché avete voluto mettere proprio me?”, e loro mi avevano detto: “Abbiamo voluto te perché Bologna per noi era tortellini, trattorie, cibo buono e studenti. Invece tu hai fatto una Bologna che sanguina, una Bologna vera, pulsante”. Credo che sia quello che deve fare la scrittura, che ho continuato a fare in questi anni.

Poi hai fatto una digressione con la serie Scarlett e con la serie Striges, quest’ultima costituita da solo due libri. Come mai questo improvviso cambiamento di rotta?
Perché venivo da un thriller che si chiama Lullaby: la ninna nanna della morte, che è uscito con la Castelvecchi. Quando scrivo partecipo tantissimo alla narrazione, infatti, per fortuna, non mi vede nessuno perché io tremo, piango delle volte, ho paura. Ad esempio, c’era questa scena del thriller che avevo scritto con protagonista una bambina di sei anni, la piccola Lucia, e il serial killer, che era un ladro di bambini. Aveva come protagonista una ragazzina di sedici anni, autolesionista, e quest’uomo fallito, che voleva fare lo scrittore, ma non aveva mai scritto neanche una riga, che era trattato male dalla madre, ma viveva ancora con la madre. In qualche modo Lullaby era talmente nero, talmente cupo, che quanso sono arrivata alla fine del romanzo stavo veramente male, e mi sono detta: “Ho bisogno di una pausa dal thriller”. È il mio genere, mi aiuta a tirare fuori i fantasmi, a esorcizzarli, però avevo bisogno di scrivere qualcos’altro, quindi ho scritto queste saghe per ragazzi.
Così è arrivato anche Un sogno lungo un’estate per Einaudi, che è un romanzo per ragazzi, anche quello ambientato nella mia zona, però senza l’elemento horror. A quel punto, scrivendo e facendo incontri, ho iniziato a fare corsi di scrittura, quindi a insegnare ai ragazzi. All’inizio lo facevo gratuitamente, lo facevo perché se qualcuno avesse detto a me: “Si può fare, puoi arrivare a vivere di scrittura, può essere un mestiere”, io avrei iniziato a scrivere molto prima, ma invece non lo sapevo. Era un segreto: io scrivevo nella mia cameretta e non uscivo praticamente mai, ero sempre in casa a scrivere e a leggere libri. Ero timidissima, più di adesso, e quindi veramente la scrittura mi ha salvata. Fare tutte queste cose mi ha messa in pace con il thriller e, infatti, poi sono tornata al thriller. I miei romanzi per ragazzi avevano comunque con una buona dose di thriller, però, certamente, per essere letti anche dai ragazzi erano meno sanguinolenti.

Dopodiché, hai incominciato a sceneggiare Dylan Dog, all’inizio occasionalmente, poi sempre più spesso, e esordito, fra l’altro, con i disegni di Paolo Mottura. Non solo. Nelle tue sceneggiature successive ti affidano a due dei migliori disegnatori della serie, cioè Nicola Mari e Corrado Roi. Come è stata l’esperienza in Bonelli?
È stata bellissima perché, come molti, ho iniziato a leggere Dylan Dog da ragazzina. Ero quella strana del paese: mi vestivo sempre di nero, abitavo – davvero, non è una battuta – nell’ultima casa in fondo a sinistra, c’era sempre la nebbia in quel punto lì, avevo nove gatti, avevo un sacco di cani… secondo me partiva la musichetta della famiglia Addams quando io andavo a fare un giro in paese. Allora ti vedevano particolare, comunque diversa dagli altri; oggi non ci si fa più caso, però io sono nata negli anni Settanta, le cose erano diverse. Quindi Dylan era la mia casa: io leggevo Dylan Dog, si parlava dei mostri – i mostri siamo noi – si parlava dell’orrore… alla fine anche Dylan, anche se ha caratteristiche assolutamente umane, e per certi versi non gli daresti due spicci sulla carta, in realtà fa tutto proprio perché è umano, proprio per la sua umanità. Il mio sogno era di arrivare, un giorno, a restituire qualcosa di quello che Dylan mi aveva dato.
Ho iniziato a provare e anche lì tantissimi rifiuti, perché Dylan Dog comunque era il secondo fumetto più venduto in Italia, dopo Tex, quindi si fa veramente fatica… Poi, a un certo punto, ho capito che cercavo di proporre – con il fatto che erano già stati sconfitti tanti tipi di mostri – la cosa particolare, che non era stata fatta, piuttosto che una cosa mia, che venisse dal mio cuore. Quindi ho proposto una cosa molto personale. Io collezionavo i bottoni; i miei preferiti erano quelli di madreperla, perché secondo me la madreperla è come se fosse l’anima delle persone: brillante, luccicante… per me era magica, quindi avevo sempre un bottone di madreperla in tasca. C’era una merceria, a Bologna, in cui andavo spesso, con al banco unaa signora anziana, e ho pensato: la signora anziana, la merceria, e tutte le notti qualcosa o qualcuno scaraventa tutti i bottoni a terra; lei ogni giorno deve ricominciare a tirarli su, quindi chiama Dylan. Queste le basi della storia. Allora c’era Giovanni Gualdoni alla guida della serie, che l’ha scelta… poi è piaciuta tantissimo ai lettori, hanno pianto tutti tantissimo e ho pianto anch’io mentre la scrivevo. Quello è stato il mio inizio e poi da lì ne ho scritta un’altra, sempre per il Color Fest, dove prendevano gli esordienti con le storie un po’ più brevi.
Per quanto riguarda i disegnatori, essendo il mio stile di scrittura molto gotico, almeno così mi han detto, mi hanno affidato i disegnatori più gotici, quindi Nicola Mari e Corrado Roi, che ovviamente erano i miei miti. Quel momento è stato una gioia, mi son dovuta proprio sedere, come nei film. Poi vi faccio uno spoiler, perché ci vorrà un secolo prima che esca: Amgelo Stano mi ha disegnato una storia. Non so quando uscirà, forse fra anni, perché adesso c’è Il ciclo della meteora e poi ci sarà un altro ciclo, però sappiate che ci sarà anche una storia di Stano.

