Intervista a Valerio Evangelisti – Parte II

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Dove si conclude la lunga intervista che Valerio Evangelisti ha voluto concederci con squisita disponibilità. La prima parte è disponibile sul n° 4 di Inkroci.

Nota: abbiamo voluto distinguere gli interventi degli intervistatori, per cui quelli di Caimi solo in neretto, quelli di Gregori in neretto corsivo.

 

Nonostante tu non abbia molti contatti con la comunità letteraria, partecipi alla cultura in cui siamo immersi, tant’è che la analizzi spesso.

Sì. Tento di tenermi informato. Del resto, come storico, non avevo frequentato i corsi di storia di lettere, per esempio. Avevo frequentato la facoltà di scienze politiche. E quindi ho affrontato la storia come a quei tempi si faceva lì, privilegiando largamente la storia contemporanea e con una fortissima attenzione sociologica sulle cose. Erano scienze sociali unite alla storia. Questo fa sì che io segua gli eventi. La politica vera e propria no, ma gli eventi fondamentali sì. Per cui ho opinioni ben precise su temi quali la guerra, il razzismo e compagnia bella. Se mi chiedete come si chiama il sindaco di Bologna, adesso mi è venuto in mente, ma ci è voluto un minuto. Invece le grandi tematiche sì, e sono quelle che cerco di mettere, in qualche misura in tutti i miei libri: anche quelli più fantastici in qualche modo un aggancio ce l’hanno.

Tra l’altro, hai partecipato a un’antologia contro l’organizzazione della città di Bologna da parte del sindaco Cofferati, ex sindacalista della CGIL, Scorrete lacrime, disse lo sceriffo.

Sono stato l’organizzatore. E il volumetto ha causato le ire dell’editore Fanucci, che ha i diritti su Philip K. Dick e pensava che lo avessimo copiato. Si è arrabbiato moltissimo per questa cosa e ha scritto un pezzo di fuoco contro di me, senza aver mai visto il libretto, che è un opuscoletto, e si capisce.

Che tra l’altro sembra un numero di Urania, solo su carta diversa…

Ecco, quella è stata una cosa divertente. Lì c’è stata anche una funzione della scrittura diversa dal solito, nel senso che il mio racconto compreso in quell’antologia è stato distribuito a Bologna come volantino. Non capita spesso. Allora mi sono sentito un po’ fra Jack London e Gor’kij… (ride).

Secondo te è vero oppure no che stiamo vivendo un’omologazione culturale verso il basso abbastanza inquietante?

Sì, ma questo, più che alla letteratura, si deve alla standardizzazione degli altri mezzi di comunicazione. Non è la letteratura o, più genericamente, la narrativa che influenza le menti e i costumi, oggi. Può influenzare delle minoranze. I fenomeni di standardizzazione vengono da altrove. Poi c’è un fenomeno imitativo per cui si possono aversi casi in cui la narrativa imita gli altri media invece che dare gli spunti. Per esempio un genere a me particolarmente caro, la fantascienza, una volta era mille volte avanti alle espressioni televisive o cinematografiche. Mentre in un romanzo di fantascienza si potevano leggere problematiche riferite a un lontano futuro ma che rispecchiava il nostro presente, al cinema c’era ancora l’invasione degli insetti giganti. Adesso certi telefilm di fantascienza – Lost, Battlestar Galactica, eccetera – sono molto più raffinati di quanto non lo sia la narrativa, che si sforza, semmai, di imitarli. Si è capovolto il rapporto. Ritengo che, comunque, la complessità e l’intelligenza debbano essere appannaggio della letteratura, quale che sia il genere della letteratura, perché io non ho nessuna preclusione di genere. Ogni tanto grido da qualche parte che la letteratura di genere è la migliore, ma in realtà lo faccio perché sono in fase difensiva: quando si viene attaccati dici “no, sono più forte io”, ma io non metto delle discriminanti. Del resto la narrativa che probabilmente mi piace di più non è narrativa di genere. Comunque sì, la standardizzazione c’è, ma c’è in tutto quello che facciamo, è inevitabile.

Anche nel cinema. Non parliamo, poi, di quello italiano.

I film italiani ogni tanto mi capita di vederli ma, a parte che poi li dimentico, devo dire che qualcuno ogni tanto mi piace, mi diverte; ma non è da noi che il cinema rappresenta, oggi, una punta della cultura.

Cosa pensi di film come Il divo e Gomorra?

