Lia Mills – Il volo

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Chiamatemi Aisling.

Forse pensate di sapere la storia, quella della vecchia che viene trasformata in una ragazza splendida dall’amore di un re giusto. Questa storia, invece, potrebbe essere quella della ragazza che diventa una strega per le bizzarrie di un vecchio caprone. O quella della ragazza che mette sangue cattivo fra gli uomini, perché va con uno di loro quando appartiene a un altro…
Chiamatemi Grainne, Deirdre, Aideen, Eve. Chiamatemi come volete, ma fermatevi un momento, lasciate che vi racconti come andò, per me.

Mio padre, chiamiamolo Mick, è un giocatore d’azzardo. Avrebbe scommesso su qualunque cosa. Cavalli, cani, il tempo, un’elezione – qualunque cosa portasse a un risultato. Una volta, quando si perse la figlia di un vicino, lui aprì le scommesse su dove e quando la si sarebbe trovata. Viva o morta.
E’ una malattia, dice mia madre, mentre allunga le ali del suo cacatua bianco.
Mick aveva vinto il pappagallo in una scommessa e l’aveva dato a lei. Quando lei non c’è, lui si aggrappa allo specchio che ha nella gabbia, si affida al suo stesso riflesso. Quando si rilassa, le si appoggia sulle spalle, le mormora segreti nei capelli, le mangiucchia il lobo vellutato dell’orecchio. Si lascia tirare le piume. Lei lo liscia con le dita inanellate, gli toglie le pulci con le unghie laccate.

Il nostro Mick gioca veloce, sciolto e pericoloso. Prende, presta, ruba. Quando mia madre non c’è lui saccheggia la casa, cercando cose da vendere. Tutto ciò che non è inchiodato, se ne va. Una volta perse la nostra casa. I fratelli di mia madre la ripresero, ma lui la perse ancora. Quella volta, andò a chiedere aiuto allo strozzino locale. Potreste dire che i guai cominciarono da qui, quando entrò in scena Feeney, il vostro uomo.
Sbagliereste.
Ci tagliarono l’elettricità, ci pignorarono i mobili e le macchine, si ripresero tutto. Dovete sapere che per Feeney il pignoramento è un secondo lavoro. Dà con una mano e prende con l’altra.

Mia madre dice che Mick non può farne a meno.
Costruisce una casetta con il lego di mio fratello. Si siede sul pavimento della mia stanza e mette insieme i pezzi facendo le pareti con i mattoncini di plastica rossi, una base verde, un tetto blu. Aggiunge una finestrella con piccole persiane bianche, una porta gialla di fronte alla quale mette delle margherite di lego. Infila i suoi anelli attraverso la finestra e la chiude. Se uno non la prende in mano e non la agita, non capisce che è una scatola. La nasconde sotto il mio letto.

Lui entra di prepotenza. Mi strappa l’anta dalle cerniere. Mi tira fuori i cassetti e li getta sul pavimento. Smash! Trova la scatola di plastica. Smash! Gli anelli rotolano fuori. Il pappagallo vola sopra le tende, starnazzando. Cadono piume soffici come la neve, si mischiano con quelle che escono dal mio cuscino strappato.
Inganno! Grida, tradimento! Non ci si può fidare di un cazzo di nessuno! Nemmeno della mia carne e del mio fottuto sangue.
L’esplosione acida del suo sguardo.

Più le cose si complicano, più lui pensa di affrontarle bluffando e facendo lo spavaldo.
L’importante è tenerli lontani dai documenti, non fargli sapere ciò che davvero succede dietro le pareti, la vasca idromassaggio, la tv a circuito chiuso. E’ un bello spettacolo, ma è meglio non avvicinarsi troppo alle scartoffie. Cerca di gettare fumo negli occhi. Se si sparge la voce, lui è un uomo finito, e noi con lui. Ci piacerebbe? Niente più bei vestiti o vacanze all’estero, niente più feste.
E’ un uomo da party, il nostro Mick. Amico di tutti, un buon ospite. Con le mani bucate. Generoso.

Attenti, non è uno sconosciuto per la polizia, per via bei vestiti e dei suoi traffici, dei suoi amici altolocati. Sono tutti sorrisi e Ehilà Mick di fronte a lui, ma i vicini guardano sempre dall’alto in basso. Pensano di sapere dove stanno i guai, dalla nostra parte del muro. A loro va bene che rimanga così. Non vogliono saperne troppo.
Andare in giro con gli occhi aperti non basta per vedere quello che ti sta di fronte. Guardare significa anche che devi tirare giù le tapparelle.
Le dita nude di mia madre lisciano il pappagallo. Le cose potrebbero andare peggio, dice. Guarda i milioni di persone che muoiono di fame.
Lui dice che sono viziata. Che faccio schifo. Dovrei ringraziare per ogni punto, per ogni briciola, per ogni tegola e mattone. Per le scarpe che ho ai piedi. Per i capelli che ho in testa. Per le feste.
Cristo, quelle feste.

