Tra il noir e il pulp: intervista a Italo Bonera

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Italo Bonera, nato a Brescia nel 1962, si occupa di narrativa – soprattutto come lettore – e di fotografia. Nel 2004, con American dream, ha vinto il premio Frederic Brown per racconti brevi, indetto da Delos Books. Insieme a Paolo Frusca è autore del romanzo ucronico Ph0xGen! (Mondadori, 2010, LaPonga, 2018), finalista al premio Urania, pubblicato nel Millemondi Urania Un impero per l’inferno. Il thriller Io non sono come voi (Gargoyle, 2013) è ambientato nel prossimo futuro ed anch’esso è stato finalista al premio Urania. Ancora con Paolo Frusca ha pubblicato l’antologia Cielo e ferro (LaPonga, 2014). Il suo ultimo romanzo è Rosso noir. Un pulp italiano (Meridiano Zero, 2017), ambientato negli anni Settanta. Suoi racconti appaiano nelle antologie La cattiva strada (Delmiglio, 2015), Continuum Hopper (Della Vigna, 2016), Propulsioni d’improbabilità (Zona 42, 2017), Sarà sempre guerra (LaPonga, 2017), Oltre il confine (Prospero, 2019) e sulle riviste Inchiostro (2016) e Inkroci (2018).
Lo abbiamo incontrato all’Acli Cristo Re di Borgo Trento (Brescia), nell’ambito della rassegna dedicata al genere noir Il folle volo, alla quale hanno partecipato anche gli scrittori Piergiorgio Pulixi e Heiko H. Caimi (presente in sala), durante la presentazione del romanzo Rosso Noir.

Che cos’è il Pulp?
Per me è Pulp tutto ciò che ha tinte forti: non solo per quanto riguarda la violenza, ma anche per l’emotività, le cose che accadono, il sesso. Dicono che Pulp derivi da ‘polpa’, la materia prima con cui veniva fatta la carta di certi romanzi tra gli anni Quaranta e Sessanta, che venivano consumati da un pubblico di bocca buona e tendevano a ingiallire poco dopo; per questo il termine ‘gialli’. Ho messo come sottotitolo, a Rosso Noir, Pulp Italiano; in realtà erano titoli molto indicativi, di solito si occupa poi l’editore di cambiarli, invece in questo caso ha deciso di tenerli così.

Con la copertina invece non è andata così bene.
La copertina non mi piace, richiama dei gangster degli anni Cinquanta con una rivoltella da cowboy in mano. Io nel libro cito due calibro ventidue, che sono rivoltelle, ma passano in secondo piano rispetto alle pistole automatiche, e non tutti colgono questo dettaglio. Oggi grazie a internet possiamo entrare in contatto con tutte le informazioni che vogliamo, e avevo fatto una piccola ricerca sulle armi. C’è, ad esempio, una mezza pagina in cui descrivo un mitra, un’arma molto significativa, giacché era stato utilizzato anche durante l’arresto di Moro, e l’ho descritto perché è un’arma che negli anni di piombo veniva molto apprezzata: era prodotto in Italia dalla Repubblica Sociale, e spesso finiva nelle mani dei partigiani, come nel nostro caso. Ecco, per descriverlo sono riuscito a trovarne un esemplare autentico, contenuto in una collezione privata, e ho potuto vederlo per descriverlo al meglio.

Non si tratta solo di armi, c’è molta attenzione ai dettagli: anche la descrizione di un posacenere è sempre molto, molto dettagliata.
Il grosso di questo romanzo è ambientato negli anni Settanta, quando io avevo dieci anni. Quel periodo lo ricordo vivacemente intenso, e avevo bisogno di tirare fuori ricordi e storie, anche legate alla città; una delle cose che mi è venuta in mente è stato questo posacenere, bianco e triangolare, che nei bar si vedeva ovunque. C’è qua un personaggio particolarmente pesante, quasi autistico nel suo modo di essere, direi, che racconta moltissime cose su quel posacenere. Ho fatto tutto questo per far capire il personaggio, per dargli una pennellata.
Sul fatto di andare a documentarsi, io credo che lo faccia il novanta percento di chi scrive: è molto facile, e non farlo è un delitto.

