Mattia Di Carlo – Facchino fuma rosmarino

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1.

L’appuntamento è per lunedì 15 giugno 2015 all’Hotel Italia, “puntuali alle 11”, così recita il messaggio.
Ci saranno anche gli altri petaissi[1]. Se mi prendono mi sparo tre mesi in cima ai palchi delle grandi star a montare e smontare ferri. Prospettiva del cazzo per l’immediato futuro, ma son due soldi che metto in tasca e almeno non è una merda di lavoro monotono e ripetitivo. Come cazzo faranno i miei amici a entrare ogni giorno nello stesso reparto della stessa fabbrica e fare le stesse cose per un fottuto stipendio di di mille euro o poco più è un mistero. Io non resisto nemmeno sei mesi nello stesso bar, con gli stessi padroni e gli stessi clienti. Che poi, dove cazzo è la chiave del lucchetto della bici? L’avevo lasciata qui sul tavolo all’ingresso. Niente, non c’è.
Provo a rovistare nel vaso in terracotta di Costantine che ci ha regalato Harmaduk, il coinquilino algerino di ritorno dal suo Paese.
Altre chiavi sfuse. Pila stilo. Accendino verde trasparente pieno, mio. Accendino rosa bic, piccolo, scarico. Scotch. Matita senza punta. Blocchetto di post-it giallo. Carta cioccolatino viola. Carta brioche. Pacchetto vuoto di Lucky rosse. Pacchetto vuoto di Lucky rosse morbide. Pacco cartine grigie per far filtri finito e divelto. Cacciavite a stella minuscolo, da orologiaio. Bolletta scaduta di Fastweb. Busta verde, forse una multa. Fazzoletto usato. Fazzoletto usato. Fazzoletto usato. Penna arancione di Birotto spurghi. Chiavetta Usb blu. Campioncino di profumo greenrush. Un calzino a fantasmino bianco. Dio, c’è di tutto tranne le mie chiavi.
Mi giro e mi avvio verso la mia stanza. Calcio involontariamente qualcosa. Seguo l’oggetto con lo sguardo sul pavimento dalle piastrelle gigantesche a macchie grigie e nere. Focalizzo il punto dove più o meno deve trovarsi ed esclamo soddisfatto: «Trovata! È lei! Sì! Si parte».
Davanti all’ingresso dell’hotel decine e decine di ragazzi, tutti più o meno della mia età ma con facce sbattute, depresse e sicuramente più affaticate della mia. Tra loro spunta il testone di Andruzzo. Lego la bici a un palo e lo raggiungo.
«Ué, Andruzz!»,
«Ciao, pula[2], era ora, diocan![3] Manchiamo solo noi!».
«Ma alla fine chi doveva venire?».
«Boh, io sapevo Mandi, Dodo, Spugna, Zampa, Giarra, Lametta e Zeno. Cioè, Zeno mi ha detto che voleva, ma mi sa che se inizia qui molla l’università».
«Zeno è solo iscritto, molla solo grossi schei[4] di tasse, ma non l’ho mai visto sui libri. E sì che, dio gatto, ha un cervello invidiabile».
«Va’ che è vero. Quando Lametta, l’altro giorno, mi ha detto che Zeno sapeva fare moltiplicazioni con tanti numeri in un secondo, appena l’ho visto in radio gli ho chiesto: 346 per 768!».
«Ti ha risposto in un attimo, vero?».
«Sì, incredibile, ha guardato all’insù e ha gesticolato cinque secondi con le mani e poi mi ha detto 265.387 o quello che è. Sono andato a farlo con la calcolatrice del telefono ed era giusto!».
«Sì, ma a Giurisprudenza le moltiplicazioni a tre cifre servono a poco. Dai, andiamo a bere un caffè» dissi indicando il bar della stazione.
«Volentieri, ma non lì, fa cagare. Andiamo da Gianni, tanto è qua dietro».
Andrea, Andr uzzo per tutti, è un giovanissimo del giro nostro di amicizie e bravate. Mandi è cicciotto, Andrea pacioccone e terribilmente buono. La sua è una bontà sviluppata dalla pessima situazione famigliare: padre mai conosciuto, madre cameriera con alle spalle due matrimoni, tre figli con tre uomini diversi e un compagno appena uscito da quattro anni di domiciliari per furto e riciclaggio di denaro. Contrabbandava di tutto: auto d’epoca, tavoli in legno massello, friggitrici, macchine del ghiaccio, flipper. Di tutto. Materiale rubato, s’intende. L’avevano beccato mentre trasportava un furgone pieno di slot non registrate.
E il buon Andruzzo somatizza, e già a quindici anni è obbligato a una grossa presenza domestica. Quando può, quindi, esce con noi per piccoli furtarelli in autogrill, per una corsa tra le vie del centro dopo una scritta sui muri o semplicemente per qualche ora di evasione. Non beve e non fuma. Nemmeno Lametta, il suo migliore amico sin dai tempi dell’infanzia, beve, però fuma mille cicche al giorno. Sono una coppia inseparabile, Andrea e Nicola. Andruzzo e Lametta. Sono incollati l’uno all’altro, come il tappo e la bottiglia. E litigano ogni minuto.
Nicola è antipatico e schivo, anche lui figlio del Portello. Andrea invece sfoggia sempre dei gran sorrisi e si perde fissando il vuoto con i suoi occhi neri e stretti. Sto bene con Andrea. È vero, puro. È quel che vedi, senza finzioni, senza una parte da recitare. Forse è condannato a questa vita e lo sa, ma ci sta dentro alla grande.
Al ritorno dal caffè, davanti all’hotel c’è il vuoto assoluto. Entriamo e un commesso all’ingresso ci dà una penna e un blocco di fogli dal titolo “Sicurezza in cantiere”. Raggiungiamo gli altri nella sala principale.
Dopo due ore di corso, ben cinquantasette persone, oltre a noi, hanno magicamente acquisito un diploma in “facchinaggio e lavoro su palchi e strutture di spettacolo”, con tanto di attestato di frequenza al corso sulla sicurezza in cantiere.

