T.S. Eliot – Eeldrop e Appleplex

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I

Eeldrop e Appleplex affittarono due piccole camere in una zona malfamata della città. A volte andavano lì per incontrarsi al calar della sera, lì a volte dormivano e, dopo aver dormito, cucinavano avena e se ne andavano alla mattina per destinazioni sconosciute l’uno per l’altro. Qualche volta dormivano, più spesso conversavano, o guardavano fuori dalla finestra.
Avevano scelto le stanze e il vicinato con grande cura. Vi sono cattivi circondari rumorosi e cattivi circondari silenziosi, ed Eeldrop e Appleplex preferirono questi ultimi, in quanto erano peggiori. Era una strada ombrosa, le finestre erano coperte da pesanti tendaggi; e sopra di essa aleggiava la nube di una rispettabilità che ha qualcosa da nascondere. Eppure aveva un vantaggio rispetto ai più rissosi quartieri nelle vicinanze: Eeldrop e Appleplex sorvegliavano dalle loro finestre l’entrata di una stazione di polizia dall’altra parte della strada. Questa, da sola, possedeva un’irresistibile attrattiva ai loro occhi. Di tanto in tanto il silenzio della strada veniva spezzato; ogni qualvolta un malfattore veniva catturato, un’ondata di eccitazione montava attraverso la via e si infrangeva sulle porte della stazione di polizia. Allora gli abitanti si soffermavano in vestaglia, sugli usci; allora visitatori sconosciuti sostavano nella strada, in berretto; molto dopo che l’origine del fastidio era stato rinchiusa nella sua cella. Allora Eeldrop e Appleplex lasciavano i loro discorsi e correvano fuori per mescolarsi alla folla. Ognuno seguiva la propria linea di inchiesta. Appleplex, che aveva avuto il dono di uno straordinario ascendente su entrambi i sessi delle classi più basse, faceva domande agli astanti, e di solito ne ricavava storie piene ed incoerenti; Eeldrop manteneva un atteggiamento più passivo, ascoltava le conversazioni delle persone tra di loro, registrava nella sua mente i loro giuramenti, la loro ridondanza di frasi, i loro modi di sputare, e le grida della vittima dall’aula di giustizia all’interno. Quando la folla si disperdeva, Eerdrop e Appleplex ritornavano alle loro stanze: Appleplex registrava i risultati delle sue indagini in grandi bloc-notes, catalogava secondo la natura dei casi, dalla A (adulterio) alla Y/Z (zooerastia).
Eeldrop fumava in modo riflessivo. Si potrebbe aggiungere che Eeldrop era uno scettico, con un gusto per il misticismo, ed Appleplex un materialista con un’inclinazione verso lo scetticismo; che Eeldrop era dotto in teologia, e che Appleplex studiava le scienze fisiche e biologiche.
Vi era una ragione comune che portava Eeldrop e Appleplex a separarsi così, di tanto in tanto, dai campi delle loro occupazioni quotidiane e delle loro solite attività sociali. Entrambi stavano tentando di sfuggire non i luoghi comuni, rispettabili o persino domestici, ma le aree troppo bene incasellate, troppo scontate, troppo sistematizzate e – nel linguaggio di quelli che loro cercavano di evitare – desideravano “comprendere l’animo umano nella sua concreta individualità”.
«Perché», disse Eeldrop, «quel grasso spagnolo che sedeva a tavola con noi questa sera, e ascoltava la nostra conversazione con occasionale curiosità, perché è stato lui stesso per un momento oggetto di interesse per noi? Portava il tovagliolo ficcato sotto il mento, faceva rumori spiacevoli mentre mangiava, e anche mentre non mangiava, la sua maniera di sbriciolare il pane tra le dita grasse mi rendeva estremamente nervoso: indossava un panciotto caffelatte, e stivali neri con punta marrone. Era rozzo e volgare in modo opprimente; apparteneva a un tipo: poteva facilmente essere classificato in qualsiasi cittadina della Spagna di provincia. Eppure nelle circostanze – quando stavamo discutendo del matrimonio, e lui all’improvviso si era sporto verso di noi e aveva esclamato: “Anch’io ero sposato, una volta” – fummo in grado di distinguerlo dalla sua classificazione e considerarlo per un attimo come un essere unico, un’anima, per quanto insignificante, con una sua propria storia, una volta per tutte. Sono questi i momenti che noi teniamo in grande considerazione, e che da soli sono rivelatori. Poiché nessuna vitale verità è impossibile da applicare ad un altro caso: l’essenziale è unico. Forse questo è il motivo per cui è così trascurato: perché è inutile. Ciò che noi abbiamo imparato dell’ispanico non può essere applicato a nessun altro ispanico, o neanche richiamarlo con le parole. Con il declino della teologia ortodossa e la sua ammirevole teoria dell’anima, l’unica importanza degli accadimenti è sparita. Un uomo è importante solo se è classificato. Perciò non vi è tragedia, o nessuna cultura della tragedia, che è la stessa cosa. Avevamo parlato del giovane Bistwick, che tre mesi fa ha sposato la domestica di sua madre e che ora è consapevole del fatto. Chi apprezza la realtà? Nemmeno i parenti, perché sono mossi solo dall’affetto, dalla considerazione degli interessi di Bistiwick, e principalmente dal loro senso collettivo della disgrazia famigliare. Non il generoso e premuroso estraneo, che la considera semplicemente come prova della necessità di una riforma della legge sul divorzio.
