Heiko H. Caimi – Terra malata

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Rincasai sul far della sera, mentre lunghe ombre si gettavano tra i palazzi a fare da ponte all’imbrunire. Attraversai la strada principale e infilai la stretta viuzza che, dipanandosi tra molte traverse, mi avrebbe condotto davanti a casa mia. Mi piaceva muovermi fra quei vicoli, perché d’estate si facevano deserti, e mi pareva così di attraversare una città morta.

Dopo qualche passo, svoltando un angolo, notai poco più avanti un’ombra in un androne. Mi venne in mente che lì incrociavo sempre un extracomunitario dalla pelle scura, probabilmente un marocchino. Se ne stava seduto o in piedi, con le sue merci che sembrava nessuno volesse acquistare. Da anni lo incontravo: era come se lui fosse sempre lì, quasi avesse messo radici in quell’andito.

Mentre mi avvicinavo notai qualcosa di strano. L’uomo pareva seduto ma, invece di avere le merci disposte su una coperta di stoffa, sembrava che con la coperta si fosse avvolto e se ne stesse lì, adagiato contro il muro, a riposare.

Avanzai piano, cercando di vedere più chiaramente attraverso le ombre che si radunavano nell’ingresso, ma faticavo a distinguere quella sagoma sotto la coperta. Non riuscivo a distogliere gli occhi da quella figura: per quanto cercassi di interpretarne la forma, c’era qualcosa che non andava, una specie di dissonanza nella visione.

Ancora pochi passi e mi accorsi con raccapriccio che l’uomo non era avvolto nella stoffa, ma ricoperto da un tappeto di terra. Il suo intero corpo era scomparso sotto una coltre di terra bruna, e solo la testa ne emergeva.

Mi avvicinai, e mi accosciai dinnanzi a lui. I suoi occhi erano chiusi, il suo volto sporco di terra.

«Che cosa ti è successo?» gli chiesi, nella speranza che fosse ancora vivo.

I suoi occhi si aprirono, e mi guardarono muti. Sembrava quasi che lo sguardo gli fosse stato strappato: le sue pupille mi fissavano vuote, come da una distanza infinita, perse nello spazio e nel tempo.

«Che cosa ti hanno fatto?» insistei. Mi pareva chiaro che non avesse potuto farlo da solo. E poi, da dove proveniva tutta quella terra? In città c’è soltanto asfalto, e qualche scampolo di terriccio a velare malamente le radici degli alberi che ombreggiano, sparuti, strade e marciapiedi.

L’uomo non mi rispose. Mi scrutai d’intorno: improvvisamente avevo paura; ero solo in quelle strade, e forse chi aveva portato lì quel mucchio di terra era ancora nei paraggi. Ma anche la città pareva vuota. Nemmeno i suoni del traffico mi raggiungevano.

Misi le mani nella terra, e incominciai a scavare. Volevo tirar fuori quell’uomo.

«Lascia» mi ordinò la sua voce. Era uno strano suono rauco, come se provenisse dalle profondità dello stomaco.

Smisi di scavare. «Chi ti ha fatto questo?» gli domandai.

Lui restò a fissarmi con quello sguardo remoto, come se non avesse capito la domanda. Poi, con voce inespressiva, disse: «Hanno sepolto me».

«Ma chi?» chiesi.

«Hanno sepolto me in terra straniera».

«Adesso ti libero, poi andiamo insieme dalla polizia» gli dissi, ricominciando a scavare.

«No. Niente polizia» rispose. «E lascia di scavare. Hanno sepolto me. Devo morire qui».

«Ma che cosa dici?» protestai. «Tu non devi morire qui. Io adesso…».

«Adesso tu lascia» mi interruppe. «Lascia me chiudere occhi e morire».

«Ma… perché?».

«Perché così è scritto» mi spiegò la sua voce indifferente. «Loro hanno sepolto me perché devo morire. Questa non è terra promessa, questa è terra malata. Ma io ho capito tardi. Loro mi hanno portato terra buona per morire in pace».

«Loro chi?» domandai. Chi aveva potuto commettere una simile atrocità?