Non perdi quasi mai il rigore, in un romanzo che è veramente complesso dal punto di vista narrativo. Hai avuto riconoscimenti importanti, e questo dimostra la tua bravura. Come hai iniziato scrivere?
Ho cominciato per amicizia, perché un caro amico che vive a Vienna mi aveva sollecitato a scrivere una storia insieme a lui; non volevo, ma lui per scherzo ha incominciato a mettere giù qualche capitolo, e poi la cosa è degenerata finendo in un romanzo. Non sapevamo come pubblicarlo, perché effettivamente era stato rifiutato da una quarantina di case editrici, fino a che non lo abbiamo spedito a Mondadori, al Premio Urania: è un romanzo di storia alternativa, detta anche ‘ucronia’, ovvero come sarebbe se le cose fossero andate diversamente? Nello specifico, era ambientato nel 2003, e ci si chiedeva come sarebbe stata Vienna se la Prima guerra mondiale fosse stata vinta dagli imperi centrali: non ci sarebbe stata la Seconda guerra mondiale e tutto quello che ne è conseguito, ma ci sarebbe stata la migrazione degli intellettuali in America e l’Europa unita sotto il segno degli Asburgo. La storia alternativa è considerata come un universo parallelo, è una forma di fantascienza alternativa. Il Premio Urania lo ha accettato, il libro non ha vinto ma è arrivato in finale, ed era piaciuto molto all’editor Sergio Altieri, a cui dobbiamo molto, che ci ha fatto un contratto, e pur non inserendolo nella collana Urania lo aveva pubblicato nella collana Millemondi. Questo è stato il primo passo, diciamo, a parte un piccolo racconto che avevo scritto due anni prima, e che avevo pubblicato su un sito (c’è ancora), con cui avevo vinto un premio.

Quindi tu, come i maestri Pulixi e Caimi, hai iniziato con i racconti.
Sì, avevo iniziato con quel piccolo racconto, tra l’altro molto influenzato dagli avvenimenti dell’11 settembre. Anche questa è un’opera di fantascienza: è la narrazione di un personaggio che parla con un altro, ponendosi nel futuro. Mi ha dato la piccola spinta per iniziare; poi c’è stata la pubblicazione con Mondadori. Quando ti viene offerto un contratto che dice ‘tutto quello che scrivi ce lo devi portare da qui fino ai prossimi dieci anni’ ti viene per forza voglia di scrivere qualcos’altro! Allora io e Paolo abbiamo provato con un romanzo, ma non ci siamo riusciti, ognuno provava a fare cose diverse. Alla fine, abbiamo deciso di prendere i frammenti di questo romanzo, di dividerli in una serie di racconti e di unirli in una raccolta chiamata Cielo e Ferro: si tratta di racconti di fantascienza, ambientati in un futuro distopico, molto più crudi dei precedenti.  Successivamente ho scritto un altro romanzo, per conto mio, che si intitola Io non sono come voi, e Paolo Frusca per conto suo ha scritto un romanzo per Rizzoli.

Continui sempre a scrivere racconti.
A me piace di più scrivere racconti che romanzi: mi piace la dimensione del racconto che comincia, finisce e si chiude, anzi si racchiude in modo compresso. È una situazione specifica in cui riesco a scrivere bene, rispetto a una grande narrazione. Per scrivere Rosso Noir ho cominciato con tre o quattro cose che in realtà erano slegate, potevano essere racconti diversi, e poi ho trovato il sistema di collegarli, però ho cominciato con piccole cose, come l’incipit: la piccola narrazione iniziale è una vendetta in cui tre partigiani, dopo la guerra, vanno ad ammazzare un notaio che è stato un uccisore e torturatore di partigiani; una condanna a morte del tribunale del popolo. Da questo evento se ne sviluppano poi tante altri, poiché il sangue chiama sangue, fino agli anni Settanta, dove si svolge la gran parte del romanzo.

Anni Settanta, Brigate Rosse, Azione Rossa, e tribunali del popolo: sono molte le radici che dagli anni Settanta si fondano nella resistenza.
Sì, la lotta armata degli anni Settanta ha una connessione con la resistenza tradita e con una rivoluzione che non è stata fatta come doveva: Piazza Loreto avrebbe dovuto essere fatta in ogni città. Tra i primi fondatori dei movimenti di lotta armata di quegli anni, un gruppo storico era di Reggio Emilia, e aveva proprio questa matrice legata alla resistenza tradita. Però questo romanzo è ambientato nel ’72, quando le Brigate Rosse erano diverse: intanto non parlo di Brigate Rosse, ma di Azione Rossa, che un po’ le richiama: in quei tempi le Brigate Rosse non avevano ancora ammazzato nessuno. Il primo omicidio è avvenuto nel ’74, successivo alla strage di Piazza della Loggia, a Padova: un commando delle brigate fece irruzione nella sede dell’MSI per provare che la strage di Piazza della Loggia era stata preparata da un gruppo nazifascista veneto. C’è stato quindi un primo omicidio, ma non programmato, perché i due ragazzi dell’MSI reagirono e furono uccisi. Quindi le Brigate Rosse di quel momento erano un’atra cosa rispetto a quelle che hanno rapito Moro: si racconta addirittura un certo favore da parte della classe operaia nelle grandi fabbriche, perché questi ragazzi bruciavano le macchine dei dirigenti fascisti, e di quelli più contrari al sindacato. Erano presenti nella fabbriche, distribuivano volantini, erano viste come Robin Hood, fino a che la cosa non ha degenerato. A me interessava questo particolare momento.

