Ciò che spinge la poesia a esistere è lo stupore: conversazione con Alexander Shurbanov

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Ho conosciuto Alexander Shurbanov a Sofia nell’estate del 2016, in occasione di un breve viaggio nella capitale bulgara per la pubblicazione di una mia raccolta di poesie da parte della casa editrice Scalino. Se ci tengo a specificare questo particolare non è per autoindulgenza, ma per sottolineare che in quell’occasione Alexander Shurbanov, che aveva accettato di partecipare all’incontro ufficiale di presentazione, si era messo a disposizione di un autore in precedenza sconosciuto senza alcun interesse personale, ma soltanto per amore verso la scrittura e la divulgazione della letteratura.

Nel tempo trascorso da allora ho avuto la fortuna di poter approfondire la conoscenza di Alexander Shurbanov e di intraprendere la lettura della sua poesia. Se quest’ultima mi ha colpito così tanto non è unicamente per il suo indiscutibile valore, ma anche perché quel valore deriva dalla stessa armonia che mi aveva così ben impressionato nel suo autore: un uomo di enorme cultura eppure di smisurata trasparenza, privo di presunzione, capace di un sorriso aperto e diretto e di esprimere concetti anche complessi in modo accessibile e semplice senza risultare banale. Quando mi è stata offerta la possibilità di dialogare con lui, quindi, la ho accettata con grande entusiasmo immaginando che ancora una volta avrei ritrovato il medesimo atteggiamento, e al tempo stesso proponendomi, nel porgergli le mie domande, di non pensare se queste fossero rivolte all’autore o alla persona, perché mai come in questo caso la coincidenza fra le due si verifica con una naturalezza preziosa.

Francesco Tomada


Prima di tutto, ci tengo a sottolineare che per me è un onore averla conosciuta e ricevere oggi la possibilità di dialogare con lei sulla sua poesia e sulla poesia più in generale. Conoscendo la sua disponibilità e la sua pazienza, sono molto curioso di poter indagare fra le risposte che ci fornirà, e che sono sicuro potranno aprire interessantissime prospettive a me come a tutti i lettori.
La prima cosa che vorrei chiederle è se si ricorda in che occasione ha scritto la sua prima poesia (da bambino, da ragazzo, o già adulto) e in che modo poi il suo rapporto con la scrittura poetica si è evoluto fino a diventare consapevole.
Non trattengo alcun ricordo dei miei primi tentativi di scrittura poetica, ma la mia reminiscenza è che comparvero appena imparai a scrivere le lettere e poi ordinarle in parole. Sicuramente componevo piccoli versi senza pretese sulle stagioni, sugli uccelli, sugli alberi e le nubi quando avevo otto o nove anni. Era ancora una sorta di gioco infantile come tutti gli altri giochi, ma poi divenni gradualmente consapevole del fatto che la maggior parte dei bambini con cui giocavo non sentivano l’urgenza di allontanarsi improvvisamente dalla partita per cercare una penna e un foglio di carta. Ciò mi rendeva diverso e strano ai miei stessi occhi, e non sapevo nemmeno se mi facesse piacere o mi disturbasse. Sicuramente, nel momento in cui una poesia iniziava a concretizzarsi, mi sentivo parte di un miracolo molto difficile da afferrare. Dopo aver compiuto sedici anni e aver visto le prime pubblicazioni delle mie poesie sulle riviste letterarie delle scuole superiori, iniziai a immaginarmi come un poeta in divenire. Ma anche in quella giovane età sapevo che essere un poeta non era una professione come quella di un ingegnere o di un architetto, quanto piuttosto una specie di condizione che mi avrebbe probabilmente accompagnato per sempre, e questa premonizione si sarebbe rivelata esatta. Ho sempre diffidato delle persone che si presentano immediatamente come “poeti” e pensano che questo vocabolo li definisca perfettamente. Secondo me, sono esistiti solo pochi poeti nella storia dell’umanità – ad esempio Puškin e Byron, e Botev in Bulgaria; gli altri possono solo affermate di aver tentato di scrivere poesia, ma nessuno può esibire il cartellino di Poeta. E abbastanza in fretta ho capito che, per entrare davvero nel territorio della poesia, avrei dovuto prepararmi a un percorso lungo e non sempre felice.

