Kālidāsa

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Kālidāsa, il cui nome letteralmente significa “servitore di Kali”, fu un celebre scrittore, generalmente considerato come il più grande poeta e drammaturgo della lingua sanscrita.

Il sanscrito è la lingua liturgica principale dell’induismo e lingua letteraria nel Buddismo e nello Jainismo, ed ha una posizione importante negli studi indoeuropei.
Il corpus della letteratura sanscrita comprende una ricca tradizione di poesia e di drammi – oltre a   testi scientifici e filosofici – ed è ampiamente utilizzata come linguaggio cerimoniale in rituali religiosi indù e nella pratica buddista. La lingua denominata saṃskṛta, “lingua colta”,  è  per definizione sempre stata “sacra”, utilizzata negli ambiti religiosi e dotti nell’antica India, in contrasto con le lingue parlate dal popolo, prakrta (pracrito) – “naturale, normale, ordinario”.

La sua posizione nelle culture dell’India antica fu simile a quella del  latino e del greco in Europa, ed ha influenzato significativamente le lingue moderne del subcontinente indiano.
Il livello pre-classico del sanscrito è noto come sanscrito vedico, ed è il linguaggio del Rigveda, il cui  nucleo più antico risale al 1500 a.C.
Il periodo di attività di Kālidāsa non può essere datato con precisione, ma probabilmente appartiene al V sec. d.C. Le sue opere si basano principalmente sulla filosofia e i Purana indù, gli antichi testi indiani sulla vita delle divinità.
Gli studiosi hanno fatto varie ipotesi sulle località in cui possa aver trascorso la sua vita, basandosi sulle descrizioni che aveva fatto dei vari luoghi nelle sue opere.
In generale, come per la maggior parte degli autori indiani classici, poco si sa riguardo alla persona di Kālidāsa. Le sue poesie fanno intuire, anche se mai dichiarano esplicitamente, che fosse un bramino (sacerdote), e quindi legato al mondo indù ortodosso. Il suo nome fa presumere che egli fosse uno shivaita (seguace del dio Shiva, la cui consorte era Kali), anche se di tanto in tanto nelle sue opere elogia altri dei.
Un’opinione accettata da diversi studiosi è che Kālidāsa possa essere associato a Chandra Gupta II che regnò dal 380 al 413/15 circa, a causa del carattere dei suoi scritti e dei valori culturali espressi, specifici di una cultura sofisticata come quella del tempo.
La tradizione ha associato diverse opere a questo autore, ma gli studiosi ne hanno identificate solo sei come sicuramente attribuibili a lui, e una dubbia, Ritusamhara –  Il ciclo delle stagioni.
Le opere identificate come sue autentiche sono i drammi Abhijananasakuntalam, Vikramorvashi, e Mālavikagnimitram; i poemi epici Raghuvamsa  Kumarasambhava, e la lirica  Meghaduta.
Mālavikagnimitram – Mālavikā e Agnimitra racconta la storia del re Agnimitra, che si innamora  di una fanciulla servitrice della regina.
AbhijananasakuntalamIl riconoscimento di Sakuntala racconta la storia del re Dushyanta che incontra Sakuntala, la figlia adottiva di un saggio, e la sposa. Un contrattempo li coglie quando Dushyanta viene richiamato a corte e a causa di una maledizione. Dushyanta la dimentica fino a quando rivede l’anello che le ha lasciato.

