Scrivo per sopravvivere ai sogni: intervista ad Alessandro Sichera

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Alessandro Sichera, nato a Milano nel giorno dei natali di Roma, ha lavorato come giornalista in alcuni quotidiani locali. Attualmente scrive e lavora nella mobilità elettrica. Ha pubblicato nel 2004 la sua prima plaquette poetica, Intime Frane (menzione speciale al premio nazionale Montano), nel 2006 la raccolta Le smagliature del sonno, entrambe per i tipi di Lietocolle, e nel 2020 la raccolta Passaporto Nansen per Calibano Editore. Lo abbiamo intervistato nei primi giorni di novembre del 2020.

Quest’anno hai pubblicato la silloge poetica Passaporto Nansen (Calibano Editore), a distanza di quattordici anni dalla precedente, Le smagliature del sonno (LietoColle, 2006). Come mai è trascorso tanto tempo prima di dare alle stampe una nuova raccolta di tuoi versi?
Dopo Le smagliature del sonno mi sono dedicato al mio lavoro di allora, il giornalismo. Di fatto usavo le parole per mestiere e a un certo punto mi sentii svuotato. Le parole erano diventate mere assonanze. Avevo bisogno di “disintossicarmi” dalla parola ed esplorare, approfondire altre forme di espressione. Ripresi a studiare la musica e un concetto a me molto caro che si chiama “dinamica del movimento”, legata principalmente al ballo, al corpo. In qualche modo mi sono liberato del fardello delle Smagliature, che era arrivato forse troppo presto rispetto a Intime Frane e ancora non era stato del tutto metabolizzato. 

Quelle della nuova raccolta sono poesie scritte in endacasillabi: una forma piuttosto negletta dagli autori contemporanei. Qual è il motivo di questa scelta?
Proprio il rigetto da parte di molti autori contemporanei. Scherzo, ovviamente.
In primo luogo l’endecasillabo e il settenario (anche nelle loro varianti) sono la forma metrica più vicina al linguaggio parlato, comune, quotidiano. Per me la prima lezione montaliana è stata proprio questa. Lo trovo un verso comodo, abbastanza largo da poter esprimere una frase di senso compiuto. Oggi la poesia sembra essersi scordata della metrica, non so se per polemica o reazione, come fosse un bieco esercizio di stile da condannare, privilegiando il verso libero, non per forza asciutto, quasi del tutto spogliato della sua forza evocativa. Forse per l’esigenza di arrivare a tutti, di non confinarsi nella poesia d’antologia come si studia a scuola. Ma bisogna saperlo fare e quelli bravi ci sono.
Per quanto mi riguarda, oltre a rappresentare la mia cifra attuale, l’endecasillabo era sicuramente funzionale al progetto di Passaporto Nansen. Non so se avrebbe funzionato con un verso più libero, che ogni tanto è presente. 

Si nota un lavoro chirurgico sulla parola: non una viene sprecata, ognuna di esse ha un peso nella disposizione del verso; sembrano versi meditati a lungo, nei quali niente avviene per caso…
 Ho proceduto in maniera opposta agli altri due libri. Dopo quattordici anni di vita accumulata ci si potrebbe aspettare materiale a fiumi cui attingere, invece ho sentito il bisogno di togliere, di raccontare solo l’essenziale. Per la prima volta non ho scritto per urgenza di comunicare un dolore o un disagio personali, e mi sono potuto concentrare sull’osservazione e il resoconto, tempo dilatato a disposizione, filtrato e restituito nell’essenziale misurato. 

Il titolo della raccolta, Passaporto Nansen, si riferisce a un documento rilasciato dalla Società delle Nazioni tra gli anni Venti e gli anni Quaranta del Novecento, riconosciuto a livello internazionale, che permise a centinaia di migliaia di profughi e rifugiati apolidi di emigrare in un paese diverso da quello di origine. Un passaporto concepito per la dignità, di cui godettero anche personalità come il pittore Marc Chagall e il compositore Igor’ Stravinskij, ma che spesso ghettizzava chi lo possedeva. Come mai questo titolo? È una scelta più poetica o più politica?
Innazitutto è una scelta civile. È un’allegoria del riscatto, della dignità nei tempi attuali. All’inizio, quando scrissi Intime frane, c’era l’idea di una trilogia dei vinti, partendo dall’Io-monatto, passando all’Io-relazione per arrivare all’Io-società, dove l’Io è inteso come soggetto narrante più che reale prima persona autobiografica. Ma poi, si sa, la vita fa prendere percorsi inaspettati e le carte si rimescolano. Anche per questo ho aspettato così tanto, per alleggerirmi di quel fardello trilogico e raccontare le persone, le esperienze vissute direttamente o raccontate da altri, osservate di nascosto o frugate nei vicoli di un’ipotetica città nascosta. Passaporto Nansen parla di una città che potrebbe essere Milano ma anche qualsiasi altro luogo, della notte personale e di tante altre notti altrui; non volevo dare troppi riferimenti in tal senso.
Chi legge non saprà (se non affinando l’intuito) se sono esperienze vissute in prima persona o raccontate da altri, ma sa di un Odisseo (o di tanti altri disperati) che è quasi voce narrante, quasi summa e sintesi di tutti i protagonisti. 