Dalla risposta alla prima domanda che le avevo posto mi nascono altri due interrogativi.
Il primo: uno dei presupposti per provare a scrivere poesia è la solitudine? Intendo non il semplice stare da soli, ma una sorta di solitudine interiore che si rivela in qualche modo incurabile?
La natura stessa dei poeti e degli scrittori, così come la natura del loro lavoro, sono tali da avere bisogno di isolamento, distacco dalla folla impazzita. Un importante poeta bulgaro contemporaneo, Ivan Radoev, sottolinea: “Un talento per prima cosa deve conquistare la solitudine”. Virginia Woolf ha scritto il suo famoso saggio “Una stanza tutta per sé” con idee del tutto simili in mente. L’atteggiamento stesso dei poeti, il loro modo di comunicare è solitario, quasi solipsistico. Osip Mandelstam disse scherzando: “Di solito, quando qualcuno ha qualcosa da dire, va dagli altri a cercare uu uditorio. Invece un poeta fa il contrario: corre “fin sulle onde del deserto, nel bosco di querce fruscianti””, citando una famosa poesia di Puskin. Così possiamo dire che la poesia è una sorta di non-discorso, una specie di colloquio silenzioso con se stessi. A volte ci lamentiamo che il nostro lavoro è solitario e quindi la nostra vita anche lo è. Ma non è forse vero che tentiamo, parlando con noi stessi, di parlare con il mondo intero? Il poeta apparentemente così appartato non è in realtà ipersociale? Non è forse il poeta, a differenza della maggioranza delle persone, di dialogare con tutte le cose animate e inanimate? A volte mi sembra che i poeti siano spesso soli perché sono troppo ambiziosi nel loro sforzo di comunicare con tutto il mondo esterno e un simile tentativo è destinato a lasciarli insoddisfatti e frustrati. Lo so abbastanza bene, per esperienza personale.

Il secondo (che potrebbe sembrare in contraddizione, visto che in precedenza si parlava di solitudine, ma secondo me non lo è) è un interrogativo che prende spunto dalle persone che si presentano come “poeti”: fra le qualità necessarie per provare a scrivere poesia c’è l’umiltà, intesa come capacità di non mettersi sempre al centro dell’attenzione, ma saper ascoltare anche gli altri?
Non ne sono sicuro. Nella maggior parte dei casi i poeti i poeti sono egocentrici, per la natura di ciò in cui sono coinvolti ma anche per inclinazione personale. Il più delle volte guardano in se stessi cercando di trarre la verità del mondo intero dai recessi più nascosti del proprio essere. Questa caratteristica inestirpabile può far apparire un poeta presuntuoso, e quindi sgradevole. Ma, per essere un poeta, bisogna anche essere profondamente sensibili a tutto ciò che si trova nel proprio ambiente, perché la sensibilità è un diverso aspetto dell’immaginazione. Un egocentrismo che non si nutre di sensibilità finisce sempre in vanità e non può che generare il vuoto.

Lei è una persona di grande esperienza e di vastissima cultura, in diversi ambiti (quindi non solamente nell’area letteraria). Pensando in particolare alla raccolta “Foresun”, vorrei chiederle che ruolo hanno avuto i grandi classici della pittura? I primi nomi che mi vengono in mente sono Bruegel e Vermeer: si sente di avere in qualche modo stabilito una comunicazione con loro, contribuendo a una comunanza fra il linguaggio pittorico e quello poetico?
Sono particolarmente attratto dagli artisti capaci di essere profondamente sensibili e contemporaneamente ricchi di pensiero razionale. Bruegel e Vermeer – come la maggioranza dei pittori nordeuropei – fanno parte di questa categoria. Rembrandt – soprattutto nei suoi autoritratti, Cranach e Memling fanno parte della stessa famiglia. I loro quadri sono affascinanti, danno piacere allo sguardo ma allo stesso tempo mi esplorano dentro e mi turbano, costringendomi a riflettere. Fra i maestri meridionali aggiungerei sicuramente Velazquez: un giorno mi ritrovai al Prado di fronte alla grande tela “Las Meninas” (Le damigelle d’onore) e pensai che non sarei mai riuscito ad allontanarmi da quel miracolo che ti trascina letteralmente dentro di sé. Fra i pittori più recenti apprezzo l’austriaco Egon Shiele e il bulgaro Stefan Markov. Nell’unione eccitante fra sensi e mente comunque credo risieda il segreto di tutte le forme di vera arte, che sia pittura o musica o poesia. Ciò perché il pensiero di un artista che pensa non è quello di un filosofo, disconnesso dalla sensibilità, nè quello di uno scienziato, lontano dalle emozioni: rimargina le crepe della coscienza e ripristina l’interezza della mente. L’arte è sempre festosa, ma se si tratta di un gioco, è un gioco che ricostruisce.

