Cinzia Petri – Il fiume

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Si guardò intorno, circospetta. Il vento gelido di gennaio le sferzava la pelle pallida, un giglio morente contro il cielo grigio cemento. Il fiume scorreva con le sue acque color fango in un impeto discontinuo in cui piccoli gorghi concentrici fagocitavano rami spezzati, foglie e forme non nitidamente percepibili. Le sponde erbose erano schiacciate dal peso delle folate che piegavano la vegetazione sotto colpi irosi, e l’intera scena aveva il sapore di una veglia funebre con la luce fievole e lattescente, i contorni di un sonno vigile in cui i demoni afferravano i rami degli alberi scuotendoli vigorosamente con le loro lunghe mani deformi.
Era sudata. Una spessa patina di umidità le avvolgeva il corpo come una guaina di plastica. Saranno state le sette in quel mattino crudo, di cui assaporava l’aspra indifferenza nei colori morenti dei campi, privati del conforto compassionevole del sole da uno strato opaco di nuvole biancastre che velava la verità dei colori. Tutto le parve inutile, e risibile.
Si passò il braccio esile sul volto per asciugare il muco, immersa nello sforzo concentrato di muoversi con quel peso. Aveva il fiato corto ma cercava di bere l’aria densa e crudele del mondo dopo l’alba con sorsi regolari e attenti: inspira ed espira, inspira ed espira. Non avvertiva sollievo né placidità nel nutrirsi di quell’ossigeno marcio di guazza: era un movimento meccanico che doveva condurla ancora avanti, ancora e ancora, finché non fosse tutto finito.
Un suono flebile e disarticolato la bloccò all’improvviso, mentre puntava con attenzione gli scarponi sul terreno scivoloso del terrapieno scosceso, gelatinoso. Sarebbe dovuta andare avanti e continuare a trascinare il peso giù con lei per non perdere l’equilibrio e cadere rotolando fino all’ansa del fiume.
Guardò il sacco, gli dette uno scossone. Seguì un silenzio rotto solo dal rumore dell’acqua che fluiva ininterrottamente davanti a lei con le sue piccole creste limacciose, avanti e avanti, fino al compimento del proprio corso. La quadratura del cerchio, il ciclo perfetto. L’ultimazione.
Sospirò e riprese il grosso sacco sformato con entrambe le braccia, attenta a dosare il peso perché non le rovinasse addosso nell’inclinazione del terrapieno. L’erba vizza si piegava sotto il peso, giallognola e malata in quel vapore insano che le si riversava addosso dall’alto come una sottile pioggia agonizzante.
Quando alzò lo sguardo, sulle cime secche degli alberi spogli grossi uccelli troneggiavano neri contro il cielo incolore, minacciosi come vedette: le sentinelle delle streghe, immobili su quelle stentoree dita vegetali che sembravano reggerli a malapena. Un’illusione di equilibrio, una misura inesatta, un’ulteriore calma apparente che scatenava la follia come un sollievo insperato. Lo aveva scritto qualche sera prima sul quaderno ingiallito con la carta crepitante, che sembrava scoppiettare sotto il peso urgente delle parole. “Quello che scrivi non è reale!”, le aveva urlato contro suo padre. Bè, non poteva esserne certo. Neanche lei lo era. Poteva soltanto liberarsi da quel groviglio confuso che le pesava sulla testa negandole la pace e una qualsiasi altra soluzione. Era solo un’altra finzione? Solo un altro amaro modo per morire, forse, trafugando pezzi di parole appena nate dalla matassa del suo cervello fiacco per adagiarle nel loro letto capiente, tra le righe confortevoli. Una destinazione ambita, eppure non veritiera. Non erano reali finché non determinavano il corso degli eventi. Erano solo una proiezione annoiata e ingannevole, come lei. Un piccolo mondo inerte e vano. Che cos’era allora la verità? Un’azione conclusiva che affermasse la forza dei contorni dell’inchiostro, che non ne perdesse il vigore e l’intento e le notti scure a trasfondere vita agli incubi che le si agitavano nello spazio cranico, come pipistrelli allertati dalla luce.