2.

La prima chiamata arriva due settimane dopo il corso fuffa. C’è da montare il palco di Ligabue, tour nei palazzetti, data zero[5].
Su trenta che dovevamo essere, in fiera a Padova al padiglione 5 si presentano in diciotto. Tutti estremamente assonnati e provati dai giorni di duro alcool estivo, tutti con la stessa faccia di chi da mesi non fa mezzo lavoro.
Andruzzo non si è presentato. E manco Lametta. Che coppia.
Ci accoglie un signore veneziano doc, sulla quarantina, che si fa chiamare “lo Zio”, con quella pronuncia veneta in cui la z diventa una s molto spessa, corposa, massiccia.
«Bon, tosi, alora, mi so’ lo Zio, e tuti qui me ciaman lo Zio, e mì guido il muletto mentre vi altri sposté il fero!».
Mentre parla, a capannello ci stiamo muovendo tra gigantesche ceste di ferri, solo all’apparenza tutte uguali, e ci guardiamo tra noi con aria molto, molto perplessa.
«‘Ste ceste de fero vanno svuotate tutte e magicamente, tra tre giorni, spunterà un palco gigantesco».
Appena finisce di parlare si lascia andare a una grassa risata, mostrando i denti davanti completamente neri e marci. Quella risata volgare mi distrugge emotivamente.
Ci saranno almeno quattro Tir pieni, stracolmi di tubi. Migliaia di correnti di ferro e bozzi e diagonali e tavole di legno a incastro, greche, correnti doppi e altre cose di cui nemmeno conosco l’esistenza.
«Aora, parlo una volta: ah, chi che gà na cicca, che le go sora el muetto? Grazie!».
Un tipo basso e magro, che poi conoscerò in pausa pranzo e che si chiama Giacomo come me, gli dà la sigaretta. Lui la prend, studia la marca, fa una smorfia di approvazione e cerca in una delle tante tasche dei pantaloni un accendino. Se la accende e riprende a spiegare.
«Ok, parlo una volta sola: nere piccole, da dò metri. Verdi, diagonali dritte. Gialle, diagonali storte dette “aido”. Rosse, lunghe da do e mezo. Bozzi corti. Bozzi lunghi. Rosette per bozzi dispari. Toe da due con gancio esterno. Toe da due con gancio interno. Toe da do e mezzo. Pin par incastrar el bozzo. Fondamenta».
Mentre dalla sua bocca escono abbinamenti di nomi e colori improbabili, con la mano indica i vari tubi da assemblare e io non ci sto capendo proprio un cazzo. Per un attimo mi passano per la mente fiumi di ricordi universitari, schitarrate in piazza delle Erbe e in Prato della Valle, mangiate con gli amici pugliesi che ricevevano il pacco di sughi dalle mamme ogni due settimane. I pacchi della mamma di Ciccio, con pasta fatta in casa e taralli baresi. Le serate a ballare reggae al Pedro. Le ragazze. Lucia, Miriana, Alice, Giulia, Nora, la Ninni, Giada e la Lince.