Quando lei nomina Egon Schiele viene immediato pensare ai suoi corpi aguzzi, spigolosi, che non riescono a contenere la propria sofferenza. Le chiedo quindi se le è accaduto che la poesia sia nata anche da momenti di sofferenza, e se in qualche modo – come accade per alcuni autori – abbia avuto anche una funzione terapeutica: forse la poesia in sé non è una medicina e quindi non guarisce, ma può aiutare ad affrontare il dolore.
Il mio modo di scrivere poesia di rado è confessionale, anche se a volte ovviamente accade. Ma comunicando in modo intenso con il mondo esterno, spesso proietto i miei turbamenti e le mie felicità su ciò che mi circonda. E, al contrario, attraverso il meccanismo dell’empatia, provo i dolori e le gioie esterne come se queste sensazioni fossero mie. Questa reciprocità, mi pare, può essere avvertita in alcune delle poesie incluse nelle mie recenti raccolte “Foresun” e “Dendrarium”, come quella sullo straniero nullatenente che fruga nel bidone della spazzatura, o sulla donna che confida se stessa a un albero, o sul ramo che trema abbandonato dal suo uccello. Questwe cose sono successe intorno a me o dentro di me? E questa è una domanda a cui un poeta è in grado di rispondere?
La poesia può essere terapeutica? In un certo senso ogni forma di arte lo è. La tragedia più straordinaria, recitata a teatro, in qualche modo ti illumina. Aristotele, pare, definì questo effetto “catarsi”. L’arte è sempre catartica sia per il pubblico, sia per l’artista,  perché si sforza di dare un significato al dolore. Non è in grado di risolvere tutti i problemi che dobbiamo affrontare, ma può descriverli correttamente e spogliarli del loro orrore indefinito.

Francesco Tomada
(foto di Ivet Lolova)

Una delle caratteristiche più evidenti della sua poesia è che, pur essendo lei un intellettuale, la sua scrittura rimane sempre diretta e intelligibile. Esiste però una enorme differenza fra “semplicità” e “banalità”: la seconda è il fallimento della poesia, mentre una forma di comunicazione essenziale e diretta (ma NON banale) sembra quasi essere la conquista sofferta di un lavoro ossessivo sulla scrittura. È così?
In una nota al mio libro Dendrarium, il poeta inglese Peter Robinson ha applicato con benevolenza a quelle poesie il famoso aforisma di Keats: “Se la poesia non nasce spontaneamente come le foglie su un albero, è meglio che non nasca affatto.” Non credo nella poesia che è volutamente oscura e impenetrabile. Questa tendenza è comparsa dapprima nel periodo del Modernismo ed è divenuta particolarmente diffusa verso la fine del Ventesimo secolo. Questa poesia “difficile” non si è sviluppata al tempo di Chaucer o di Spenser. Nemmeno i poeti metafisici, profondamente intellettuali, o gli ironisti scettici della scuola di Pope ambivano a escludersi dai propri lettori. I sonetti di Petrarca o Shakespeare sono trasparenti senza però essere semplici, sebbene lo stesso Shakespeare avvertisse il fastidio della scrittura livellato per condiscendenza verso il basso quando fra le iniquità del suo tempo nominava “la pura verità impropriamente definita ingenuità”. Io credo che la pura verità sia la pietra angolare di tutte le arti, e che un artista debba sempre partire da lì, senza curarsi delle accuse di ingenuità.
In sintesi è vero, credo che la poesia non debba essere prolissa, perché il suo vero potere non risiede nella bellezza delle parole che utilizza, ma piuttosto nell’arco voltaico che scocca fra le parole che vengono usate nel modo migliore. A volte magari esagero per concisione, ma la brevità secondo me non è solo l’anima dell’ingegno, come saggiamente sostiene Polonio, ma anche l’anima della poesia.

