Beatrice Buonaguidi – I due goliardi

Il sior Alvise Zanatta a casa sua non compariva mai, e molti di quelli che lo conoscevano, vedendolo giorno e notte in giro per le calli, rimanevano a chiedersi, se una casa ce l’avesse, o se non abitasse invece in ogni angolo di Venezia. Quando ogni sera entrava in un bacareto, erano ben pochi gli avventori che non sapevano il suo nome, o che si indignavano per il fare tronfio con cui si accendeva voluttuosamente la pipa davanti al cartello di “vietato fumare”, e in genere non avevano nemmeno l’età per ordinare un gin tonic. Gli osti lo lasciavano fare, ed erano persino contenti di vederlo, tenere banco, ad ogni ora, con tutti quelli che lo stavano ad ascoltare, con la coppola di lana calcata in testa qualunque fosse la stagione, che spiccava come un pulcino nero tra le teste scoperte della sala.
Si diceva che, nell’arco della settimana, visitasse sistematicamente varie osterie della città, dalle otto di sera a orario non pervenuto, con una media di cinque locali al giorno. Gli osti l’avevano udito di rado ordinare qualcosa che non fosse uno spritz bianco; immancabilmente, quando lo afferrava con le mani callose, coperte di geloni e troppo grandi per un uomo così minuto, lo si sentiva dire che era l’unico aperitivo inventato a Venezia e che tutto il resto era una diavoleria straniera. Quando poi portava il bicchiere alla bocca, vi tuffava i baffoni ingialliti dal fumo e dagli anni con un impeto candido. Era così in tutti i suoi gesti: nel parlare gli occhi azzurri e vivi da bambino si mostravano tra gli anfratti delle rughe, scomparivano e si spalancavano a ritmo serrato seguendo il cisposo battito delle ciglia. Nemmeno il cameriere che lo serviva al tavolo migliore del locale sapeva prevedere quando e come, ma Alvise d’un tratto si alzava, salutava tutti, pagava chissà con quali soldi, e se ne andava, lasciando il bacareto un po’ più spoglio, per votarsi a un’altra osteria. Di anziani habitués dallo spritz in mano e dalla lingua svelta ce n’erano tanti, ma lui era il più famoso, forse per il suo conoscere tutti i fatti altrui senza rivelare niente di sé. Infatti né il panciotto, vecchio ma di buona fattura, né altri particolari facevano intuire ciò che tutti si chiedevano di lui: se fosse un ricco o un accattone.
Un martedì, giorno di chiusura dei locali, Alvise passeggiava, come era solito fare in ogni momento libero dal suo andar per osterie; anche per la strada si fermava a salutare le sue conoscenze, e lo si vedeva quindi portarsi la mano al cappello ogni pochi passi: non lo sollevava mai, e correva voce che il motivo fosse una testa quasi calva. Come sempre, il pettegolezzo non era confermato. Si diresse verso Campo Santa Margarita, il luogo di ritrovo degli universitari. Ci andava solo quando tutti i bar erano chiusi: non amava il chiasso, né le masse di giovani ubriachi che si aggiravano per la piazza. Gli piaceva godersi l’aria dimessa, le panchine deserte, le facciate trecentesche dei palazzi che guardavano silenziose i resti del mercato della mattina, le serrande abbassate. Per una sera alla settimana, era solo.
Notò quella volta una gran massa nera disposta su una panchina. Si avvicinò per riuscire a vedere, cercando di attutire con un passo leggero il rumore delle sue suole. Senza nemmeno la voce dei suoi passi, era atterrito da un silenzio che non udiva da tempo.
Si fermò a pochi metri dalla panchina: riusciva a distinguere un tessuto nero che rimandava il riflesso dei lampioni. Se ci fosse stata la nebbia, come la sera prima, sarebbe scappato. Sotto quello che sembrava un tabarro si mosse qualcosa. Alvise avvertì un piccolo vuoto allo stomaco, ma percorse la distanza che lo separava dalla panchina. Sopra le scritte anarchiche o volgari degli universitari era sdraiato un uomo giovane, avvolto in abiti dall’aspetto sartoriale d’altri tempi. Gli scosse leggermente la spalla: sembrava ubriaco, o malato. Sotto il tabarro vide una camicia di seta dal colletto ampio; sembrava nuova, ma era macchiata sul bavero.
«Signore! Signore… si svegli».
Quello emise un grugnito, e si agitò come se tentasse invano di mettersi a sedere.
«Su, che le è successo? Da bravo, mi sa che ha alzato un po’ troppo il gomito. Ma poi è martedì, ma dove è stato?» Più che rivolgersi allo straniero Alvise borbottava tra sé. Gli sollevò la spalla appoggiata alla panchina e lo mise a sedere. L’uomo era inerte e leggero come una bambola.