Per confermare la grande cultura e la grande ricerca che hai fatto, c’è una citazione di Pino Rauti.
Sì, dice: la democrazia non è altro che un’infezione dello spirito. Tante volte mi piace prendere cose già fatte e rimetterle dentro, come si fa in arte contemporanea.

C’è molta complessità narrativa, di trama e di personaggi. C’è un personaggio principale? E come si articola il panorama dei protagonisti, che viene introdotto all’inizio con un elenco?
L’elenco all’inizio mi piaceva molto, richiamava i romanzi da edicola, e poi mi piace aiutare il lettore, non voglio che si perda; anch’io, quando trovo l’elenco dei personaggi in un romanzo, lo uso.
Il personaggio principale è femminile. Non ricordo sinceramente perché ho fatto questa scelta, credo sia perché ho davvero molta difficoltà a entrare nella testa di una donna, e allora ho voluto farlo un po’ come esercizio e sfida, senza voler dimostrare niente di particolare. Non so se ci sono riuscito, o se questo personaggio è solo una proiezione dei miei desideri e dei miei cattivi pensieri. È un personaggio molto articolato, che segue un suo percorso di scelta e di maturazione. Il cambiamento è una tematica che ritorna spesso, e lei spesso si chiede: le persone cambiano, o cambiano solo i loro comportamenti?. Io credo che lei non sia cambiata, penso si sia adattata a se stessa per compiersi e realizzarsi. Potrebbe sembrare un romanzo di formazione, ma la protagonista all’inizio ha già quasi trent’anni.

Quanti lati, ‘io’ e personalità può avere una persona? Ti sei messo nella testa di una o di tre donne?
Non so neanch’io. A volte i lettori preferiscono scoprire le cose leggendo, senza svelare troppo. Se uno fa caso ai dettagli, però, lo svelo fin dall’inizio. Mi è piaciuto continuare a mettere delle tracce, anche se consapevole del fatto che fossero molto labili.

Ci sono scene, o ambientazioni, che ti sono particolarmente care e si ricollegano al tuo passato?
Sì, io cito cose che sono anche della mia infanzia. Ad esempio, fra i tanti personaggi c’è un gruppo di ragazzini di dieci anni che si divertono ad andare in un posto che hanno chiamato la fabbrica delle armi:, per loro è un luogo incantato. Nel ‘72 la guerra non era finita da tanto, e ancora oggi ci sono molte cose in giro che la ricordano. All’inizio racconto di quella facciata con dei segni che fino a poco tempo fa si vedevano davanti alla scuola Cesare Battisti, e c’è ancora una freccia contornata di nero con scritto ‘US’. La fabbrica delle armi era un luogo in cui i ragazzini andavano e trovavano dei bossoli, ed è un luogo della mia infanzia che esiste veramente: si tratta di un edificio abbandonato, dove entravamo scavalcando per cercare ‘tesori’.

Il romanzo Mondadori è disponibile?
Ph0xGen! no, non come romanzo Mondadori, perché è uscito in edicola, e le uscite da edicola non sono in catalogo. È stato ripubblicato lo scorso anno con una piccola casa editrice che si chiama La Ponga, la stessa dell’antologia dei racconti, Cielo e ferro. Si trova online, volendo. Su Amazon. Io non sono come voi invece si riesce a trovare più facilmente.

Il tuo rapporto con l’editoria è emblematico per sfatare certi miti: con le case editrice famose non si guadagna molto.
Quando si vende un romanzo a quindici euro, nella tasca dell’autore va circa un euro, lordo. Questo romanzo ha venduto meno di trecento copie, e un romanzo, in media, ne vende meno di cento. Il problema è che in Italia si legge molto poco, quindi gli editori fanno fatica, e gli scrittori ancora di più. Alla fine si accetta di scrivere per una passione, perché piace, per umanità, ma chi vuol farlo per lavoro si trova di fronte a un’enorme difficoltà: ci vorrebbe una legge che tuteli di più, non c’è un contratto standard. Ad esempio, fino a poco tempo fa davano un anticipo, mentre ora non c’è più neppure quello.