Un altro aspetto fondamentale della sua scrittura poetica è il senso di stupore: a volte sembra di poter dire che la poesia ha bisogno e nasce unicamente in presenza di stupore. È così? E, ammesso che si possa provare a definire che cosa significa essere poeti oggi, si può azzardare che il poeta è un uomo o donna che si esercita allo stupore? Che per alcuni aspetti mantiene dentro di sé lo sguardo di un bambino, ma lo avvolge della consapevolezza di un adulto?
Una ventina di anni fa scrissi questo autoritratto, che mi sembra rispecchi ancora oggi il mio animo:

CACCIA AL TESORO

Posato sui suoi trampoli
l’uccello acquatico
rovista nel basso fondale del fiume.
Un uomo
che ha guadato l’età di mezzo
continua a osservare il mondo
con gli occhi di un neonato.
Cosa potrà nascondersi
fra quei ciottoli lisci
sotto il flusso traslucido –
o dentro di loro,
dentro ai ciottoli stessi?
(traduzione di Francesco Tomada, ndr)

Ciò che spinge la poesia a concretizzarsi è, come suggerisci, lo stupore verso le continue meraviglie di questo mondo, la sua complessità che si risolve in una assoluta naturalezza. Dato che siamo costretti a fronteggiare i problemi pratici e materiali della vita quotidiana, spesso dimentichiamo di osservare, attraverso questo schermo di accadimenti transitori, i fondamenti della realtà e sprechiamo il nostro breve soggiorno in questo scrigno delle meraviglie senza nemmeno accorgercene. La poesia è qui per mantenere i nostri occhi fissi nella giusta direzione, e rendere la vita degna di essere vissuta. È fondamentale riscoprire questa prospettiva, soprattutto oggi che i surrogati virtuali della realtà e le mode fantasy nell’arte popolare estraniano le nuove generazioni dall’ambiente in cui vivono e possono passo a passo spalancare una incolmabile frattura fra noi e il nostro mondo.

Vorrei continuare seguendo il percorso della domanda precedente, e chiederle qualcosa di profondamente personale, senza però risultare invadente. Immagino che, un po’ come accade per tutti, le sue prime raccolte avessero l’entusiasmo e l’irragionevolezza del giovane, mentre nel corso del tempo la sua poesia sia diventata sempre più matura. Le chiedo quindi se c’è qualcosa che ritiene di avere perso nel suo percorso, e che cosa invece pensa di avere guadagnato.

Alexander Shurbanov
Foto di Halide Syuleyman

Vero: l’entusiasmo romantico, l’ottimismo gioioso, l’eufonia delle rime che caratterizzavano la mia poesia giovanile sono irrimediabilmente perduti e sono stati rimpiazzati da un’ironia scettica e spesso amara e dalle dissonanze del verso libero che trae il suo dettato dalla lingua reale della città. Mi piacerebbe pensare che la precedente semplice contemplazione del mondo sia stata sostituita da uno scavo più profondo e meditato nella sua complessità. E posso solo sperare che il mio lavoro nella maturità non sia divenuto più secco e aspro nel suo processo di trasformazione. Se mi si chiede cosa possa avere causato questi cambiamenti, dico che probabilmente sarebbero avvenuti in ogni caso con l’avanzare dell’età, ma anche che gli sviluppi storici dei nostri tempi, con le loro numerose crisi drastiche, con i rivolgimenti e le delusioni, soprattutto se pensiamo all’Europa Orientale, hanno richiesto un prezzo da pagare. Come artista puoi solamente sperare che il tuo mondo interiore sia in consonanza con quello esterno e che quindi il tuo lavoro rifletta adeguatamente i tuoi tempi, ma non puoi mai esserne certo. È abbastanza sapere che la tua voce è limpida e spontanea. Il resto non spetta al tuo controllo, né al tuo giudizio.

In molte sue poesie è presente sicuramente una dimensione sociale, o se preferisce civile. Mi sembra di poter dire, però, che lei privilegia uno sguardo “umano” verso le singole persone che vivono un’esistenza sfortunata (penso alla zingara di “Foresun”, o all’uomo che cerca qualcosa fra i rifiuti) facendo attenzione ad evitare ogni tentazione di poesia didattica. Lei ritiene che la poesia, e la sua poesia in particolare, sia anche uno strumento di compassione, intendo nel senso letterale della parola, cioè di “soffrire insieme” a quelli che non hanno qualcuno a cui appoggiarsi?
La poesia non è oratoria. La differenza fra le due è che la poesia non viene scritta per essere consegnata al pubblico, anche se spesso viene presentata al pubblico. La poesia è intima per definizione, una sorta di dialogo con il proprio io, e non invece un atto di convincimento. Ci sono ovviamente le eccezioni a questa regola, ad esempio Majakovskij, de Lisle, Schiller con il suo “Inno alla gioia”, e altri ancora. Ma anche se i poeti spesso toccano tematiche sociali e politiche, queste tematiche sono prolungamenti o escrescenze della loro introspezione, risultati di un rapporto empatico con il mondo e le preoccupazioni o sofferenze degli altri esseri umani, in particolare i più poveri e i più deboli, di cui spesso ci dimentichiamo. Le relazioni della mia poesia con le tematiche civili sono sempre di questo tipo. La poesia di rado può divenire una portabandiera, ma può sempre servire per aprire gli occhi.

