Giorgio Olivari – Le mani

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Madre mia, una piccola stanza basterà. Una cucina e una piccola stanza con la luce chiara del giardino. Una veranda. Il cucinino e la veranda. Sono stanca di corridoi scuri. Il dolore alle mani sparirà e tornerò a sfiorare la creta. Il medico dice che mi toglierà i cattivi pensieri con le scariche se non smetto di scrivervi. Ma ancora una volta, di nascosto, compongo questa lettera e chiedo venia.
Sono già otto anni che vivo rinchiusa dietro queste finestre sbarrate. Ho perduto la bramosia di sfigurare le mie opere: mi rimane soltanto il grande desiderio di rivedervi, e di rivedere la nostra casa.
La vostra salute non vi ha consentito mai di farmi visita e di questo mi dispiaccio molto. Paul mi ha sempre portato i vostri saluti, ma da mesi oramai è come scomparso. Mi struggo all’idea di poter estrarre dall’onice la sua figura, liberarlo dalla materia feroce che lo trattiene nelle sue idee, immobile.
Anche il dottore dice che la campagna potrebbe giovarmi: la scelta è vostra ma, vi scongiuro, fatemi tornare. Per parte mia vi assicuro che nessuno avrà da rimproverarvi un gesto indegno.
Lontana è la fanciullezza, distante il tempo in cui il mio cuore ardeva per Auguste.
Allora ero selvaggia nei modi e nello sguardo, e la terra rossa colorava spesso le mie unghie. Il fascino di quella seconda pelle che seccava sulle mie mani era irresistibile. Innocente, creavo personaggi immaginari, dando vita ad amici fedeli e silenziosi.
Ricordate? Catturavo le orme degli animali della fattoria in un semplice blocchetto di marna: oche, anatre, il mio coniglio. Vaghi ricordi di giochi, la prima terracotta in cui imprigionai l’impronta di Paul bambino. La cicatrice sul polso a memoria dell’ustione procurata nel cuocerla.
Non afferravate la mia testardaggine. «Ancora le mani sporche, Camille. Suvvia, fila a lavarti!», mi ordinavate.
«Un istante, solo un ultimo istante», rispondevo ogni volta.
«E quei capelli scarmigliati! Dov’è finito il nastro per i capelli?».
«L’ho perduto. Mi dispiace. Forse è di là, non ricordo».
Non capivate quella bambina indifferente agli abiti e ai merletti. Ma non rinunciaste al tentativo di addomesticarmi. «Camille, andiamo: è l’ora del ricamo. Nessuno vorrà sposare una fanciulla senza corredo». E tutti i giorni mi imponevate quella tortura.
Arrivaste a convincere mio padre a lasciare la campagna. Parigi, la grande città, poteva modellarmi, trasformarmi in un buon partito. La vita mondana avrebbe spezzato la mia voracità di forme. Così almeno speravate voi, cara madre mia. Quanto sbagliavate.
Certo, alle donne non era permesso frequentare l’Accademia, ma io convinsi mio padre, vostro marito, a iscrivermi a una scuola d’arte privata.
«Grazie, padre mio. Vi prometto che non ve ne pentirete», dissi nel giorno più bello della mia vita.
«Ma sei sicura, Camille? Non vorrai farmi litigare con tua madre».
«Lei capirà. Quando vedrà la bellezza delle sculture, scorderà le mie mani callose, le unghie sporche. Smetterà di cercarmi marito». Mi illudevo. O, forse, cercavo di ingannare lui.
Giovane e piena di entusiasmo, affrontavo lunghe ore di esercizio all’Istituto Colarossi.
Ricordo ancora, madre, le vostre parole: «Fare la scultrice? Non è cosa da donne! E’ il demonio che ti tenta». E poi ancora: «Una vergogna! Per me, per la famiglia. Una brava ragazza non sta tra uomini nudi».
Non capivate. Non riuscivate a comprendere la bellezza delle anatomie imprigionate in ciò che, da principio, era un ammasso informe. La seduzione di quella materia elastica mentre, al contatto con la pelle calda, diviene liscia e arrendevole. Sagome sconosciute ai più che, sotto i miei occhi attenti, si animavano scaldando un cuore inquieto.
Mi stimavano come modella. «Vi prego, signorina Claudel, potreste posare per la classe?», mi chiedeva sovente il professor Boucher all’Istituto Colarossi.
«Certo! Rimango così, in questa posa?», rispondevo sbirciando le mani operose degli altri studenti.
«Sì, così. Ma non guardate verso di noi: rivolgete lo sguardo all’orizzonte».
Non capivano che posare era il mio modo di trafugare, in quel mondo maschio, la capacità di liberare le forme dal concreto in eccesso. La vita mi scorreva per le mani, lungo le dita. Il prurito mi prendeva fino al parossismo: una vibrazione impercettibile delle vene ai polsi, fino a che l’opera fosse sgrossata.
Fame o stanchezza non riuscivano a distrarmi: solo il ricordo di una vostra carezza, madre, mi riportava alla realtà. Le mie mani non potevano rimanere inermi lungo i fianchi.
Già, le mani. Auguste mi lasciava modellare solo le mani. L’avevo incontrato per caso all’istituto, mentre lavoravo un blocco di creta.
Scultore già affermato, mi era apparso con la sua barba rossa e i capelli come onde in tempesta. Di fronte ai miei lavori disse: «Bello, un busto veramente compiuto. Chi vi ha fatto da modello?».
«Mio fratello Paul, Paul Claudel».