Oh, la Lince, che sesso! Che bello. Tutto magico. Oh, come vorrei farlo ora, col fresco delle sette del mattino, prima che il sole invada ogni poro della mia pelle, prima di esser troppo sveglio per sognare.
No, Giacomo. Sei in cantiere. È il primo giorno. Niente barzotti. Non si può. Poi quello va veloce e non capisci cosa devi fare e tutti ti prendono per il culo. Già è un lavoro da schiavi egizi trasformati in scimmie…
«Quei co la maglia rossa de qua, quei co la maglia bianca de là. Iniziate a scaricare i piedini e a metterli in posizione, più o meno dove ci sono i segni col nastro nero. Poi scaricate le nere a formare un quadrato, tranne l’esterno che ci van le rosse! El palco vien da 22 in lungo e 16 in largo. Doman coi ragni ve spiego come che fasemo ‘e torri. E mi guido el muleto, no sposto manco mezo fero, che so’ vent’anni che sposto fero!».
Dopo due ore di cantiere mi ritrovo imboscato in bagno con Spugna e Mandi a fumare due sigarette in tre e a bisbigliare sottovoce, con le facce stravolte.
«Oh, tosi, nessuno con una canna? Dio, quanto me ne farei una» fa Mandi.
«Niente, io non mi son portato niente» rispondo.
Proprio in quel momento si alza un odore di gangia dall’ultimo cesso: in tutta la sua maestosa grandezza e sbattendo la porta esce Giarra, con in bocca una bomba lunga quanto una spanna. «Qualcuno qui vuole sballarsi come un macaco?» dice. «Non ci si droga in cantiere!» aggiunge ridendo.
Euforici ci abbracciamo fraternamente e la canna fa sette, otto giri. Usciamo uno alla volta dai bagni di servizio della fiera, tutti e quattro con occhi da spavento e i visi pallidi, cadaverici.
«Si ricomincia. Passa due nere, poi ancora due, poi la verde. Metti il bozzo, e poi gli altri tre. Aggancia la Aido e via».
Per imparare meglio e far passare il tempo intoniamo qualche canzone che ci dà il ritmo, un po’ come gli schiavi nei campi di cotone del Mississippi, ma senza la pretesa o il sogno di un riscatto sociale. Anzi, quel che aleggia nell’aria è un profumo di rassegnazione a una vita, a una condizione da facchino che ci sembra quasi di vivere da sempre.
In meno di otto ore impariamo un lavoro di merda e ci stanchiamo di quel lavoro di merda. Lo boicottiamo con continui stimoli e con finti problemi alla prostata o allo stomaco. Come passatempo Mandi e io inventiamo anche una dozzina di canzonette inerenti al mestiere.
Mandi ha un cuore mezzo sardo e mezzo padovano. Solare e sveglio, è lui che individua le particolarità e ne fa delle hit da cantiere. Io gli sto dietro nella creazione. Lui scherza con la marca dei ferri, Piloseo, e si arrangia un motivetto. Io prendo spunto e attacco, guardando la cesta delle Aido, con “Aido, le calze a rete, marlene e charlotte!”. E ci passa.