Nella sua poesia è molto presente il mondo naturale: non soltanto l’uomo viene visto come parte (una delle tante parti, non la parte più importante) della natura, ma spesso la natura stessa sembra diventare quasi un esempio da seguire. Penso a molti degli alberi di Dendrarium, che assumono fattezze quasi umane, ma al tempo stesso rimangono parte dell’armonia del creato e non vogliono invece diventarne i protagonisti assoluti. Le chiedo se è così, se a suo parere l’uomo debba imparare a fare un passo indietro…
Sicuramente, moltissimo. L’uomo è stato esageratamente presuntuoso per troppo tempo, considerando la natura come mera materia prima per i suoi bisogni e desideri in continua crescita, dimenticando che la natura è ciò che permette la sua vita e assicura il suo benessere. L’irragionevole avidità dell’uomo ha contribuito sempre più seriamente a spingere la natura verso l’estinzione, finendo così per tagliare il ramo sul quale siamo tutti seduti. Il tempo sta per scadere. Se vogliamo continuare a vivere su questo pianeta gravemente deturpato, dobbiamo quanto prima reimpossessarci delle nostre sensazioni e riapprendere gli insegnamenti dimenticati di tutte le religioni pre-monoteiste e “primitive”, che hanno insegnato a venerare animali, piante, rocce e fiumi come splendide divinità, invece di considerarle sprezzantemente come entità inferiori. Questa filosofia, vorrei pensare, è al centro della mia poesia.

Lei fa un riferimento preciso ai mutamenti storici delle ultime decine di anni, in particolare nell’Europa Orientale. Per me, e per molti che come me hanno vissuto quel momento dall’altra parte del Muro, è difficile capire pienamente in che cosa consistano le speranze e le delusioni di questi passaggi storici. Mi viene quindi naturale chiederne a lei, che fra l’altro ha vissuto a lungo anche fuori dalla Bulgaria, e quindi probabilmente ha avuto modo di osservare la storia recente “da entrambe le parti del Muro”.
A noi, che abbiamo trascorso la maggior parte della nostra esistenza dietro alla Cortina di Ferro, in quella che veniva chiamata Europa orientale, a noi venne insegnato a scuola, sin dalla più tenera età, che saremmo stati destinati a vivere in una società senza classi, resa felice  da uguaglianza, fratellanza e giustizia assolute per tutti, libera dall’iniquità del capitalismo predone. Non ci volle molto a scoprire che questo era, nella migliore delle ipotesi, un pio desiderio e invece, nella peggiore, una perversa menzogna utilizzata dalla casta del potere per mantenere la sua gente sottomessa. Questa è stata la nostra prima grande delusione. Una serie di riforme volte ad una progressiva liberalizzazione, che alla fine si sarebbero rivelate insufficienti e deludenti, hanno punteggiato l’ultima periodo dell’era socialista. Quindi, con il crollo del muro di Berlino nel 1989, ci rallegrammo di nuovo, sperando che finalmente stesse per giungere un tempo di libertà e che avremmo trascorso il resto della nostra vita in un mondo normale. Ma presto si è reso evidente che il nostro paese era stato inesorabilmente saccheggiato dai suoi ex-governanti e che, sotto una nuova veste, essi avevano ancora il controllo del suo destino. Una seconda grande delusione! Inoltre, avendo vissuto in una società chiusa, dietro il Muro, ci eravamo figurati l’Occidente democratico come un paese fatato, qualcosa di non troppo diverso dall’utopia comunista con cui eravamo cresciuti. Ma quando le porte sono state aperte e siamo entrati a fare parte di un mondo in via di globalizzazione, ci siamo resi conto che ciò che ci aspettava era ben diverso dall’essere un nuovo paradiso terrestre, e si rivelava invece gravato di problematiche molto dure. Una terza delusione! Era giunto il momento per noi, cittadini dell’Est, di crescere e diventare realisti. Una trasformazione notevole, attesa da lungo tempo, ma non per questo felice.

