Marinella Farella – Il germoglio

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Nuvole di trifogli viola ronzavano nel prato in cui Iole sedeva paziente sotto il sole, con gli occhi fissi al sentiero che giungeva dalla Cascina Oltrefosso, mentre le spighe nei campi frusciavano come lucide chiome di fata. L’improvviso spuntare di una zazzera spettinata in fondo alla strada le parve, come sempre, frutto di un incantesimo più che della lieve pendenza del terreno. O forse, pensò arrossendo, l’avevano evocata i suoi pensieri: quella mattina si era figurata così spesso il suo proprietario, mentre ramazzava il portico o aiutava la nonna a fare il bucato, che più volte le era parso di vederselo comparire di fronte. Quant’era bello, con quegli occhi simili a pozze senza fondo e l’alta figura allegramente svagata! Ma lei, e lei sola, sapeva che la sua anima, la sua mente e tutto ciò che in lui non era visibile erano ancora più belli del suo aspetto.
«Quanto puoi fermarti, oggi?», le soffiò lui sulle labbra, appena l’ebbe raggiunta.
«Pochissimo… Mio padre mi ammazza a bastonate, se scopre che sono qui con te. La gente ha la lingua maligna, soprattutto verso una ragazza che non ha più la mamma».
Il giovane sorrise, e come sempre il cuore di Iole fece una piroetta. «Tieni duro, piccola. Presto andrò da lui e gli parlerò. Quando sarai mia moglie nessuno avrà più da ridire, vedendoci insieme».
«Ma tu…» esitò Iole. «Quando…». Non poteva porgli la domanda che le premeva sulla punta della lingua. La nonna le aveva insegnato che le donne devono aspettare, senza mostrarsi troppo impazienti. E poi gli avrebbe dato l’impressione di non fidarsi delle sue promesse. «Sai che a mio padre non piacciono i tuoi progetti per il futuro», si limitò a obiettare con un filo di voce.
«Cambierà idea. Lo convincerò, vedrai. Non voglio passare la vita a zappare la terra e a lottare ogni santo giorno contro la fame, io».
La giovane distolse lo sguardo. Con una smorfia rammentò i nomignoli con cui il babbo soleva canzonarlo: scribacchino, alternato, a seconda del grado di irritazione che provava nei suoi confronti, a pelandrone. Ma Iole sapeva che lui non meritava nessuno dei due epiteti: sebbene controvoglia, svolgeva la sua parte di lavoro nei campi e si dedicava alla penna e all’inchiostro solo nei momenti liberi. E non era uno scribacchino, ma un poeta. A dire la verità lei non capiva molto dei suoi versi, ma che cosa contava il giudizio di una ragazzetta che sapeva a malapena leggere e scrivere? La sua voce le suscitava una forte impressione di meraviglia, ingentilendo il suo spirito grezzo di fanciulla dei campi, e tanto bastava. Suo padre avrebbe finito per accettarlo, e la piccola guerra familiare che si protraeva da qualche mese sarebbe terminata. Presto avrebbe potuto sposare l’uomo che amava, sarebbe diventata la compagna della sua vita e la madre dei suoi figli, e non si sarebbe separata da lui nemmeno per un istante. Se fosse diventato celebre e ricco, sarebbe stata lieta di brillare al suo fianco; se avesse fallito, sarebbe andata a fondo con lui. Ma di sicuro non sarebbe successo.

