La realtà è il sogno? – Intervista a Silvia Accorrà

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Silvia Accorrà è nata nel 1969. Traduttrice, fotografa, poetessa e narratrice. A partire dalle sue foto sono state organizzate due mostre: Nuda proprietà (2006) e Nihon Land (2009). Dal 1996 ha pubblicato tre sillogi di poesia (Mezzoforte, Pesce di Terra, Città non nostre), una raccolta di racconti (Rosso Nucleare) e il primo romanzo della “trilogia giapponese”, Tokyo Love (2014), cui seguiranno Hikari (2017) e Sakae. Pareti sottili (2019), che rappresentano il secondo e il terzo volume, assolutamente autonomi.
L’abbiamo incontrata proprio in occasione dell’uscita di Sakae (parola giapponese che in italiano significa prosperità), in cui la sua scrittura è sottile e insinuante come i confini tra realtà e mondo onirico, tra vista e cecità, tra individualità e osmosi: un romanzo toccante che lascia sbigottiti.

Partiamo dalle due protagoniste del tuo libro Sakae: si conoscono accidentalmente, o forse sarebbe meglio dire che alcuni fili nel tempo e nello spazio hanno fatto sì che s’incontrassero. C’è una donna che procede con una benda bianca sugli occhi, come se fosse cieca; però siamo in Giappone, quindi nessuno sembra stupirsene più di tanto, tranne la protagonista, che è occidentale, e che quindi si fa delle domande – domande che pone anche alla donna bendata, avvicinandosi e cercando di capire che cosa stia succedendo. Questo crea un legame che andrà ben al di là della realtà, perché finirà per inserirsi nel mondo onirico di entrambe, soprattutto in quello della protagonista, perché l’universo fantastico dell’altra è già ricchissimo.
Ma… si può esistere attraverso il gioco di specchi del sonno?
Sì, e qui, in Sakae, parlo proprio di questo: c’è un personaggio che permette l’esistenza dell’altro in quanto lo riflette. Come dicevano i filosofi medioevali, anche solo porsi la domanda sull’esistenza di Dio ne garantiva l’esistenza; in questo senso, la risposta alla tua domanda è sì, è una condizione di esistenza sufficiente.

Quindi è il sognare a far sì che noi ci materializziamo? È una domanda che credo si faccia anche la protagonista, dopo certe affermazioni di Sakae.
Esattamente. Noi ci materializziamo nella realtà dell’altro, nel senso che nessuno che io non conosca può sognarmi, e di conseguenza io sono reale per una persona che mi sogna, e viceversa.

Questo avviene anche se la persona che ti sogna non ti ha mai vista? O se ti ha vista solo incrociandoti per strada, anche se poi in qualche modo sei rimasta nel suo inconscio?
In questo caso mi dispiace per lei, però la risposta è no; o meglio, in questo caso posso esistere, ma solo come accidente.
Una volta mi è successa una cosa molto curiosa, della quale non mi vanto affatto: qualche anno fa ero in vacanza a New York e un signore stava facendo uno sketch del mio profilo di tre quarti e ho pensato “O sono veramente molto insolita ed eccentrica, o sono bruttina, oppure sono abbastanza interessante”. Ecco, questo episodio mi ricorda proprio il fatto che uno sconosciuto voglia entrare e appropriarsi, in qualche modo, della tua esistenza. Questo fatto mi aveva molto colpita, e infatti cercavo di spiare il suo disegno, ed era veramente inquietante.

E lo sketch com’era? Lo trovavi più bello di un ritratto vero?
No, perché era comunque molto realistico, anche se caricaturale. Lo trovavo fatto proprio ‘ad hoc’: perfetto, veramente incredibile.

Tornando al concetto dell’esistenza legata ai sogni, secondo te siamo quindi così evanescenti che senza i sogni non ci materializzeremmo?
A malincuore devo rispondere di no. Ci sono molte persone che non sognano o che non ricordano i sogni, e quindi, purtroppo per loro, hanno nella vita qualcosa di meno, secondo me; per questo la mia risposta è no. D’altronde la biologia è biologia.