Ogni scrittore ha dei maestri, non necessariamente viventi, quanto piuttosto degli autori che lo hanno ispirato e gli hanno dimostrato quanto in profondità fosse possibile spingersi con il proprio lavoro di ricerca sulla scrittura. Posso chiederle quali sono i suoi?
Non ho mai tentato consapevolmente di imparare da altri poeti o di imitarli. Ma, naturalmente, li ho ammirati e ho desiderato di riuscire a scrivere come alcuni di loro. La mia istruzione non programmata nella scrittura poetica è iniziata, ovviamente, leggendo e memorizzando con facilità il lavoro dei poeti bulgari dalla fine del XIX secolo alla contemporaneità. Molto presto ho iniziato ad immergermi nella poesia della grande tradizione russa: Puskin, Lermontov, Majakovskij, Akhmatova, Brodsky, leggendoli con coraggio e apprezzamento in lingua originale e imparandone parte a memoria. Ancora oggi so recitare a memoria ampi brani dalle loro poesie. In seguito altri maestri europei si unirono agli slavi: Heinrich Heine, Goethe, Jacques Prevert, Rilke, letti spesso in traduzione, anche se con uno sguardo di confronto verso l’originale nel tentativo di catturarne la tessitura ritmica. Infine, con l’avanzare dei miei studi di lingua inglese, specialmente durante gli anni dell’università, ho acquisito sempre più familiarità e mi sono innamorato degli scritti di Donne, Pope, Wordsworth, Keats, Yeats, Auden, Dylan Thomas, Ted Hughes, e fra gli autori americani di  Emily Dickinson, Robert Frost, Robert Lowell, William Carlos Williams. Con quest’ultimo soprattutto sento una forte affinità, in particolare con le sue affascinanti poesie ecfrastiche. Mi renderebbe felice sapere che ho imparato qualcosa da ciascuno di quelli che ho menzionato e anche da una miriade di altri, come il ceco Miroslav Holub o i polacchi Czeslaw Milosz e Zbigniew Herbert, ma non posso esserne sicuro. Forse è già tanto aver avuto il privilegio di entrare in relazione con le loro straordinarie creazioni.

Quale è stato il consiglio migliore che ha ricevuto nel corso della sua carriera di scrittore, e quale invece il peggiore, quello che ha deciso consapevolmente di non seguire (ma non le chiedo da chi lo ha ricevuto)?
Quando ero ancora uno studente, un rispettato romanziere bulgaro, che aveva letto una o due mie poesie e aveva notato come io tendessi a volare negli spazi di un vago fantasticare romantico, mi consigliò di volgere lo sguardo su cose più vicine a casa, derivanti dalla mia esperienza quotidiana. “Scrivi di una corsa sul tram”, mi disse, “piuttosto che del viaggiare verso isole deserte che non hai mai visto.” E tempo dopo un eccellente poeta, dieci anni più grande di me, mentre mi aiutava a rivedere una mia poesia, disse: “Puoi sempre aggiungere qualcosa a ciò che stai componendo, ma dobbiamo ricordarci che un cane sta bene su quattro zampe – l’aggiunta di un quinta non porta a un miglioramento. ” Questi consigli hanno messo radici, per così dire, e mi piacerebbe credere che siano diventati parte del mio essere scrittore. Mi sono state impartite lezioni inopportune, che ho saggiamente deciso di non seguire? Non ricordo. E perché dovrei? C’è sempre, come sostiene Frost, una “strada non presa”, e le tue scelte ad ogni bivio sono ciò che rende riconoscibili la tua vita e il tuo lavoro.

“La scrittura è una morte serena:
il mondo diventato luminoso si allarga
e brucia per sempre un suo angolo”
Sono dei versi, che io trovo meravigliosi, del poeta italiano Valerio Magrelli. Meravigliosi e terribili, aggiungo, perché in essi c’è anche l’idea che alla fine un poeta finisca il suo mondo, e quindi termini ciò che ha da dire. È questo un dubbio che in qualche occasione la ha sfiorata?
Questo è quasi inevitabile. Il mondo è finito, così come la mente umana. Si dice che un poeta scrive sempre la medesima poesia dal primo all’ultimo dei suoi giorni. All’inizio la poesia è completamente spontanea e impulsiva. Successivamente inizia a venir cesellata con maggiore attenzione, perdendo parte della primitiva spontaneità e, si spera, acquisendo una crescente raffinatezza. Ma è sempre la stessa poesia, l’espressione di qualcosa che è il nucleo della relazione del poeta con il mondo. L’auto-ripetizione non è un difetto finché non è letterale e noiosa.

