Arto Paasilinna – L’anno della lepre

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Inizia in questo numero la rubrica Luci del Nord, curata da Irene Lami e dedicata alla letteratura nordica.
Ciò che vogliamo presentare in queste pagine è un mondo lontano eppure vicino, una letteratura che abbiamo ormai imparato a conoscere tramite il cosiddetto ‘giallo sociale’ scandinavo, dimostrando però che la letteratura del Nord Europa non si riassume soltanto nella crime fiction, ma al contrario, abbraccia moltissimi stili: il romanzo storico, la saga, la fiaba, il teatro, il genere umoristico.
La letteratura nordica ha la capacità di ricollegare l’individuo alla collettività, il particolare all’universale, il temporale all’eterno.
Alle tematiche affrontate dai più o meno grandi autori nordici si accostano inoltre paesaggi esotici, climi pungenti, luci lontane, del Nord appunto, che stimolano la curiosità del lettore.
Benvenuti allora, e buona lettura.

Considerato un cult book da diverse generazioni, L’anno della lepre è un inno alla libertà nel suo senso più ampio. Una rivendicazione di emancipazione del pensiero, con tutto ciò che ne consegue.
Protagonista il giornalista Vatanen, che intuiamo essere l’alterego di Paasilinna. Vatanen sta tornando in macchina verso casa dopo un servizio giornalistico con il collega fotografo; ad un certo punto i due investono una lepre e si fermano per controllare la situazione. La lepre è solo ferita, e Vatanen la cura, la accarezza, e decide di lasciare tutto per fuggire con lei nel bosco.
Inizia così la storia delle vicissitudini dell’uomo e dell’animale attraverso la Finlandia.
Già nella prima pagina l’autore ci presenta immediatamente la condizione esistenziale del protagonista, e marginalmente anche quella del collega: infelici, insoddisfatti, cinici spettatori della loro stessa vita.
L’incontro con la lepre rappresenta per Vatanen quasi una possibilità di redenzione, ed un’epifania quasi ‘fisica’: egli la prende in braccio, percepisce il cuore dell’animale che batte fortissimo, il suo tremito, il pelo, persino la zampetta rotta è descritta minuziosamente. La descrizione materica sottolinea come il risveglio del giornalista sia un contatto davvero corporale.

Apparentemente il risveglio di Vatanen, così come tutto il resto del romanzo, sembrano un inno alla vita a stretto contatto con la natura, ma non è esattamente così: più che ‘natura’ in generale, la lepre, il bosco e la seconda vita dell’uomo rappresentano la libertà dai vincoli borghesi (che nel mondo rurale possono benissimo continuare a sussistere, anzi, in taluni casi persino in modalità più aspre e odiose che non nell’ambiente urbano); la lepre è l’istinto libero che viene introdotto in un mondo perfettamente inquadrato, e non si può non ricordare la scena molto divertente del ristorante in cui Vatanen ordina il pranzo per sé e per lei, suscitando lo scandalo dei presenti.
Ci accorgiamo di questa leggerissima traslazione sia attraverso una lettura attenta, sia attraverso un’accorta riflessione sulle descrizioni che lo stesso Paasilinna fa del mondo naturale: la natura non è descritta come un paternalistico (quanto borghese) luogo di pace, armonia e serenità, ma come una lotta, a tratti crudele, a tratti ingiusta, dove vige la legge del più forte (o del più furbo), alle cui regole si deve sottostare se si vuole sopravvivere.
Allo stato naturale, nelle campagne, nei boschi e nelle foreste, vivono infatti molte persone ignoranti, stupide, inconsciamente crudeli in nome di falsi miti; emblematica in questo senso la figura del nazista religioso Kaartinen, sostanzialmente un bifolco con una ‘cultura’ mai educata da un’analisi raffinata, ma basata esclusivamente sull’esperienza diretta che egli trae dal mondo naturale.