Che cosa succederebbe – questa è una domanda insita nel romanzo stesso – se al risveglio, un mattino, ricordando un sogno e portandocelo dietro durante la giornata, scoprissimo che quello che abbiamo sognato si è realizzato?
Capita spesso, ed è molto inquietante. Allo stesso tempo, però, quando succede ti dà una percezione della realtà completamente virata; quindi secondo me fa paura ma è bellissimo, e soprattutto ti fa capire quanto sia potente l’inconscio, perché poi è di quello che si sta parlando.

L’inconscio a volte sembra quasi sfiorare la telepatia, tu sei d’accordo?
Sì, io penso che l’inconscio abbia una potenza tale da riuscire davvero a piegare i cucchiai, per usare un’iperbole. Lo diceva anche Oscar Wilde che tutte le cose importanti dell’esistenza degli esseri umani avvengono nell’inconscio, e secondo me aveva perfettamente ragione.

Ma si può svanire all’interno dei propri sogni?
Sì, anche se dipende dal livello di profondità del sogno e dal livello di sanità mentale dell’individuo. L’inconscio è molto potente, e non sto parlando di magia o di cose strane: tutti ce l’abbiamo e tutti attingiamo a un inconscio comune, però, se una persona è particolarmente fragile o incapace di governarlo, o di distinguerlo da luce, gas, telefono, allora può essere rischioso.

Se ciò che ci accade intorno a nostra insaputa – non qualcosa che vediamo, ma qualcosa che accade qualche palazzo più in là, magari in un interno in cui non siamo mai stati – se questo avvenimento a cui siamo del tutto estranei influenzasse i nostri sogni?
Mi ricorda il famoso paradosso: se cade un albero nella foresta, e noi non siamo presenti, esiste il rumore della caduta dell’albero? Alcuni filosofi sostengono di no, perché non c’è nessuno a percepirlo; seguendo questo ragionamento alla tua domanda potrei rispondere: “No, è irrilevante per la mia vita e non c’è niente”. Secondo me, però, è tutto talmente legato che in qualche modo, magari indiretto e incomprensibile, c’è un legame, una conseguenza insomma.
Anche perché, a proposito di questo paradosso filosofico, io mi chiedo: ma lo scoiattolo che era sopra? L’ha percepito eccome, così come anche le formiche che avevano il nido là sotto. 

Alla luce di tutte queste considerazioni, possiamo quindi definire Sakae un romanzo metafisico, che però si svolge all’interno della quotidianità della protagonista, tant’è che c’è tutta una serie di gesti estremamente routinaria che viene compiuta, per quanto la quotidianità sia sempre stravolta da un ospite inaspettato, come è Sakae, e da un improvviso contatto con il mondo onirico, che porta non solo a risvegli improvvisi, ma anche a vedere nel reale conseguenze di ciò che è accaduto nel sogno. In qualche modo la tua trilogia sembra avere due estremità fantastiche, cioè Tokyo Love e Sakae, e un intermezzo realistico, che è Hikari, dove non ci sono influenze fantastiche, metafisiche o spirituali, e risulta molto più concreto. È voluta questa successione, che pone al centro il romanzo più realistico?
Non voglio rovinare la sorpresa a chi non avesse letto Hikari, però la parte conclusiva non è così realistica, anzi è tutto estremamente realistico tranne la conclusione, che forse è un pochino poco concreta. Però sì, è una successione voluta, perché per me Sakae è stato un po’ un rientro nel mio terreno favorito, quello dell’inconscio e del sogno, che per quanto mi riguarda rimangono sempre dei paesi di una fascinazione incredibile e di una vastità infinita, per cui non c’è mai termine al viaggio; e io lo trovo bellissimo.

Facendo un piccolo rimando a Tokyo Love, anche gli spiriti, se non infiniti, sono comunque tantissimi e di diversa natura…
Sì, assolutamente. E soprattutto si travestono da esseri umani, ti fanno credere di essere umani, tanto che tu alla fine ci credi davvero.