A volte si parla di “poesia femminile” ed è una definizione che io trovo molto rischiosa e semplicistica, come del resto tutte le classificazioni basate su categorie. Volevo però chiederle se secondo lei ha invece senso parlare di una “sensibilità femminile”, se cioè le donne e gli uomini (evitando le generalizzazioni) abbiano a volte, o spesso, un modo differente di vivere la realtà e quindi poi di scriverne.
Sono convinto che ci siano alcune caratteristiche specifiche nella poesia di alcune autrici, che ci colpiscono in quanto associate al loro sesso, o – piuttosto? – al loro genere. (Non sarò mai abbastanza esplicito sulla differenza tra questi due concetti.) Forse esistono una maggiore dolcezza e una sensibilità più fine, una valorizzazione più completa dell’amore, della famiglia, una capacità di percezione più concreta nei dettagli e intensa, una certa diffidenza nelle astrazioni. Ma questa distinzione non ha nulla a che fare con il valore della poesia maschile e femminile. Saffo, Dickinson, Akhmatova, l’autrice bulgara Elisaveta Bagryana sono importanti esattamente tanto quanto i più grandi autori maschili per la storia della poesia mondiale. Inoltre gli artisti in generale sono per natura androgini, quindi la divisione di cui stiamo parlando è illegittima. 

Lei ha lavorato molto come traduttore. Tradurre è un gesto di altruismo: si tratta di mettere la propria sensibilità al servizio della poesia di un altro autore, sapendo che qualcosa verrà inevitabilmente perduto ma qualcos’altro verrà anche aggiunto. Quanto è difficile trovare il limite fra il “mantenere l’originale” e il “mettere qualcosa di sé” nel lavoro di traduzione?
È una questione di equilibrio, quasi un’esibizione da giocoliere. A volte diventa davvero esasperante. L’opera che è stata tradotta in un’altra lingua non appartiene più al suo autore, e in effetti l’autore non può più essere ritenuto responsabile di ciò che in essa si trova. Ma allo stesso modo non appartiene nemmeno al traduttore, come accadrebbe con un’opera originale, in fondo non è altro che una riproduzione – buona o cattiva, fedele o no – di qualcosa che già esiste. Una traduzione è sempre una questione di dubbia genitorialità, un figlio illegittimo in qualche modo mutante.
Detto questo, credo che colui che traduce debba cercare di svolgere il proprio lavoro nel modo più responsabile possibile, consentendo alla voce dell’autore di risuonare attraverso il nuovo strumento linguistico secondo le proprie caratteristiche, e di esprimere i concetti dell’originale fino ai minimi dettagli. Allo stesso tempo, chi traduce dovrebbe sempre tenere presente che non sta svolgendo il ruolo di uno ubbidiente uomo di fatica, ma di collega e collaboratore dell’autore – o meglio ancora, in effetti, è il/la più vicino/a confidente dell’autore. Tale relazione conferisce al traduttore una grande fiducia, senza la quale nessun traduttore potrebbe portare a termine la propria opera. Per riprodurre un’opera artistica in tutto il suo splendore, il traduttore deve sentirsi libero. Libero e responsabile allo stesso tempo, creativo e discreto, fantasioso e corretto – un compito così complesso e contraddittorio da divenire quasi impossibile. L’irraggiungibilità della perfezione rende anche la migliore traduzione un’approssimazione provvisoria piuttosto che un risultato definitivo. Ogni singola traduzione fa parte necessariamente di una serie, piuttosto che costituire una creazione unica e inimitabile: quest’ultima definizione spetta esclusivamente alle opere originali. Chiaramente una simile realtà può divenire frustrante, ma chi sente il bisogno di congiungere diverse culture e colmare distanze può trovare il lavoro utile e anche denso di soddisfazioni.