3.

Luglio viaggia come un risciò: tranquillo e spensierato. Turistico. Sì, perché è la prima estate che passo per gran parte del tempo a Padova.
Il lavoro sui palchi è pesante, ma la compagnia è ottima. I petaissi sono matti e io mi ci trovo benissimo. Tutti di Padova e tutti amici dai tempi dell’asilo. Mandi ha un tatuaggio all’interno del braccio, praticamente sotto le ascelle: due spade stilizzate, incrociate sui quattro mori. È un pirata. Lo è dal fumare le sigarette di lato alla bocca fino a guidare spericolato il suo inseparabile Liberty blu scuro. Mancino, come me. Ascolta Muddy Waters e Giorgio Gaber senza soluzione di continuità, e le sue playlist sono matasse di perle degli anni Sessanta, cumbia, Rino, Silvestri, Bandabardò e Neffa.
Spesso, a fine cantiere, ci fermiamo da lui e Dodo, nella casa occupata di via Baracca. Un nome, una via.

Spesso, in cantiere, non facciamo altro che parlare dei fasci, e proseguiamo sull’argomento anche dopo il turno, quando siamo soliti andare in via Baracca a bere due birre e rilassarci un po’.
L’oggetto scatenante sono le intimidazioni fatte ad alcuni pischelli del giro nostro, e il fatto che non è la prima volta che i nazi alzano la cresta.
A me la cosa dà un enorme fastidio, e non tanto per il mio naturale ribrezzo nei confronti del fascismo, quanto per il fatto che quelle merde ci costringono a occuparci di questioni antistoriche, come quella del colore della pelle, mentre le nostre lotte sono concentrate su ben altri argomenti: i beni comuni, il diritto alla casa, il diritto a un lavoro dignitosamente retribuito, i servizi sociali garantiti, l’occupazione dei teatri per una cultura che offra a tutti, indistintamente, la bellezza dell’arte, con i suoi profumi, i suoi colori, le sue parole, i suoi ritmi. E invece, nel ventunesimo secolo, ci tocca ancora stare a discutere di razze e confini. La mia speranza di cambiamento va via via scemando.

«Raga, sono sfiduciato. Quale cambiamento è possibile con in giro queste scimmie senza vocabolario?» dico con voce affranta.
«Sì, ma crescono le tensioni e ‘sti stronzi hanno sempre più consenso» risponde Zampa.
«È per questo che vanno abbattuti» ribatte Mandi.
La sua frase provoca una fragorosa risata. Abbiamo la capacità di non prenderci troppo sul serio ma di provare ugualmente a rivoluzionare il mondo. Questo trasuda dalle maglie bagnate dei petaissi. Sto bene in compagnia di questa banda di ribelli e pirati. Sempre più rari. Mi sento un privilegiato. Per noi il senso di appagamento non passa per i soldi che abbiamo nel portafogli. Consiste invece nella consapevolezza di avere sempre fratelli e sorelle accanto a sé. In ciò che vedo con i miei occhi c’è tutto quello di cui ho bisogno. Una bozza di vino rosso vuota e bicchieri consumati. Una chitarra appoggiata al muro. Il vasetto di Ganja quasi finito. Cartine, filtri, sgami. Posacenere stracolmo di mozziconi. Playlist di Sangue Misto in leggero sottofondo. Giarra, Spugna e Dodo sul divano. Io su una sedia. Andrea e Mandi sulle altre due. Andrea ha gli occhiali da sole. Sono le undici di sera. Mandi discute di Antico Egitto con me e Dodo. Spugna si è appena tatuato una macchina per tatuare sulla tempia ed è rosso rosso e gonfio di spasmi febbrili. Giarra, da due ore abbondanti, lo prende per il culo. Ha il tic di sistemarsi le radici dei dread, Giarra, probabilmente perché teme di perderli. Lo fa sempre. Ossessivamente.