Qua si fa cenno anche a un’altra donna, vista o forse non vista, conosciuta o forse non conosciuta: è un riferimento ai romanzi precedenti o si tratta di un’altra creatura ancora?
È un altro personaggio ancora, reale; anzi, è l’unico personaggio che tocca la realtà dal punto di vista mio di scrittrice: una persona che io ho conosciuto, con cui ho interagito, insieme con la sua famiglia, con la sua storia, con i suoi luoghi, e che ha il pregio incredibile di essere estremamente sfuggente, sia come carattere, sia con la sua stessa storia, anch’essa ugualmente elusiva. Mi piaceva inserirla nel libro proprio come enigma, perché è così che ho vissuta lei e la sua amicizia.

Qual era il titolo originale del primo libro della trilogia, cioè Tokyo Love?
Nei miei progetti Tokyo Love si intitolava Tokyo Land, perché voleva essere proprio una mappatura che, partendo da Tokyo, si estendeva per il Giappone del sud, quindi parlando anche di altri posti che non sono Tokyo. Avevo scelto quel titolo perché mi pareva così di dare una collocazione veramente geografica. L’editore però aveva deciso diversamente, perché secondo lui Tokyo Love era più appealing dal punto di vista del lettore medio.

Invece i due romanzi successivi, Hikari e Sakae, hanno titoli in giapponese…
Sì, Hikari significa luce, in giapponese. In realtà non credo di avere mai spiegato, in tutto il romanzo, il motivo per cui questo fosse il titolo, ma si riferisce alla parte iniziale del romanzo, quando la protagonista segue la luce del giorno che esce dallo skyline del centro di Tokyo: quando albeggia la luce sale e lei gode di questi raggi. Forse è rimasto un po’ nelle pieghe del romanzo, ma non è mai stato spiegato.

Invece con Sakae, prosperità, che poi però è sormontato anche da Pareti sottili, c’è stata la necessità di dire qualcosa di più, facendolo risultare un titolo meno compatto.
Dunque, la mia idea iniziale era solo Sakae, poi però il mio editore ha insistito perché dessi anche la traduzione, memore di Hikari. Sakae inoltre non è solo il nome della protagonista del romanzo, ma anche un luogo di Nagoya, una città giapponese che amo moltissimo e dove ho vissuto per quasi un anno: Sakae è proprio un quartiere centrale di Nagoya, un po’ come dire San Babila a Milano, ed è un posto che ho girato da sola con una meraviglia fanciullesca per giorni e giorni. Quando, verso la fine del romanzo, si fa cenno ad alcuni luoghi, il riferimento è proprio a Sakae, a Nagoya e all’hinterland.

L’unico argomento del romanzo veramente prospero è quello dei sogni. C’è una prosperità di sogni strabordante e, fra l’altro, per la prima volta tu scegli di non virgolettare i dialoghi, il che ha un effetto ulteriormente straniante e onirico, e immette il lettore ancora di più nell’atmosfera del romanzo; un metodo che lo aiuta a decollare, e che, per quanto all’inizio possa sembrare un po’ difficile come approccio, in realtà è perfettamente in linea con lo svolgimento.
Sì, quello che ho voluto fare in questo romanzo è stato – forse con presunzione, non lo so, ma sicuramente con tutte le buone intenzioni del mondo – tirare dentro il lettore, volergli far vedere questo mondo enorme e infinito attraverso degli esempi – che chiaramente sono i sogni di cui parlo io, perché non posso conoscere i suoi di sogni. In questo modo cerco di mostrare quanto il mondo sia meraviglioso e aperto a tutte le possibilità. Secondo me non mettere troppa punteggiatura vuol dire non fermare troppo il lettore nella sua lettura; è proprio un invito, insomma.

In pratica il tuo è un invito a scivolare dentro ai sogni…
Sì, a lasciarsi catturare e poi trovare la propria strada, perché io ovviamente parlo della mia, però poi ognuno ha la propria.

Anche perché sembra che le pareti tra sogni e realtà siano piuttosto sottili, che è anche quello che dice la protagonista di Sakae: “Lei ha pareti sottili”.
Sì, anche più avanti lo ribadisco: è l’idea di un reciproco filtro, quindi di osmosi, che per me è un principio molto importante di compenetrazione delle cose e delle esperienze.

