Mikael Niemi – L’uomo che morì come un salmone

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È stato definito un giallo, ma forse più per abitudine che per una vera aderenza a questo genere. Certo, in effetti è un omicidio l’evento scatenante da cui si dipana la trama del libro, e ovviamente non solo l’omicidio, ma l’indagine che ad esso segue.
In breve, un uomo anziano, Martin Udde, è stato trovato morto ammazzato nella sua casa, sventrato da una fiocina come un salmone, appunto. Questo delitto efferato è avvenuto a Pajala, un piccolo comune della lapponia svedese al confine con la Finlandia, nella valle conosciuta come Tornedal in svedese, Tornionlaakso in finlandese, e Meänmaa in meänkieli, un dialetto finlandese.
Queste informazioni linguistiche sono tutt’altro che superflue, poiché in realtà queste sole rappresentano il perno della narrazione: la lingua è infatti fin da subito centrale nel libro, e proprio dall’inizio vengono affrontate questioni non prive di rilevanza emotiva e anche scientifica, ad esempio la questione delle lingue minoritarie, dell’identità linguistica, del bilinguismo, dello statuto epistemologico di lingua e dialetto e così via, fino ai concetti ancora più nebulosi di cultura, di etnia e di radici.
Il vero protagonista del libro è infatti il meänkieli, varietà linguistica (considerata un dialetto in Finlandia e una lingua minoritaria ufficiale in Svezia) che si parla in questa valle. Il meänkieli iniziò ad allontanarsi dal finlandese standard nel 1809, quando la Svezia cedette la Finlandia alla Russia usando il fiume Torniojoki come confine naturale, e facendo così in modo che coloro che abitavano sulla riva occidentale rimanessero politamente e linguisticamente separati dal resto della Finlandia. La Svezia poi represse duramente l’uso del meänkieli, non solo insegnando esclusivamente in lingua svedese nelle scuole, ma proibendo ai bambini di esprimersi nella propria lingua a rischio di punizioni corporali. Oggi il meänkieli è tutelato amministrativamente, ma non si è ancora riuscito a limitare il rischio di estinzione.
Insomma, il giallo che Mikael Niemi costruisce è chiaramente un pretesto. E non che sia evidente la sua pretestuosità, o comunque non che lo sia in modo fastidioso, ma comunque più che la trama è l’ambientazione sottostante a essere degna di attenzione, quella e le singole scene: tensione, costruzione, risoluzione quasi sempre ottimali, condite da uno spirito politico costante, spesso latente, ma comunque totale e totalizzante, che si affaccia prepotente in passi come “Se dovesse diventare come in Palestina. Qui, nel Tornedal. Se la pressione si facesse più forte, pensò. Se il potere tentasse di renderci muti”.
Ha un inizio saldo, concreto, e poi tutto diventa più evanescente ma anche più profondo, in un certo senso, meno ancorato alla vicenda. Questo modo di narrare, che arpiona appunto il lettore “come un salmone”, per poi immergerlo in riflessioni politiche e teoriche, lo rende davvero un libro interessante.
Senza voler rivelare troppo, quindi, possiamo poi aggiungere che l’intreccio è più bello della risoluzione, e fa appassionare ad una storia e ad un popolo poco conosciuto, almeno in Italia.
E c’è davvero molto in queste pagine: a volte le questioni sono approfondite, a volte solo abbozzate, ma c’è la Storia, quella grande, quella dei re e delle battaglie, e le storie piccole e individuali, storie di abusi e violenze dimenticate e inascoltate. Non tutto ciò su cui Mikael Niemi si sofferma viene portato a compimento e discusso in modo bilanciato, ma questa è poi anche una forza del libro, che fa capire molto di una terra lasciata sola, a brulicare, a corrompersi, a perdersi, a perdere un senso di comunità senza davvero ritrovarlo mai nel nuovo potere istituzionale.