Sentiva le tempie comprimerle gli occhi con pulsazioni ritmiche che le negavano una visione definita del fiume contro la sponda. Scorgeva solo un’unione incerta di fanghiglia attraverso il velo umido dei vapori acquei, le lacrime e gli umori del proprio corpo contro l’aria collosa che le si appiccicava addosso, rendendole gravoso il respiro.
Era arrivata sulla sponda del fiume, finalmente. Accaldata, il viso terreo leggermente arrossato sotto agli occhi stretti nello sforzo di non farsi bruciare dalla luce fredda e inclemente del primo mattino. Le veniva da vomitare.
Si fermò un attimo e lasciò cadere a terra gli angoli del sacco, che batterono sulla superficie con un tonfo sordo, attutito appena dalla capacità ricettiva del fango. Si girò in tutte le direzioni: solo nebbia e fiume e tronchi morenti. Una vasta piana incolore a perdita d’occhio, un perdurare di piattezza arida e molesta. Un silenzio greve, di attesa.
Qualcosa si mosse ancora dentro al sacco, un movimento inelegante, un riflesso rozzo e indecente. Era questa la realtà: una banalità grossolana, il peso dell’ignoranza del bello, l’atroce fine del sublime. Un’orchestra mal diretta, un’accozzaglia cacofonica di strumenti stonati che distorcevano il pensiero all’origine. L’imperfezione nell’azione.
Quel che gocciolava dalla punta della penna era un’immagine fatata soffiata sopra al tempo, invece, infinitamente vera nella corposità del tratto e nella certezza del bello. Uno stuolo di angeli paffuti che cantano in coro le lodi dell’armonia del cosmo. La realtà giaceva a terra, nella melma avvilente e disgustosa. Una perdita fatidica, un ingrato livore. Sconcia, pesante, uno sforzo inconcludente. Ma gli avrebbe dimostrato la veridicità del suo reale, la concretezza piena e innegabile delle sue parole.
Avrebbe voluto precipitarla nel buco buio dell’incertezza, lui, a dibattersi come un cavallo azzoppato che attende di essere finito con un colpo alla testa. Ma non glielo avrebbe permesso, ormai. Ormai il sorriso canzonatorio nei suoi occhi leggermente strabici, arrossati dalle giornate di lavoro a segare tronchi nel bosco muffito e decomposto, in cui larghi vermi color ostrica attaccavano la vita esile dei funghi carnosi sconfitti dalla fame altrui, l’aveva obbligata a dimostrargli il contrario. Non era una creatura sfocata e invisibile, un accenno di vita non portato a compimento. Lei era. Dura e consapevole e con il vigore in testa e nelle mani, quello stesso vigore con cui lui abbatteva le vite vegetali, le cui punte si tendevano fino all’alto di un cielo che non scorgeva, perché era sempre stato abituato a rimestare il fondo.
Tra le radici, la terra smossa rivelava una vita decomposta e una morte ciclica e fertile. L’aberrante sconcezza dell’arrendersi al basso. Dall’alto delle fronde si penetrava giù giù dentro il terreno, e si scorgevano i demoni e l’inferno. Guardando solo a terra, tutto era perduto. Questo era ciò che suo padre faceva: guardare a terra. Ignorare la verticalità del bosco, mentre con la sega si affannava su quei tronchi ruvidi, duri all’inizio e dentro morbidi, chiari, con una polpa antica, che cadevano appoggiandosi alla terra che li aveva eretti come tante cattedrali. Li guardava crollare con un lamento secco, scuotendo le fronde dei loro fratelli in attesa dello stesso supplizio.
