Órla Foyle – Dorothea nella terra degli uomini bianchi e neri

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La ragazza bianca guarda verso il nostro tavolo. Sta aspettando un chowder mentre sua madre aspetta pesce e patatine. Sto aspettando che l’uomo davanti a me stia zitto ma invece continua a parlare, così ho deciso di togliermi la voce dalla testa e di guardare oltre la finestra.

C’è una strada irlandese fuori. Case gialle, rosa e blu con alberi verdi e macchine vecchie, e il sole mi taglia gli occhi.
I miei polmoni cedono ad un lungo grugnito.
Zach si congela. È un nero più o meno europeo, un po’ diluito dal sangue del Nord Italia. Scherza dicendo che ha anche sangue della mafia. Strilla se si taglia un dito. Dice che non visiterà mai nessun Paese in Africa. Nemmeno il mio. Ha paura di scoprire che facciamo la cacca nei buchi e tagliamo i genitali femminili alla luce della luna piena.
Ho fatto sì che mi guardasse.
Vedi? Intatto.
Ha riso e ha detto, voi africani africani.
La ragazza bianca ci sfiora con gli occhi e io tengo in mano il telefono solo per mostrare che è moderno, piatto e con gli auricolari. Zach passa le dita sul suo.
L’uomo di fronte a me parla di continuo. È un amico di Eugene. Eugene è di Parigi. È alto, bianco, con capelli castano chiaro, il colore del caramello. Sa di dopobarba. Mi fa prudere il naso.
La ragazza bianca assaggia la sua zuppa e mastica qualsiasi pesce si agganci al suo cucchiaio. Prende una patatina dal piatto di sua madre. L’uomo di fronte a me alza la voce.
“Non mi stai ascoltando”.
Stringo i denti pensando a lui.
“Che cosa stai dicendo, allora?”
“Sto dicendo che devi rispettare la mia religione”.
Un uomo di colore e un uomo bianco salgono in auto sullo schermo del telefono di Zach e ci sono fumo, proiettili e polvere gialla calda.
“Sto dicendo che devi rispettare la mia religione”.
La ragazza bianca porta un pezzo di pesce alla bocca, si ferma e ascolta.
“La tua cosa?” dico a suo beneficio, per darle il tempo di mettere il pesce in bocca e masticarlo.
“La mia religione… devi rispettare la mia religione”.
“Com’è che ti chiami?” dico ad alta voce e più forte.
“Ibrahim”, dice.
Ecco, dico alla ragazza bianca nella mia testa. Hai sentito. Le lancio un’occhiata e lei incrocia lo sguardo prima con me, poi sul retro della testa di Eugene e finalmente torna alla sua zuppa.
“Ib-ra-him”, recito.
Zach lancia un dito nella mia direzione. Mi avverte di essere responsabile dei miei modi. Mia madre diceva spesso che avevo la condanna troppo veloce. Agli uomini non piace essere condannati, Dorothea. A loro piace essere amati.
Guardo il dito di Zach fino a quando torna a scorrere il telefono di Zach.
“Ib-ra-him”, dico di nuovo.
Ib-ra-him non ama il pesce. È deluso dal fatto che non ci siano agnello halal o manzo sul menu. Mangia un’insalata con solo olio e semi sparsi sopra. Ha denti ultra-bianchi, grandi occhi marroni e una cicatrice sotto l’orecchio sinistro. Eugene lo conosce da sei settimane. Studiano anche insieme medicina. Gli piace il clima irlandese. Non gli interessa l’assenza di caldo.
Eugene taglia un pezzo di pesce. Mi lancia un sorriso. Prima mi ha detto di essere sorpreso che Zach avesse una ragazza tanto colorata. Lo guardai e lui arrossì fino alla radice dei capelli.
“Voglio dire…” disse.
“È ok, Eugene. So cosa intendi”.
Ibrahim non intendeva toccarmi le dita per salutarmi.
Zach guarda verso l’alto, infila la forchetta nel pesce, mastica e continua a guardare il telefono.
Ibrahim vede il crocifisso che ho al collo.
“Sei cristiana?”
“Un regalo di mia madre”.
La ragazza bianca si alza dal tavolo in cerca dei bagni. Ibrahim vede che la sto guardando.
“Perlomeno non mostra il culo”, dice.
“O le tette”, aggiunge Eugene.
Ridono. Ragazzi.
“Perchè ti sei rifiutato di stringermi la mano, Ib-ra-him?”
Ibrahim si allunga per prendere la saliera.
“Perchè?” insisto.
Ibrahim sorride alla testa china di Zach. “Perchè … è così arrabbiata?”
Zach guarda su. “Non so”. Ride. “È uno scherzo tra di noi”.
Sei così arrabbiata dentro, dice spesso Zach. È per via di tua mamma. Mia madre su Skype dice, che fidanzato carino che hai. Le dico che non dormiamo insieme. Lei mi crede. Il fatto che lui sia un cattolico italiano fa sì che lei mi creda.
“Perchè?” insisto alzando la voce.
Ibrahim mi guarda. “Non è naturale che una donna sia arrabbiata come sei tu”.
La ragazza bianca è tornata dalla toilette, prende qualcosa dalla borsa, sussurra qualcosa a sua madre e torna verso il bagno.
“Scusatemi”, dico e Zach spinge indietro la sedia per farmi passare.
La toilette ha un aspetto nautico. Rosso, bianco e blu con passaggi da un romanzo stampato su carta ingiallita e incorniciata. Riconosco la balena dell’uomo bianco. La ragazza bianca è lì in piedi e si spruzza acqua sul viso e sui polsi. Vado in bagno e ascolto i suoi spruzzi.
“Mi succede sempre con le cose calde”, mi spiega quando esco. Ha il viso rosso e bagnato e il collo a chiazze rosa. Mi passo le dita fra i capelli e poi tiro fuori il rossetto dalla borsa, e lo passo sulle labbra. Lei guarda e sorride. La mia rabbia grugnisce.
“Ti piacciono le mie labbra?”
Mi piacciono le tue labbra, il mio primo uomo bianco mi aveva detto. Le toccava. Sono come gomma tesa.
Mi appoggio al lavandino. “Ci stai guardando”.
La sua pelle rossa diventa ancora più rossa. “Mi dispiace”.
Mi metto ancora più rossetto sulle labbra di gomma rossa. Sorrido alla ragazza bianca attraverso lo specchio e dico:
“Guardano questo e pensano che siamo delle vagine semoventi. È questo che gli fa tanta paura di noi”.

