Aldous Huxley – Il genio e la dea

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“Il guaio con la narrativa è che ha troppo senso. La realtà non ha mai senso”. Con questo incipit Aldous Huxley da subito offre ai lettori la chiave con cui assaporare la tragica armonia di questo breve romanzo – il genio e la dea – scritto nel 1955 e scomparso dal panorama letterario italiano per molti anni.
A che cosa servono i ricordi? A raccontare l’esperienza. A che cosa serve l’esperienza? A trovare il soffio vitale del proprio esistere. A segnare, come il tocco finale di un pittore, l’attimo in cui un quadro diventa un’opera d’arte. E’ questo che il vecchio John Rivers consegna all’amico scrittore, la notte di Natale del 1951.

In una sorta di testamento spirituale John ripercorre i 15 mesi trascorsi come assistente di Henry Maartens, premio nobel per la Fisica ma embrione d’uomo nella vita privata. Invitato a vivere con la famiglia di Marteens, John conosce Katy, la giovane e affascinante moglie del genio da cui è irresistibilmente attratto, e i loro due figli, il piccolo Timmy, che concentra il suo mondo nei trenini elettrici, e l’adolescente Ruth, che inzuppa la realtà con la letteratura e s’invaghisce del nuovo ospite. A reggere le fila della strampalata famiglia c’è Beulah, un’anziana domestica di colore “delle commedie vecchio stile”. Siamo nel 1922 e Rivers, ventottenne inesperto e goffo, figlio di un pastore luterano morto troppo presto e di una madre bigotta, si trova catapultato in un mondo che scardina, con ferocia ed estasi, i rigidi stereotipi nei quali è stato cresciuto.
Con uno stile raffinato, a tratti ridondante di citazioni letterarie, Huxley ci consegna una riflessione intensa sugli intrecci invisibili delle relazioni intime. Si possono raccontare gli accadimenti, ma non esistono parole adatte per fermare il senso non sensato della realtà, perché il linguaggio “è sempre giudicante”. E i sentimenti e l’essenza dell’essere umano possono trovare una parziale collocazione soltanto chiedendo aiuto ai termini e ai confini della teologia. Bisognerebbe inventare parole nuove per “esprimere la naturale connessione tra le cose”, come “mucospirituale” o “dermatocarità”. O “viscerosofia”. Ma nessun vocabolo, e nessun romanzo, saprà fissare l’Empietà e la Grazia dell’Amore. Di cui ognuno di noi fa esperienza.

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