Tra l’altro, con un’altra sceneggiatrice di Dylan Dog tu hai creato una serie per la Walt Disney.
Sì, con Paola Barbanto. Eravamo tre scrittrici e siamo state scelte dalla Disney per creare dall’inizio un progetto all’americana. Io non avevo mai lavorato in staff. La serie era anonima, avevo dovuto firmare duecentomila accordi di segretezza. Dopodiché arrivai alla sede Disney e c’era un Topolino alto due metri: cosa farebbe chiunque con un cuore? Correrebbe ad abbracciare Topolino e cercherebbe di farsi una foto con lui. Arrivò la guardia del corpo, dicendo che non si potevano fare le foto con Topolino; già lì mi spezzarono il cuore. Quello fu l’inizio e poi, per dirvi, ci tolsero i telefonini e ci portarono a lavorare per tre giorni in questo posto dove si lavorava per tutto il giorno e, addirittura, non si poteva uscire a mangiare perché sarebbe potuto arrivare lo spionaggio. Quindi dovevamo coprire tutto, arrivava un signore a prendere le ordinazioni, mangiavamo e vivevamo lì. Io, che ero un po’ timida con le persone e mi vergognavo a mangiare davanti agli altri, quei tre giorni ho fatto un’esperienza di lavoro in staff talmente significativa che ne sono grata: sono quelle esperienze che ti aiutano tantissimo e ti cambiano. È andata avanti tre anni e alla fine è uscita questa serie, che è diventata un fumetto in tutto il mondo.

Poi hai realizzato anche un progetto un po’ più indipendente, cioè Torture garden, con Edizioni Inkiostro.
Sì, Torture garden è stata un’esperienza molto bella perché ci hanno lavorato dei disegnatori bravissimi: a livello di copertine ho avuto Giovanna Casotto, Nicola Mari, Giulio Riccione, ma anche i disegnatori interni erano veramente competenti; infatti, dopo questo progetto, uno di loro adesso lavora in Bonelli per Zagor: insomma per loro è stato un bel trampolino di lancio.
Tortune garden è stata una bellissima esperienza perché non ho avuto vincoli: per la prima volta mi hanno detto: “Questa è la tua serie e fai quello che vuoi, scegli tu i copertinisti, i disegnatori…”. Ho curato addirittura la fase dell’editing, la correzione delle tavole… è stato incredibile. La storia è assolutamente mia. I miei lettori di thriller l’hanno letta, anche se era un fumetto, perché ci sono tutti miei temi, primo fra tutti il passato che non dimentica. È un thriller, c’è anche qui una caccia al serial killer, però i due protagonisti sono un po’ particolari, nel senso che Inkiostro è un editore che fa cose un po’ più gore, un po’ più pesanti, e quindi mi hanno detto di schiacciare il piede sull’acceleratore. Ho giocato un po’ con quelli che sono i cliché dell’horror, tra cui l’orfanotrofio, tutte quelle cose un po’ da brividi. Poi il presente, ambientato a Londra, dove questo serial killer, che viene dal passato, va a cercare tutti i bambini provenienti da quell’orfanotrofio. Quindi ho raccontato con due livelli temporali: uno nel passato dell’orfanotrofio e uno nel presente. Con questo serial killer mi sono divertita molto.

