The Police – Synchronicity

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Ho sempre avuto una strana sensazione pensando a Gordon Sumner, meglio conosciuto come Sting: lui ed io siamo nati lo stesso giorno dell’anno, abbiamo conseguito lo stesso diploma come insegnante e abbiamo le stesse posizioni politiche.

Devo essere sincero, la prima volta che ho sentito parlare di questo straordinario artista fu quando, a casa di un mio amico, scoprii una musicassetta (esistevano ancora) di questo tizio biondo che, a sentirne parlare, scriveva musica meravigliosa e il cui singolo di quell’anno era semplicemente un capolavoro (Fragile).
Ignoravo che Sting, prima di essere Sting, fosse stato il frontman di una della band più importanti e famose degli anni Ottanta: i Police.

I Police erano un terzetto rock inglese, formato a Londra nel 1977 e composto da Sting (cantante e bassista), Andy Summers (chitarrista) e Stewart Copeland (batterista). Erano diventati popolari tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, e furono uno dei primi gruppi new wave che riuscì ad ottenere successo commerciale, con un sound che mischiava punk rockreggae e jazz. Inoltre, negli anni Ottanta, sbarcarono negli Stati Uniti, e sono ritenuti i leader della seconda British Invasion. Si sciolsero nel 1986, e si riunirono soltanto per un tour mondiale nel 2007.
I primi album dei Police sono importanti a causa delle sonorità originalissime e dell’imprevedibile successo, ma vorrei soffermarmi su quello che fu il loro canto del cigno, e anche il loro capolavoro: basti pensare che la rivista Rolling Stone, nel 1989, lo ha inserito al diciassettesimo posto nella lista dei cento migliori album degli anni Ottanta e nel 2013 nella classifica dei cinquecento migliori album di tutti i tempi, e che nel 2009  è stato introdotto nella Grammy Hall of Fame.
Sto parlando di Synchronicity, il lavoro più maturo e sperimentale del gruppo.

Già dalla copertina si intuiscono i dissapori tra i tre membri del gruppo: ognuno ha una propria fascia colorata, blu per Copeland, rosso per Summers e giallo per Sting, che si vede leggere un libro sulla teoria della sincronicità di Jung (eventi che avvengono simultaneamente senza che uno influisca sull’altro). Eppure il disco è interamente composto da canzoni che diverranno dei classici.

Walking In Your Footsteps ci trascina, su ritmi di elettronica tribale, in una giungla densa di vapori africani e di echi animaleschi. O My God riprende il tema della solitudine nella folla tanto caro al primo Sting, in una dimensione ormai da perfetto songwriter pop e con un basso che, a tratti, richiama quello di Paul McCartney in Day Tripper.

Mother, composta e cantata da Andy Summers, è caratterizzata da un pazzesco tempo dispari, avvolto in un sovrapporsi di chitarra e clarino orientali e frenetici, e da un canto allucinato e straziante. La divertente e leggera Miss Gradenko è il frutto dell’ormai limitato spazio compositivo lasciato a Copeland: marchiata da un perfetto assolo pentatonico di chitarra, ha un’atmosfera allegra che riporta vagamente al primo long playing del gruppo, Outlandos d’Amour (1978).

Every Breath You Take, che apre la seconda parte, è la canzone pop per eccellenza, quella che continua ad essere riproposta pur incarnandosi in vesti e in autori differenti. Come Stand By Me di Ben E. King (di cui riprende il giro nella strofa, uno standard incredibilmente trasformato in qualcosa di irriconoscibile), come Yesterday dei Beatles e come poche altre canzoni, è capace di essere già presente nella mente dell’ascoltatore nel momento in cui viene ascoltata per la prima volta: come un archetipo, come un déjà vu: una canzone d’amore diventata uno dei massimi vertici del genere, di quelle che noi stessi vorremmo scrivere all’amata, dove però non si pronuncia mai la parola amore.

King Of Pain si sviluppa come una rock song su tonalità minori, con un ritornello aperto e i soliti, perfetti, break carichi di tensione. Wrapped Around Your Finger è l’ennesimo singolo di successo, ma è la successiva Tea In The Sahara a chiudere magnificamente l’album con un’incredibile chitarra minimale che sembra perdersi in orizzonti sconfinati e ci inonda di sole e sabbia del deserto.

Da segnalare la title track, Synchronicity, divisa in due parti – ma solo Synchronicity II diventa il terzo singolo dell’album. Tutto il brano si riferisce alla teoria di Jung sulla sincronicità: assistiamo alle vicende di un uomo tormentato che vive un’esistenza terribile e deprimente sincronizzato con gli eventi che accadono in un torbido lago scozzese. Tant’è vero che, alla fine del videoclip promozionale, si vede la band sul lago di Loch Ness.

Un album capolavoro da avere nella propria collezione e da ascoltare almeno una volta l’anno per capire che cosa vuol dire fare musica d’autore.

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Michele Larotonda
Il suo motto è: “Fai quello che sai fare e rendilo unico”. Michele Larotonda è nato nel 1977. Della sua infanzia ricorda il momento in cui suo padre gli mise in mano una Rollei 35, ed è stato amore a prima vista. Nel 2004 comincia ad affiancare un importante studio fotografico di Varese, nel frattempo si diploma in fotografia presso la John Kaverdash School di Milano e si avvicina alle tecniche del fotoritocco con Photoshop CS4, CS5 e CS6. Organizza corsi di fotografia e digital imaging rivolti a privati ed aziende. Ha esposto in associazioni culturali e locali e alcuni suoi scatti sono stati pubblicati su riviste e quotidiani quali: Living, Inkroci, La Prealpina, Il Quotidiano, Milanosette, Varese io C’ero… E’ il titolare del Kronych Image Studio di Milano e ha fondato il mensile on line KRONYCH IMAGE MAGAZINE

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