Viviana E. Gabrini – Gilda la Rossa

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Gilda la Rossa cammina incerta lungo il controviale trascinando un carrellino colmo di oggetti e indumenti. Oggi è più sobria del solito e borbotta una misteriosa litania; ogni tanto si ferma, gesticola, si dà ragione da sola e poi riprende la sua strada.
Quando eccede con il vino lo si capisce subito: il borbottio si fa urla e grida e strilli. Contro dio, contro gli uomini, contro il mondo intero.
Tutti, nel quartiere, conoscono Gilda la Rossa.
Nessuno sa il suo vero nome: a tutti ha raccontato che quel soprannome glielo diede un famoso regista americano che la incontrò quando lei, nemmeno ventenne, girava per la città a bordo di una favolosa Mustang cabrio del 1957.
Dei lunghi capelli rossi che dice di aver avuto, Gilda conserva solo qualche traccia sbiadita, persa nell’intrico selvaggio di ciocche serpentine e giallastre.
Quando è di buon umore – e questo avviene di rado – Gilda posa il carrellino contro il muro, si toglie un paio dei cappotti che porta sempre indosso, anche in estate, e si esibisce per il suo pubblico di puttane e tossici e disperati che animano la zona della stazione: Put the blame on Mame, boys!, strilla agitando una lunga sciarpa di lana variopinta. Date la colpa a Mame, ragazzi.
Le puttane, i tossici e i disperati applaudono con fischi e schiamazzi, Gilda si inchina, vezzosa, e raccoglie gli omaggi dei suoi ammiratori.
Ogni tanto qualcuno le offre un paio di bicchieri di vino.
Oggi però Gilda va di fretta, non ha tempo di esibirsi e tira dritta davanti al suo pubblico, agitando vaga una mano in segno di saluto.
– Dove vai, Gilda la Rossa? Fermati qui e canta per noi – le gridano un paio di ragazzi in vena di baldoria.
– Ho un appuntamento – risponde Gilda, ma piano, più a se stessa che al resto del mondo.
– Ho un appuntamento – seguita a ripetere mentre raggiunge la panchina dei giardini pubblici di fronte alla fontana.
Sono in anticipo, pensa confusamente.
Stanca e con le gambe che le fanno male, si siede e dal carrellino tira fuori una spazzola sdentata e uno specchietto opaco.  Si pettina alla bell’e meglio, poi affonda di nuovo le braccia fino ai gomiti nel carrellino, alla ricerca di un rossetto.
Eppure, dice fra sé e sé, sono sicura di averne trovato uno nel sottopasso ferroviario. Eccolo!
Felice, colora le labbra avvizzite di un violento rosso porpora e sorride, soddisfatta.
– Chi sei tu? La Befana o una strega?
La domanda impertinente le viene posta da un ragazzino che la osserva curioso, succhiando una caramella. Non deve avere più di cinque anni, pensa Gilda la Rossa, a cui i bambini non sono mai piaciuti e ai quali, con orgoglio, ha sempre incusso un sacro terrore.
– Sono una strega e se non te ne vai immediatamente ti cavo gli occhi e poi ti spedisco da tua madre, brutto moccioso!
Invece di mettersi a strillare e a piangere, il bambino la guarda incuriosito, poi tira su con il naso due volte e si allontana, con estrema calma.
Bah, pensa Gilda, nemmeno i bambini sono più quelli di una volta.
– Madame…
Gilda si volta: davanti a lei, profuso in un inchino di esagerata eleganza, c’è Ilbuonoilbruttoeilcattivo.
– Per voi, madame – dice ancora l’uomo porgendole una margherita appena raccolta da un’aiuola.
Gilda batte le mani e ride, accettando il fiore.
Ilbuonoilbruttoeilcattivo spolvera la panchina con un lembo del cappotto, poi le si siede accanto. È un pezzo d’uomo e la sovrasta di almeno trenta centimetri. Il suo nome è Mario ma tutti, da anni, lo chiamano Ilbuonoilbruttoeilcattivo, perché conosce a memoria tutte le battute del film e ama farne sfoggio in ogni occasione.
La sera prima, dopo aver perso una partita a briscola contro Gianni l’ubriacone e i suoi cognati, aveva commentato: – Che ingrato… con tutte le volte che ti ho salvato la vita!
Gianni l’ubriacone, che non era esattamente un appassionato di cinema, aveva replicato che nessuno gli aveva mai salvato la vita e che non accampasse scuse per non pagare il suo debito di gioco.
Ilbuonoilbruttoeilcattivo l’aveva guardato con profondo disprezzo e gli aveva tirato una manciata di monetine, gridando: – Mi piacciono quelli grandi e grossi come te, perché quando cadono fanno tanto rumore e quando ti butterò giù io… aaaaaah … ne farai di rumore.
Ne era nato un parapiglia, ma Gianni era troppo sbronzo per picchiare seriamente e Ilbuonoilbruttoeilcattivo si era allontanato con il suo passo pesante e il respiro affannato degli asmatici.
Sulla soglia del bar si era voltato e lo aveva salutato con un: – Ci rivedremo, idiota!… È per te!
Anche in quel caso, la citazione filmica era caduta nel vuoto.
– Non ti ho visto ieri sera al dormitorio – dice Gilda in tono di rimprovero.
– Ho giocato a carte fino a tardi e poi sono venuto a dormire nel parco.
– Ti fa male all’asma, dormire all’aperto. Sei vecchio, testone!
– Avevo voglia di stelle e di grilli e di cicale.
A Gilda non viene da pensare che sono in marzo e che difficilmente, di notte, possono esserci grilli e cicale, ma la spiegazione le piace e sorride. – Questa sera allora mi ci porti pure a me a sentire i grilli e le cicale e le stelle?
– Le stelle non fanno rumore – dice lui.
– Invece sì – lo rimbecca Gilda, decisa. – Fanno ssshhhh shhhh shhhhhh…
Lui le sorride, poi infila la mano in tasca e ne tira fuori un fermaglio per capelli a forma di farfalla. È giallo, con delle pietruzze di plastica arancione e delle perline bianche. – Per te – le dice allungando verso di lei la mano enorme dalle unghie spezzate e orlate di nero.
Gilda lo prende, abbassa gli occhi, poi lo traguarda da sotto in su e sbatte le ciglia. – È molto bello. Me lo metteresti?
Lui cincischia un poco con quell’affare, le tira una ciocca o due, poi riesce ad appuntare il fermaglio in quella massa aggrovigliata di capelli e ricordi.
– Mi accompagni fino in stazione? – chiede lei.
Non senza fatica, si tirano in piedi: gambe malferme e gambe doloranti, schiene lunate e troppo stanche. Poi si allontanano insieme: lei, piccola e curva, trascina con sé il suo carrello pieno di tesori. Lui, alto e allampanato, le tiene una mano sulla spalla.
Il fermaglio spicca orgoglioso sulla chioma di Gilda. Ogni tanto lei si ferma, scuote la testa per sentire il tintinnio delle perline, sorride e riprende il cammino.