La protagonista, quando si interroga su ciò che sta accadendo, non prende mai le cose così come vengono: e non è così facile farlo quando si è abituati a vivere in un mondo solo reale. È il contrario di quello che accade in Tokyo Love, dove tutto è molto più soft e c’è, nella seconda parte, una sottile inquietudine che ti avvolge e che si fa via via sempre più perturbante. Qui invece si salta sulla sedia. Se fosse un film ci sarebbero momenti in cui lo si farebbe davvero…
Ma la stessa protagonista salta sulla sedia a un certo punto…

Tra le ipotesi, la protagonista dice: “Questi contatti con persone mai viste, questo sognarle, questo rivederle nella realtà, possibile che abbia a che fare con le nostre vite precedenti?”. E Sakae le spiega come sia una questione di tempo ma anche un po’ di spazio. L’elemento tempo è quindi molto importante in questo romanzo?
Sì, perché il fatto di aver incontrato Sakae, per la protagonista, vuol dire avviare un percorso, un processo, che ha un tempo, che evidentemente è la frequentazione con Sakae, con tutto quello che succede e quello che fanno; ma è anche un recupero del proprio passato: è come se fosse un biglietto per visitare quel misterioso blocco, quella figura misteriosa e quel passato recente che non si sapeva se fosse reale oppure onirico. Quindi il tempo è importantissimo, perché è la chiave di tutto. Sakae, alla domanda che tu citavi: “Ma allora sono vite precedenti?” mi sembra che risponda qualcosa come: “No, è tutto insieme, le stiamo vivendo tutte in parallelo”; si passa cioè da una vita all’altra e, oltretutto, questa è una trovata della fisica astronomica contemporanea, quindi non sto inventando niente. È emozionante quando c’è del pathos in tutto questo: quando si parla di stelle e di pianeti è una cosa, ma quando si parla di esperienze affettive è molto diverso.

In effetti le intimità e gli affetti sono elementi che ricorrono in tutti e tre i romanzi: sono sempre molto ben delineati e coinvolgenti, e finiscono comunque per farti avvertire la naturalezza dei sentimenti e dell’intimità tra due persone.
Tornando alle visioni e ai sogni, c’è una frase, fra le tante, che forse dà una chiave di lettura: “La visione è reale perché il tempo si riavvolge come un nastro e lo posso ripercorrere, perfino se non è il mio passato, perfino in mia assenza”.
Significa che a volte noi siamo veramente fatti delle ricostruzioni degli altri, cioè non siamo presenti a noi stessi, ma siamo il famoso flusso di coscienza – o anche il fiume, se vogliamo – nel quale si rispecchiano le esperienze degli altri, che poi a loro volta si incontrano fra di loro, anche a dispetto nostro. È bellissimo pensare che tutto possa accadere simultaneamente, indipendentemente da noi… a me piace molto, lo trovo un concetto di grandissima libertà.

Concetto liberatorio, che per altri penso però potrebbe essere angosciante.
Sicuramente, certo; già solo il concetto di inconscio per alcuni è angosciante.

Qua ricollego due frasi a distanza di qualche pagina, in cui prima dici: “L’ansia è un’incertezza del tempo”, che è molto vera e anche concreta, poi, più avanti, affermi: “Non esiste nessun approdo, il movimento è incessante, un’onda che si muove attraverso il tempo e le persone”.
Sì, la seconda frase si ricollega proprio a quello che cercavo di dire poco fa, cioè al fatto che tutto passi attraverso. La prima invece, come dicevi tu, è molto concreta, nel senso che l’ansia è prevedere un disastro, o un insuccesso, o un pericolo, o anche soltanto una cosa che non funzionerà dove si vorrebbe che tutto filasse liscio. L’ansia è la cosa più inutile del mondo, fondamentalmente, e te lo dice una persona ansiosissima, che quindi “predica bene ma razzola male”.

Bé, perché conosci molto bene l’ansia, evidentemente. D’altronde dici: “Il nostro inconscio è correlato all’anima delle altre persone, e anche all’anima delle cose, soprattutto dei luoghi”.
Sì, in Hikari ho parlato moltissimo dei luoghi.

Parli di alcuni luoghi anche in Tokyo Love: ponti, gallerie…
Sì, amo molto parlare dell’anima dei luoghi. Secondo me i luoghi hanno un’anima che è capace di restituirci la nostra identità, la nostra quiete, e anche la nostra gioia, banalmente; e quindi sì, per me i luoghi sono degli scenari irrinunciabili.