È un romanzo sinestetico, il lettore è subito trasportato in quei luoghi, in quella natura, è un libro molto più che cinematografico, ed è scritto davvero da qualcuno che ha assorbito quei territori utilizzando tutti e cinque i sensi. Le atmosfere, gli odori, le sensazioni, sono intrise di Nord: legno massello, sauna, terra, povertà, e poi cibo, patate novelle, marmellate di more artiche, salmoni marinati. Questi sono cibi e tradizioni non svedesi, ma del Nord, che è un’altra cosa. È un respiro geografico quello di questo romanzo, niente affatto nazionale, e il Tornedal/Tornionlaakso/Meänmaa è una terra ai margini un po’ da tutto, una terra di confine, una terra la cui identità è stata troncata di netto. Ciò è spesso mostrato anche nei nomi dei personaggi coinvolti, un po’ svedesi, un po’ finlandesi, Eino Svedberg, Sonny Rantatalo, testimoni di identità spezzate.
E certo, si potrebbe giustamente obiettare che la multi-identità, la multi-culturalità sono tratti intrinsecamente positivi, ma queste due idee non sono necessariamente in contraddizione: Mikael Niemi non ci parla di melting pot, ma di soprusi identitari, dove qualcosa è stato strappato via ad un popolo, è questo ciò che vuole dirci Niemi (e ce lo dice in svedese, peraltro, nell’originale).
La dinamica tra vittima e protagonista è anch’essa rovesciata: Therese Fossness, l’investigatrice della squadra nazionale anticrimine inviata da Stoccolma, è una donna, e il cadavere è un uomo. Poche volte si è trovato questo equilibrio in un giallo nordico: è un palese rovesciamento del canone classico del giallo svedese, in cui spesso la vittima è una donna e il risolutore che con l’ingegno scopre il delitto è un uomo. E attenzione, questa non è una scelta casuale, ma è densa di significato, non solo perché dimostra una sensibilità acuta, soprattutto da parte di un autore maschio, ma anche perché l’autore sa benissimo di ribaltare un’usanza, uno status quo: si dice esplicitamente che la notizia della morte del vecchio verrà dimenticata in fretta perché sicuramente nel sud della Svezia verrà uccisa qualche donna; viene inoltre citato Leif GW Persson, ci sono insomma indizi che ci fanno capire che c’è un’attenzione al giallo svedese classico e popolare.
Sembra esserci nella volontà di Niemi una precisa attenzione al rovesciamento di idee preconcette e abitudini, al porre le situazioni in altri modi e con altri punti di vista, per poi interrogarsi su cosa sia davvero giusto. Più che fornire facili (o facilmente presentate) risposte, l’autore esplora le domande, chiedendosi a cosa corrispondano azioni, avvenimenti, inizialmente brevi o minimali, e tutto ciò viene riassunto molto bene dal passo in cui si racconta brevissimamente la genesi del popolo del Tornedal: “Al centro della carta Alessandro I ha tracciato una linea. Si è servito di un gesso. Il gesso è rosso […]. Un tratto di gesso rosso. Così facilmente si cambia il corso della storia. Così si spacca in due un popolo. Villaggi tagliati a metà, come fette di pane […]. Famiglie separate dall’aria, recise con un elegante scatto del polso”.
Queste parole sono semplici e nette quanto tragiche e filosoficamente aperte a ogni genere di dibattito, su cosa sia un confine, su cosa sia la storia, su cosa sia un popolo, e su come l’intimità individuale abbia molte più correlazioni di quanto non si pensi con i grandi avvenimenti dello spazio e del tempo.
È un romanzo davvero pieno di spunti interessanti, che non può fare altro che lasciarci appassionare ad una storia dura, ingiusta e triste, ma anche sedurre dalle luci, dalle distese erbose e dai boschi del Nord.

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Mikael Niemi è uno scrittore svedese nato a Pajala nel 1959. Ha scritto poesie e racconti per ragazzi, ma è con Musica rock da Vittula che raggiunge un grande successo di pubblico e di critica. Questo romanzo infatti, pubblicato nel 2000, diventa immediatamente un best-seller in Svezia, vince il Premio August e viene tradotto in 30 lingue.
Niemi, grazie all’introduzione nelle sue opere di passi in meänkieli e riflessioni su di esso, ha fatto conoscere in Svezia ma anche nel mondo la difficile questione etnica e linguistica di questo popolo; è però con L’uomo che morì come un salmone che Niemi affronta davvero la questione a livello teorico, storico e linguistico.

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