Il giorno dopo, con il palco quasi finito, Giarra compare dall’entrata laterale della fiera urlando come un matto. Non dovrebbe essere in cantiere e la cosa attira immediatamente la nostra attenzione. Cammina svelto, con i dread sciolti fino al culo e una fotografia in mano.
«Oh, tosi. Pausa un secondo, mi devo sfogare, sono terrorizzato, devo farvi vedere questa!» urla.
Di solito non capita di stare vicini in cantiere. Stamattina, però, stiamo portando a termine delle rifiniture sulla torre di sinistra, quella vicina alle uscite, e ci è facile raggiungerlo in pochi secondi, formando un piccolo capannello sudato a lato del cantiere.
Ci mostra la foto di un ragazzo già calvo, con una giacca e un paio di pantaloni di jeans. La foto dev’essere degli anni Ottanta.
«Chi cazzo è?».
«Diocan, come chi cazzo è? È mio padre, diocan!».
«E quindi, che cazzo me ne incula di tuo padre?» fa Dodo.
«Ma non capisci? Questi», e indica i dread, «mi cadranno nel giro di pochi anni. Mio padre qui ne ha ventisette!».
«Ah ah ah ah! Ma che cazzo di problemi ti fai?».
«Tu non puoi capire. Tu e la tua chioma… Io non posso vivere senza dread!».

Giarra per tutti è da sempre il Rasta. È ossessionato dalle sue lunghe treccine. Qualsiasi cosa. possono toccargli qualsiasi cosa, ma non i suoi dread.
È arrivato di corsa fino al cantiere, in apnea, solo per condividere queste sue paure e farsi prendere un po’ in giro.

Le grasse risate le interrompe Beppe, un cacacazzi di capocantiere. Lo abbiamo conosciuto poche ore dopo l’inizio dei lavori in fiera. Si è presentato insieme alla squadra di montatori della Royal, un team di muratori rumeni giganteschi. Hanno mansioni diverse dalle nostre ma condividono con noi l’area. Noi siamo un branco di sballati senza futuro con un contratto a chiamata, mentre loro sono padri di famiglia con uno stipendio fisso. In cantiere sono frequenti le loro prese in giro nei nostri confronti. Le frasi più ricorrenti che ci vengono rivolte sono: “facchino dormi in scarpa”, “due mani due feri” e la celebre “facchino fuma rosmarino”, per via del fatto che spesso veniamo colti in flagrante mentre ci passiamo qualche canna.
Il rapporto tra la nostra squadra e la loro è sempre sul filo del rasoio e Beppe oggi è particolarmente agitato perché in cantiere c’è molta confusione ed è la fase in cui le mansioni delle due squadre si intrecciano caoticamente.

«Ma mi ve pago per farvi le risate?» sbotta Beppe all’ennesima risata partita dal nostro gruppo. «Dai, fate ridere anche me!».
«Sì, dai, Beppe, non metterla giù dura» dico.
«Sì, Beppe, sta bon» rincara Mandi.
«Ma diocan, io perdo i capelli e tu mi dici di tornare a lavorare?» ribatte Giarra.
«A lavorare, ho detto! E tu che cazzo ci fai in cantiere, che non sei di turno?» urla Beppe.
«Oh, calma!» gli risponde Zampa.
«Calma un cazzo, abbiamo due giorni per finire e i led son quasi tutti fulminati, non ci sono le scale e mancano ancora tutte le coperture. E siamo con due facchini della Royal in meno» sbraita Beppe.
«A me dei tuoi problemi non me ne strafrega un cazzo. Non mi interessa neppure se rimane su o viene giù, sto palco di merda. E Jovanotti, o Ligabue… quello mi sta pure sulle palle!» dice Mandi.