Zach si sposta verso l’esterno di nuovo per farmi rientrare. L’hai agganciato per bene, sussurrava mia madre su Skype. Sta studiando per fare il dottore. Tu stai studiando per fare il dottore. È una buona combinazione. Come hai fatto a agganciarne uno così bene senza la presenza di tua madre?
Mi siedo davanti a Ibrahim. “Mi sono lavata le mani. Adesso puoi toccarle”.
Gli occhi di Ibrahim sono fissi sulle mie labbra.
Zach guarda in su dal suo film di bianchi e neri sul suo iPhone. Vede le mie labbra. Lecca le proprie.
Eugene anche, vede le mie labbra.
La ragazza bianca mi fissa.
“Dio mi ha dato le mani, Ibrahim. Non ti piace la creazione di Dio?”
Ibrahim piega la bocca. “Nella mia religione non tocchiamo le donne che non sono nostre”.
“Non parliamo troppo di religione”, dice Eugene. Evita le mie labbra ma si stanno muovendo rapide sul mio viso, sorridendo, sporgendosi un po’, e la mia lingua salta fuori per assaggiare il pesce. Mastico con attenzione. Un po’ di rossetto rimane sulla forchetta.
“Non sono la donna di nessuno”, dico.
“Cerco di essere gentile”, dice Ibrahim. “Tu no”.
“Quella ragazza bianca ti sta guardando”, dico.
Ibrahim guarda verso di lei e lei sposta gli occhi verso tazza e cucchiaio. Ibrahim piega di nuovo la bocca, così io dico:
“Lei starà probabilmente pensando, Non abbiamo bisogno di gente come lui in questo Paese”.
Eugene sospira pesantemente. “Parliamo di qualcos’altro. Zach…Zach?”
Zach fa un cenno con la testa. È preso dal suo telefono.
Gli do una gomitata e sorrido. “Cosa c’è su quel telefono?”
“Tua madre”, dice, e ride alla propria battuta. Si sporge verso Ibrahim e Eugene. “La madre di Dorothea pesta ancora la sua maizena, anche se può trovare farina confezionata al negozio. Cammina per casa a piedi nudi anche se Dorothea le ha comperato costose pantofole. Crede di essere una Vecchia Africana. Suo nonno era Mau Mau”.
Da dove viene questa rabbia, chiedeva mia madre, e perché infesta mia figlia?
Scuoto la testa e il mio crocifisso mi dondola sulla gola.
“Nella mia religione, sei schiavo di Dio”, risponde Ibrahim.
“Davvero, Ib-ra-him?”
Eugene dice: “Forse non dovremmo parlare di religione”.
La ragazza bianca sta fissando qualcosa al di sopra delle nostre teste e verso il cielo fuori dalla finestra, ma io so che sta ascoltando. Voglio che la ragazza bianca veda la mia rabbia. È dolce come canna da zucchero con le spine.
“Io sono schiavo del mio Dio”, dice Ibrahim. “Nella mia casa io lo venero”.
“Zach”, dice Eugene.
“Sì?” Zach guarda in su, vede la faccia di Eugene e poi quella di Ibrahim, poi la mia.
“Dovete rispettare la mia religione”, Ibrahim dice a noi tutti. “È la mia religione”.
Premo il crocifisso contro il mio collo. “La mia lo stesso”.
La mia lo stesso, penso. Mia madre ama Dio per tutte e due, e perfino Zach va a messa quando è a casa sua. Tengo un rosario nel mio cassetto della biancheria. Qualche volta prego, ma sono parole strane e non placano la rabbia. Da dove viene fuori, mia madre piagnucolava quando la polizia mi aveva riportata a casa dopo un party in una casa, dov’è suo padre quando dovrebbe essere qui a farle entrare in testa il buonsenso con le botte?
Un uomo mi ebbe, a quella festa. Viscido di saliva e dopobarba, un bacio e poi un altro e poi altro ancora… no… no… no… lo diciamo tutte, tutte le volte. Anche la ragazza bianca lo avrebbe detto. Sarebbe diventata rossa di caldo e rabbia. Immaginala nuda con un uomo sopra. Guardo nella sua direzione. Avrebbe un crollo. Avrebbe un tracollo. Sarebbe appesa a un gancio perché un uomo la divorasse.
Zach non mangia. A letto, dormicchia. Nel sesso, si muove mentre io giaccio lì. Sei così silenziosa, dice.
“Se tu visitassi la mia casa”, dice Ibrahim, “dovresti coprirti il viso e la testa per mostrare rispetto alla mia religione”.
“Allora non visiterò mai te o la tua casa”, dico. Sbatto giù il coltello. La ragazza bianca se ne sta andando.
“Per mostrarmi rispetto”, insiste Ibrahim, “ti dovrai coprire se entri in casa mia”.
La ragazza bianca è alla porta e mi fa un sorriso di saluto. Sorrido anch’io e poi rido – “Hah!” – in faccia a Ibrahim. Scioccato, sputa una foglia di insalata. Unisce le mani e ruota palmo contro palmo. Guarda Zach. Zach ammicca.
“Dorothea”.
Eugene alza le mani. “Piantiamola di parlare di religione”, annuncia.
Guardo la ragazza bianca e sua madre attraversare la strada ed entrare in un negozio di riparazioni elettriche.
Ibrahim dice: “Se tu fossi la mia donna indosseresti un burka in presenza di altri uomini”.
C’è un silenzio al nostro tavolo. Tutto questo è rabbia, a mia madre piace esclamare. Perché esce fuori da te?
Zach mi mette un braccio intorno alle spalle. “Dimentichiamoci la religione, Dorothea”.
Ibrahim lo guarda. “Tu rispetti la mia religione?”
“No”, dico io per Zach.
“Sì”, dice Zach. Mi stringe la spalla più lontana con la mano. C’è un rumore dal suo iPhone. Un uomo bianco sorride a un uomo nero. L’uomo nero entra per primo in un’auto. Guida la macchina. L’uomo bianco spara dal finestrino del passeggero. Le ruote della macchina fanno schizzare polvere e pietre. Sembra caldo, in quell’immagine. Posso vedere il sudore gocciolare dalle facce degli uomini. Riesco a sentire le loro mani sul volante e sulla pistola.
“E invece no”, dico a Zach.
Guarda in alto, si lecca le labbra, fa spallucce e dice in silenzio il mio nome. Stai zitta, dice la voce di mia madre nella mia testa. Sii gentile.
Ibrahim dice: “Non voglio litigare”.
Appoggio i gomiti al tavolo.
“Quando avrai una moglie, Ibrahim, cosa farai con lei?”
Eugene tira fuori dalla bocca uno stuzzicadenti. “Il rispetto è importante, Dorothea”.
Il sole è caldo sui vetri del ristorante. Voglio tirar fuori il mio telefono e infilarmi gli auricolari ed estromettere Ibrahim dalla mia testa, ma lui se ne sta seduto lì con il viso illuminato dal sole.
“O forse avrai due mogli, Ibrahim. O quattro?”

