Antonia Buizza – Un uomo semplice

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Erano le cinque del pomeriggio quando Giuseppe Zaninelli, detto Pino, fece il suo ingresso nel salotto della vecchia casa padronale che condivideva con l’Ernesta, la madre settantacinquenne.
Come sempre a quell’ora, l’anziana maestra era immersa nella lettura del quotidiano locale.
«Ma guarda un po’: anche la Teresina se ne è andata! Te la ricordi la Teresina? Quella che ha abitato nella nostra contrada fino a che non si è sposata… È morta ieri» gli annunciò la donna con malcelata soddisfazione, sollevando lo sguardo dai necrologi del Giornale di Brescia.
Troppo esausto per reggere la litania di ricordi, Pino cercò rifugio in cucina, mentre la madre continuava imperterrita sull’onda della memoria: «Bella ragazza la Teresi, forse un po’ il tipo della paesanotta, ma di sicuro sapeva far colpo sugli uomini. Anche il tuo povero papà le ha parlato1 per un po’; prima di incontrare me, s’intende. Poveretta! Sic transit gloria mundi», concluse a mo’ di epitaffio.
Soddisfatto di essere scampato alla commemorazione della povera Teresi, Pino riemerse dalla cucina. «Il tuo tè, mamma».
L’uomo appoggiò il vassoio sul tavolino, strizzò la bustina di deteinato e la depose sul piatto di porcellana. Meditò che avrebbe fatto bene a prepararne una tazza anche per sé: la casa infatti era gelida. Si chiedeva come facesse la madre a resistere a quel clima siberiano, ma probabilmente tanti inverni riscaldati solo dalla stufa Becchi2 della cucina l’avevano temprata.
Era stato un insperato successo, tempo prima, averla convinta ad acquistare una coppia di scaldasonno, per sé e per lei, e aver finalmente confinato la monega3 e lo scaldino nel sottotetto.
Attualmente la loro casa era dotata di caloriferi in ghisa, fatti installare trent’anni prima, ma che questi riscaldassero era tutt’altro paio di maniche. La temperatura, di giorno, si aggirava sui quindici gradi e di notte… non lo sapeva nemmeno, perché era l’Ernesta a occuparsi della regolazione. Ogni mattina appena alzata e ogni sera prima di coricarsi faceva il giro di ricognizione dei termostati e apriti cielo se li trovava manomessi, anche solo di un paio di gradi.
Con un sospiro Pino si strinse nel vecchio golf infeltrito e, schiaritosi la voce, si apprestò a iniziare quel discorso, che tante volte nei giorni addietro aveva recitato nella sua mente.
«Mamma, c’è una cosa di cui dovrei parlarti».
L’Ernesta, tenendo la tazza fumante a mezz’aria, fissò su di lui quello sguardo inquisitore che aveva popolato gli incubi di generazioni di scolari.
«Che c’è, Pino? Mi vuoi ripetere ancora la tua teoria dei venti gradi in casa? Te l’ho già detto: finché pago io le bollette, si fa come dico io. E poi, non mi dirai che c’è freddo qui!».
L’uomo ripensò al proprio stipendio, che veniva versato mensilmente sul loro conto comune e da cui prelevava solo lo stretto necessario per le spese personali: qualche capo d’abbigliamento di buona qualità, l’abbonamento a Il pescatore d’Acqua Dolce e poco altro.
Con un nuovo sospiro, cercò di affrontare la spinosa questione che gli stava a cuore: «Ascolta, mamma, penso che sia arrivato il momento di farci aiutare. Credo che dobbiamo assumere qualcuno, una donna, che stia qua con noi e si occupi di te e della casa».
Il discorso gli venne fuori d’un fiato: fu quasi sorpreso dalla facilità con cui lo aveva pronunciato. Aveva anche saputo evitare quella parola che avrebbe fatto naufragare qualsiasi speranza di successo.
«Stai forse parlando di una badante?». L’Ernesta scandì il paventato vocabolo con deliberata lentezza.
Ecco: tanta fatica per non nominarla e l’aveva detto lei!
«No… certo che no, mamma. Io intendevo piuttosto una governante… una dama di compagnia». Mentre parlava, sentiva che la situazione gli stava sfuggendo di mano: ma come gli era venuto in mente “dama di compagnia”?
«Mamma», proseguì senza troppa convinzione, «il mio lavoro diventa ogni giorno più impegnativo e poi, lo sai bene, ora ho anche una responsabilità in Comune…».