Giocano a carte fino alle ore piccole. Si passano le birre scure e i sigari, trafficano storie. Non raccontano mai di qualcuno che è finito; tutto è sempre talmente grande, così veloce, tanto duro, tanto furioso, pugni e acciaio, fuoco e fottuto zolfo. Non si lasciano mai indietro la cenere.

Quello che è mio è tuo, dice Mick ai suoi amici.
Ha debiti di cui liberarsi, dopotutto.
Mi mandano a letto presto.

Tutte le cose al mondo fanno lo stesso scricchiolio. Alberi di pino, cedri, le ossa di un vecchio. Una porta, le tavole del pavimento, un letto.

Vi siete mai svegliati di notte, con un albero che vi ribolle dentro come se voi foste il terreno? Mi intrappola nei suoi rami, mi inchioda. Mi strappa via le gambe e la testa. Gli uccelli volano via stridendo.
Mia madre dice, te lo sogni.

Lui esagera. In una scommessa di merda fatta di notte tardi, qui a casa nostra, lui si gioca – non i soldi, questa volta – ma mia madre. E perde.
Prima ancora che lui se ne renda conto, lei è andata. Lui è livido, come se la colpevole fosse lei. Quando vengono i suoi fratelli per capire come mai lei non sta rispondendo ai messaggi, il vostro uomo, Feeney, trova un accordo per restituirla.

Lei ha un aspetto stordito, battuto. Sussulta ogni volta che una porta si apre e ogni volta che si chiude. Parla solo con il pappagallo. Se lo tiene sulla spalla, come un gioiello.
Un giorno grigio, senza preavviso, lei apre la finestra e caccia via il pappagallo nella pioggerella. Lui si siede nel corniolo e sbatte gli occhi squamosi, tiene su la cresta. Lei chiude la finestra. Il pappagallo prende il volo con curve scomposte, si innalza, cade, si innalza, cade. Non è abituato a tutto quello spazio. Le piume bianche rimangono sul tappeto. Mia madre chiude le tende, gli occhi rosso sangue.
La mia mente si spacca, come un uovo.

Mick ha dimenticato di segnalare che il vostro uomo, Feeney, ha un prezzo. Vuole un trofeo da portare sul braccio, per mostrare a tutti che uomo è. Che eroe, un vero stallone.
Lui vuole me.

Mi piacerebbe dire che mia madre combatte per me, che si alza in piedi di fronte a lui e dice Non ti lascerò torcere un capello a questa bambina, ma lei guarda altrove.
Che differenza fa, un vecchio tiranno o un altro?
Io cerco indizi nello specchio. Il mio viso fiorisce come una ninfea dall’oscurità.

Sentiamo la terra vibrare prima che arrivino, una carovana di auto nere lucide.
Escono a uno a uno. Uomini in nero.
Qual è lui? chiedo. Nessuno lo sa per certo. I miei non mi sono già più di alcuna utilità.
Mick sta parlando con uno di loro. Sei tu Feeney? Chiedo. Lui ride. Questa è buona. No. E’ quello vecchio.
Tuo padre?
Lui aggrotta la fronte. Ma cosa sei, scema? Mio nonno.
Sta volando. Mick sembra a disagio. Atterra sulla pista in fondo.
In aereo? Il cuore mi balza in gola. Lo reprimo a denti stretti. Devo andare via con lui?

Ora capisco. Feeney mi porterà via. Quando sarò spezzata e docile, quando penserà che può fidarsi di me, forse mi lascerà tornare.
Scendo a incontrarlo, dico. Tanto vale farla finita.
Sembra che Mick mi voglia accompagnare.
Da sola, dico.
E penso, strozzati col tuo osso.

Mi avvio. Il giardino è carino, incoronato dalla gloria estiva. I colori risplendono. Maggiociondolo, glicine, un acero dalle foglie rosse . L’albero di corniolo che sa di limone, il profumo di gelsomino e di lavanda. Le piccole stelle rosa e bianche della clematide. Il biancospino.
La vita è una serie di soglie che dobbiamo attraversare da soli, ma dall’altra parte ci sono delle persone. Basta che io vada al di là e sarò quello che sono loro, saprò quello che sanno loro. Le madri, le vedove. I morti.

