Antonia Buizza – Angela

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«Angela, non correre: lo sai che poi ti fa male la gola».
«Va bene, mamma, arrivo».
Madre e figlia rientrarono in casa. La stufa diffondeva un calore soffocante.
La piccola si tolse le scarpe e infilò le pesanti ciabatte di panno.
«Non ti togliere il golfino, però… Non c’è tanto caldo qua dentro».
«Va bene, mamma». Un leggero colpo di tosse scosse le gracili spalle della bambina.
«E questa tosse? Che cos’è? Te l’avevo detto io che avresti preso freddo. Vieni qui, Angelina mia, che ti preparo un po’ di latte caldo».
«Va bene, mamma, eccomi». E la piccina si rincantucciò nella poltrona a fiori, mentre la sua mamma si prendeva cura di lei.

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Angela aveva sessantotto anni e, oramai, era vecchia. Lo ripeteva dal giorno del suo sessantesimo compleanno quando, deposta con sollievo la tinta per capelli, aveva abbandonato la chioma alla crescente invadenza del grigio.
Il povero Carlo, disorientato come al solito da ogni cambiamento, aveva tentato di farla tornare sui propri passi, abbozzando qualche goffo complimento, del genere puoi ancora aspettare qualche anno a sembrare una nonna. Ma aveva ottenuto l’unico effetto di logorare ulteriormente i suoi poveri nervi: che ne sapeva lui di che cosa significa, per una donna, diventare vecchia? Gli uomini, si sa, mica invecchiano: perdono i capelli e mettono su la pancetta, proprio come il suo Carlo, che si era fatto un po’ più tondo e un po’ più pelato, ma che a lei andava bene così, perché era una che, nella vita, si era sempre accontentata. Che ne sapevano gli uomini della menopausa, delle vampate di calore, dell’osteoporosi, dell’ipertensione?
Angela non aveva mai sofferto di caldane, e la sua pressione, monitorata tutte le settimane in farmacia, non si smuoveva dai centoventi – settanta. Chi poteva dire, però, che cosa sarebbe accaduto in futuro? Ma il povero Carlo, da quattro anni, non era più lì con lei a condividere la ripida china del decadimento, strappato all’affranta consorte da un suv che aveva falciato lui e la sua bicicletta sulla provinciale del lago.
Quante volte glielo aveva ripetuto, che oramai non aveva più l’età per fare il giovanotto in bicicletta? Così pensava stizzita davanti alla bara sigillata, dove il consorte era stato pietosamente ricomposto.
Lui, almeno, aveva smesso di soffrire, e adesso riposava in pace nella sua bella tomba di marmo di Botticino. Toccava ad Angela andare tutti i sabati a deporvi un mazzo di fiori freschi. Anche quella incombenza e quella spesa, infatti, si erano aggiunte all’interminabile rosario dei suoi doveri. L’immagine di un bel mazzo di fiori finti le era passata nella mente, ma l’aveva subito allontanata: che cosa avrebbe detto la gente? In estate strappava qualche tagete dalle aiuole del giardino, ma d’inverno si era rassegnata a passare dal vivaio, dove il caro estinto le costava fra i sette e gli otto euro la settimana; che, alla fine del mese, volevano dire una discreta sommetta. Le piangeva il cuore a sperperare i risparmi suoi e del suo povero Carlo, che in vita non era mai stato un’aquila, ma almeno era un gran lavoratore.
Per fortuna lei era una che si sapeva accontentare, mica come sua cognata Irma, che ogni domenica era fuori a pranzo e consumava tutti i pomeriggi del sabato al centro commerciale. Lei le conosceva bene quelle così, che oggi fanno le cicale, per venire domani a chiedere un aiutino con le lacrime agli occhi.
Ne aveva aiutate tante di cicale, Angela: la vicina con la malattia del lotto, la sposina della villetta di fronte con la passione per gli abitini firmati, la lontana cugina che doveva metter su casa al figlio. Tutte che suonavano al suo campanello con le guance rosse e il fazzoletto nella borsetta. E lei segnava sul suo quadernetto mille a questa, cinquecento a quella, settecentocinquanta a quell’altra; perché alle banche le poverette mica potevano chiedere niente, e così si mettevano d’accordo con lei, che non era mai stata una cicala, che pensava al futuro e si sapeva accontentare.
Insieme al suo povero Carlo aveva fatto studiare Luisa, l’aveva fatta diplomare e le aveva comperato una bella villetta a schiera, proprio dietro casa loro. Si sa che i figli sono sacrifici, e lei ne aveva fatti tanti per la sua unica figlia. E quella oggi la ripagava facendosi vedere giusto il minimo sindacale. Ma Angela non glielo aveva mai fatto pesare, perché non era una di quelle che si lamentano.