Forse la carta del Comune poteva funzionare: in fondo era stata proprio lei a spingerlo a candidarsi.
«Certo, il signorino deve frequentare i corsi d’aggiornamento con le colleghe! Il signorino, adesso che è assessore, non può più occuparsi di questa povera vecchia!». La voce dell’Ernesta si fece pericolosamente stridula: «Ormai il signorino ha i suoi impegni…».
«Mamma, ti prego… sai bene che non è così. Ti chiedo solo di pensarci».
Sconfitto, l’uomo uscì dalla stanza mentre la vecchia maestra, con gli occhi ancora umidi, riprendeva a sorseggiare il suo tè, ormai divenuto tiepido.
Prima di allora, Pino non aveva mai considerato l’eventualità di assumere una badante: aveva sempre aiutato la madre nella gestione della casa e, quando l’anziana donna aveva dichiarato di essere troppo malandata per continuare a occuparsi dei lavori domestici, lui se ne era assunto il carico. La cosa si era rivelata meno onerosa del previsto: con soddisfazione contemplava le stanze linde e ordinate dopo aver passato il Folletto, amava far la spesa al supermercato e cucinare delicati manicaretti nei quali riversava la sua creatività.
Aveva scoperto di possedere un talento nell’economia domestica, benché, come tutte le massaie, avesse le sue idiosincrasie: in particolare non era in buoni rapporti con il ferro da stiro, ma aveva facilmente risolto il problema contrattando un aiuto segreto con la vicina di casa.
Del resto molte attempate signorine sarebbero state ben felici di occuparsi di Pino, cui la calvizie e una leggera pinguedine conferivano un’attrattiva matura e riposante. Probabilmente le medesime signorine non sarebbero state altrettanto entusiaste di occuparsi della vecchia maestra, ma si sa che la terra bresciana è ricca di luoghi ameni, dove anziani benestanti possono serenamente concludere il proprio pellegrinaggio terreno.
Pino, però, novella Beatrice, non notava gli sguardi femminili che soppesavano la sua figura diritta, stretta a quella curva dell’Ernesta, quando la domenica mattina si infilava nel primo banco della chiesa per assistere alla messa alta4, né coglieva le occhiate di apprezzamento per il suo nuovo cappotto di cammello, acquistato, come sapevano le ben informate, in un negozio dei portici.
Ignorava persino che svariate mature zitelle avevano rifiutato la domiciliazione bancaria delle bollette per non rinunciare alla passeggiata mensile all’ufficio postale, dove la sua pacata gentilezza nutriva casti sogni.
Per questi motivi nelle precedenti elezioni comunali i due principali schieramenti avevano fatto a gara per contendersi il gentile impiegato delle poste. La lista civica, in odor di comunismo ma, come spesso accade, troppo pudibonda per dichiararsi tale, aveva provato a corteggiarlo inviandogli, come ambasciatrice per un primo abboccamento, Giulia Gerarda, la capolista, prescelta come futuro primo cittadino per il suo rassicurante fascino biondo.
È infatti pratica comune, nella più recente politica italiana, quella di arruolare fra le proprie fila una crescente rappresentanza del gentil sesso, meglio se d’aspetto gradevole e, soprattutto, di mite temperamento.
Pino, però, come tanti bresciani cresciuti all’ombra del campanile, nutriva un’istintiva diffidenza per tutto ciò che suonasse anche solo lontanamente di sinistra. Così, insensibile allo sguardo un po’ bovino della bella Giulia, aveva declinato garbatamente l’invito a unirsi a lei nella tenzone elettorale.
Principali avversari della lista civica, o di centro-sinistra che dir si voglia, erano i secessionisti della Lega. La decisione di invitare Zaninelli Giuseppe nella loro costituenda lista elettorale era stata presa dopo un acceso dibattito nella segreteria di sezione. Pino, infatti, era conosciuto da tutti come un baciapile, anzi, a detta dei maligni, fin da ragazzino aveva baciato ben altro al povero Don Fausto, buon’anima.
Benché non incarnasse il celodurismo leghista, il centinaio di voti (ma potevano anche essere di più) che avrebbe portato faceva non poca gola ai dirigenti del partito, in un paese dove il risultato elettorale veniva spesso deciso da una manciata di preferenze.