«Bistwick è classificato tra le persone sposate infelicemente. Ma ciò che Bistwick sente quando si risveglia alla mattina, che è il fatto veramente importante, nessun estraneo distaccato lo immagina. Il tremenda peso della rovina di una vita è trascurato. Agli uomini è concesso di essere felici o infelici in classi. In Gopsum Street un uomo assassina la sua amante. Il fatto importante è che per l’uomo l’atto è eterno: benché per il breve spazio che ha da vivere, lui è già morto. Lui è già in un mondo diverso dal nostro. Ha attraversato la frontiera. Il fatto importante è che è stato fatto qualcosa che non può essere disfatto – una possibilità che nessuno di noi realizza fino a che noi stessi la affrontiamo. Per il vicino dell’uomo il fatto importante è: con cosa l’uomo l’ha uccisa? E precisamente a quale ora? E chi ha trovato il corpo? Per il “pubblico illuminato” il caso è semplicemente una prova della questione “Bere”, o “Mancanza di lavoro”, o qualche altra categoria o cosa da riformare. Ma il mondo medievale, insistendo sull’eternità della punizione, ha espresso qualcosa di più vicino alla realtà».
«Ciò che dici», replicò Appleplex, «suscita la mia misurata adesione. Dovrei pensare, nel caso dello spagnolo e in molti altri casi interessanti che sono venuti alla nostra attenzione alla porta della stazione di polizia, che ciò che noi catturiamo in quel momento di pura osservazione di cui ci facciamo vanto non è alieno al principio della classificazione, ma più profondo. Potremmo, se ci piacesse, fare eccellenti commenti sulla natura degli spagnoli di provincia, o sull’indigenza (come viene chiamata dai filantropisti la miseria), o sulle case per ragazze lavoratrici. Ma non è questa la nostra intenzione. Puntiamo all’esperienza nei centri specifici in cui è solo il male. Evitiamo le classificazioni. Non le neghiamo. Ma, quando un uomo viene classificato, qualcosa si perde. La maggioranza della gente vive di valuta di carta: usano dei termini che sono buoni semplicemente per tale realtà, non vedono mai il conio reale».
«Andrei anche oltre questo», disse Eeldrop. «Le persone che compongono la maggioranza non solo non hanno un linguaggio che possa esprimere altro che l’uomo generico; sono per la maggior parte inconsapevoli di loro stesse per altro che non sia l’uomo generico. Sono prima di tutto funzionari governativi, o pilastri della chiesa, o sindacalisti, o poeti, o disoccupati; questo catalogare non è soddisfacente soltanto per le altre persone, per motivi pratici: è sufficiente per loro stessi, per la loro “vita dello spirito”. Molti non sono del tutto reali in nessun momento. Quando Wolstrip si è sposato, sono sicuro che abbia detto a se stesso: “Ora sto compiendo l’unione di due delle migliori famiglie di Filadelfia”».
«La domanda è», disse Appleplex, «quale deve essere la nostra filosofia. Questo deve essere stabilito tutto in una volta. La signora Howexden mi raccomanda di leggere Bergson. Lui scrive in modo molto coinvolgente sulla struttura dell’occhio della rana».
«Affatto», lo interruppe il suo amico. «La nostra filosofia è piuttosto irrilevante. L’essenziale è che la nostra filosofia deve sorgere dal nostro punto di vista, e non tornare su se stessa per spiegare il nostro punto di vista. Una filosofia riguardo all’intuito è in qualche modo probabilmente meno intuitiva di ogni altra. Dobbiamo evitare di avere una piattaforma».
«Ma come minimo», disse Appleplex, «noi siamo…»
«Individualisti. No! Nemmeno anti-intellettualisti. Anche queste sono delle etichette. L’”individualista” è un membro di una folla così pienamente come qualsiasi altro uomo: e la folla di individualisti è la più spiacevole, perché ha pochissimo carattere. Nietzsche era un uomo della folla, proprio come Bergson è un intellettualista. Non possiamo sfuggire all’etichetta, ma facciamo che sia una che non porti distinzioni, e non susciti imbarazzo. È sufficiente che troviamo etichette semplici, e non le sfruttiamo ulteriormente. Io sono, vi confesso, nella vita privata, un impiegato di banca…»
«E dovreste, secondo la vostra stessa visione, avere una moglie, tre bambini, e un orto in periferia», disse Appleplex.