Iole non sapeva esattamente che cosa stesse accadendo, ma il babbo diceva che, da qualche tempo, nel mondo si verificavano brutte cose e che le persone avevano ricominciato a uccidersi a vicenda, come quand’era bambino.
Nonostante le candele votive che la ragazza aveva acceso nella chiesa del paese, il suo innamorato ricevette una lettera d’arruolamento. Allora ella raccolse il coraggio e spiegò al padre quanto sarebbe stato crudele continuare a metter loro i bastoni fra le ruote: nessuno sapeva quanto tempo sarebbe trascorso prima che potessero rivedersi. Non si chiese perché colui che considerava il suo fidanzato si limitasse a confermare le sue parole in modo così tiepido. A sbaragliare le ultime resistenze del genitore fu la rivelazione della piccola vita che le stava crescendo in grembo.
Il matrimonio fu celebrato in gran fretta, con gli abiti da lavoro, senza invitati né pranzo di nozze, balli o canzoni. La sposa era angosciata, lo sposo smarrito. Quant’era stato diverso da come lei se l’era immaginato!
Due giorni più tardi il marito partì, portando con sé tutto il poco che possedeva, tranne la moglie. Lei non poteva seguirlo. Non capiva neppure bene dove fosse diretto: i nomi dei paesi esteri non dicevano nulla a una creatura che non era mai uscita dal circondario. Sapeva solo che andava a combattere. Ma perché proprio ora?, si chiedeva nelle lunghe notti gelide, sola nella piccola stanza matrimoniale. Perché gli uomini devono inventarsi la guerra? Perché proprio quando i sogni si stavano realizzando e avrebbero potuto essere felici?
Pianse fino all’arrivo della prima lettera, che compitò a fatica, in cui il marito le assicurava che stava bene, si lagnava di non avere più tempo per comporre e confidava di tornare presto. Bisognava pazientare, si disse Iole un po’ rincuorata, accarezzando il pancione che lievitava a vista d’occhio. La loro vita insieme era solo rimandata: la guerra non sarebbe durata in eterno.
Cambiò parere quando la seconda lettera, attesa ardentemente, cominciò a tardare un po’ troppo. Giunse invece quella di un estraneo, poche righe scritte in fretta, di cui trattenne una sola parola: disperso. Le parve che avesse un suono ridicolo. I suoi occhi, ormai prosciugati, rimasero aridi mentre qualcuno gliene spiegava il significato. È così, dunque, si disse.

I tempi successivi trascorsero abbastanza tranquilli, nonostante nei dintorni apparissero talvolta figure strane, spesso armate. Alcune passavano e svanivano come ombre di un sogno, altre si fermavano presso la fattoria, dormivano nel fienile, facevano incetta delle poche provviste rimaste. Quando le rivolgevano la parola, Iole non capiva quasi mai che cosa dicessero. Magari si esprimevano in qualche dialetto sconosciuto, forse addirittura in un’altra lingua. Qualcuno la guardava in un modo che la spaventava, e allora correva a rinchiudersi nella stanza del figlio, che dalla culla la scrutava serio, con i grandi occhi neri del padre. Talvolta qualcuno cercava di seguirla nella cameretta. Quanto rimpiangeva l’assenza del babbo, in quei momenti! Ma l’esercito aveva reclamato anche lui, perché era ancora forte e abbastanza giovane. Non c’era nessuno, a proteggerla.
La sera, accasciata ai piedi del letto, pregava che il marito non fosse stato ucciso – anche se non osava dirlo a voce alta – ma solo imprigionato o nascosto da qualche parte. Non avrebbe saputo dire se quel tenace germoglio di speranza fosse la sua salvezza o il suo peggior nemico.
Poi la nonna decise che non potevano più vivere da sole. Si trasferirono da una cugina, in paese. La vita era difficile anche là, ma perlomeno erano circondate da altre persone e si sentivano più tutelate. Per tutti Iole era la piccola vedova, anche se lei ribatteva in malo modo che non c’era alcuna prova sulla sorte del marito. Con un groppo in gola cullava il bambino che gli somigliava tanto, sentendosi troppo disgraziata perfino per amarlo come avrebbe dovuto: il piccolo aveva il sangue, la carne, gli occhi del suo uomo… ma non il suo modo di guardarla. Non era lui. Poi si vergognava di quei pensieri, e lo abbracciava fino a farlo strillare.
Qualche tempo dopo ricevette la notizia della morte del padre a causa di una febbre, e poi anche la nonna la lasciò. Allora un gran peso le calò sull’animo: si era concentrata solo sulla propria afflizione, ma la povera vecchia doveva aver sofferto almeno quanto lei. Non ci aveva pensato. E ormai non poteva più farci nulla.
Cuciva e rammendava fino a cavarsi gli occhi, ma nei momenti di sconforto si chiedeva come avrebbe potuto continuare a mantenere decorosamente il figlio, senza un marito accanto.

