Fabio Strinati: un abile corteggiatore di parole

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Fabio Strinati (San Severino Marche, 19 gennaio 1983) è un poeta, scrittore ed esperantista italiano. Dopo aver debuttato come poeta nel 2014, con il libro Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo, ha scritto anche poemetti e libri di aforismi. Sue poesie sono apparse su numerose riviste letterarie, come Il Segnale, Il Grandevetro, Erba D’Arno e 451 Via della Letteratura, della Scienza e dell’Arte.
Autore di numerose raccolte poetiche, vive e lavora a Esanatoglia, paese della provincia di Macerata nelle Marche. Studioso di lingue regionali e minoritarie, è collaboratore della rivista Etnie e della rivista di letteratura e migrazione El Ghibli. Grande appassionato della cultura spagnola, nel 2019 approfondisce il dialetto algherese e lo studio della lingua catalana attraverso la lettura di numerosi libri del poeta e scrittore catalano Carles Duarte i Montserrat e del poeta e saggista austriaco Klaus Ebner, tanto da dedicargli alcuni componimenti poetici poi tradotti da entrambi  e pubblicati su diverse riviste di letteratura specializzata.
Sue poesie sono state tradotte (oltre che in catalano) anche in albanese, in croato, in esperanto, in tedesco, in spagnolo, in inglese, in bosniaco e in macedone. 

Da poco hai pubblicato con Calibano Editore Toscana – Venezia solo andata, una silloge poetica che Zairo Ferrante, nella prefazione al libro, definisce un’opera matura, nella quale compi una piccola “magia” poetica, ossia spostare l’attenzione dal tutto al particolare, dal grande al piccolo, dall’universale all’intimo. Sono poesie che apparentemente  parlano di partenze e arrivi, ma in realtà parlano di mete da raggiungere. Quali sono le mete da raggiungere, nella tua visione?
Le mete da raggiungere, dal mio punto di vista, sono quelle mete/destinazioni che vivono impresse dentro di noi come fotografie che vanno oltre le particolari barriere della nebulosità. Le partenze si nutrono di arrivi e viceversa, ma spesso è il coraggio a fare la differenza, l’attenzione per una determinata scelta: tutte o quasi sono frutto della moltitudine che abbiamo dentro. 

Hai dedicato la raccolta all’attrice Mirella D’Angelo: perché?
Perché Mirella incarna a pieno la “fascinazione”: è una creatura dalle molteplici sfaccettature; riesce a coniugare, con semplicità e fanciullezza, cose apparentemente distanti tra di loro. Mirella, è un’anima che sa ascoltare nel profondo.

E perché un viaggio da Firenze, anzi dalla Toscana, fino a Venezia?
In realtà si tratta di un lungo viaggio intrapreso, ormai, diverso tempo fa. Un viaggio… un po’ in sordina: percepivo a livello interiore il bisogno di approfondire la mia spiritualità, così ho pensato alla regione Toscana e alla città di Venezia. Vecchi ricordi, vecchie storie; il tutto riposto con cura all’interno di un particolare diario che alberga in me sotto forma di materia mentale.

Qual è il tema portante del tuo libro?
Sicuramente, il concetto di riconciliazione. In origine, ho pensato a questo libro come a una sorta di calamita naturale: il contatto con i luoghi, con le ore, il tempo e le persone; le storie che vivono una vita propria e che si sovrappongono, le narrazioni che si snocciolano in libertà. L’intera raccolta poetica narra di una libertà vissuta con estrema fanciullezza. 

Sono poesie molto brevi, tutte di quattro versi ciascuna: come mai hai fatto questa scelta?
La scelta dei quattro versi, con tutta onestà, è del tutto casuale. Mi sono fatto trasportare dal fascino di questa forma e così l’ho portata avanti, con semplicità e naturalezza. Spesso amo ragionare come fanno i bambini e… mi affeziono alle cose. Sono un abile corteggiatore di parole.

Quelle che scegli, pur semplici, sono parole che “pesano”, scelte con estrema cura. Ogni poesia è una piccola esperienza, la tappa di un lungo viaggio che, nonostante la brevità, consiglierei al lettore di fare un passo alla volta, accompagnato dall’autore in quel labirinto che, alla fin fine, è la vita. La scelta di composizioni estremamente brevi l’hai fatta anche per costringere il lettore a soffermarsi su ogni tappa?
La brevità delle singole poesie è caratteristica tipica del voler “sostare” con cura all’interno di ambienti frugali e boscherecci. Parole che necessitano di essere respirate, con lentezza e armonia. Poi il viaggio, al di là della durata, è costituito dalle varie tappe che si susseguono nel tempo: ogni poesia è come una piazzola di sosta, come un ritaglio d’autostrada che avanza al ritmo d’una poesia spoglia, ignuda. 

La silloge si conclude con versi che trasmettono un senso di soffocamento, un annaspare anticipato dai versi precedenti. In altri componimenti risuona invece la speranza. Perché hai scelto di chiedere con parole d’angoscia? Venezia toglie ogni illusione?
Oh, no! Venezia non c’entra nulla, anzi, il contrario. Ma… queste sensazione di panico, di angustia, emergono in superficie semplicemente perché sono parte di me: l’angoscia, a volte, la scaccio prepotentemente, ma nulla da fare. Ritorna sempre e sempre più agguerrita.