Luisa passava tutte le sere a farle una visitina, ma sembrava dovesse timbrare il cartellino, tanto si diceva indaffarata e di fretta. Forse, pensava Angela, non avrebbero dovuto insistere tanto per farle prendere il diploma da infermiera, visto che aveva il tempo di assistere tutti, tranne la sua povera vecchia.
«Mamma, come va oggi? Che hai fatto di bello?». Ecco le solite domande di Luisa. Mai una volta che le chiedesse qualcos’altro, mai che si sforzasse un po’ di fare conversazione.
«Come vuoi che vada? Sono qua». Se la figlia si aspettava che la consolasse con un tutto bene, stava fresca. Era troppo comodo farsi vedere per una manciata di secondi, sgravarsi la coscienza e andarsene poi bella tranquilla a casa sua (ma avevano fatto bene, poi, a intestarle la villetta?).
«Perché dici così, mamma? Non stai bene?».
«La mia malattia sai qual è: la vecchiaia».
«Ma se non hai ancora settant’anni! Al giorno d’oggi potresti fare tantissime cose, se solo lo volessi».
Ecco che ricominciava con la litania delle mille possibilità! Ma quella sera Angela si sentiva in forma, e non aveva intenzione di lasciarle prendere la solita aria da maestrina.
«Oramai, Luisa, cosa vuoi che faccia alla mia età? Se almeno ci fosse ancora il tuo povero papà, non mi sentirei tanto sola». Non che il povero Carlo fosse mai stato di compagnia, ma era pur sempre meglio di niente.
«Potresti andare qualche volta al centro anziani a fare due chiacchiere, o una partitella a briscola».
«Dove vuoi che vada in queste condizioni?».
«Ma quali condizioni, mamma? Le tue analisi sono perfette, non prendi medicinali, sei sana come un pesce!».
«Ah, se tu sapessi…».
«Dimmi cosa devo sapere. Cosa c’è che non va?».
«Niente, niente». E qui Angela fece cadere un bel sospiro.
«Mamma, scusa, ma adesso devo proprio andare»
«Certo, tu devi andare, tu hai i tuoi impegni. Vai pure, va’! E non ti preoccupare: è giusto che i giovani vivano e i vecchi pensino alla morte».
«Basta parlare così! Sai di cosa avresti bisogno? Di una bella vacanza!».
«Ma se tutti i nostri risparmi sono finiti nella tua casa! Dove vuoi che vada con la mia pensione? Giusto al camposanto posso andare!».
«È meglio che parta. Parleremo ancora di questo argomento. Ciao, mamma», e accostò il viso a quello della madre per un rapido bacio sulla guancia.
«A domani, Luisa. Adesso chiuderò tutto e andrò a letto».
«E la cena?».
La donna lasciò cadere un altro sospiro: «Non me la sento».
La figlia uscì dal cancellino. La madre ne osservò per qualche secondo le spalle curve e il capo chino, richiuse la porta e accese la tv sul suo quiz a premi preferito; quindi aprì il frigorifero, da cui estrasse una casseruola di pasta e fagioli che aveva cucinato nel pomeriggio. Forse era un piatto un po’ pesante per la cena ma, ringraziando il cielo, Angela riusciva a digerire anche i sassi.
Fu la sera successiva che la sua routine fu squassata da un imprevisto: erano già le sei e mezza e Luisa non era ancora passata a farle visita. Era in pena: detestava rinunciare al quiz serale e aveva già ordinato una quattrostagioni da asporto per le diciannove. La presenza di sua figlia le avrebbe rovinato il rito settimanale di pizza e tv sul divano di casa. Stava risolvendosi a dispensarla dalla quotidiana visita serale, quando il campanello trillò.
«Luisa, finalmente. Ero così preoccupata: con tutto quello che accade al giorno d’oggi, già ti vedevo stuprata in un fosso».
La figlia le rivolse un sorriso stanco. «Scusami, mamma. Ma dovevo fare una visita e non ho calcolato bene i tempi».
«Certo: disponibile per tutti tranne che per la sua povera vecchia, che l’aspettava qui in pena. E che dovevi fare questa volta: punture? Medicazioni? E pensare che, con una figlia infermiera, devo andare in farmacia a farmi provare la pressione e il colesterolo».
«Hai capito male. Io sono andata a farmi visitare».
«Davvero? E che hai? Stai male? Te l’ho detto che lavori troppo: non ti vedo mai!».