L’aereo è elegante, bianco-perla. Il vecchio mi dà le spalle. Io mi nascondo dietro un salice e guardo. Lui si volta dai rododendri, riabbottonandosi la patta dei calzoni. Carino. Mi rannicchio mentre parla al pilota, gli dà una pacca sulla schiena, fa una gran risata fragorosa e decolla in direzione della casa con le luci accese. C’è musica. Una band vecchio stile. Dei valzer di campagna.

Il pilota è sotto la pancia dell’aereo, scruta dentro la gola bianca giocherellando con una chiave. Ha un paio di jeans bassi sui fianchi sottili. La camicia bianca gli abbraccia la curva delle costole. Sul fianco un’apertura a forma di luna mostra una pelle tesa come il lenzuolo di un letto appena fatto in cui mi vorrei sdraiare. Lo seguo con gli occhi. Lui si ferma, si asciuga le mani sul sedere. Sposta un ciuffo di capelli castani dal viso. Ha una cicatrice sulla fronte, un segno che vorrei accarezzargli col pollice.
C’è una luce nei suoi profondi occhi grigi.
Esco dal boschetto, mi scrollo via i rovi dai vestiti.
Lui trasale, si guarda intorno. Sei sola?
Non più.
I suoi occhi scorrono oltre le mie spalle per controllare.
Voglio toccare la sua bocca dove si solleva, appoggiare le labbra sulla sua cicatrice. Mi avvicino. Troppo vicino. Lui sta fermo sul terreno. Sale il calore fra di noi.
Hai visto il Boss, mentre venivi qui?
Il suo respiro mi riempie, dolce come la prima boccata di aria nella storia del mondo.
No. Ho visto un vecchio socio che sembrava un caprone giocare con la sua barba.
Gli rivolgo uno sguardo audace. Facciamo un giro?
Mi farebbero a pezzi.
Dai!
Solo un giro veloce.
Il mondo è pieno di possibilità, ma devi riconoscerle quando vengono per te. In alto con me, nel sedile del secondo pilota proprio di fronte al vostro uomo, Mark può cambiare idea.

Lui siede di fianco a me e gira alcune manopole. Stiamo correndo ora, bassi e veloci, prendendo velocità, rimbalzando lungo la pista terminale verso il confine del mondo. L’orizzonte si abbassa, si inclina, cade. Stiamo volando. Ci vedranno tutti. Il vostro uomo non se ne è ancora reso conto. Forse lui non è il più brillante, ma alla base della gola gli pulsa un grazioso incavo quando si gira per chiedere, Lo vuoi provare?
Nessuno me l’aveva mai chiesto prima. Neanche una volta. La domanda più dolce di tutte. Lo. Vuoi. Provare.
Come in trance, prendo i comandi. Mi fa vedere cosa fare, ma la responsabilità è tutta mia.
E’ la più grande eccitazione della mia vita. Guardo, guardo, con gli occhi abbraccio l’intero manto azzurro del cielo, i cuscini bianchi di nuvole ammucchiate, tutte le cose che volano, le loro piume, le loro ossa cave e i piccoli cuori palpitanti. Impenno.
Dobbiamo tornare, dice. Si staranno preoccupando.
Io spingo la cloche e ci lanciamo in picchiata. Lui cerca di strapparmela di mano, di correggere la rotta, di riportarsi in alto.
Sei impazzita? Questo è l’orgoglio e la gioia di Feeney. Mi ucciderebbe se…
Potrebbe ucciderti comunque.
E’ facile far ruotare l’aereo intorno sfrecciare a bassa quota lungo il prato, dove sono raccolti gli ospiti attoniti. Feeney mima un taglio alla gola.
Oddio, geme Mark. Finisce male.
Io saluto tutti con la mano. Ora tu sei incollato a me.

All’inizio lui mantiene le distanze. Non alza un dito su di me, nonostante mi permetta di reggermi a lui, come se fossi sul sellino posteriore di una moto. Ho il vento sulla faccia. Lui dirà a tutti che c’è stato un malinteso, lui è un uomo d’onore. Si renderà disponibile, purché giurino di lasciarmi andare.
Il che è già qualcosa, ma non abbastanza. Più lui cerca di liberarsi di me, più io lo voglio.
Non saresti il primo, dico.
Faccio scivolare la lingua nella spirale del suo orecchio, gli alito dentro, porto la mano al suo sterno, al torace, al collo.
Senza gioia.