Si susseguirono giorni ancora più duri, mesi di paura, fame, finestre oscurate e coprifuoco. Un paio di volte il bimbo si ammalò e rischiò di non sopravvivere a causa dell’impossibilità di procurarsi le medicine adatte. Ma il tempo scorreva inesorabile, e un giorno qualcuno disse che il vento era cambiato e la guerra era finita. Per un breve istante Iole partecipò all’esultanza generale, poi si guardò intorno: non aveva più una famiglia, né una casa, né alcun bene sotto il sole, a parte un bambino malaticcio e un germoglio secco dentro il cuore.
Per diverso tempo attese il ritorno del marito, ostinata: se per caso aveva disertato, ora era libero di ricomparire. Reagì come una belva quando qualcuno le fece presente che l’erba doveva essere ormai spuntata sul suo cadavere, in qualche lontano prato straniero. Lo aspettò ancora a lungo, mentre pian piano la vita rifioriva tutt’intorno a lei. Poi si arrese: se non era morto, forse si era rifatto un’esistenza chissà dove, magari con un’altra donna… Per lei, in ogni caso, era perduto.
L’età la favoriva ancora e, anche se le miserie patite avevano razziato la sua freschezza, acconciata come si deve ostentava un aspetto accettabile. Non poteva rimaritarsi finché il suo primo sposo non fosse stato dichiarato ufficialmente deceduto, né desiderava farlo. Pure, benché con la morte nel cuore e con l’acuta sensazione di commettere adulterio, accettò di convivere con un reduce tormentato dai ricordi di guerra, che aveva perso una gamba nel corso di un bombardamento. Beveva, la maltrattava e la chiamava donnaccia, ma il bambino poté crescere, conquistare un accettabile stato di salute e frequentare la scuola. Quando fu abbastanza grande da badare a se stesso, Iole, dopo l’ennesima sfuriata del suo manesco compagno, se ne andò. Trovò alloggio in un caseggiato popolare, in un paio di vecchie stanze che puzzavano di freddo e di stantio come il suo cuore, e lì iniziò la quieta, paziente attesa della liberazione finale, quella vera. Talvolta, nelle fantasticherie notturne, udiva il ronzio delle api nel trifoglio, rivedeva l’oro delle campagne natie e avvertiva il calore di una giovane mano che stringeva la sua, declamando poesie misteriose. Nel sonno, da qualche parte nei recessi del suo essere, il germoglio verdeggiava ancora.

Mario guardò la piccola bara, poco più di un’urna, che veniva fatta scivolare solennemente nel loculo accanto alla tomba della madre. Ci erano voluti decenni, ma infine i resti di suo padre erano stati ritrovati e restituiti alla famiglia. Aveva ascoltato freddamente il discorso del sindaco, la musica della banda comunale, le lacrime dei membri dell’associazione dei reduci del paese. Sentiva su di sé un certo biasimo, ma non poteva farci nulla: quell’uomo era per lui un perfetto estraneo, non l’aveva mai visto in faccia e non riusciva a sfoggiare una commozione che non provava. E poi, si disse, chissà se erano veramente i rimasugli delle sue spoglie, quelli che gli avevano rimandato. Sperò solo che la cerimonia si concludesse in fretta, perché a casa la moglie e le bambine lo aspettavano per la festa di compleanno della secondogenita. Gli occhi scurissimi si illuminarono al pensiero del suo piccolo germoglio con le treccine e le guance rosse, che compiva cinque anni proprio quel giorno.
Prima di allontanarsi, dopo avere stretto frettolosamente ancora qualche mano, rivolse un rapido cenno di saluto alla fotografia sulla lapide della mamma. Mentre lasciava il cimitero pensò che, se la guerra di suo padre era stata tumultuosa e breve, quella di sua madre era durata tutta la vita. «Lui è stato molto sfortunato, ma tutte quelle commemorazioni le meritavi anche tu», le sussurrò da lontano.
Non avrebbe dovuto scoppiare mai più alcuna guerra, pensò disgustato, sbattendo la portiera e mettendo in moto. L’automobile scomparve in fondo al lungo viale di cipressi, sollevando nuvolette di ghiaia. Un trifoglio rosa, spuntato al lato della strada, fu imbrattato dalla polvere.

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