Fu quindi incaricato del reclutamento Salogni Domenico, aitante bossiano della prima ora ed ex compagno di banco di Pino all’epoca della scuola media. Con il pretesto di organizzare l’annuale cena della classe, aveva trascinato l’ignaro impiegato davanti a un pirlo5 nel Bar Centrale della piazza e lì gli aveva formalizzato la proposta.
Dinnanzi alle esitazioni dello Zaninelli, il bel Domenico non aveva risparmiato lusinghe: «Dai, Pino, non farti pregare: se vinciamo, ti becchi l’assessorato ai sevizi sociali. Fatti due conti: con il tuo stipendio e l’indennità di assessore sarebbe un bel prendere!».
«Ma… veramente… non credo di essere preparato», aveva timidamente obiettato Pino.
«Ti fai troppi problemi! Non ti devi preoccupare: una volta che il comune è nostro, ti spieghiamo noi che cosa fare!».
«Non so… non mi sono mai interessato di politica».
«Ma ci pensi? Sarebbe come ai vecchi tempi: ancora insieme, ancora compagni di banco! Stavolta, però, non dovresti più passarmi i compiti…».
Smarrito e commosso dai ricordi, Pino aveva chiesto del tempo per pensarci, riservandosi in realtà di consultarsi con l’Ernesta.
Quella sera stessa, venuta a conoscenza della proposta, l’anziana maestra lo aveva spinto ad accettare senza indugi: «Ma certo che devi candidarti, Pino», lo aveva incalzato la madre. «Non pensi ai nostri due piò6 di brolo7, quelli della povera zia Celestina? Forse è la volta buona che ce li passano come area fabbricabile!». Da anni, infatti, la donna spingeva in Comune per trasformare il terreno da agricolo in edificabile, richiesta che si era sistematicamente arenata fra le pieghe ambientaliste delle giunte di sinistra.
Fu così che da un giorno con l’altro il maturo impiegato si ritrovò assessore, costretto a rinunciare, suo malgrado, alla spesa, alla cucina e alle altre faccende domestiche.
In verità per alcuni mesi aveva tentato di continuare a occuparsi della madre e della casa, ma il compito si era rivelato superiore alle sue forze. Avrebbe potuto dedicarsi all’assessorato con minore dedizione, come desiderava l’Ernesta che, non avendo ottenuto la conversione del brolo in area fabbricabile, a causa degli improvvisi scrupoli di coscienza del figlio, aveva perso ogni interesse per la sua avventura politica. Anche i suoi colleghi di partito avrebbero preferito un assessore meno zelante: svariate volte, infatti, nelle sedute di giunta gli avevano ricordato che il Comune non era un ente benefico, né loro dame di carità.
Tuttavia l’impiegato aveva preso molto sul serio il suo incarico amministrativo e non aveva alcuna intenzione di derogare all’impegno assunto con i suoi elettori.
La necessità di un aiuto per la casa e per sua madre, sempre più irritabile e capricciosa anche a causa delle frequenti assenze del figlio, si faceva più pressante. Dal giorno del diverbio, in cui aveva iniziato a introdurre la questione, era trascorsa una settimana e Pino non aveva più avuto il coraggio di riprendere il discorso. Fu quindi molto stupito quando, una sera, l’Ernesta sollevò l’argomento.
Stavano terminando una cena frugale, a base di polenta precotta e bagoss8; la televisione era sintonizzata sul notiziario di Teletutto, dove lui aveva rilasciato una breve intervista per l’inaugurazione della cascina “Gianfranco Miglio”, una struttura che avrebbe ospitato otto miniappartamenti per anziani.
La madre stava seguendo con insolita attenzione le immagini che ritraevano i bilocali asettici e un po’ claustrofobici, mentre il figlio decantava dalla tivù i molteplici servizi che la struttura garantiva ai vecchietti e alle vecchiette che avrebbe ospitato.
«A proposito di quella tua idea, della dama di compagnia intendo, sai, ci ho pensato… forse non è poi così cattiva». Le parole dell’Ernesta sembrarono aleggiare per un momento nell’aria, come le volute di fumo della polenta.
Pino ebbe bisogno di un istante per riprendersi dallo sbigottimento.
«Mamma, sono contento che tu ci abbia ripensato. Vedrai, ci troveremo bene. Parlo domani con l’assistente sociale: immagino che abbia qualche nominativo da propormi».