Vatanen decide sì di abbandonare il mondo urbano, ma più esattamente decide di spogliarsi degli orpelli borghesi ad esso normalmente collegati; le critiche al matrimonio, al lavoro, al giornalismo (che denuncia “apertamente i soprusi notori della società tacendo però ostinatamente tutte le sue reali tare”) compaiono immediatamente, e questa denuncia della vita tradizionale e conformista viene presentata in modo assolutamente lineare e ovvio, come se fosse quasi un’endiatri: giornalista, sposato, infelice.
Il momento in cui il collega lo lascia solo con la lepre e riparte verso la città rappresenta la frattura con i valori della società moderna, teniamo presente che il romanzo è stato scritto negli anni ’70, quando nel sentire comune l’illusoria contrapposizione città/campagna era nettamente meno trita e dozzinale di oggi.
L’abbandono è evidenziato dalla presenza di oggetti come l’automobile, la sigaretta, l’alcol, il telefono, che diventano correlativo oggettivo del mondo che si è deciso di rinnegare. Il fotografo stesso è inizialmente sempre definito come “fotografo”, mai con il nome proprio: intuiamo un’insistenza sulla professione, sul lavoro, tacitamente quindi sui soldi, e perché no, su una suggerita “macchina” fotografica.
Ovviamente il distacco non può avvenire senza una discreta difficoltà, Vatanen viene inseguito dal mondo conformista, dalla moglie, dal caporedattore, dal fotografo (ancora ruoli, non nomi), e fugge con un cestino dal quale spuntano due orecchie di lepre.

Le orecchie della lepre, sineddoche spesso ricorrente, simboleggiano un elemento visivo ribelle e umoristico, e in un certo senso ‘marchiano’ fin da subito la persona di Vatanen, spuntando dalla giacca da lui inizialmente indossata e rompendo così l’autorevolezza di un indumento borghese per eccellenza, quasi una divisa.
La lepre, allegoria di libertà, ha generalmente un effetto positivo sulle persone incontrate, chi non ne subisce l’attrattiva perché troppo ancorato a modelli reazionari è invece profondamente turbato e molto impaurito.
Chi non comprende le scelte del giornalista, inoltre, si chiede molto spesso se egli non sia ubriaco: la libertà in questo modo viene vista come conseguenza di strumenti di controllo sociale prettamente borghesi, come l’alcol.

Paasilinna si fa beffa della politica, del nazionalismo (divertentissimo il ‘giallo’ creato attorno alla figura dell’allora presidente della Finlandia Urho Kekkonen), della religione: in chiesa la lepre decide di defecare per ben due volte sull’altare, provocando l’ira del prete che le spara per scacciarla, colpendo così diversi simboli religiosi.
Con uno stile davvero umoristico ed una vivace narrazione per scene, Paasilinna ci mostra che tramite la sua condizione di uomo libero Vatanen si trova a conoscere a fondo i luoghi della struttura sociale molto più che se ne facesse parte, dimostrando che è paradossalmente proprio tramite la libertà che si può davvero esplorare l’incasellamento borghese.
Il paesaggio finlandese non resta sullo sfondo, ma diventa parte integrante delle vicende e costituisce molto più di un’ambientazione per il romanzo, arrivando ad essere a pieno titolo un personaggio, protagonista insieme a Vatanen e alla sua lepre.

“Le imprese di Vaatanen rivelano il suo spirito rivoluzionario, autenticamente sovversivo: qui sta la sua grandezza”.

Paasilinna, nato nel 1942 a Kittilä, cittadina del nord della Finlandia, nella regione lappone, è stato poeta, guardaboschi e giornalista, prima di dedicarsi alla scrittura di romanzi a tempo pieno. È uno degli autori finlandesi più conosciuti all’estero, i suoi libri sono stati tradotti in più di 40 lingue.

L’anno della lepre è il suo libro più conosciuto, incluso dall’UNESCO nella collezione delle opere rappresentative della letteratura finlandese, e da esso sono state tratte ben due riduzioni cinematografiche, una nel 1977 diretta dal regista finlandese Risto Jarva e una del 2006 del francese Marc Rivière.

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