Federico Rampini – Fermare Pechino

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Già il titolo di questo libro, Fermare Pechino, dà un chiaro indizio, alla maggioranza che segue solo distrattamente gli eventi di politica estera, dell’argomento trattato: l’evoluzione politica ed economica che coinvolge tutti i Paesi occidentali, in primis gli Stati Uniti d’America, nel tentativo di contrastare l’espansione cinese. E lo scontro tra le due superpotenze, entrambe alle prese con cambiamenti interni, istituzionali e non, mette il resto del mondo, Europa in testa, a fare da spettatore pressoché impotente, ben conscio però che il futuro dipende da come si evolverà questa seconda guerra fredda, con la Cina che ha di fatto sostituito l’URSS nel confronto.

Il saggio di Federico Rampini si apre con un immaginario dialogo tra i presidenti di USA e Cina, Joe Biden e Xi Jinping, quasi un battibecco che fa il verso ai primi incontri avvenuti tra i due leader, evidenziando non tanto ciò che li divide quanto, paradossalmente, ciò che in realtà li unisce. Entrambi, infatti, hanno l’obiettivo di riaffermare la propria leadership economica, poiché è proprio l’economia che, in questo delicato momento, sta riscrivendo lo scenario che include, fra gli altri, gli aspetti politico, sociale e militare. Dunque un impegno votato soprattutto alla politica interna. E in questo Biden, rispetto al suo omologo cinese, è sicuramente in ritardo, alle prese com’è con una democrazia in declino e spaccature interne che giustificano l’idea di molti: cioè che questo nuovo corso politico americano sia una prosecuzione del trumpismo, con l’effetto di mantenere distinte e distanti destra e sinistra ma aggravando le divergenze interne di quest’ultima. La Cina insiste con l’ormai dichiarato riaffermarsi dello statalismo, mentre gli USA cercano di arginare il dilagare del Big Tech, cioè l’enorme importanza economica che hanno i giganti nordamericani dell’informatica e dell’e-commerce (Amazon, Google, Apple, Facebook e Microsoft), giganti che hanno una percentuale elevatissima di introiti proprio grazie al mercato cinese. Il resto è un’analisi lucida delle contingenze che, in questo confronto geopolitico, le due superpotenze devono affrontare per arrivare alla futura leadership mondiale.

Gli americani sono consci che il tempo della “diplomazia triangolare” di Kissinger e del “gli USA non hanno nemici ma interessi” sono finiti: sul tavolo delle trattative oggi ci sono il delicato problema di Taiwan, che Xi Jinping vuole annettere alla Repubblica popolare (doverosa, necessaria e inevitabile la riunificazione della Cina), produttrice a livello mondiale del 60% dei semiconduttori e fulcro di una possibile escalation bellica tra le due superpotenze; la Corea del Nord con i suoi missili; il razzismo di entrambi i Paesi, con i cinesi ad affermare in modo anche violento la supremazia del ceppo Han (92% della popolazione) a scapito delle minoranze, soprattutto degli uiguri musulmani, oltre alla repressione ai danni di Hong Kong, e l’America divisa in minoranze che, dati elettorali alla mano, hanno evidenziato quanto confuso sia il messaggio politico di destra e sinistra, ribaltando puntualmente le previsioni degli esperti. Altro aspetto importante è il futuro dei giovani, che vedono un’istruzione in fase di profondo cambiamento: forzato in Cina, con i testi scolastici riscritti dal potere centrale per dare una direzione univoca all’apprendimento, esaltando la politica del governo, e gli States alle prese con una libertà di espressione giovanile che sta dando più supporto al “nemico”, descrivendo il proprio Paese come l’opposto della tanto decantata democrazia americana.

Tra la riabilitazione delle politiche di Mao da una parte e la riscoperta del New Deal di Franklin Delano Roosvelt dall’altra, Fermare Pechino sottolinea un ribaltamento ideologico in atto, una rivalutazione del ruolo dello Stato (anche in Cina, dopo il periodo di libertà della libera impresa che ha prodotto i vari Alibaba, Tencent, Huawei etc.), che torna a essere al centro della politica economica. E in questo la Cina è decisamente più avanti rispetto a USA ed Europa.

Nei temi trattati, Rampini non dimentica l’impegno generalizzato per il cambiamento climatico, sostenuto da princìpi sani ma anche da un’informazione distorta e da una scelta sbagliata dei paladini della campagna ambientale. Sopra tutti le star dello spettacolo e gli stessi chairmen del Big Tech, che dispensano al mondo ecosostenibilità ma continuano imperterriti nell’uso quotidiano di inquinanti comodità. Il tutto questo alimentato, ma potremmo dire velocizzato, anche e soprattutto dalla crisi pandemica dovuta al Covid-19 che, tralasciando chi o che cosa l’abbia provocata, di certo ha aumentato il margine tra chi si è smisuratamente arricchito (pochi) prendendo saldamente in mano il potere economico, e chi invece ne sta pagando le conseguenze (tanti).

Fermare Pechino è un trattato lucido e dettagliato di tutto ciò che sta accadendo a livello politico ed economico, e che sta mettendo ancor più in crisi il già labile equilibrio mondiale, tra la disastrosa gestione manageriale, economisti in testa, l’esaltazione della forza militare e i minacciosi slogan che le superpotenze si scambiano; con la Russia che, ormai preda di un capitalismo sfrenato, resta alla finestra anche se le sue simpatie sono più per Pechino.

Rampini, inviato per il quotidiano Repubblica sia negli USA che in Cina, ha vissuto e raccontato in vari saggi gli sviluppi dei cambiamenti epocali degli ultimi vent’anni. Qui ci propone un saggio estremamente interessante che si legge tutto d’un fiato, scritto in modo scorrevole e comprensibile anche da chi non è avvezzo ai temi trattati, permettendo a chiunque di farsi un’idea più chiara di quanto sta accadendo e lasciando al lettore solo l’onere (che suona però più come un invito) di ricercare alcuni argomenti che vengono citati ma non spiegati, come alcuni progetti del passato tornati prepotentemente di moda a causa delle nuove politiche in corso. Il fine principale resta la sensibilizzazione verso un importante cambiamento in atto, che include sì politica ed economia, ma anche e soprattutto l’aspetto sociale: ancora costretti all’angolo dalla pandemia in atto, che ha rivoluzionato soprattutto la comunicazione, ancora non accettiamo la possibilità che le cose possano andare in una direzione diversa, scombussolando la quotidianità comoda e senza scossoni cui ci eravamo abituati. Il passaggio più significativo, a sottolineare questo aspetto e ciò che possiamo attenderci in futuro, è quello in cui l’autore spiega la nostra naturale resistenza alla dissonanza cognitiva: “la mente umana tende ad analizzare le novità integrandole con quello che sa già. Non sopportiamo eventi che sconvolgono tutte le nostre certezze, di conseguenza tendiamo a omologarli, ad asservirli al nostro bagaglio di pregiudizi, valori, preferenze”. Senza saperne venire a capo.

Un saggio illuminante, che ci costringe a riflettere, volenti o nolenti, sia sul nostro presente, sia sul nostro futuro.

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Fiorenzo Dioni, nato a Brescia il 5 dicembre 1963, vive a Castel Mella e scrive da sempre per passione. Ha pubblicato “Porte” (2012), composto da tre racconti lunghi, “Riflessi” (2013), in collaborazione con la fotografa Raffaella Tagliaferri, in cui si confrontano immagini e parole, e la raccolta di racconti “L’uomo in scatola” (Calibano, 2019). Ha collaborato come recensore alle riviste “NB” e “Dentro Brescia”.

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