«Tu non parlerai con nessuno», lo interruppe la donna. «Lascia fare a me. Telefonerò domani a mia cugina Cesira, che ha già qualche esperienza: alcuni mesi fa si è presa in casa una polacca e per ora non le è sparito niente di valore!».
Troppo contento per muovere obiezioni, Pino lasciò la cosa in mano alla madre.
Non dovette attendere neppure ventiquattr’ore: ormai rassegnata all’inevitabile, l’anziana maestra non era donna da indulgere in esitazioni; con il fermo proposito di accelerare gli eventi, aveva sguinzagliato una fitta rete di pie donne alla ricerca della badante perfetta.
Il giorno successivo, di ritorno a casa dal lavoro, Pino fu investito da un’Ernesta trionfante: «L’ho trovata!».
«Cosa, mamma?»
«La governante! Ti ricordi della Teresina, quella che è morta? Pensa che fortuna: la sua
badante è ancora a spasso! Domani viene a presentarsi. Fai in modo di essere a casa per le cinque!», gli intimò guardandolo da sopra gli occhiali.
Quando Agneta Kusior suonò al campanello, l’Ernesta la sbirciò dalla porta e tirò un sospiro di sollievo: la moldava era un donnino scialbo, dall’aria sparuta. La vecchia maestra decise all’istante che era la donna giusta per lei e per suo figlio. Dopo le presentazioni di rito ne osservò con approvazione le mani sciupate, il vestitino modesto, i capelli corti che non nascondevano la ricrescita bianca. Aveva cinquant’anni l’Agnese, com’era stata subito ribattezzata, ed era quasi coetanea di Pino ma, con soddisfazione dell’Ernesta, ne dimostrava almeno quindici di più.
Anche l’assessore era contento e mostrò alla donna la casa, il bagno, la sua camera da letto e il giardino, mentre l’Ernesta chiosava l’entusiasmo del figlio, indicando all’Agnese gli angoli più ostici da pulire, il rame che doveva essere lucidato ogni due mesi, i termostati che non dovevano essere toccati per nessuna ragione al mondo. Infine Pino, sollevato dal consenso della madre e deciso a evitarle qualunque ripensamento, chiese alla moldava i documenti per avviare la pratica di assunzione.
Un duro colpo lo attendeva e il sorriso gli morì sulle labbra: la donna era senza permesso di soggiorno.
«Come sei sofistico! Risparmierò sui contributi!», lo rassicurò l’Ernesta e poi, prendendolo da parte: «Guarda che è un bene: io del resto non ho nessuna intenzione di sborsare un euro per ferie, buonuscita e quant’altro. E poi, se dovessi cambiare idea, posso licenziarla in qualunque momento!».
Pino era senza parole: la certezza che la madre fosse perfettamente consapevole dell’irregolarità della situazione e che, anzi, fosse per lei la conditio sine qua non, gli attraversò la mente, ma preferì non approfondire. Era a conoscenza del fatto che le badanti del paese, che sentiva vociare ogni pomeriggio, fra le tre e le cinque, nella piazza davanti al municipio, erano, per la stragrande maggioranza, clandestine; tuttavia il suo senso civico si ribellava all’idea di andare contro la legge, anche se era pratica abituale.
C’era poi un’altra questione a turbarlo: lui era un dipendente pubblico, un assessore, ai servizi sociali per di più; senza contare che la sua fede politica, anche se recente, era leghista: sarebbe stata una mostruosa incoerenza quella di prendersi in casa una lavoratrice straniera e irregolare!
L’Agnese, benché non brillasse per acume, aveva confusamente intuito il problema: «Signore Giuseppe, io ho quattro figli in Moldavia, mio marito molto malato. Io sono brava donna. Io lavoro bene in casa. Io occupo di vecchia nonna».
A quelle parole Pino vide l’Ernesta sbiancare e gli passò davanti la propria vita, come era stata negli ultimi mesi: i cibi precotti, le lavatrici caricate a mezzanotte, le domeniche mattina trascorse passando l’aspirapolvere e, prima che la moldava potesse peggiorare la situazione con qualche altro imbarazzante appellativo, aveva preso la sua decisione.
«Stia tranquilla, Agnese. Per ora può restare. Vedremo poi come risolvere il suo problema». Mentre pronunciava quelle parole, lo sguardo gli cadde sulla figura di Alberto da Giussano, impressa sulle tazze da tè in tutta la sua medievale virilità e si sentì, per l’ennesima volta nella sua vita, un vigliacco.