Mandi si è incazzato duro per quel richiamo, e noi a ruota, forse anche più del dovuto. Ma è come se in questo momento il diritto a divertirsi valga più di ferie o malattia, come se una pausa e quattro chiacchiere valgano molto più di una paga di per sé misera, come se quel rimprovero sia stato la classica goccia che fa traboccare il vaso. Come se in una sorta di illuminazione abbiamo compreso la nostra condizione di schiavi della musica, galoppini in un sistema di permessi falsi e cantieri insicuri. Come se Beppe incarni l’intero sistema economico da combattere e boicottare. Una furia di irascibilità indemoniatamente folle.
Un brivido rivoluzionario senza precedenti mi galoppa su per la schiena e mi immobilizza quasi il collo.
«Fanculo!» dice Mandi, e getta in terra gli attrezzi.
«Oh, sì. Fanculo, io mi son rotto il cazzo, me ne vado. Tieniti i soldi di oggi e infilateli su per il culo a monete da due euro, Beppe!» esclama Zampa.
«Fanculo, sì» diciamo quasi all’unisono Dodo e io.
Zampa si avvia verso l’uscita insieme a Mandi. Dodo li segue e cosi facciamo anche Giarra e io.
Beppe, impietrito e senza fiatare, ci guarda uscire dalla porta principale, zaino in spalla e sigarette accese per tutti.
In un attimo siamo liberi, ci siamo licenziati nello stesso istante. L’abbiamo lasciato nella merda e in balia dei facchini rumeni della Royal, che ovviamente si fermeranno all’istante pur di non faticare una goccia di sudore in più di quelle che già colano abbondanti dalle loro schiene.

Tornati in Via Baracca diffondiamo la notizia del licenziamento di massa e in molti ci raggiungono dopo pochi minuti per avere un racconto fresco dell’accaduto. Io scrivo un messaggio ad Andrea, che mi risponde immediatamente: “Fatto bene, io lo stavo già paccando da due giorni e non ci andrò più!”.
Paoletto, un amico spaccino che ha una decina d’anni più di noi, sembra aver fiutato la situazione. Senza essere chiamato si piomba in casa, tira fuori un sacco bello grosso di gangia e urla col suo fortissimo accento padovano: «Questa è la Baghdad, perché quando la fumi ti rimbomba il cervello come in una trincea!».


Note
[1] “petaissi: il significato del termine è letteralmente “scarafaggi”, ma veniva usato nei confronti dei ragazzi del ‘93 per indicare chi, quando c’era da lavorare, si dileguava immediatamente, scantonando in ogni direzione.
[2] “pula” è un termine rumeno che significa pene, ma tra gli appassionati di cultura gitana è diventato di uso comune, un intercalare giovanile con cui ci si rivolge a un amico intimo.
[3] “diocan” non è propriamente una bestemmia, almeno in Veneto. Si tratta di un puro e semplice intercalare. I veneti, scherzando, ironizzano sul fatto che il termine viene spesso usato al posto della virgola.
[4] “schei” è un termine veneto che indica i soldi, usato genericamente come “denaro”.
[5] “data zero” è un termine gergale con cui si indica la prima data di una tournée, l’unica in cui l’organizzazione di un live si prende alcuni giorni in più del previsto per montare il palco. Serve per avere un quadro più preciso del montaggio e per ovviare a eventuali problemi non previsti in fase progettuale.
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Mattia Di Carlo (1987) è laureato in Scienze Politiche a Padova. Ha condotto il programma “On the road again” su Radio Sherwood. Dal 2018 collabora con la Webzone di Sherwood.it e scrive per GlobalProject.info. Sta realizzando una raccolta di poesie illustrate con la disegnatrice Chiara Marcantonio. Ha suonato nel gruppo folk BuenaMista e sta lavorando ad un progetto musicale, “canzoni da divano”, presso la Underdogs Records di Padova.

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