Nel libro sembra che tu racconti alcuni aspetti importanti del tuo vissuto, rendendo partecipe il lettore di parole e situazioni molto intime e personali. Come mai questa scelta?
Sono una persona molto timida, schiva, chiusa e riservata. Spesso trovo escamotage per dileguarmi dal dialogo, di conseguenza la scrittura è l’unico modo per riuscire a mettermi a nudo. A un certo punto l’intimità diventa per me una sorta di liberazione.

Toscana – Venezia solo andata non è la tua prima esperienza letteraria. Vuoi parlarci delle tue pubblicazioni precedenti?
Francamente, faccio molta fatica a doverne parlare. Questo perché penso che non abbiamo più nulla in comune: non conosco più i miei libri. Ormai li ho abbandonati e sono liberi di scorrazzare qua e là, come meglio credono.

Toscana – Venezia solo andata che tappa rappresenta nel tuo percorso di autore?
Credo che rappresenti una tappa intermedia ma, di per sé, molto importante. Sono molto legato a questa raccolta poetica; mi somiglia molto e, ad essere sincero, credo che sia uno dei miei migliori libri. 

La prima stesura l’hai fatta a mano, a macchina o direttamente al computer? E come mai?
La prima stesura l’ho fatta a mano, anzi ti dirò di più: all’inizio l’intera raccolta assomigliava più a uno scarabocchio che ad un libro di poesia. Vado matto sia per le penne, sia per le matite. Anche se… l’oggetto che utilizzo di più è la cancellina! Spesso vado in giro con una borsa da pescatore al cui interno inserisco appunti, strane frasi e segni particolari. Il libro lo scrivo tutto nella mente, poi avvengono strani processi che faccio fatica persino io a spiegare correttamente. 

Quanto ritieni che sia importante la leggibilità da parte della maggior parte dei lettori, in un’opera letteraria?
Credo che la leggibilità, essendo un requisito fondamentale di un testo, oppure d’una grafia, abbia sicuramente il suo peso; poi dipende dal modo in cui si affronta un certo tipo di letture e, lasciamelo dire, dipende molto anche dal tipo di concentrazione che si ha in determinati momenti. La scrittura è come un luogo e… possiede il suo autentico DNA; si debbono creare le giuste condizioni e il giusto feeling per poter interagire con distensione e armonia. 

Secondo te l’arte, e nello specifico la letteratura, può e deve produrre coscienza nel lettore? E può avere ancora un potere rivoluzionario?
Per fare le rivoluzioni servono gli argomenti; gli argomenti, e una buona dose di coraggio. Quindi vanno benissimo una chitarra, una penna, una parola e, perché no, anche un buon libro tra le mani! Sul fatto di produrre coscienza nel lettore, non saprei. Di certo, il lettore deve essere se stesso lungo tutto il tragitto di lettura. 

Erri De Luca ha scritto che lo “scrittore dev’essere più piccolo della materia che racconta”. Tu sei d’accordo?
Sono d’accordo. Non bisogna disperdere energie alla ricerca di un’abbondanza che, inevitabilmente, è destinata a sfuggirti tra le mani, anche se il lettore è un abile curioso e, di conseguenza, tende a ricercare quella prosperità che va oltre lo scrittore stesso. Bisogna catturare quel poco che possa creare l’atmosfera giusta. La scintilla, il luccichio: credo che quest’atteggiamento, oltre che intelligente, sia anche sinonimo di sana, e prospera, umiltà.

Ogni buono scrittore è anche un assiduo lettore; quali sono le letture che ti hanno influenzato maggiormente?
Ho letto tantissimo e amo tuttora immergermi nei libri. Trovo la lettura un antidoto contro la tristezza e un’arma naturale contro la noia. Leggere per me è terapeutico.
Sinceramente le letture che mi hanno influenzato sono tante, davvero tante, ma citerei: Foglie d’erba (Leaves of Grass) di Walt Whitman, I Fiori del male (Les Fleurs du mal) di Charles Baudelaire, le Operette morali di Giacomo Leopardi, l’Antologia di Spoon River (Spoon River Anthology) di Edgar Lee Masters, i Racconti dell’incubo e del terrore di Edgar Allan Poe e Villa Tarantola di Vincenzo Cardarelli. 

Perché scrivi? Perché la scrittura?
Perché è parte di me. La scrittura ha origine nel mio cuore, e nel mio cuore ogni parola è libera di esistere e di poter volare oltre l’immaginazione. Uso la penna perché è l’unico pennello che possa dare un senso alle mie parole.


Di Fabio Strinati abbiamo pubblicato anche cinque poesie inedite, in italiano e nella traduzione tedesca di Kalus Ebner:

Luci nella notte…
Bisbiglia nel vento una foglia…
Piove…
Vermelis dentro uno spazio breve…
Vienna ricoperta da uno strato di freddo…

e una poesia tratta da Toscana – Venezia solo andata:

Dedicherò questo sole così caldo…

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Heiko H. Caimi
Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, Abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Collabora con il notiziario "InPrimis" tenendo la rubrica "Pagine in un minuto" e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli "Sdiario". Ha pubblicato il romanzo "I predestinati" (Prospero, 2019) e ha curato l’antologia di racconti "Oltre il confine. Storie di migrazione" (Prospero, 2019).

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