Per mesi, successivamente, avevo paura di essere rimasta incinta, ma non successe niente. Incominciai a scegliere vestiti aggressivi e un modo di parlare tagliente. Bikini e shorts, gonne che si alzavano se correvo o ballavo, camicie che si aprivano all’inizio dei seni.
Non ti amerà nessuno, diceva mia madre.
Sono stata mandata a studiare in Irlanda. Vai nel posto da cui vengono i preti, mi diceva mia madre. Ero in visita. Uomini ubriachi venivano da me e dicevano se dico la parola negro, te la prendi con me?
Dicevo, prova a dire negro e vedrai.
Sollevavano le loro teste ubriache e dicevano la parola negro.
Gli sputavo negli occhi.
Vieni nella barca con me, tesoro?
Cerchi un cliente, tesoro?
Dopo questo, diminuii il numero di amanti bianchi fino a quando incontrai Zach. Zach caffelatte con un padre italiano e la mamma ugandese. Zach che mi porse il suo portatile un giorno e disse: Guarda questo film. Mangiava una mela davanti a me. Disse che era stato a guardarmi.
Tutti i tuoi fidanzati bianchi, disse.
Bevvi parecchio la nostra prima notte insieme, solo per tener buona la mia rabbia. Diventava tanto più facile quanto più rinchiudevo la mia voce in una piccola parte della mia testa.

