Antonia Buizza – Bellissima

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«Ma guardatela: non pare una bambola?».

«Il rosa è proprio il suo colore. E allora, Bettina, sei contenta? Ti piace il vestitino che ti ha comprato la nonna?».

«Certo che le piace! È perfetto per il concorso. Vero, amore, che è perfetto? Sembrerai una principessa: sarai la più bella!».

«Sicuro che sarà la più bella! Poi le arricciamo i capelli, così, vedi? Le facciamo tanti boccoli e glieli fermiamo qua, sulla nuca, con un nastrino di raso».

«Questi capelli biondi sono un patrimonio. Chissà da chi li avrà presi?».

«Anche tu da piccolina eri bionda: quando andavamo al mare, ti scambiavano sempre per una tedeschina…».

«Mah… sarà. Io non ricordo. Non sono mai stata una bella bambina; non come la mia Bettina, almeno».

«Certo, eri un po’ rotondetta, ma così simpatica! Ci facevi sempre ridere con le tue trovate».

«Che fortuna, per te e papà: delle vostre due figlie, una era bella e intelligente, l’altra obesa ma simpatica!»

«Non fare la vittima adesso: non ti abbiamo mai fatto pesare il problema. Va’ a chiamare tuo padre, va’, che veda quant’è bella la sua nipotina!».

Irene si alzò goffamente dal divano e gettò un’occhiata alle cornici d’argento che si affollavano sul tavolino del salotto. Da una fotografia sgranata le sorrise falsamente l’Irene bambina, strizzata dentro un patetico costumino a due pezzi e con i soliti capelli arruffati. La donna distolse rapidamente lo sguardo e raggiunse l’ingresso, da cui partiva una rampa di scale rivestita da una passatoia rossa.

Si appoggiò alla ringhiera di legno scuro e, guardando verso l’alto, chiamò: «Papà, noi stiamo andando. Vieni a vedere la tua nipotina!».

«Arrivo, solo un attimo. Sono al telefono».

La figlia fece ritorno in salotto, pescando da una ciotola d’argento, posata in bella mostra sulla credenza antica, un cioccolatino al latte.

«È inutile che fai la dieta, se poi spizzichi tutto il santo giorno!» la rimbeccò la madre.

«Ho rinunciato da un pezzo alla dieta, e la cioccolata mi mette di buon umore. Così posso tornare a essere la figlia simpatica che vi piace tanto!».

Un uomo anziano, alto ma leggermente curvo, si affacciò alla porta. «Ero al telefono con tua sorella» disse rivolto a Irene. «Mi stava raccontando di Luca, che ha preso nove in matematica».

La moglie che, tutta presa dai capelli della nipote, non lo aveva degnato di uno sguardo, emise un gridolino di gioia: «Nove? Ma che bravo! Tutto sua madre! Anche lei era un asso in matematica, ti ricordi? Ma adesso guarda la nostra Bettina e dimmi se non è un amore!».

Il nonno squadrò la nipote per una frazione di secondo. La bambina se ne stava ferma in mezzo alla stanza, avvolta in una nuvola di tulle rosa.

«Finalmente so per chi ho vissuto e lavorato: un maschio intelligente e una femminuccia bellissima!», sentenziò compiaciuto.

L’aforisma del padre fu per Irene il segnale della partenza. «Noi adesso andiamo, altrimenti non riesco a preparare la cena. Faccio la parmigiana».

«Sempre cibi leggeri sulla tua tavola!» ironizzò la madre. «Cura almeno l’alimentazione di tua figlia! Non vorrei vederla rotolare come te, fra qualche anno».

«Non preoccuparti: Bettina mangia solo pasta in bianco e petto di pollo. Non ho nessuna intenzione di farla diventare come me, o come te, visto che neanche tu sei proprio un fuscello!».

La madre ignorò l’ultima frase e si chinò sulla nipote: «Allora ciao, amore. Dai un bacio alla nonna. Ci vediamo domani. Prima dello spettacolo vengo a casa a pettinarti». La piccola, senza fiatare, le porse la guancia.

«Su, Bettina, sbrigati, che sto andando. Ciao, a domani».

Irene trascinò la bambina fuori dalla villetta un po’ pretenziosa. Era pomeriggio, ma già faceva buio. Con la sensazione di essere stata in apnea fino ad allora, respirò a pieni polmoni l’aria gelida e si sentì rinfrancata. A passi veloci, con la figlioletta per mano, raggiunse casa. Si fiondò in cucina e, afferrati coltello e tagliere, si mise ad affettare le verdure per il minestrone. Non aveva mai pensato di fare la parmigiana.

«E così domani è il gran giorno. Salirai sul palco a cantare». Mentre cucinava, Irene parlava a Bettina che, seduta al tavolo, disegnava con i pennarelli. Concentrata a tracciare fiori e farfalle su una striscia verde di prato, sembrava non prestare attenzione alle parole della madre. «È solo il palco dell’oratorio, ma vedrai come sarà emozionante avere tutti gli occhi puntati su di te. Sarai bellissima. Io sarò giù, fra il pubblico, ti guarderò e penserò che la mia bambina è la più bella di tutte. Anch’io, da piccola, sono stata su un palcoscenico; me lo ricordo ancora. Quando avevo la tua età volevo diventare una ballerina, di quelle che stanno sulle punte. Anche tu l’anno prossimo potresti fare danza. Per lo meno, nel tuo caso, la nonna non avrebbe nulla da obiettare: staresti d’incanto con il tutù! Va be’, c’è ancora un po’ di tempo per pensarci… Bettina! Sposta i pennarelli e i fogli che preparo la tavola».