Hai mai scritto racconti su commissione?
Ho scritto un paio di racconti, ma non è così facile. La casa editrice faceva parte di quelle che avevo interpellato, e di quelle che inizialmente non avevano risposto. Nella maggior parte delle case editrici non si leggono neppure le proposte degli emergenti. Poi ho avuto la fortuna di conoscere Gian Filippo Pizzo, curatore di antologie di fantascienza, che mi ha chiesto di scrivere un paio di racconti su commissione, poi mi ha richiamato ricordandosi del fatto che avessi un romanzo: mi ha fatto cambiare il finale e mi ha mandato da Meridiano Zero.

Qual è il criterio per cui un editore pubblica o non pubblica? A volte c’è molto spreco da parte di editori che non si accorgono di autori che gli farebbero guadagnare molto. E poi, come mai si guadagna così poco? Cosa fa uno scrittore nella vita, se così non guadagna?
Sul diritto d’autore hanno parlato molto gli Wu Ming, le cui opere sono scaricabili gratuitamente, senza copyright. Personalmente, sono stato davvero pagato solo da Mondadori: si trattava di una pubblicazione da edicola, erano ottomila copie; è un altro meccanismo, mi hanno pagato prima che il libro uscisse. Per i romanzi da libreria, invece, prendi un tot in base alle copie che vendi. Ci sono grossi editori che non accettano manoscritti: di solito fanno una riunione ogni tot di mesi, decidendo già cosa pubblicheranno per l’intero anno; secondo le indicazione del marketing, poi, decidono di pubblicare una determinata storia, perché sembra che ‘vada’, allora contattano un agente letterario e gli chiedono un determinato romanzo. L’agente di solito propone uno scrittore famoso, per cui già solo con il nome vendi centomila copie, e uno scrittore sconosciuto, per bilanciare gli editori grossi. Sono delle industrie.

Mentre per quelle piccole, qual è il tuo parere, Heiko?
Heiko H. Caimi: I piccoli editori ricevono dai venti ai trenta manoscritti al giorno, per cui è impossibile leggerli tutti. Inoltre siamo in Italia, dove ci sono quaranta milioni di libri venduti all’anno, e il piccolo editore guadagna tanto quanto un autore, ma con l’aggiunta del rischio d’impresa. Il cinquanta, sessanta percento se lo prendono la distribuzione e le librerie, l’autore prende una percentuale che va dal cinque al dieci percento, e ci sono le spese del personale, della tipografia e del trasporto. A un editore su un libro da venti euro restano circa due euro, forse. L’autore non guadagna molto, ma l’editore rischia di perderci moli soldi.

Trascrizione ed editing a cura di Giulia Bertini


Di Italo Bonera trovate su Inkroci anche:

Il racconto inedito Vertigine
Futuro? Quale futuro? – intervista con lo scrittore Italo Bonera

recensione di Rosso Noir
recensione di Ph0xGen!

recensione di Cielo e ferro
recensione dell’antologia La cattiva strada
Il futuro è una cattiva strada – Intervista a sette autori italiani – parte I
Sette per il futuro – Intervista a sette autori italiani – parte II


 

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Irene Panighetti, classe 1976, nata a Brescia ma con la Palestina e Napoli nel cuore; ha una doppia, o forse tripla, formazione, per non parlare della personalità quanto meno... poliedrica! Studi universitari di carattere linguistico-letterario la portano alla laurea e al dottorato, rigorosamente in atenei pubblici e di... vecchio ordinamento. Passioni e strade della vita la conducono poi sia al giornalismo, che per lei significa in primis conoscenza e condivisione, oltre che agire politico (tra i suoi principali maestri vi è l'impareggiabile reporter Ryszard Kapuściński), sia agli studi di cooperazione internazionale; entrambi percorsi che non le procurano lavori remunerativi ma esperienze uniche e insostituibili. Lettrice appassionata e mai paga, ama la narrativa, in particolare italiana e francese, ma è aperta e curiosa verso ogni tentativo letterario: per questo sostiene chiunque si lanci nell'avventura dello scrivere, senza però venir meno ad un giudizio rigoroso e spesso stroncante, quando le pare che manchino le basi e il talento necessari per l'impegno e la fatica che comportano la messa al mondo di un'opera letteraria. Ma è severa più con se stessa che con gli altri, ed è in realtà meno dura di... come la disegnano.

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