Trascorse una notte agitata, ma verso le cinque del mattino la risposta ai suoi tormenti gli apparve nitida e ineluttabile. Solo allora poté addormentarsi.
Il giorno seguente era sabato: l’ufficio postale chiudeva alle undici e lui aveva tutto il tempo per mettere in pratica la sua risoluzione. Si chiuse nel bagno delle poste, si annodò al collo la cravatta su cui campeggiava il sole delle Alpi, si palpò la tasca del cappotto di cammello per controllare di non aver dimenticato nulla e si diresse con passo deciso verso il municipio, pronto a passare sotto le sue Forche Caudine.
Lino Bettoni, il sindaco, lo ricevette subito: aveva avuto problemi con la sua Postepay e sperava che lo Zaninelli potesse soccorrerlo.
«Allora, Pino, come andiamo? Come sta la maestra? Sapessi quante volte mi ha mandato dietro la lavagna, eppure guarda dove sono arrivato! E sì che non sono andato oltre la terza media!», lo accolse il primo cittadino, piccolo impresario edile per il quale, in tempi di crisi, l’elezione a sindaco si era rivelata una manna dal cielo.
«Sono qui per rassegnare le mie dimissioni, dall’amministrazione e dal partito».
Il tono fermo di Pino e la busta chiusa che aveva estratto da una tasca del cappotto fecero subito capire al Bettoni che non si trattava di uno scherzo.
«Pino, ma che dici? L’Ernesta non sta bene?».
«Mia madre non c’entra nulla, si tratta di un motivo personale». Pino distolse lo sguardo da quello del sindaco, iniziando a perdere un po’ di quel coraggio che lo aveva sostenuto per tutta la mattinata.
In un’altra situazione, Lino Bettoni sarebbe stato ben felice di liberarsi dello Zaninelli: lo aveva giudicato fin da subito troppo molle, se non effeminato, per essere un leghista credibile; inoltre in quei pochi mesi di mandato gli aveva già procurato troppi grattacapi, col suo assistenzialismo indiscriminato. Ma in quei giorni di scandalo per la Lega, in cui i vertici erano stati coinvolti in episodi di corruzione e concussione, amplificati dalla stampa partigiana di sinistra, le dimissioni di Pino sarebbero state lette nel paese come un atto di protesta e l’opposizione avrebbe colto la palla al balzo.
«Pino, non prendere decisioni affrettate, parliamone», lo blandì il sindaco.
Non dovette faticare molto a convincerlo: in fondo Pino non desiderava altro che di potersi sfogare con qualcuno e, senza troppo attendere, svelò al Bettoni la sua pena. Se mai avesse avuto dei dubbi, lo sfogo dello Zaninelli rafforzò ancor di più nel sindaco la convinzione che il suo assessore era irrimediabilmente tordo.
«Pino, una volta di più sono contento di averti voluto nella mia squadra», cominciò l’impresario misurando le parole, ben sapendo che in quei minuti si decideva la vita amministrativa dei prossimi mesi. «Ho sempre saputo che sei un uomo coerente, per questo ti stimo e ti ho voluto con me». Poteva essere una buona cosa ribadire il concetto, ora però bisognava cambiare registro: «Purtroppo, in un paese come l’Italia, la coerenza è una merce rara e io l’ho imparato a mie spese».
Ora doveva affratellarselo: «In confidenza, quanti operai regolarmente assunti credi che abbia sotto di me? Non che mi faccia piacere, certo. Ma quando un padre di famiglia albanese o marocchino, senza permesso, mi viene a chiedere un lavoro, che posso fare?». Ed ora il tocco da maestro: «Devo lasciarlo in mezzo a una strada, perché vada a ingrossare il numero dei ladri e degli stupratori?».
Il Bettoni fece, a questo punto, una pausa di qualche secondo, per dare all’assessore il tempo di assorbire le sue ultime parole, poi riprese: «Caro il mio Pino, la coerenza è un privilegio di pochi. Ora dimentichiamo questa lettera, che io non voglio nemmeno leggere. Vai a casa, dalla tua badante, che hai salvato dalla strada, e dille di non raccontare in giro la sua condizione di irregolare. E poi non preoccuparti, ho notizie da Roma che si voglia fare presto un’altra sanatoria per gente come lei e, finché le sanatorie le fanno gli altri, a noi va più che bene!». Così dicendo, fece a pezzi la lettera di dimissioni e, con un’amichevole pacca sulle spalle, lo condusse alla porta: «Allora ciao! Tante care cose alla mamma, ci vediamo giovedì per la giunta. E non fare più brutti pensieri!».