Nessuno dei due ha suscitato in me un entusiasmo tale da gridare “sono bellissimi”. Piuttosto li ho trovati interessanti, soprattutto Il divo, perché è una specie di stilizzazione, è un modo di raccontare strano, nel senso che tutto è quasi iperrealistico, le stesse inquadrature non sono inquadrature da cinema. Che poi il personaggio che voleva raffigurare sia ben raffigurato, non lo so. Mi sembra che l’originale abbia più senso dell’umorismo di quanto non fosse nel film. Gomorra invece è più complesso. Mi ha lasciato un curioso stato d’animo che spero sia stato solo mio: di fronte ai due giovani protagonisti io stavo totalmente dalla parte della camorra, perché questi erano dei rompicoglioni incredibili, diciamocelo! Li detestavo. Infatti ho quasi applaudito quando vengono ammazzati, alla fine. A parte questo, che in parte è uno scherzo in parte no, sta di fatto che anche in quel caso si tratta di un film interessante. Penso che sia un caso unico, che non sia l’origine di un filone: non ne nasceranno, altri film così.

Nonostante il successo commerciale

Nonostante il successo commerciale, ma è un film unico come forse è unico anche il libro. E in quel senso va benissimo, è un film che ho guardato più che volentieri, malgrado un senso terribile di squallore. Ma questa è la sua forza. Quelli sono esempi, ma quasi irripetibili, del cinema italiano d’oggi valido.

Ma siamo ben lontani da film come quelli di registi come Petri, Germi…

No, non ci sono più! E se ci fossero non li farebbero lavorare. Perché allora erano intere generazioni. Oggi, anche se c’è tutta una serie di scrittori -torniamo agli scrittori- che pensano in qualche modo in sintonia, manca completamente un contatto fra loro come ci poteva essere una volta, manca uno scambio. Persino fra me e quelli che sono a me più vicini, per amicizia personale, non c’è questo tipo di rapporto. Però esistono altre cose, tipo la presenza sul web, che è abbastanza interessante per avere interlocutori nuovi. Ma come non ci sono in letteratura, così neanche nel cinema esistono delle scuole; poi il cinema italiano è quasi completamente subordinato alla televisione. Chi è che riesce a fare film indipendenti qua? Allora un prodotto finanziato dalla televisione è destinato ad andare in televisione, e quindi deve obbedire a certi criteri e distanziarsi dall’eccesso di problematicità. Così la vedo io.

Tra l’altro in Italia, a livello di fiction, realizziamo prodotti qualitativamente piuttosto bassi, nonostante il paragone impietoso con le serie americane, che potrebbero essere un ottimo esempio.

Sì, ma qua c’è sempre stata una sottovalutazione del pubblico locale. Il pubblico comunque non è innocente, perché è lui che decreta il successo, ad esempio, dei film di Natale: non c’è dubbio che la gente vada a vedere quella roba lì. Allora poi il produttore, che essenzialmente è un commerciante, o vuole quella roba lì o la fa per il piccolo schermo.

Forse c’era anche una mentalità diversa; nel senso che prima un produttore, finanziando un prodotto d’autore, si dava lustro; adesso non si da più nessun lustro: semplicemente fa un buco nell’acqua.

Mah, quelli che ho conosciuto io –e ne ho conosciuti tanti– salvo alcune eccezioni erano persone che non avevnoa un soldo e che, in pratica, contavano su finanziamenti pubblici. Non che voglia condannare i finanziamenti pubblici, però il produttore nasceva già con quella ipotesi lì: io adesso progetto un film, non potrei finanziarlo, la televisione magari sì; allora lo presento alla televisione. Con un tipo di meccanismo del genere il produttore non partecipa più realmente a un’attività artistica, tenta anzi di abbassarne il livello. Salvo quelli molto illustri, che possono permettersi dei film totalmente sperimentali e magari lontani dai gusti del grande pubblico. I produttori che ho conosciuto io non erano dei furfanti, ma sicuramente erano dei commercianti. Poi quelli grossi sono quelli più commerciali. Hanno fatto fortuna sul prodotto commerciale e continueranno a produrre quello.

Però, ai tempi, Dino De Laurentis produceva film anche di un certo livello, insieme ai tanti prodotti meramente commerciali.