«Io adesso scompare» disse l’uomo, e chiuse gli occhi. «Non portare via mia terra. Non togliere. Lascia. Lascia a me la pace».

Mi guardai le mani, sporche e impastate. Tutto il mio essere combatteva contro la sua richiesta. Non potevo lasciarlo lì così.

Poi udii dei passi avvicinarsi. E se qualcuno avesse pensato che fossi stato io a seppellire lo straniero? Se avesse creduto che volessi ucciderlo?

Mi rialzai, e corsi in tutta fretta verso la svolta successiva della strada, senza girarmi indietro. Corsi fino a casa, salii le scale a piedi e mi richiusi nel mio appartamento. Raggiunsi il bagno e mi lavai le mani per far andare via tutta la terra che mi era rimasta sulla pelle e sotto le unghie. Poi pulii con cura anche il lavandino.

Mi sdraiai sul divano e rimasi angosciato a fissare il soffitto. Che cos’altro potevo fare? Che cosa avrei potuto fare? E poi era lui che mi aveva chiesto di essere lasciato lì. Ma non capivo, e avvertivo il bisogno di comprendere.

Mi rialzai e scesi nuovamente in strada. Feci a ritroso il percorso che avevo fatto di corsa. Sarei passato per la viuzza deserta come se non l’avessi mai fatta prima, mi sarei nuovamente avvicinato al marocchino e gli avrei chiesto spiegazione di quel mistero.

Quando svoltai l’ultimo angolo avrei voluto gettare subito lo sguardo nell’androne, ma nella strada c’era un operatore ecologico con il suo carretto, intento a svuotare un cestino. Mi arrestai, incerto, ma lo spazzino non si accorse del mio arrivo. Allora guardai nell’androne. Il cumulo di terra era ancora lì, ma sembrava che la testa dell’uomo ne fosse stata inghiottita.

Mi avvicinai. Dell’uomo non c’era alcuna traccia. Mi accosciai nuovamente di fronte al mucchio di terra. Che qualcuno fosse arrivato e gli avesse spinto dentro la testa fino a farlo soffocare?

«Che cosa sta facendo?» domandò una voce alle mie spalle.

Mi rialzai di scatto, spaventato, e mi voltai. Di fronte a me c’era lo spazzino, con in mano una scopa di saggina e una pala.

«Guardavo quello strano mucchio di terra» dissi con finta noncuranza. Ma sentivo che la voce mi tremava.

«Ah, si» disse l’operatore con disinteresse. «Mi capita spesso di trovarne. Non so chi sia il pazzo che va in giro a fare cumuli di terra nelle strade. Valla a capire, la gente».

«Ne trova spesso?» gli feci eco.

«Sì. Ma adesso, se non le spiace, vorrei finire il mio lavoro. Non posso passare il tempo a parlare con lei». Fissava con impazienza il cumulo di terra. Lo fissai anch’io.

«Le dispiace spostarsi?» mi invitò, irritato, lo spazzino.

Mi feci da parte e rimasi a fissarlo mentre avvicinava il carretto, spalava via la terra e la gettava nel bidone sul carretto. Del marocchino non c’era alcuna traccia, come se davvero quel mucchio lo avesse inghiottito.

Quando ebbe finito di spalare, l’operatore spazzò via l’ultima terra con la scopa di saggina, la radunò su una paletta di metallo e poi incominciò a ripulire il marciapiede.

Mi avvicinai all’androne. Di quell’uomo era rimasto solo il mio ricordo. Il ricordo di uno straniero, un uomo qualunque di cui non sapevo nulla, nemmeno il nome o da dove provenisse. Un uomo che era venuto in cerca della terra promessa ed era scomparso nel nulla.

Mi incamminai nuovamente verso casa. Le ombre stavano lasciando il posto alla sera: solo sulla cima dei palazzi più alti un riflesso di sole brillava ancora sul liscio metallo. Una strana inquietudine mi seguiva. Il mistero di un uomo che avevo incrociato anno dopo anno, senza neppure avere il desiderio di sapere chi fosse.

FINE

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Heiko H. Caimi
Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha tenuto corsi di scrittura presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. L’ultimo suo lavoro è il romanzo "I predestinati" (Prospero, 2019).

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