Kālidāsa – ritratto di Sam Franza

Il riconoscimento di Shakuntala è considerato un capolavoro, e fu tra le prime opere in sanscrito tradotte in inglese e poi successivamente in altre lingue.
Vikramorvasiyam – Urvasī riconquistata col valore è la storia dell’innamoramento del re mortale Pururavas e della ninfa celeste Urvashi.  Soltanto dopo una serie di peripezie ai due amanti è permesso di restare insieme sulla terra. Una leggenda antica come i Veda narra il tema dell’amore di un mortale per una fanciulla divina.
Kālidāsa è anche autore di due poemi epici: Raghuvamsa – La dinastia di Raghu e KumarasambhavaLa Nascita di Kumara, che descrive la nascita e la giovinezza della dea Parvati e il suo matrimonio con Shiva.
Kālidāsa ha anche scritto Kavyas, poesia strofica: con questo genere ci si riferisce allo stile di letteratura sanscrita utilizzata dai poeti nelle corti dei re indiani, che apparve negli ultimi secoli del primo millennio a.C. e fiorì nella prima metà del secolo VII d.C.
Si caratterizza per un attento impiego del linguaggio e l’uso abbondante di figure letterarie, metafore, similitudini e iperboli. Il risultato finale sono brevi opere liriche, epiche cortigiane, narrative o drammatiche.
Meghaduta –  Il nuvolo messaggero è la storia di un amante che cerca di inviare un messaggio alla sua amata attraverso una nuvola. Per metrica e dolcezza lirica è uno dei poemi più famosi, e numerosi studi sono stati scritti su questa opera.
Molti studiosi hanno scritto commentari sulle sue opere. Tra quelli più studiati vi sono quelli di Mallinatha Suri, scritti nel XV secolo, anche se i primi commentari sopravvissuti sembrano essere quelli dello studioso del Kashmir del X secolo Vallabhadeva.
Delle centinaia di commentari sanscriti pre-moderni sulle opere di Kālidāsa, solo una parte è stata pubblicata in epoca contemporanea. Da essi appare evidente come la poesia di Kālidāsa sia stata modificata rispetto alla versione originale attraverso secoli di copie manuali, e probabilmente anche a causa di tradizioni orali  parallele a quelle scritte.
Il riconoscimento di Shakuntala è stata una delle prime opere di letteratura indiana ad essere conosciute in Europa. Venne prima tradotta in inglese e poi in tedesco, e fu accolta con meraviglia e fascinazione da un gruppo di eminenti poeti, tra cui Herder e Goethe.
L’opera di Kālidāsa continuò ispirare i circoli artistici europei durante la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, come si può dedurre anche dalla scultura di Camille Claudel, Sakuntala.
I tentativi di tracciare la poetica e lo sviluppo intellettuale di Kālidāsa attraverso le sue opere vengono limitati dall’impersonalità che è caratteristica della letteratura sanscrita classica. Le sue opere sono giudicate dalla tradizione indiana come realizzazioni di qualità letterarie proprie del sanscrito e della cultura che lo sostiene, e Kālidāsa è divenuto l’archetipo proprio della composizione letteraria sanscrita.
Un paragone improprio, ma che può immediatamente rendere la grandezza di Kālidāsa, è l’accostamento che viene fatto di questo scrittore a Shakespeare: una comparazione forse che deriva da una visione coloniale, ma che ne rende l’importanza. Infatti, la ricchezza poetica di entrambi, la loro immaginazione, la loro profonda conoscenza dei sentimenti umani e delle emozioni contrastanti, fanno bene intendere la dimensione del loro contributo alla letteratura mondiale.
Nel campo del dramma, la sua opera Abhijananasakuntalam è celeberrima, e viene abitualmente giudicata uno dei migliori sforzi letterari di ogni tempo. Qui Kālidāsa rielabora la storia di una vicenda d’amore nella quale i personaggi rappresentano un ideale aristocratico incontaminato: la ragazza, sentimentale e altruista, e il re, egli stesso servitore del dharma (l’insieme delle leggi e dei doveri religiosi e sociali), protettore dell’ordine sociale, eroe straziato dal dolore per il suo amore perduto. Nelle sue opere vi è il riconoscimento della sofferenza come elemento di purificazione della vita di ognuno.
Le storie sono l’occasione per il poeta per creare strofe metricamente e grammaticalmente perfette: la padronanza di Kālidāsa del sanscrito come mezzo poetico è incomparabile. In tutte le sue opere la bellezza della natura è dipinta con un elegante, preciso uso di metafore che sarebbe difficile eguagliare in qualsiasi letteratura.
Il poemetto lirico Meghaduta contiene il messaggio d’amore che uno Yaksha, custode dei tesori del dio della ricchezza Kubera, affida ad una nuvola per la sua amata lontana: mescolata ad una serie di ritratti paesaggistici troviamo una descrizione poetica delle montagne, dei fiumi e delle foreste dell’India del nord.
La società che si riflette nell’opera di Kālidāsa è quella di un’aristocrazia di corte stabile nella propria dignità e nel proprio potere. Kālidāsa ha forse tentato più di ogni altro scrittore di congiungere l’antica tradizione religiosa brahmanica, il valore rituale del sanscrito, e le spinte di un nuovo induismo. Questa fusione, che incarna la rinascita culturale del periodo Gupta, non è tuttavia sopravvissuta oltre il suo tempo. Sotto questo impero si ebbe un periodo di pace e prosperità che favorì lo sviluppo culturale: viene considerato l'”età dell’oro” della cultura indiana dal punto di vista artistico, letterario e scientifico; con il crollo dell’Impero Gupta, Kālidāsa è diventato un ricordo di perfezione che né il sanscrito né l’India saprebbero facilmente ripetere.

Meghaduta

È tra le fanciulle la mia bella,

Opra perfetta del Fattor divino;

Bruna ell’è : di gentil persona e snella:

I denti ha come fior di gelsomino

Ha gli occhi di una timida gazzella

Ha le labbra di vimba* porporino

Pe’ l sen fiorente e per il curvo fianco

Chino alquanto l’incesso e molle e stanco.

(…)

Son gli occhi gonfi per il lungo pianto .

È il labbro dai sospiri scolorato

E di muto dolor disteso ammanto

Ha il volto, su la palma reclinato:

Il volto, che dal crin negletto e spanto

Mezzo coperto e mezzo disvelato,

Ha la mestizia de la bianca luna,

Cui, passando, fa vel l’ombra tua bruna.

 

da Meghaduta o Il Nuvolo Messaggero
Poemetto erotico tradotto dal sanscrito da G. Morici
Roma, Ermanno Loescher & C. 1891 

*Momordica monadelpha

Illustrazione di Samantha Franza

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