Ibrahim si estrae un seme di girasole dalla bocca.
“Onoriamo le nostre donne”, dice.
“Ed ecco perché le cancellate”, dico.
Eugene dice: “Dorothea, lasciamo perdere la religione”.
Zach guarda verso di me per qualche secondo. Non va bene, stanno dicendo i suoi occhi. Guardo altrove rispetto a lui, fuori dalla finestra. La ragazza bianca e sua madre sono uscite dal negozio di riparazioni elettriche.
Ibrahim dà loro un’occhiata.
“Le serve un culo”, dice.
Eugene ride. Si china in avanti sui gomiti per vedere la ragazza bianca e la madre attraversare verso il piccolo canale del fiume. Camminano a braccetto. Stanno parlando e sorridendo.
“Sì, le serve un culo”. Eugene ride di nuovo.
La ragazza tiene un ferro da stiro elettrico con la mano libera. Il cordone pende e le sbatte contro il ginocchio.
Ibrahim fa un risucchio tra I denti e si toglie un seme dalla bocca.
“Ecco”, dice Ibrahim. Preme il seme sul piatto, unisce le dita e mi guarda.
Mi piace detestare uomini come lui. Ti odio, dico nella mia testa e verso i suoi occhi, poi cerco con lo sguardo di nuovo la ragazza e la madre, e le vedo scomparire dietro un angolo.
“Chiamerò via Skype mia madre stasera”, dico agli uomini intorno a me.
Non dicono niente.
Guardo le loro facce bianche e nere, e, siccome il mio odio è così caldo, sorrido a tutti i loro denti.

Traduzione di Silvia Accorrà

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Orla Foyle
Órla Foyle è nata da genitori irlandesi in Nigeria, e ha vissuto anche in Kenya, Malawi e Australia. Attualmente vive a Galway, Irlanda. Il suo primo romanzo, "Belios", è stato pubblicato nel 2005 da The Lilliput Press. La sua raccolta di poesie "Red Riding Hood's Dilemma" è stata pubblicata da Arlen House (2010). Arlen House ha pubblicato anche due sue raccolte di fiction brevi, "Somewhere in Minnesota" (2011) e "Clemency Browne Dreams of Gin" (2015). Suoi lavori sono stati pubblicati nelle riviste The Dublin Review, The Stinginging Fly, The Manchester Review e nella Wales Arts Review. È rappresentata da Ivan Mulcahy di MMB Creative https://mmbcreative.com/agency/ Il suo sito web è https://rlafoylewriter.com/ La sua pagina Twitter è ÓrlaFoyle@FoyleOrla

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