Pino, senza sapere come, si ritrovò fuori dal municipio mentre le campane stavano suonando il mezzogiorno; il sole era abbagliante, ma l’aria gelida. Dalla finestra del suo ufficio, il primo cittadino lo salutava con la mano.
Probabilmente il Bettoni aveva ragione: davvero si stava facendo troppi problemi. Forse non stava salvando l’Agnese dalla strada (del resto faticava non poco a immaginare la striminzita donnetta in reggiseno e guepiere) ma, offrendole un lavoro e un tetto sopra la testa, stava facendo un’opera di misericordia. E che c’entravano, in fin dei conti, le carte bollate con la carità?
Rinfrancato da tali considerazioni, si diresse verso casa con passo insolitamente tranquillo, godendosi dopo tanti mesi il piacere della passeggiata, senza l’assillo del pranzo da preparare, della casa da pulire o di sua madre, che gli rinfacciava la propria forzata solitudine.
Nell’aprire la porta fu investito dalla voce dell’Ernesta che, dalla stanza vicina, stava esortando l’Agnese ad usare con parsimonia l’acqua calda. Toltosi il cappotto e indossato il vecchio golf sul maglione di cachemire, entrò in cucina dove la madre stava dirigendo le grandi manovre per la preparazione del pranzo. Solo quando la badante gli rivolse un timido saluto, l’Ernesta si accorse di lui e, subito, lo aggredì con un inquisitorio: «Come mai a quest’ora? Dov’eri finito?».
Ancora fiero di se stesso per aver saputo affrontare con virile risolutezza la spinosa questione, Pino rivelò compiaciuto alla madre la decisione presa nottetempo e il confronto con il primo cittadino.
«Sai, mamma, ero proprio deciso a lasciare l’assessorato, ma il sindaco non ha voluto sentir parlare di dimissioni e mi ha ripetuto che non può fare a meno di me. Ha apprezzato la mia coerenza e la mia onestà che, testuali parole, sono merce rara in politica». Pino si stava entusiasmando e si profondeva in particolari: «Bettoni non sarà colto, ma è un uomo intelligente, che sa capire il valore delle persone».
«Si vede che è diventato intelligente tutto di colpo».
Ignorando l’ironia dell’Ernesta, e per nulla intenzionato a sentir sminuire il proprio operato, Pino continuò: «Insomma, davanti a tutte quelle insistenze, non ho potuto lasciare il mio incarico. Il sindaco ha capito la situazione e mi ha rassicurato. Mi ha confidato poi delle informazioni da Roma che mi hanno tranquillizzato completamente», concluse con aria misteriosa. Poi rivolto alla badante: «Ha capito, Agnese? Può rimanere con noi. Ho risolto tutto».
La moldava lo guardava attonita, e l’uomo dubitò che avesse compreso, ma non si diede pena. L’Ernesta taceva, ostentando un’aria scettica che il figlio non poté ignorare oltre.
«Quasi dimenticavo, mamma: a proposito del brolo, visto che eravamo in vena di confidenze, ne ho parlato con Bettoni e… insomma, ci sono buone possibilità».
«Ma bravo, il mio Pino! Finalmente!». Alla maestra ora brillavano gli occhi: «Signore ti ringrazio, adesso posso morire in pace».
L’impiegato si commosse intimamente per la gioia della madre: alla prossima giunta doveva assolutamente parlare del brolo con il sindaco. In fin dei conti, che utilità c’era in un terreno incolto? Non era forse più etico convertirlo in area fabbricabile e incentivare l’economia, dando lavoro a un piccolo impresario edile e ai suoi manovali italiani e stranieri?

FINE

NOTE
[1] La corteggiava.
[2] Stufa in cotto, prodotta a Forlì e diffusa nell’Italia settentrionale.
[3] Attrezzo in legno che veniva infilato nel letto, su cui si appoggiava lo scaldino.
[4] Solenne.
[6] Tipico aperitivo di Brescia, molto simile allo spritz.
[7] Unità di misura della superficie agraria, usata in provincia di Brescia, corrispondente a 3255,3938 mq.
[8] Terreno incolto.
[9] Qualità di formaggio bresciano a pasta dura e saporita, proveniente dalla zona di Bagolino.

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