Prima di passare ad Aurora nel buio, hai scritto una serie di guide per la Newton Compton, che è una cosa un po’ insolita, un po’ diversa.
Amo tantissimo i misteri, sin da bambina. Questa è proprio una cosa mia che viene da lontano. Ho iniziato a raccogliere le storie della Bologna misteriosa sin da piccola. Devi sapere che la mia bisnonna viveva a Bologna. Mia nonna è l’unica che si è trasferita nel paesino di campagna, mentre tutte le sorelle erano lì, quindi noi, tutte le domeniche, andavamo a mangiare i tortellini dalla bisnonna. Loro erano veramente delle Miss Marple: si mettevano a tavola e parlavano di delitti irrisolti, come il delitto Coltelli, il caso Murri, e io, invece di giocare con i cuginetti, stavo lì e ascoltavo tutte queste storie: per forza dovevo arrivare a scrivere questo genere. Poi mi sono resa conto che Bologna, come tutte le città, offre un immaginario e delle storie ai limiti della realtà.
Ti faccio un esempio: quasi nessuno sa che a Bologna c’è il corpo di Santa Caterina de’ Vigri, che è conservata “come da persona viva”, questa è la dicitura nei libri antichi, da 550 anni. Si può andare a visionare ed è molto inquietante, perché entri nella chiesa, aspetti che si accenda la lucina, che fa un rumore sinistro, poi si apre la porta e, attraverso un corridoio, entri in una stanza dove c’è la santa seduta. Seduta come chiunque di noi, quando si siede. L’unico elemento che la distingue da una persona viva è dovuto al fatto che, che, quando è stata tirata fuori dalla terra per darle una sepoltura migliore, la pelle ha acquisito un colorito bruno, ma io avevo paura che aprisse gli occhi. Nessuno lo sa, ma sono venuti scienziati un po’ da tutto il mondo per studiare il caso.
Questo è uno, però uno dei casi che ho raccontato mi ha dato il la per iniziare Aurora nel buio. Pensate che come prima guida mi hanno chiesto 101 misteri di Bologna che non saranno mai risolti e io ho pensato: “101… poi non risolti… come farò a riempire il libro?” e invece alcuni casi ne sono addirittura rimasti fuori. Poi ho scritto Misteri, crimini e storie insolite di Bologna, dove vado a cercare anche le case infestate, cose un po’ di fantasia, ma tutto il resto è reale. Ne ho scritto uno anche più legato alla storia, 101 perché sulla storia di Bologna che non puoi non sapere, e 1001 cose da vedere a Bologna almeno una volta nella vita, quindi se vai a Bologna con quella guida, vedrai davvero tutto quello che, con uno sguardo veloce, rischia di passare inosservato. Come ad esempio la statua di Luigi Galvani, che, ne ho messo le prove nel mio libro, ha ispirato Mary Shelley per scrivere il suo Frankenstein. Noi, infatti, avevamo Galvani che faceva gli esperimenti sulle rane. Suo nipote, tramite una ricostruzione, aveva incontrato Lord Byron, il quale, poco dopo, andò a Ginevra, dove ci fu la famosa notte di pioggia in cui Byron, Mary Shelley, Percy Bysshe Shelley e Polidori fecero la scommessa da cui nacque anche  Frankenstein.
È molto interessante, adesso sto lavorando alla quinta guida. Mi diverte tantissimo studiare, poi molte cose che ho inserito non si trovano facilmente, quindi per scoprirle devi andare magari in annuali particolari, oppure devi chiedere l’accesso ai libri antichi delle biblioteche di Bologna. Volevo fare l’archeologa da piccola, e in questo modo un po’ lo faccio.

Barbara Barladi durante il firmacopie (foto di Giorgio Olivari)

FINE I PARTE

QUI la II parte dell’intervista

Trascrizione ed editing a cura di Francesca Pavanel.

 

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Heiko H. Caimi
Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, Abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Collabora con il notiziario "InPrimis" tenendo la rubrica "Pagine in un minuto" e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli "Sdiario". Ha pubblicato il romanzo "I predestinati" (Prospero, 2019) e ha curato l’antologia di racconti "Oltre il confine. Storie di migrazione" (Prospero, 2019).

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