Fitz-James O’Brien – Il prigioniero di guerra

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Il prigioniero di guerra

Come mi sdraio nella mia branda la notte, e guardo attraverso la porta aperta,
E osservo il cielo di seta intessuto con fili di stelle,
Mentre le tende bianche dormono sul campo come pecore su una landa fulva,
E le strade silenziose attraversano i campi come sbarre polverose,
Penso al mio commilitone lontano, sdraiato in una cella al sud,
La sua vita su un pezzo di carta e un cuore che ama la vita,
E il sangue mi ribolle nelle vene, e mi sento come un demonio infernale,
E voglio sfogare il mio odio e la mia rabbia in un conflitto.

Gli volevo bene con tutto il cuore; lo amavo come lo amava lei,
I cui capelli lui teneva in un medaglione vicino al cuore;
Ricordo come ero geloso quando sotto il platano,
La sera in cui il reggimento ha cominciato, li ho visti separarsi.
Eravamo stati compagni insieme, – avevamo studiato e bevuto insieme;
La gioia o il dolore che lo colpivano rimbalzavano anche su di me, –
Come la sua gioia aumentava, la mia seguiva, come le acque seguono la luna,
E le sue lacrime trovavano la loro strada verso il mio cuore come un ruscello verso il mare.

Io canto la canzone incerta di un’anima che sta scoppiando di dolore!
Non c’è metro per la sofferenza, non c’è ritmo per la vera disperazione:
Contate i piedi del vento che calpesta la nuda pianura,
O imitate la tristezza silenziosa della neve nell’aria!
Non riesco a controllare il mio cuore, né il mio innato desiderio del canto,
So solo che un dolore selvaggio e impetuoso,
Un feroce, potente sentimento di vendetta per qualcosa che è sbagliato,
Bussa alla mia mente stanotte, e deve ricevere sollievo!

Nonostante tutto quello che faccio per sopprimerlo, il suo volto dolente verrà,
Verrà a me con il suo quadro terribile di sbarre e pietra intrecciati,
E dal suo viso paziente, dalle labbra terribilmente torpide,
Ho sentito il sussurro imprigionato: “Sono solo!”
Solitudine quindi per lui, che era la vita e l’anima della sua gente;
Il cui spirito elettrico risvegliò il lento consiglio;
La cui voce, anche se sa esser dolce, era più dolce ancora nel canto;
Il cui cuore era sempre generoso come una cornucopia!

Ripenso a quando noi due camminavamo presso il fiume Charles,
Vicino agli olmi, così santificati da una canzone non scritta,
E nel corso degli studi universitari gravemente meditavamo e discutevamo,
Con le tortuose idee degli studenti su giusto e sbagliato.

Ah! Il fiume qui scorre nel suo solito modo placido;
I barchini sono ormeggiati presso la chiatta, gli olmi sbocciano e ingialliscono,
Ma non c’è una voce che ora potrebbe allietare il vecchio college,
Il suo berretto polveroso e il suo vestito valgono più di ogni cosa.

Come può lui essere prigioniero lì quando lo tengo qui nel mio cuore?
Tengo la sua immagine più stretta di quanto lo tengano imprigionato laggiù al sud;
E’ avvolta e legata con fibre che mai, mai si spezzeranno,
Conservata religiosamente nell’amore e nell’amicizia, invece che in una triste prigione.
Lassù sulla scogliera fatale dove il galante Baker cadde,
E il nemico, insidioso, sparò dal boschetto, da bosco ceduo, dall’albero, –
Lì, dopo aver combattuto a lungo, e con coraggio, e bene,
L’amico del mio cuore è stato troncato, come un ruscello dal mare!

Giaccio qui nella mia tenda di notte, e guardando fuori dalla porta,
Sono io ad essere il prigioniero, non tu, caro amico!
Sono io che avverto i ceppi, e la puntura nella piaga che guarisce,
E tutte le sofferenze del carcere senza fine.
Vedo i volti beffardi fissare tutto il giorno attraverso la finestra, –
So che stanno fissando te, ma beffardamente si abbassano su di me, –
E faccio un giuramento sacro come nessun soldato mai potrà giurare
Che io sarò lì con te, o sarai libero!

IX Campo, dicembre 1861

 

 

Traduzioni di Silvia Accorrà

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