Ma erano film fatti per il cinema. E poi per essere venduti all’estero. Erano i tempi in cui Tarantino vedeva i film italiani negli Stati Uniti. Adesso non li vedrebbe se non in qualche cineclub. E’ diversissima la situazione in paesi come la Francia e la Spagna. In Spagna, dato che esistono tante comunità autonome, ognuna ha abbastanza fondi da finanziare film cinmatografici. Oggi, ad esempio, i migliori film horror vengono tutti dalla Spagna. In Francia esiste un meccanismo: c’è una specie di prestito pubblico per cui vengono anticipati dei soldi al produttore, il quale però li dovrà restituire. In ogni caso esiste anche un certo controllo sulla qualità.

In Francia, tra l’altro, i cineclub sono frequentatissimi. In Italia se ci sono 20 persone è già  tanto.

In Italia, chi è che fino a poco tempo fa decideva se dare i soldi al cinema oppure no? Quel tizio poi riceveva indicazioni da Berlusconi: “mettimi questa ballerina, questa soubrette”… E’ un peccato, perché mentre altrove a capo di determinati enti mettono dei registi, della gente di cinema, dei competenti, qua ci si finisce per meriti di altro tipo. Io sono sempre stato meravigliato che, per esempio, a dirigere la tv mettano dei soggetti che con la tv non hanno niente a che fare. Io ci metterei, che ne so? Renzo Arbore, poi ci metterei Freccero, poi ci metterei Marco Giusti, gente così… Qua no. Allora poi il cinema viene legato alla tv, e la tv da chi dipende? Da questa gente qua. Non c’è speranza, non c’è speranza.

Secondo te c’è un modo per riappropriarci della cultura o non…

Farla, farla. Cioè, autoprodurla. Sono convinto di questo. Tempo fa, il circolo Arci più importante di Bologna, che aveva una propria cineteca,  stava cambiando sede e aveva buttato delle pizze di film a 16 millimetri dentro un bidone della spazzatura e, visto che non ci stavano, di fianco. Io ed un mio amico arrivammo lì con dei sacchi e prendemmo quello che riuscimmo a portare via. Era del cinema, detto militante, prodotto nel Sessantotto. Ed erano degli esperimenti straordinari, con attori tipo Gian Maria Volontè, Giulio Brogi e altri che si prestavano a questo tipo di cinema di controinformazione. Ma si facevano tutto da soli, si auto-distribuivano, creavano delle reti. Secondo me questa è la via per la quale si può in qualche modo arrivare a una rinascita. Per esempio, ho visto che quel libretto che avevamo fatto contro Cofferati ha venduto oltre cinquemila copie. E a Bologna era distribuito in sole due librerie, a titolo amichevole. Per il resto viaggiava per i centri sociali di tutta Italia.

Infatti l’ho comperato in un centro sociale a Brescia.

Ecco. Qual era?

Magazzino 47, che è legato a Radio Onda d’Urto.

Io sono andato due volte alla festa. Sono andato a presentare quel libretto lì, l’ultima volta, e c’erano non meno di cinquemila giovani. Superava quella di Radio Sherwood e, per di più, non era così commerciale. Così, io penso che ci si possa riappropriare della cultura dal basso. O con iniziative culturali eclettiche che, comunque, andranno sempre autogestite. Esistono iniziative che nascono da appassionati e alla fine riescono a sopravvivere e a trovare un nuovo spazio. Questo alla lunga può valere anche per i libri, secondo me.

E quanto il web può aiutare? Lo chiedo perché vedo il web come un’arma a doppio taglio rispetto a tutto questo.

Da un lato il web si presta a dei pericoli. Uno dei pericoli è che, dato che ognuno può parlare, si arrivi al livello più basso. C’è un autoeletto critico letterario che si occupa ogni tanto di me scrivendo insistentemente che io sarei omosessuale. A parte che oggi come oggi non mi sembra una grande notizia, non è vero. Ma come si può smentire un così? Si arriva a bassezze di questo tipo. Dall’altro lato tantissima gente che non aveva voce ha cominciato a essere nota proprio a livello di web. Io ho scoperto una ragazza di Palermo, che è specializzata in raccontini brevissimi e fulminanti. Si chiama Alessandra Daniele. Se vai a vedere su Carmilla, cerchi racconti, sono racconti brevi e cattivissimi. Questa pubblicazione tramite web ha significato non solo che Alessandra adesso è ripresa dovunque, che sia diventata praticamente un mito, ma che sia imminente la pubblicazione di una sua antologia. Quindi il web è stato utile. Bisogna però fare cose adeguate al web. Per esempio, perché noi – e qualcuno ci critica anche – mettiamo dei romanzi a puntate? Perché sappiamo benissimo che il nostro lettore non va oltre due pagine. Spesso, addirittura, si collega dall’ufficio, ha poco tempo per leggere tutto. Se gli piazzo un pezzo da cinquanta pagine, non me lo legge. Invece una cosa frazionata sì.