«Questo è esattamente il caso», replicò Eeldrop, «ma non avevo ritenuto necessario menzionare questo dettaglio biografico. Dato che è sabato sera, dovrò tornare alla mia periferia. Domani lo trascorrerò in quell’orto…»
«Andrò a far visita alla Signora Howexden», borbottò Appleplex.

II

Di domenica la sera dei sobborghi era grigia e gialla; i giardini delle casette, a sinistra e a destra, erano ricoperti di edera, di erba alta e cespugli di lillà; la vegetazione tropicale di Londra Sud era polverosa di sopra e stantia di sotto; l’aria tiepida brulicava di mosche. Eeldrop, alla finestra, accoglieva l’aroma affumicato dei lillà, i grammofoni, il coro della Cappella Battista e la vista di tre fanciulline che giocavano a carte sui gradini della Stazione di Polizia.
«In una notte così», disse Eeldrop,«“penso spesso a Scheherazade, e mi chiedo che cosa ne sia stato di lei».
Appleplex si alzò senza parlare e si voltò verso i raccoglitori che contenevano i documenti per la sua “Indagine della Società Contemporanea.” Estrasse la pratica contrassegnata Londra tra le pratiche Barcellona e Boston, dove era stata malriposta, e voltò le carte rapidamente. «La signora a cui accenni», replicò alla fine, «che io ho elencato non sotto la S. ma come Edith, alias Scheherazade, ha lasciato solo alcune prove in mio possesso. Ecco un vecchio conto di lavanderia che ha lasciato per te da pagare, un assegno emesso da lei e segnato R/D?, una lettera da sua madre a Honolulu (su carta a righe), una poesia scritta sul conto di un ristorante – “Ad Attide” – ed una sua lettera, sulla miglior carta da lettere di Lady Equistep, contenente alcune dannose ma divertenti informazioni su Lady Equistep. Poi vi sono poche mie osservazioni su due fogli protocollo».
«Edith» mormorò Eeldrop, che non si era occupato di quel catalogo. «Mi chiedo che cosa ne sia stato di lei. “Non piacere, ma pienezza di vita… per bruciare sempre con una fiamma adamantina”, quelle erano le sue parole. Quale curiosità e passione per l’esperienza! Forse quella fiamma ora ha estinto se stessa».
«Dovresti informarti meglio», disse Appleplex con severità. «Edith cena qualche volta con la signora Howexden, la quale mi dice che la sua passione per l’esperienza l’ha portata da un pianista russo a Bayswater. Si dice anche che sia spesso presente alla Sala da tè Anarchica, e di solito la si può trovare di sera al Caffè de l’Orangerie».
«Beh», replicò Eeldrop, «confesso che preferisco interrogarmi su ciò che le è successo. Non mi piace pensare al suo futuro. Sherazade invecchiata! La vedo divenuta pienotta, col petto florido, i capelli biondi, vivere in un piccolo appartamento con una domestica, passeggiare nel parco con un pechinese, andare in auto con un agente di borsa. Con un robusto appetito per il cibo e le bevande, quando tutti gli altri appetiti se ne sono andati tranne l’insaziabile crescente appetito della vanità; rotolando su due gambe larghe, rotolando su automobili, rotolando verso una fine diabetica in un acquatica località sulla costa».
«Proprio ora hai visto quella fiamma lucente estinguersi», disse Appleplex. «Ora la vedrai sgocciolare spessa, il che prova che la tua visione è basata sull’immaginazione, non sul sentimento. E la passione per l’esperienza – sei rimasto così inespugnabilmente Preraffaellita da credere in questo? Quale persona reale, con una genuina risorsa di istinto, ha mai creduto nella passione per l’esperienza? La passione per l’esperienza è un’opinione dei sinceri, un credo solo per gli istrioni. La persona appassionata è appassionata di questo o di quello, forse della cosa meno significativa, ma non di esperienza. Ma Marius, des Esseintes, Edith…»
«Però considera», disse Eeldrop, attento solo ai fatti della storia di Edith e forse mancando il punto delle osservazioni di Appleplex, «la sua insolita carriera. Figlia di un accordatore di pianoforte a Honolulu, si è assicurata una borsa di studio all’Università della California, dove si è laureata con lode in Etica Sociale. Ha poi sposato un famoso professionista del biliardo a San Francisco, dopo una conoscenza di dodici ore, ha vissuto con lui per due giorni, è entrata nel coro di una commedia musicale e ha divorziato in Nevada. È spuntata fuori diversi anni dopo a Parigi ed era conosciuta da tutti gli americani e gli inglesi al Café du Dome come Signora Short. Riapparsa a Londra come Signora Griffits, ha pubblicato un piccolo volume di versi ed era accettata in diversi circoli da noi conosciuti. E ora, come ancora insisto, è sparita del tutto dalla società».