«E quest’altra opera, invece? È sempre vostra? Meno riuscita, manca di morbidezza: la figura è rigida».
La sua critica mi fece avvampare. Disse poi guardandomi negli occhi: «Signorina, volete venire a lavorare nel mio studio?».
«Signor Rodin, io…». Turbata, confusa, fuggii dalla stanza.
Il giorno dopo ricevetti un biglietto. Auguste vi aveva vergato queste parole: «Anche il contrasto a volte è necessario. Vi aspetto nel mio studio».
La rabbia davanti alle sue critiche si era trasformata in sfida. Presi un martello e distrussi la mia opera per poter ricominciare. Decisi che avrei studiato da Rodin, senza comprendere se ad attirarlo fosse stata la mia arte o il blu cobalto dei miei occhi.
«Andrò ad imparare da Rodin!», vi dissi quel giorno rincasando piena di speranze.
La vostra risposta fu come una maledizione: «Tu hai il demonio in corpo. Quello che ti attira è vivere nel peccato. Dio ti punirà».
Non credevo in Dio, stupida idea dell’uomo inventata per legarci e sottometterci.
Vi ingannai, iniziando a frequentare l’atelier Rodin, mentre mi credevate al Colarossi.
«La scultura è verità» mi ripeteva Auguste, e io la verità non la temevo.
«Amo la verità», replicavo ridendo. «Desidero correrle incontro».
La giustezza dei miei sentimenti era confortata da ciò che scoprivo nella creta. Il dono di cui mi sentivo messaggera fluiva, dalle mie mani, fin dentro il cuore della materia: movimento della vita mutato in forma immortale.
Fino al giorno in cui, folle, scappai di casa per correre da lui.
Auguste mi amava. Io amavo lui. Plasmavo le mani alle sue opere e le sue mani plasmavano il mio corpo. Passavano da me alla creta e dalla creta… ad altre donne. Senza mai dimenticarsi di Rose, sua moglie, madre del suo unico figlio.
Conobbi allora la gelosia, ala di morte che, fino ad allora, non mi aveva mai sfiorato. Decisi che avremmo stipulato un contratto. «Scrivete, vi prego, Auguste.
La signorina Camille Claudel sarà la mia sola allieva. Non vedrò altre donne all’infuori di lei». Lo obbligai a vergarle di suo pugno e a firmarle davanti ai miei occhi.
«Certo, Camille, non avrò altre donne».
«E poi ci sposeremo».
«Va bene, ci sposeremo».
«Attento, è un contratto. Se uno di noi verrà meno alla promessa, tutto finirà».
«Sì, sì, come vuoi tu, Camille. Sai che senza te non vivo, non lavoro… non creo».
Eppure tornava da lei ogni volta e, quando Rose mi incontrò, rise, prendendosi gioco di me. «Sciocca ragazzetta», disse incrociandomi sulla scalinata, «non riuscirete mai a portarmi via Auguste».
«Scusatemi, signora, ma non comprendo che cosa dite. Non so di che cosa stiate parlando».
«Non siete la prima né certo sarete l’ultima sgualdrina a essere il suo gingillo», mi avvertì. Era una donna fiera, forgiata nei tormenti, ostinata nel mantenere i propri privilegi.
«Sono soltanto l’allieva del maestro. Lo aiuto a modellare mani e piedi».
«Certo, e scommetto che vi ama, e che presto andrete a vivere assieme. Ah! Povera illusa!».
Non riuscii più a reggere la commedia. «Ebbene sì. Presto ve lo porterò via. Statene certa. Lui mi ama!», le urlai.
La gelosia mi bruciò l’anima. Auguste non aveva la forza di lasciarmi, ma neppure di rinunciare alle altre, alla moglie e al figlio. Fui io che me ne andai per aprire il mio atelier. In cambio lui mi rubò le idee. Quel vecchio arido mi temeva: sapeva bene che ero io la migliore dei due.
Isolata nella mia tana, fra marmi, gatti e ragnatele, realizzavo e poi sfasciavo le mie opere. Finché le mani un giorno si ribellarono e il corpo si ribellò con loro. Non sopportando più il contatto con niente: null’altro che non fosse aria.
Alla morte di mio padre mi faceste rinchiudere. Quando mi sradicarono dallo studio ero completamente nuda. Anche solo il contatto dei capelli sulle spalle mi era intollerabile.
Versai lacrime dense, che si trasformarono in grinze sulla pelle.
Ora è lontano il tempo in cui il mio cuore ardeva per Auguste. Distanti sono quegli anni fallaci e turbolenti. E io sono stanca di corridoi scuri.
Il dolore alle mani sparirà, presto.
Vi prego, madre mia.
Vi prego.

                 Camille

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Giorgio Olivari
Giorgio Olivari nasce a Brescia nel secolo scorso. È professionista nel campo del disegno industriale da più di trent’anni. Dopo i primi quarant’anni da lettore scopre la scrittura per caso: uno scherzo della vita. La compagna di sempre lo iscrive a un corso di scrittura creativa: forse per gioco, più probabilmente per liberarsi di lui. Una scintilla che, una volta scoccata, non si spegne ma diventa racconto, storie, pensieri; alcuni dei quali pubblicati dai tipi di BESA in "Pretesti Sensibili" (2008). La prima raccolta di racconti brevi, "Futili Emotivi", è pubblicata da Carta & Penna Editore nel 2010. La sua passione per la letteratura lo ha portato a “contagiare” altri lettori coordinando gruppi di lettura: Arcobaleno a Paderno Franciacorta, Chiare Lettere a Nave.

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