Anche perché il computer non si presta a letture lunghe. Chi è interessato tendenzialmente scarica l’allegato e, se è molto lungo, lo stampa.

Non hanno mai capito niente questi qua. Umberto Eco faceva le sue enciclopedie su cd Ma chi diavolo è che sta lì a perder tempo su un cd: fai una cosa online, ipertestuale, dove salti da una cosa all’altra.

Sì, per mappe concettuali, in modo tale che uno vede, poi se gli interessa consulta la bibliografia, va a cercare… E’ così che funziona internet. L’approfondimento si fa sempre sul testo, perché è impossibile stare davanti a un video e leggere ore e ore.

Per alcuni, che sono ormai diventati dei cyborg, è possibile, ma ad esempio pubblicare un libro online può essere utile per chi fa delle ricerche brevi su quel testo, ma nessuno leggerebbe un intero libro. Chi leggerebbe un libro alla tv? E’ assurdo. Non hanno capito un concetto che è piuttosto elementare: quando dal manoscritto si passò alla stampa non è che i contenuti rimanessero uguali, quello che era prima nel manoscritto e poi fu nella stampa. Cambiavano anche i contenuti. Così col mezzo devo cambiare i contenuti. Internet non può prendere su interamente quello che era patrimonio della letteratura. Anche gli e-book, s’è visto, hanno un mercato minimo: io vendo ogni anno cinque o sei copie.

Quella che viene chiamata crisi della letteratura o, più in generale, crisi della cultura, secondo me in realtà è stasi. “Crisi” sarebbe già un bel termine, saremmo già avanti. La crisi prevede qualcosa che scoppi, è comunque rottura.

La crisi comunque produce letteratura. E la letteratura è cultura. Mentre, appunto, la stasi non produce nulla.

Secondo te, l’arte – nello specifico della letteratura – può avere ancora un potere rivoluzionario?

No. Può avere un potere di sensibilizzazione, ma l’arte non ha mai avuto un potere rivoluzionario reale. Però lo può innescare, può dare consapevolezza, questo sì. E forse, in un momento come questo, è una funzione rivoluzionaria. Non credo molto ai predicozzi né nella letteratura, né nelle altre forme d’arte. Chi predica, di solito, in quella maniera non convince. La cosa che può fare, invece, è indicare dei dubbi, indurre a porsi delle domande. Questo sì. E lo può fare anche la letteratura di genere, se vogliamo.

Quando vuole ci riesce.

Anzi, ha il vantaggio di non essere sempre sotto gli occhi della critica, sempre censurata. Di solito ti lasciano scrivere quello che vuoi. Lo so per esperienza.

La formazione di un’identità, del senso di identità vero e proprio, contribuisce a rafforzare e quindi ad aprire alla cultura, e quindi anche all’arricchimento?

Certo, contribuisce molto, ma avviene più a livello sociale, attraverso la propria vita sociale. Un libro, che non sia un saggio, di solito non è che convinca, non è che riesca a far cambiare completamente le posizioni di qualcuno. Però può dargli una visione più lucida sull’esistenza e dunque consolidare o modificare certe sue posizioni. In questo senso un libro raramente è del tutto inutile, anche se esistono libri inutili come esistono musiche inutili e come esistono film inutili. Però non stiamo parlando di quelli, insomma.

La presa di coscienza del presente poggia sulla comprensione del passato?

Diciamo che il rapporto è reciproco. Nel senso che la storia non la conosce nessuno. La conosciamo nelle linee di fondo, però non ci possiamo vivere in mezzo. Tantissimi dettagli sono quasi impossibili da ricostruire. E’ facile rendersene conto se si legge un romanzo medioevale: ci si accorge che parlavano in un’altra maniera rispetto ad oggi, ammesso che il romanzo riflettesse la maniera di parlare. Se si legge un romanzo anche più moderno, mettiamo L’idiota di Dostojevsky, si accorge dai dialoghi che ci sono delle sfasature rispetto all’oggi. Così vale per tutto. Quindi noi non siamo mai in grado di ricostruire la storia nella sua pienezza: possiamo ricostruirla nelle parti che più ci interessano. Ma quelle parti ci sono dettate, di solito, dal presente. E’ il presente che orienta non tanto la ricostruzione storica, quanto la scelta degli eventi da privilegiare. Perché sennò faremmo delle cronache. D’altro lato nessuno riesce a interpretare il presente se non ha qualche cognizione dei problemi affrontati in passato. Affrontati, risolti o non risolti, ma che si erano presentati in passato. Quindi è un rapporto dialettico costante.