«Il ricordo di Scheherazade», disse Appleplex, «è per me quello della crema Bird con prugne in una pensione di Bloomsbury. Non è mia intenzione rappresentare Edith come semplicemente poco raccomandabile. Non è neppure una figura tragica. Voglio sapere perché manca. Non posso analizzarla del tutto “in una combinazione di elementi conosciuti”, ma mi manca toccare qualcosa di sicuramente inanalizzabile.
«Nonostante il suo passato romantico, Edith sta inseguendo con risolutezza qualche suo nascosto proposito? Le sue migrazioni ed eccentricità sono il segno di qualche inimmaginabile costanza? Trovo in lei una quantità di accorte osservazioni, un’eccellente riserva di critiche, ma non posso collegarle in alcuna peculiare visione. Il suo sarcasmo a spese dei suoi amici è delizioso, ma ho il dubbio che si tratti più di un tentativo di plasmarsi dall’esterno, dall’impatto delle ostilità, per enfatizzare il suo isolamento. Tutti dicono di lei: “Com’è perfettamente impenetrabile!”; sospetto che dentro di lei vi sia solo la confusione di una polverosa soffitta».
«Io esamino la gente», disse Eeldrop, «dal modo in cui la immagino quando si sveglia al mattino. Non disegno a memoria quando immagino Edith svegliarsi in una stanza disseminata di vestiti, carte, cosmetici, lettere e alcuni libri, l’odore di Violette di Parma e di tabacco stantio. La luce del sole che penetra dalle tapparelle rotte, e le tapparelle rotte che tengono fuori il sole fino a quando Edith può costringersi a essere presente un altro giorno. Eppure la visione non mi dà molto dolore. Penso a lei come a un’artista senza la minima forza artistica».
«Il temperamento artistico…» iniziò Appleplex.
«No, non quello». Eeldrop afferrò l’occasione. «Intendo che ciò che tiene l’artista insieme è il lavoro che fa; separatelo dal suo lavoro ed egli si disintegrerà o solidificherà. Non vi è alcun interesse nell’artista se non la propria opera. E vi sono, come hai detto, quelle persone che forniscono materiale all’artista. Ora la poesia di Edith “Ad Atthis” dimostra senza alcuna ombra di dubbio che lei non è un’artista. D’altra parte ho spesso pensato a lei, come questa sera, se presenta possibilità per scopi poetici. Ma le persone che possono essere materiale per l’arte devono avere in sé qualcosa di inconscio, qualcosa che non comprendono o capiscono completamente; Edith, nonostante ciò che chiamano la sua maschera impenetrabile, si presenta troppo bene. Non posso usarla; lei usa se stessa troppo pienamente. In parte per la stessa ragione, penso, smette di essere un’artista: non vive per niente d’istinto. L’artista è in una sua parte un vagabondo, alla mercé delle proprie impressioni, e un’altra sua parte permette che questo accada a beneficio del fare uso dell’infelice creatura. Ma in Edith la divisione è semplicemente la razionale, fredda e distante parte dell’artista, essa stessa divisa. Il suo materiale, la sua esperienza sono quelli, è già un prodotto mentale, già digerito dalla ragione. Perciò Edith (io soltanto in questo momento arrivo a comprenderlo) è realmente la persona più disciplinata che esiste, e la più razionale. Niente le accade mai; ogni cosa che le succede è opera sua».
«Motivo anche per cui», continuò Appleplex, riprendendo il filo, «Edith è la meno distaccata di tutte le persone, dato che essere distaccati significa essere distanti da se stessi, stare da parte e criticare freddamente le proprie passioni e vicissitudini. Ma in Edith la critica sta addestrando il combattente».
«Edith non è infelice».
«È insoddisfatta, forse».
«Ma di nuovo, io dico, lei non è tragica: è troppo razionale. E nella sua carriera non vi è alcuna progressione, declino o degenerazione. La sua condizione è una volta e per sempre. Non c’è e non ci sarà catastrofe.
«Ma sono stanco. Mi chiedo ancora che cosa Edith e la Signora Howexden abbiano in comune. Questo invita alla considerazione (potreste non percepire la connessione) dei gruppi e delle società, un argomento cui ci possiamo dedicare domani sera».
Appleplex sembrò un po’ mortificato. «Cenerò col Signor Howexden», disse. «Ma rifletterò sull’argomento prima che ci rivedremo di nuovo».

Traduzione di Anna Ettore

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