Tu ti senti apolide?
“E mi riconosco apolide nella dimensione d’uomo”, è il verso d’apertura, quasi aforistico, di Passaporto Nansen. Apolide nel senso pasoliniano di non omologato. Gli invisibili del libro rivendicano tutti la possibilità di sbagliare da soli, la facoltà della scelta fosse anche la più dolorosa o difficile; mostrano tutti la nudità della dignità, quella sorta di “disciplina del dolore” che tocca tutti e che solo se affrontata e metabolizzata ci permette di rialzarci. 

Nella prefazione, Gianpaolo G. Mastropasqua definisce Passaporto Nansen “un esemplare assaggio di ossimorico Orfismo civile”. Riconosci la tua opera in questa definizione?
Intanto ringrazio ancora una volta Mastropasqua, amico sincero e grande poeta dell’oggi, i cui onirici versi sono per me miele che culla.
Credo abbia trovato una definizione esatta della mia poetica. Niente scazontiche cosmogonie ma appunto un’allegoria della dignità che è sicuramente Orfismo civile. 

I tuoi versi sembrano tutti puntati sugli ultimi della società, sugli esclusi, sugli emarginati…
 Ovviamente gli ultimi della società di oggi, gli invisibili a svariato titolo. C’è una chiave di lettura concentrica che parte da lontano, dagli apolidi del vero Passaporto Nansen e arriva ai vicoli bui dei nostri luoghi, a noi conosciuti ovunque essi siano, che spesso camminiamo senza ascoltare, senza farci caso. Vicoli o situazioni spesso fradici di umanità e dolore, di richieste d’aiuto o silenzi disperati.

È una parte del tuo vissuto?
Parzialmente vissuto personale e parzialmente vissuto raccontato, osservato o conosciuto da altri. Nell’economia del racconto, delle microstorie in forma di poesia, non è così importante saperlo. Potrebbe essere tranquillamente il vissuto di ciascuno di noi.

Qual è il tema portante del tuo libro?
A parte il titolo stesso, forse un tema ricorrente potrebbe essere appunto quella sorta di “ritorno a casa” dopo anni trascorsi a vagare tra i bassifondi della mente, dell’intimità, della ricerca di un qualcosa non bene messo a fuoco. È ovviamente un’allegoria. È la maturazione, fondamentalmente, con tutte le implicazioni che essa comporta, come l’accettazione di sé e della propria condizione, anche in un’ottica di slancio al cambiamento e miglioramento. La presa d’atto che la vita cambia, il tempo passa e quasi mai si può tornare indietro o riparare. Si può solo guardare avanti, schiena dritta e sguardo fiero. O si può scegliere di stare fermi, di vivere intrappolati nei ricordi.
“È l’ovvio del fuoco la via di casa”, vuole significare un po’ questo concetto, la ricerca della soddisfazione nell’essenziale, che è spesso ampio.

Qual è stato il tuo percorso poetico?
Domanda difficile. Preferisco parlare del mio percorso di scrittura e di vita, cui la poesia dovrebbe andare di pari passo. Ogni libro mi sembra il primo che scrivo e ognuno, dopo averlo scritto, quasi non mi riguarda più. Il primo, soprattutto, Intime frane, era spigoloso, diffidente, arrabbiato anche, con uno stile verticale che toglieva volutamente armonia al verso, nonostante alcuni riconoscimenti importanti. Al tempo stesso voleva essere discreto nel suo esasperato ermetismo doloroso. Con le Smagliature mi sono un po’ ammorbidito, ho smussato angoli, ma ancora non avevo trovato la quadra. Mi sembra pacifico che lo stile e la poetica ricalchino in modo quasi speculare il vissuto personale di ciascun autore. Lo stesso Montale ha sperimentato almeno tre stili diversi nel corso della vita e non sarebbe stato così grande e importante se fosse rimasto sempre uguale a se stesso.
Anche per queste considerazioni ho riscritto, adattandole all’oggi, alcune poesie dei libri precedenti, perché toccavano inconsapevolmente il tema di Passaporto Nansen ma in una forma che non mi appartiene più. 