A volte basta tacere per non far passare un’informazione. Questo mi sembra che avvenga anche con molti libri che vengono pubblicati che magari potrebbero avere un forte impatto anche sociale, ma nessuno ne parla.

Sì, esistono forme di censura che riguardano le tematiche. Praticamente oggi siamo dominati da scelte che hanno varie fonti. L’importanza che una volta poteva avere l’università oggi è stata soppiantata da una forma di intellettuale di grado, secondo me, più basso, che è l’opinionista dei giornali, l’opinionista televisivo, eccetera, che a loro volta sono abbastanza vincolati dal potere politico. Quindi se loro decidono che un argomento è fuori moda non lo trattano. Non lo trattano i giornali, e sebbene i giornali stiano riducendo il loro peso specifico sulla società, altri poi – visto che i giornali non ne trattano – non ne parlano a loro volta E’ tutta una catena, efa sì che certi argomenti siano oscurati, che esistano dei tabù: di questo non si può parlare o si deve parlare solo in una certa maniera, e così via. Questo è indubbio, per me.

Yashar Kemal ha scritto: “Se la gente di un paese vuole vivere bene e felice, prima deve rispettare e fare propri i valori universali e garantire la libertà di pensiero, senza confini. La richiesta culturale del nostro paese è nelle nostre mani”.

Sì, grossomodo posso essere d’accordo. La libertà di pensiero è comunque un argomento delicato, perché ritengo che esista anche un tipo di pensiero totalmente infame e criminale al quale non concederei alcuna libertà. Oggi purtroppo vedo che è stata concessa ed è stato come agitare una bottiglia di spumante e poi togliere il tappo all’improvviso: viene tutto fuori. Per cui abbiamo gente che, figurativamente, vomita da ogni lato. Questo non dovrebbe essere, secondo me. Dovrebbe esserci una disciplina rigorosa nella scelta dei temi, perché è chiaro che tutto può essere trattato, però alcuni temi dovrebbero esserlo con una distanza critica. Per esempio io sono contrarissimo mettiamo alla censura che in Italia ha colpito un libro di Celine, Bagatelle per un massacro, che è un libro di un antisemitismo ferocissimo. Non ero per metterlo fuori legge; sarei però per pubblicarlo con un’introduzione che lo storicizzi. Però non ho risposta alla questione, perché grossomodo sono d’accordo.

Quali sono secondo te gli scrittori italiani contemporanei che vale la pena di leggere?

Sono più d’uno. A me sembrano interessanti Ammaniti, Scarpa degli ex pulp, Genna sicuramente, anche se è arduo da leggere, Wu Ming, e se uno ha molta pazienza Moresco. Sono tantissimi. Credo che il criterio per scegliere le proprie letture sia quello della curiosità. La curiosità del momento. Mi è capitato di dover leggere dei libri nel momento in cui erano lontanissimi dal mio interesse e dalla mia sensibilità e ho avuto una pessima impressione, che era ingiusta. Mi fiderei della curiosità.

Perché scrivi? Perché la scrittura?

Perché mi consente di vivere altre vite. Per me davvero è un divertimento. Un divertimento che fa soffrire, ma sempre un divertimento, perché vado dove non potrei andare. Poi la prima parte della mia vita è stata abbastanza attiva; da un certo momento in avanti non lo è più stata, e l’ho sempre rimpianto. Allora le mie avventure le vivo scrivendole. Sostanzialmente è questo. Mi piace scrivere, anche l’atto stesso dello scrivere mi piace molto, però in sé sarebbe insufficiente. Ci vuole quell’altro elemento.

FINE

Leggi la 1° parte dell’intervista a Valerio Evangelisti

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Heiko H. Caimi
Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha tenuto corsi di scrittura presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. L’ultimo suo lavoro è il romanzo "I predestinati" (Prospero, 2019).

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