Quella sera Irene andò a letto presto, ma faticò a prendere sonno: nella sua testa già si prefigurava la giornata seguente.

Il concorso canoro per la festa del patrono era stata un’idea di don Cesare, il nuovo parroco, a caccia di fondi per ristrutturare la canonica; e di certo avrebbe tirato su un bel gruzzoletto, fra quote d’iscrizione e offerte libere.

Alle tre del pomeriggio, con mezz’ora di anticipo, Bettina fece il suo ingresso in teatro, scortata da mamma, da papà – strappato per quella domenica alle partite -, e dai nonni. Conquistarono quattro posti in seconda fila, perché la prima era già stata occupata da altre famiglie armate di videocamere e macchine fotografiche digitali.

«Hai portato qualcosa per fotografarla?» sussurrò la madre a Irene.

«Ma per chi mi prendi? Certo che sì». Estrasse dalla borsa un sofisticato cellulare di ultima generazione. «Vieni, Bettina. Mettiti fra i nonni, che ti scatto una foto».

Dopo un servizio fotografico degno di una piccola diva, Irene accompagnò la figlioletta dietro le quinte: il teatro si andava affollando e lo spettacolo doveva iniziare. «Ti raccomando, Bettina: quando sali sul palco fai un bel sorriso, e ricordati di stare dritta con le spalle. Su, dammi un bacio. Sei bellissima, amore». La bambina si lasciò abbracciare, quindi raggiunse diligentemente gli altri piccoli concorrenti.

Facendosi faticosamente strada fra la calca di mamme, Irene tornò ad occupare il proprio posto.

La madre, che si stava togliendo il cappotto di visone, la squadrò con aperta disapprovazione. «Certo che potevi vestirti un po’ meglio», la riprese, «con questo giaccone sembri un fagotto».

«È mia figlia che deve essere bella, non io. E comunque la pelliccia in oratorio mi pare un po’ fuori luogo».

Le ultime parole furono coperte da una stucchevole musichetta registrata che segnava l’inizio dello spettacolo e l’ingresso del presentatore, un attempato catechista con velleità artistiche.

«Buon pomeriggio, signore e signori, e benvenuti alla prima edizione di Una vocina per San Zenone…».

Irene cominciò a sentire le mani che le sudavano. Si spogliò della voluminosa giacca a vento e si apprestò a seguire le esibizioni. Quella di Bettina sarebbe stata la terza.

Mentre la prima bambina si inerpicava faticosamente sulle note di Almeno tu nell’universo, Irene sentiva l’incessante borbottio di sua madre: «Carina, ‘sta bambinetta; un po’insignificante, ma carina! Dev’essere la figlia dell’elettricista, quello che abita in piazza. Certo che potevano conciarla un po’ meglio…».

«Mamma, per favore, fammi sentire».

La fine della prima canzone fu salutata da un lungo applauso.

Alla figlia dell’elettricista seguì un rapper di seconda elementare, incappucciato e incattivito, acclamato anche lui da un battimani entusiasta.

Pensavo fosse amore e invece eri una escort…, le parole dell’ultimo successo di Fedez echeggiarono nel teatro.

«Ma…, ho capito bene?», la nonna di Bettina appariva sbigottita.

«Dai, mamma, non ti scandalizzare: è solo una canzone spiritosa!».

«Sarò antica, ma a me non pare proprio adatta ad un oratorio. E chi è, poi, quel piccolo teppista che canta?».

«Deve essere Donatello, il figlio più piccolo del marmista.  Guarda: c’è anche suo fratello laggiù».

«Ma non era in comunità? O forse era in prigione? Certo che con un esempio così in casa, è già sulla brutta strada ‘sto povero bambino…». Schiamazzi entusiasti, provenienti dal fratello maggiore e dalla sua banda di cattivi ragazzi, scortarono fuori di scena il rapper in erba.

«Ed ora ecco la più piccola delle nostre vocine», riprese lo stagionato presentatore. «Ha solo cinque anni, ma talento da vendere. Ecco a voi… Bettinaaa!».

Irene, armata di cellulare, si levò in piedi per fotografare la figlia, incurante delle proteste che le giungevano alle spalle.

Bettina, sola sul palco, non sorrideva; le spalle erano leggermente curve e teneva gli occhi bassi.

La base di Una zebra a pois partì e si dipanò allegramente mentre la bambina continuava a tacere. Un mormorio imbarazzato serpeggiò fra il pubblico. Irene, con le guance di brace, si sedette improvvisando un sorriso di circostanza. «È spaventata, povera piccola…» si giustificò. «Non è abituata ad avere tanti occhi puntati addosso».

«Non mi meraviglio», sussurrò la madre. «Sai come si dice? Chi nasce dal ceppo sa di legno! Ricordo quanto mi sentii a disagio durante il tuo saggio di danza: fu un’esibizione davvero imbarazzante. Non riuscivi ad azzeccare un passo! Per fortuna tua figlia, almeno, è carina…».

Dopo due lunghissimi minuti di silenzio, la bambina si riprese e riuscì a cantare l’ultimo inciso, Pois, pois, pois…, riscattando l’intera esibizione con la fragile vocina.

Dalle file alle sue spalle, Irene riuscì a cogliere solo commenti benevoli: «Ma che tenera! Povera piccola, si era solo spaventata!». Un applauso caloroso, accompagnato da qualche Brava! Bis!, accompagnò anche Bettina giù dal palco.

«Vedi? Che ti avevo detto? È così bella che le si perdona tutto!».

Irene non prestò attenzione alle parole di sua madre e andò incontro alla figlioletta, che la cercava con uno sguardo smarrito.

«Sei stata bravissima, amore! E domani andiamo a iscriverti a danza!».

 

FINE