La prima stesura la fai a mano, a macchina o direttamente al computer? E perché?
Come viene. A volte mi capita di avere in testa un verso che rimbomba e scalcia e allora debbo fissarlo usando ciò che trovo, di solito un moleskine che ho spesso in tasca. Altre volte me lo annoto da qualche parte nel telefono. Accumulo versi e pensieri, sensazioni e panorami. Poi però il testo per intero, la prima forma organizzata, arriva quasi sempre di getto, dopo che quegli appunti sono stati lasciati a decantare per giorni o settimane. In un secondo e terzo momento viene il lavoro di cesello, di lima, di sgrossatura, normalmente direttamente al computer. 

Le tue liriche sono complesse, hanno diversi livelli di lettura: rileggendole si possono cogliere sottotesti che di primo acchito non si erano notati…
È così. È la magia della poesia: spesso il lettore arriva a comprendere o notare significati o chiavi di lettura cui l’autore non aveva pensato. Sicuramente, in ogni caso, il mio stile è spesso concentrico: obbliga a rileggere e soffermarsi, quasi a frugarsi dentro, perché io stesso ho dovuto farlo nella stesura. Una specie di patto di reciprocità con il lettore. 

Quanto ritieni che sia importante la leggibilità, in un’opera letteraria?
Indubbiamente la leggibilità è un aspetto importante se non fondamentale di qualsiasi cosa scritta si tratti. Da giovane pensavo si scrivesse per se stessi, ora penso che non sia quasi mai vero. Si scrive per comunicare qualcosa: che il lettore sia uno solo o centomila, senza il lettore la caratteristica stessa della scrittura sarebbe incompiuta. Come tutte le forme di espressione, del resto. Vale per la musica, per la pittura e per la parola. L’interlocutore è parte essenziale del processo espressivo. Esattamente come quando si parla, se nessuno ti capisce nessuno ti ascolta.
La poesia di oggi ha esasperato molto questo concetto, ricercando forse ossessivamente la semplicità della parola (e da qui anche la bravura a rendere poesia tale semplicità), a volte rischiando di non sapere più quale sia la differenza tra un pensiero e una poesia. Dovremmo tutti provare a mettere lo stile personale al servizio della leggibilità, in delicato equilibrio e senza per questo snaturarci. Forse è questa la vera sfida della poesia contemporanea. 

Secondo te la poesia deve produrre coscienza nel lettore?
Non lo so più, francamente. Sicuramente deve provocare emozioni, riflessioni, deve catturare l’attenzione, obbligare il lettore a soffermarsi su una parola, un verso, un dettaglio. 

Ogni buono scrittore è anche un assiduo lettore; quali sono state le letture che ti hanno influenzato maggiormente?
Gli spunti non arrivano solo dai libri, ma anche dai testi di canzoni. Letture delle più disparate, comunque. Tra i miei costanti riferimenti Montale, Pavese, Pratolini, Fenoglio, Baudelaire, Raboni, De Angelis, Luzi, Leopardi, Neruda, Campana, tutta la poetica di De Andrè, e Piero Ciampi e Giovanni Lindo Ferretti.
 L’elenco sarebbe davvero lungo, ci sono tanti ragazzi bravi che leggo con molto piacere e che purtroppo non trovano lo spazio che meriterebbero tra gli scaffali delle librerie, quelle poche che ancora esistono e resistono. 

Perché scrivi? Perché la scrittura?
La domanda forse sarebbe da porre in modo diverso: perché ci esprimiamo attraverso questa o quella forma? Per quanto mi riguarda ho sempre trovato facile scrivere, fin da bambino. La scrittura è un abito che sento comodo anche se non è l’unico, come accennato prima: mi capita di sentire il bisogno di non fermarmi alla parola ma di usare altre forme, come può essere la musica. Non escludo, per il futuro, di musicare alcuni stralci di Passporto Nansen.
In sostanza scrivo per sopravvivere ai sogni che non riesco a realizzare, visto che poi campare di inchiostro oggi è sempre più arduo.


Di Alessandro Sichera abbiamo pubblicato anche una poesia inedita:
Tu conosci i segreti dei vicoli

e tre tratte da Passaporto Nansen:
Anche i tuoi occhi cadranno nel sole
Sapora di quiete lo spazio tra noi
È con ostinata nostalgia che…


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Heiko H. Caimi
Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, Abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Collabora con il notiziario "InPrimis" tenendo la rubrica "Pagine in un minuto" e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli "Sdiario". Ha pubblicato il romanzo "I predestinati" (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti "Oltre il confine. Storie di migrazione" (Prospero, 2019) e "Anch'io. Storie di donne al limite" (Prospero, 2021).

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