Racconto tratto dalla raccolta di Viviana E. Gabrini Peccato che sia un vizio (per gentile concessione dell’autrice e di Prospero Editore).
Il libro Peccato che sia un vizio, oltre che in libreria e nei bookstore online, può essere acquistato direttamente qui: https://www.prosperoeditore.com/libri/peccato-che-sia-un-vizio_viviana_gabrini  
Recensione del libro: https://www.inkroci.it/racconti-brevi/recensioni-film-recensioni-libri-recensioni-musica-recensioni-fumetti-graphic-novel/recensioni-libri/viviana-e-gabrini-peccato-che-sia-un-vizio-recensione-libro.html

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Viviana E. Gabrini vive in Oltrepò Pavese. Atea, femminista, comunista e antifascista, agli esseri umani, mediamente, preferisce i gatti. Dopo un turpe passato come giornalista pubblicista e come blogger, dal 2015 collabora con Sdiario, il blog fondato dalla scrittrice Barbara Garlaschelli, e periodicamente imperversa su blog e riviste online. Priva di pudore, calca palcoscenici, piazze e marciapiedi come teatrante. Dal 2020 ha una rubrica fissa all'interno del podcast Lennycast. I suoi racconti sono sparpagliati in una decina di antologie. Con Prospero Editore ha pubblicato le raccolte di racconti "Peccato che sia un vizio" (2020), "Trenta racconti indecenti e una storia d'amore" (2021) e ha coideato e cocoordinato le antologie "Ci sedemmo dalla parte del torto" e "Niente per cui uccidere".

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