Fin da bambina, aveva sempre scritto, mentre sua madre lavava i piatti di spalle nel vecchio lavello di marmo scrostato, con le venature grigio fumo su cui appoggiava le stoviglie e le pentole di rame, in quella casa solitaria alla prima soglia del bosco, una sentinella solida di pietra scura contro i tronchi legnosi color bruno. Favole buone, streghe cattive, fantasmi e bambine ben vestite. Poggiava il gomito sul tavolo e scriveva finché la testa non le si abbassava di colpo sul foglio, obbligandola a scuotersi dal torpore e continuare, mentre la mamma canticchiava e ogni tanto si girava a guardarla, e le sorrideva.
Gli anni erano colati a picco nei mari freddi e senza luce dell’angoscia, eppure ricordava ancora quel sorriso. Un sorriso di gratitudine. Adesso, invece, il ghigno che l’attendeva era di ottusa commiserazione, come se le storie in cui lei prendeva vita fossero un insensato, inutile passatempo. Un approdo per i buoni a nulla. Operoso ed empio, era lui a permetterle di starsene tutto il giorno a ciondolare su libri e quaderni come una povera matta, senza un’occupazione e senza uno scopo. Sola con le sue patetiche storielle inventate. Ecco come le aveva definite: patetiche. Il rombo della sega e il crepitare della penna sulla carta. Due mondi inaccettabili l’uno per l’altro. Il tronco che cadeva inerte a terra e la punta della penna che si staccava dalla carta per lasciarvi un’impronta. Alberi e parole. Un tagliaboschi e una scribacchina. L’utile contro il futile, una vanità inconsistente contro il fruscio delle banconote e dei rami tolti al biancore delle nubi.
Il sacco le sembrava più pesante, adesso. Era stanca: lo aveva trascinato a lungo in quella mattina incolore figlia di una notte spietata e dolce, come la verità delle parole che partorivano la realtà. Bisognava soltanto credere. Credere nei segni e nei significati, nei fatti e nel potere delle invenzioni, nelle suggestioni della mente dannata e nella concretezza del consistente dietro alle immagini che le si muovevano svelte in testa come lepri stanate, costrette a correre per i campi aperti.
Il sacco si mosse ancora gonfiandosi a un’estremità per poi afflosciarsi di nuovo. Sorrise. La paura era la forma del vero, la vendetta delle streghe nutrite dalle foreste, l’alchimia manifesta dei pensieri di chi ha venduto l’anima agli spiriti che agitano le foglie, il terrore dell’ineluttabilità.
In un sacco nero di plastica spessa reggeva un racconto finito male, un’ipotesi dimostrata, un teorema svelato nell’attuazione. Non c’erano alberi che si schiantavano giù nell’orrore silenzioso del bosco, adesso. Una verità di legno e metallo. Scintille bianche tra le chiome scure. Solo un fitto silenzio e il rumore dello scorrere dell’acqua, reale come i prodotti menzogneri della sua mente maledetta dalle anime del bosco, che diventavano splendenti verità di carne e sangue. Capelli, umori, pelle sudata e maleodorante, sporcizia rappresa e la puzza del panico.
Le parole fanno paura. Tante piccole sfere di chiaroveggenza, luminose e crudeli, segni deludenti adesso avversi. Non a lei, no. Per lei le parole erano amiche, sorelle di latte nutrite allo stesso seno. Piccoli filamenti di speranza.
Aveva scritto un racconto la notte prima, un racconto di odio e morte. Lo aveva scritto per suo padre, un miscredente povero di spirito, un uomo senza desideri. Con l’assurda pretesa di soffocare i suoi sotto ai tronchi violati, nel rumore di tanti corpi abbattuti uno dopo l’altro, uno sopra all’altro, senza pietà. Un livore legnoso, uno spirito senza dio né direzioni.
Soltanto lei può imprimergliene una adesso, con gli artigli neri delle streghe, nella verità lucente delle parole scritte per illuminare le ombre, farle carne e respiro, accettazione gloriosa della fine. Un giudizio universale soffiato dalle trombe che suonano le melodie dei morti e della parola che si fa carne.


© 2021 Cinzia Petri

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