Sempre a proposito della sua importante attività come traduttore, vorrei chiederle in che modo questa poi si è riflessa nella sua poesia: non mi riferisco soltanto alla conoscenza degli autori che ha affrontato, ma proprio alla consapevolezza nell’uso delle parole, delle forme, della lingua. La sua scrittura ne è stata influenzata?
Mi sentirei riconoscente se i miei costanti rapporti con i più grandi maestri della parola artistica come attento lettore, critico e traduttore mi avessero insegnato come affrontare la lingua, uno strumento verso cui nutro rispetto, apprezzamento e ammirazione massimi. Ma non ho mai provato intenzionalmente ad applicare la loro lezione ai miei scritti. Se una minima parte di ciò si è distribuita nel mio lavoro, ne sarò contento e grato. Voglio confessare che ho cercato ostinatamente di sviluppare un ritmo e una dizione il più diversi possibile da quelli delle mie traduzioni. Questo è stato uno sforzo istintivo, per preservare l’indipendenza del mio stesso lavoro.

Infine due domande, che forse confluiscono in una sola: c’è qualcosa (un lavoro, una raccolta, una tematica) che avrebbe voluto affrontare nel suo percorso poetico e non ci è riuscito? Oppure è meglio dire “non ci è ancora riuscito”: ci parla di quelli che sono i suoi progetti futuri?
Un poeta russo moderno, Samuil Marshak, scrive in una delle sue poesie: “Comunque ricorda che la nostra strada è più breve delle strade che i nostri occhi delineano”. Ci sono molte cose che ho sognato ma che non sono riuscito a fare in questa vita. Si può sempre avere o dedicare abbastanza tempo alla scrittura della poesia, a patto di averne l’ispirazione: per me la composizione non non si è mai basata su una precedente pianificazione, rimane sempre un evento fortuito. Però avrei tradotto volentieri un maggior numero di lavori di Shakespeare e dei miei poeti contemporanei preferiti, se mi fosse stata concessa una vita in più. E mi sarebbe piaciuto scrivere una serie di studi dedicati alla poesia drammatica e lirica del Rinascimento inglese. Nel corso degli anni ho riempito un grande espositore con le bozze di svariate dozzine di lavori di ricerca che non vedranno mai la luce. Per portare avanti nel modo opportuno questi progetti è necessario accedere di continuo a biblioteche accademiche con sezioni di letteratura inglese ben fornite, che purtroppo non sono disponibili nel mio paese. Bene, è inutile piangere sul latte versato. Non posso lamentarmi: mi sono stati concessi tempo a sufficienza e condizioni di lavoro propizie per realizzare parecchi progetti e per applicarmi ad essi con devozione e molto piacere. Alla mia età sarebbe ridicolo fare piani ambiziosi per il futuro. In questo momento sto assemblando  una nuova raccolta con le mie ultime poesie, e questo impegno in sé sarebbe già sufficiente. Ma, lo confesso, non ho rinunciato completamente alla traduzione e sto ancora approfondendo i drammi di Shakespeare, cercando di catturarne il tono intimo e autentico e di renderlo nella mia lingua madre. Non riesco a pensare a un lavoro più esigente e incantevole.

Da sinistra a destra, Francesco Tomada,
la poeta bulgara Aksinia Mihaylova
e Alexander Shurbanov
Foto di Ivet Lolova
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Francesco Tomada
Francesco Tomada è nato nel 1966 e vive a Gorizia. I suoi testi sono apparsi su numerose riviste, antologie, plaquettes e siti web in Italia e in altri Paesi, e sono stati tradotti in una quindicina di lingue straniere. Recentemente un'antologia monografica dal titolo “Questo è il mio tempo” è stata edita dalla casa editrice Scalino di Sofia (2016). La sua prima raccolta, “L’infanzia vista da qui” (Sottomondo), è stata edita nel dicembre 2005 e ha vinto il Premio Nazionale “Beppe Manfredi” per la migliore opera prima. La seconda raccolta, “A ogni cosa il suo nome” (Le Voci della Luna, 2008), e la terza, “Portarsi avanti con gli addii” (Raffaelli, 2014) hanno ricevuto riconoscimenti in diversi concorsi a carattere nazionale. Per la collana “Autoriale” (Dot.Com Press) è stata pubblicata nel 2016 una sua antologia ragionata con testi scritti dal 1995 in poi. Il lavoro più recente è “Non si può imporre il colore ad una rosa” (Carteggi Letterari, 2016) edito anche in una nuova edizione ampliata nel 2019 con le traduzioni greche di Evangelia Polymou.

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