Antonia Buizza – Fiori d’arancio

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Ancora oggi è opinione largamente diffusa che la compiuta felicità di una donna risieda nel focolare domestico. Ma per te, Elsa, non è mai stato così.
Tu non hai mai sognato l’abito bianco e hai sempre riso di me che, sin da bambina, mi vedevo madre di famiglia: fra noi due tu eri quella emancipata, quella che diceva: «La libertà prima di tutto».
Ti rivedo con lo zaino sulle spalle e gli anfibi ai piedi, mentre mi trascini in uno tuoi folli viaggi, che di programmato avevano soltanto il volo di andata, e mi risuona ancora nelle orecchie la tua voce maliziosa che mi ripete: «Se vuoi un figlio, non ti serve necessariamente un marito».
E per l’ennesima volta mi chiedo che cosa ci faccio qui o, meglio, che cosa ci fai tu, su questo altare oppresso da stucchevoli rose in boccio. Che cosa fai inguainata in questo abito bianco,con i capelli raccolti in un barocco tripudio di riccioli, gli occhi resi artificiosamente grandi da un trucco sapiente?

Anche qui, come al solito, sono al tuo fianco; del resto come avrei potuto sottrarmi io, la tua migliore amica, al ruolo di testimone della sposa?
La voce del prete è solo un vago ronzio mentre sbircio il tuo viso, rigido e concentrato sotto lo strato di fondotinta color albicocca e, accanto a te, il sorriso beato del tuo promesso.
Ma che cazzo ti è saltato in mente? Non ho dubbi che lui sia una brava persona, ma ti ci vedi ogni santa domenica a pranzo dai suoi, su quelle sedie che -tu stessa mi hai raccontato ridendo- conservano ancora il cellophane protettivo dell’imbottitura?
Il prete prosegue il rito, ci si alza tutti in piedi. Quel gran cornificatore di tuo padre si asciuga gli occhi umidi; io incrocio lo sguardo di tua madre, velato dal Tavor, e la imploro mentalmente di fare qualcosa, di impedire a te, figlia così diversa da lei, un errore troppo simile al suo.
«Se dunque è vostra intenzione unirvi in matrimonio…».
Pure un’aspirante buddhista come me sa che è giunto il momento delle promesse.
La voce di Gianluigi è incerta, le parole si distinguono a fatica: «Io, Gianluigi, accolgo te, Elsa, come mia sposa».
Ora tocca te e io voglio urlare che no, non si può fare, che è tutto sbagliato.
«Io, Elsa…». La tua voce si incrina, le mani si contraggono in un pugno e il silenzio avvolge la navata.
Ti schiarisci la voce e sollevi il mento con quell’aria di sfida che conosco tanto bene. «…accolgo te, Gianluigi, come mio sposo».
Le tue mani finalmente si rilassano per lo scambio degli anelli.
Che cosa ci attende adesso? Io andrò a stordirmi di alcool, mentre a te spettano “due settimane in un meraviglioso villaggio vacanze per giovani coppie: sole, mare e cultura in Messico”, come recita il dépliant dell’agenzia viaggi.
Che ironia: ritorni, sposata,  dove ci scambiammo i nostri primi baci.

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