Gli uomini di Feeney ci danno la caccia ovunque in tutta la regione. Poiché sono amici di Mark, lo fanno senza metterci impegno. Ogni tanto lanciano avvertimenti. Uno si ritira, un altro va in Spagna. Un terzo entra in politica. Le cose diventano complicate. Feeney è circondato da uomini più giovani, e la nuova generazione non conosce Mark. Hanno i loro codici, il loro modo di fare le cose.
Noi passiamo alcuni mesi con gli ambientalisti a Wicklow, giocando a scacchi, di tutto. C’è un torneo. Mark si rivela un grande maestro. Non può svelare chi è ma continua a vincere. La gente lo nota. Di notte mi attorciglio intorno a lui come un rampicante, ho paura che cada. Quando grida, non sono parole d’amore, ma mosse degli scacchi:
Cavallo in regina tre!
Arrocco!
Viene un giornalista per scrivere di lui. Ce ne andiamo. Dormiamo in posti alti, avvolti nelle nuvole. Dolmens, troni di roccia, i rami biforcuti di grandi olmi. Troviamo riparo nelle città. A Limerick un furgone bianco accosta di fianco a noi e io quasi perdo la ragione quando vedo l’uomo che stava parlando a Mick la notte del party, ma lui abbassa il finestrino e dice a Mark dove Feeney lo sta cercando, quali posti evitare.
Digli che io non l’ho toccata, risponde Mark.

Sei gay, è questo il punto? chiedo. Ci laviamo in un ruscello gorgogliante, gli uccelli cinguettano tutto intorno. Se fossimo in un film, staremmo già scopando. Lui non mi guarda neppure.
E’ addolorato. No, non è questo.
Non posso fare a meno di provocarlo. Ha senso, comunque. Se ci pensi. Solo perché non ti salto addosso? Hai una grande opinione di te stesso.
Così non è per quello. Ma gli mancano gli amici, l’avventura, tutti i discorsi fra uomini.

In un locale africano in Parnell Street suonano una musica pazza. Il battito di un tamburo si fa strada attraversandomi i piedi, accende una pompa e mi entra nel cuore. Mark va al bar. Io ballo da sola quando arriva uno splendido nero e mi fa girare sul pavimento. Balliamo come non ho mai ballato prima. Io seguo i suoi passi, lui segue i miei, poi mi solleva da terra, sopra la testa e mi sbatte giù, ho la gonna attorno alle orecchie, il sangue alla testa.
Senza fiato, in fiamme, con il cuore che sta ancora ballando, vado al nostro tavolo per il mio drink. Mark è livido. Stai dando spettacolo.
Quindi?
Come una troia.
E allora?
Sono veramente molto incazzata. Raccolgo il ghiaccio dal mio drink e me lo passo sulla gola. Si ferma nel piccolo incavo dove si incontrano le ossa del collo. C’è qualcosa nei suoi occhi. Lo faccio scorrere lungo lo sterno, si spezza in piccoli rivoli d’acqua che mi scivolano sotto la camicetta. Incontro i suoi occhi. Quel ghiaccio ha più palle di te, dico. Lui guarda fisso. Su quella sua fronte alta spuntano perle di sudore. Giurerei che vuole leccarmi l’acqua sulla pelle salata.
Finalmente.

Fuori, le nuvole fuggono via. Tutte le cose corrono verso est, come se sentissero che il sole sta salendo e volessero esserci quando accade. Ci accovacciamo, rivolti l’uno verso l’altra. La mia mente si svuota in lui.
Questo è quello a cui siamo arrivati: lui è il mio dentro, il mio fuori; il mio cielo, la mia alba dorata,il mio mattino; il luogo dove ho inizio.

Scambiamo il giorno per la notte, continuiamo a correre. La luna raccoglie i giorni nella sua rete luminosa, li arrotola in un fagotto per tenerli al sicuro. Viene la notte e la inghiotte tutta. Lei torna, sottile e lucente, tesa come l’interno di una coscia, un polso, il cavo di un fianco. Voglio che tutto finisca, qui. Ora.

Un cane nero ci segue dal fiume, si muove furtivamente alle nostre calcagna. Affamato, angoloso, tutto pelle e ossa, ha occhi imploranti e croste sui cuscinetti di pelle delle zampe. Si lamenta quando gli parliamo. Voi pensate che questo significhi qualcos’altro. Nelle storie, quando appare un cane nero all’orizzonte, sei fottuto. E’ un messaggero, o una spia.
Statemi a sentire. A volte un cane è solo un cane. Hanno bisogno di amore e di cibo e di acqua. Hanno bisogno di luce. Hanno bisogno del buio per salvarsi.