«Niente di grave, spero. Un piccolo nodulo» e si appoggiò una mano sul seno destro.
« Sicuro che non sarà niente: ci mancherebbe altro. Alla tua età cosa vuoi avere? Siamo noi vecchi che ci dobbiamo preoccupare. Anzi, adesso che mi ci fai pensare, è più di un anno che non faccio la mammografia. Ricordami di chiamare l’ospedale domani. E adesso vai a casa, che ti vedo sciupata» e Angela si avviò verso la porta con la figlia, ricevette il solito bacio e, dopo pochi minuti, una pizza fumante.
Il nodulo di Luisa, a dispetto delle previsioni della madre, si rivelò una faccenda piuttosto seria.
«Sai, Irma, la mia povera Luisa è l’ombra di se stessa. Anche questa disgrazia mi doveva capitare! Sono notti che non dormo». Sfogava sulla cognata tutte le sue pene. «Fra due settimane, se Dio vorrà, ci aspetta l’intervento. E spero poi di tirare il fiato».
«E chi si occuperà della Luisa dopo l’operazione? Non potrà di certo stare a casa da sola…» insinuò la cognata. «Peccato che si sia separata da suo marito. Non che gli uomini servano a qualcosa, in questi frangenti».
Alla convalescenza della figlia Angela non aveva pensato. Quella sera, durante la solita visita serale, introdusse cautamente l’argomento.
«Sei preoccupata, Luisa?».
«Solo un po’. Non sarà una passeggiata, ma conosco il chirurgo; e poi sono ottimista. Voglio pensare che andrà tutto per il verso giusto».
«Ma quanto ti terranno in ospedale?».
«Oramai, con i tagli alla sanità, non più di due o tre giorni».
«E poi? Starai già bene?».
«Non proprio, mamma. Sarò un po’ debole, avrò i drenaggi…».
«E come pensi di fare?»
«Veramente, pensavo di trasferirmi da te per un po’».
Angela non fiatò. Mentalmente maledisse quel cretino di suo genero che si era invaghito della parrucchiera del centro commerciale ed era stato così fesso da farsi beccare con le mani nella marmellata. Maledisse l’integrità di sua figlia che mai avrebbe perdonato un tradimento. E maledisse se stessa, che aveva tacitamente gongolato quando Luisa le aveva annunciato in lacrime la separazione dal marito fedifrago.
Fu così che, all’indomani dell’intervento, bendata e ancora intontita dall’anestesia, Luisa fece ritorno nella cameretta di quando era bambina. Angela si era rassegnata a sgomberare la stanza dall’asse da stiro e dall’aspirapolvere, e la figlia, nei giorni precedenti, si era organizzata trasferendovi qualche libro, una tv, alcuni vestiti.
«Come ti senti oggi?» le chiedeva ogni mattina Angela, con un luccichio speranzoso negli occhi.
«Non troppo bene, mamma. Non ho chiuso occhio per tutta la notte. Ti dispiace portarmi la colazione? Non ce la faccio ad alzarmi dal letto».
Angela ingoiava una rispostaccia e si dirigeva in cucina.
«Non troppo zuccherato il tè. E ti dispiacerebbe aggiungerci un goccio di latte? Ma solo una lacrima, mi raccomando. Di soia, possibilmente» le urlava la figlia dal piano di sopra.
Angela arrancava sulle scale con la tazza di tè in una mano e un sacchetto di biscotti nell’altra.
«Grazie, mamma. Questi biscotti, però, non sono molto sani. Guarda gli ingredienti: olio di palma e grassi idrogenati. Adesso, capirai, devo stare attenta alla mia salute. Non è che puoi fare un salto al supermercato a prendermi qualcos’altro? Del tipo biscotti al farro, brioche ai multicereali, cose così, insomma».
Angela evitava di alzare gli occhi al cielo e portava pazienza. «Mi metto un vestito decente e vado a comprarteli. A proposito, non ti ho ancora chiesto quanti giorni di mutua hai preso».
Luisa si stiracchiò sotto le coperte sbadigliando. «Stai tranquilla, mamma. Per problemi come il mio non si parla di giorni, ma di mesi. Non preoccuparti: avrai compagnia ancora per tanto tempo».
Con un ghigno di circostanza, Angela lasciò la camera e, a spalle curve e a capo chino, discese le scale.
Luisa chiuse gli occhi, abbandonandosi al profumo delle lenzuola fresche, agli odori e ai suoni che le erano così famigliari. Scivolò nel sonno sorridendo, fiduciosa che la sua mamma si sarebbe presa cura di lei.

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