Gli vide per la prima volta il volto, che fino a quel momento era rimasto reclinato verso il petto. Sembrava una maschera: la pelle era pallida come ceramica e i tratti delicati, femminei, erano disturbati soltanto da un naso largo e un po’ aquilino. La mascella morbida non presentava un’ombra di barba, e le labbra piene erano serrate, ceree come il resto del volto. L’anziano gli diede degli schiaffetti sulle guance, e si accorse che erano leggermente sudate, nonostante il freddo; i ricci, che portava sciolti sulle spalle, erano lunghi e scuri. Forse era un omosessuale, forse si prostituiva pure. Ad Alvise questo pensiero faceva un po’ schifo, ma non se la sentiva di lasciarlo lì. Dopo qualche sberlone un po’ meno delicato il giovane iniziò ad aprire gli occhi. Erano grandi, scuri, dalle ciglia nere; un’espressione da donna maliziosa si faceva intuire sotto lo sguardo perso e sorpreso. Appena prese coscienza gli si riempì di stanchezza il viso.
«Allora? Come ti chiami? Cosa ci fai qui, fïo?» gli domandò Alvise, con una voce più brusca di quanto avrebbe voluto.
«Io, je suis pas bourré, per favore, guardi che io, io… non sono ubriaco.» Parlava stentatamente, con un forte accento francese.
«Sì, sì, va bene. Come ti chiami?»
«Oliv… Olivier d’Icarie. E tu chi sei?» sembrava essersi quasi ripreso. Magari lo voleva abbordare.
«Non ti interessa. Cosa ci fai qui?» Ad Alvise dispiaceva un po’essere così brusco.
«Mi sono addormentato. Sono stati i turisti… mi hanno offerto da bere perché volevano rubarmi il violino» Iniziò a guardarsi intorno come un dannato: cercava qualcosa tra le aiuole scarne della piazza. «Il violino! Ora cosa faccio? Putain!»
«Ma fïo, si sono approfittati di te questi turisti?» Il francese iniziava a fargli, più che schifo, pena.
«Mais non, no, io non sono un pédé, una checca. Sono un artista di strada. Sono venuto a Venezia perché mi piaceva. Prima sono andato via dal mio paese in Francia e ho suonato per Roma, per Firenze. Qui suonavo davanti a San Giorgio e San Pantalon, però c’è già tanta gente ed è umido per dormire; chiudono quelle vie basse, come li chiamate…»
«Sotoporteghi. Ma quindi se non è che… insomma, se non lo vendi, perché ti vesti così? Sembri uno di quei schifosi che andavano in giro nell’Ottocento.» Esitò un attimo. «No, scusa, non dovrei dire così. Però mi dispiace, ma è vero. Qui non ne ho mai visti di violinisti vestiti come te. Senza forma a Venezia non si guadagna.»
«Ma io ho preso a noleggio questi vestiti perché pensavo che sono molto veneziani, come il carnevale. Io volevo passare qui Carnevale, ma senza violino non so se posso restare.»
Alvise si fece prendere dall’indomabile istinto di mettere becco nella faccenda. Era stato il silenzio a suggerirgli che cosa fare: quel silenzio che, prima di svegliare Olivier, gli aveva fatto tanta paura.
«Senti, vieni, su. Qui c’è un altro lavoro per chi vuole stare un po’ vagabondo.»
«Sarebbe?»
«Il bacaretaio: l’ho inventato io.»
Alvise vide l’espressione sospettosa di quello che, come gli avventori che per anni gli avevano fatto confidenze dopo poche batture, non considerava più uno sconosciuto. Probabilmente adesso era lui a sembrare un maniaco. Ma così era il gioco.
«Tutto sta nell’intrattenere: sarai come un artista di strada, ma al caldo, davanti a uno spritz. Anche se tu, ragazzo, sei più da bel bicchiere di rosso. Lo spritz è per i vecchietti come me. Ci sono tante persone sole, o gruppi di persone noiose che non sanno di che parlare. Io mi faccio raccontare i loro fatti, li lascio parlare. E spettegolano, e sono contenti.»
La bocca del giovane si piegò in un ghigno divertito. Batté le mani lunghe ed eleganti, da musicista, che fino a quel momento erano rimaste nascoste per il freddo sotto il tabarro.
“Se non è checca lo sembra forte, avranno un bel mistero di cui chiacchierare.”
Il mercoledì sera due goliardi erano seduti ai tavoli di cinque osterie della città, dalle otto a orario non pervenuto. Ci si chiedeva le solite cose: se il sior Alvise avesse una pelata sotto la coppola, e se al sior Oliviero piacessero gli uomini.

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