La mia mente è chiara come il cielo, sono consumata dalla voglia di bacche del sorbo di mia madre. Non ha senso, ma è questo che voglio.
Mi mette la mano sulla bocca, Non dirlo.
Le mie labbra gli lasciano segni sulla pelle.
Strisciamo a casa in una notte senza luna, portiamo il cane come portafortuna. Muoio dalla voglia di fare un bagno. Mia madre profuma l’acqua con olii, accende candele sul bordo. Mi infilo nel vapore confortevole. I nodi del nostro lungo volo si sono allentati. E’ passato. C’è un bimbo in arrivo, lei può vederlo. Questo cambia tutto, dice. Parlerò con i miei fratelli, vedremo cosa possono fare.
Mi alzo uscendo dall’acqua, ora schiumosa e grigia. Una patina ricopre lo smalto quando la vasca si svuota. C’è disgusto nei suoi occhi.
Il mondo è un posto sporco, mamma. Si cancella.

A volte devi rubare la fortuna. Altre volte arrivi a ottenerla.
E’ di nuovo maggio. E’ spuntato il ginestrone selvatico e spinoso come il cactus; c’è molta dolcezza nascosta nei suoi fiori gialli, il profumo di libertà e di sogni in un ammasso di spine e legno aggrovigliato.
Siamo ritornati dove avevamo cominciato, ma non per molto. La pace è scomoda, ma resiste. Il nostro bambino è nato. Ancora pochi giorni e poi potremo partire. Il nostro cane è fedele, fa la guardia. Mi ero sbagliata su di lui. Non è solo un cane, è un segno. E’ entrato nella nostra storia per caso, ma da qualche parte deve essere pure venuto.

Feeney farà la sua mossa, ma non l’ha ancora fatta.
No si tratta di se, ma di quando.
Riesco a vederlo, chiaro come il giorno. Lama, pallottola, cacciavite. Semaforo, parcheggio, una rapina andata male. Il nostro letto, nostro figlio che dorme fra di noi.
Il tribunale?
Non fatemi ridere.
Mi ritengono tutti colpevole. Mollali.

Vince chi racconta le storie, ma c’è un numero infinito di finali e io ne ho qualcuno nella manica. Questa volta posso programmarne uno, posso pensarci. Per guadagnare tempo, lasciamo perdere la versione ufficiale. Più versioni ci sono, più possibilità abbiamo di sfuggire alla rete. Ascoltate il corno da caccia, la sveglia, le campane, un motore che corre nella notte. Prestate attenzione alle ultime notizie nei telegiornali.
Ritrovati dei corpi in un canale.
Non credete a tutto quello che sentite.
Una barca vuota. Bruciata una macchina rubata.

Tutto quello che volevo era una scelta. Quando non sapete altro che la vostra storia, pensate che esista solo quella. Quando siete caduti così in basso che vi sentite persi, non riuscite a vedere quello che sta per arrivare. Ovunque andiate, accadono le stesse cose. Ma potete sempre rileggerle a ritroso. Potete scivolare fra le righe e andarvene.
Il segreto meglio conservato è che ci sono altre storie. E che voi potete raccontare la vostra.

Traduzione di Anna Anzani

© Lia Mills 2011

Flight è stato pubblicato per la prima volta in The Stinging Fly numero 17/volume due Inverno 2010-2011
Una versione ridotta e la sua traduzione sono apparse in http://associazioneonoma.wordpress.com/2012/11/04/lia-mills-flight-abridged-un-estratto/

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Lia Mills
Lia Mills scrive romanzi, racconti, saggi e, occasionalmente, un blog. Il suo primo romanzo, Another Alice, è stato nominato per l’Irish Fiction Prize dell’Irish Times. Il suo secondo romanzo, Nothing Simple, è stato finalista come Romanzo Irlandese dell’Anno agli Irish Book Awards (2005) e sarà presto ristampato come e-book. In Your Face, un memoir sulla diagnosi e sul trattamento del cancro alla bocca che l’ha colpita, è stato indicato come libro preferito dell'anno da diversi commentatori. Nel 2013 ha curato con Denise MacCarthy il libro Word of Mouth: Coping with & Surviving Mouth, Head and Neck Cancers. Il suo terzo romanzo, Fallen, è stato appena pubblicato da Penguin Irlanda. Lia ha lavorato nell’ambito di diverse Commissioni Artistiche statali e come consulente artistico. Insegna aspetti della scrittura, recentemente presso l’Irish Writers’ Centre e UCD. I suoi blog: http://libranwriter.wordpress.com/ www.liamills.com Foto di Mark McCall

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