Quello che fai di molto insolito perché di sogni hanno parlato centinaia di scrittori è proprio la materializzazione di questi ultimi, nel senso che paradossalmente i sogni, in questo romanzo, finiscono per essere la parte più concreta.
Sì, perché in questo romanzo i sogni sono la realtà, quindi nel momento in cui sogno che c’è l’acqua alta, poi mi trovo davvero a galleggiare seduta su una poltrona in una camera d’albergo, come peraltro succede proprio nel romanzo. Questo è solo per fare un esempio, ma quello che voglio dire è che il tuo sogno può essere così reale, può informare e condizionare così tanto la tua vita, che poi le conseguenze cambieranno a seconda del sogno che hai fatto. Ad esempio: io penso che capiti a tutti di svegliarsi la mattina, dopo aver fatto un brutto sogno, e dire: “Mamma mia, sarà una giornata terribile”, perché si ha quel sapore amaro in bocca lasciato dal sogno. Io, però, ho voluto spingermi ancora un po’ più avanti e dire: “No, guarda che questo sogno ha conseguenze reali, la poltrona è bagnata veramente dall’acqua che hai sognato”; anche se forse è stato un azzardo.

In questo romanzo, sembra essere molto importante l’esperienza della cecità, perlomeno per Sakae; una cecità che però non è autoinflitta, perché non deriva da alcuna mutilazione, ma è semplicemente un rendersi ciechi.
Sì, da un lato Sakae spiega che rendersi ciechi vuol dire avvicinarsi alla dimensione della notte, che è a sua volta la dimensione dei sogni, o dove perlomeno è più facile sognare; dall’altro significa limitare gli stimoli che possono distrarci, quindi concentrarsi su quello che si sta cercando, che è poi ciò che Sakae fa: anche lei vuole delle risposte, e questo è un modo eccentrico di cercarle.

Però, forse proprio grazie alla potenza dei sogni e quindi della sensibilità, quando lei procede con la benda sugli occhi non inciampa, non cade, non va addosso a nessuno, addirittura scende da un treno senza farsi male.
Sì, è come se avesse una veggenza, una vista che va oltre e che le permette di uscire illesa da una situazione in cui qualunque altra persona invece si farebbe del male.

I due romanzi precedenti lasciano sempre degli spiragli aperti, però hanno una chiusura vera e propria. A questo, invece, che è l’ultimo, e forse proprio per questo, hai voluto dare il finale più aperto di tutti, magari come provocazione.
Sì, è vero, esattamente per il motivo che ti dicevo prima: per me questo finale è proprio un invito al lettore a esplorare il suo inconscio, come se gli dicessi: “Guarda, io ti ho messo sul tavolo tutto quello che potrebbe succedere – è vero, è un romanzo e quindi è fantasia ed è un’iperbole, però potrebbero succedere tantissime cose – tu vuoi giocare? Vuoi provare a esplorare questa parte di te, questa parte di ricerca che non ha spiegazioni, che non ha confini?”; questo è un po’ l’invito che faccio.
Finito di leggere il libro la mia migliore amica mi ha fatto una telefonataccia dicendo: “Non mi puoi piantare così, io non ho un inconscio che mi parla come te!”, ma in realtà io penso che lei sia solo pigra, o comunque che non ne abbia voglia, perché ha tutti i mezzi possibili per farlo. Per questo dico che secondo me è un po’ un invito e non una sfida, perché in realtà mostra come comunque si esce indenni: come la protagonista trova una sua soluzione, una sua chiusura personale che non è per il lettore, così anche il lettore può trovarla, diversamente, con altri mezzi.

È curioso chiudere una trilogia con un finale aperto, anche se va detto ai possibili lettori che ogni romanzo è assolutamente leggibile autonomamente, perché non ci sono collegamenti diretti fra una storia e l’altra.
Ho notato che nella locandina che pubblicizza il libro c’è scritto che questo è un romanzo giapponese: perché Sakae è un romanzo giapponese e non un romanzo italiano, visto che tu sei italiana, o un romanzo sul Giappone? Perché lo definisci proprio romanzo giapponese, come forse sono anche gli altri?
Dunque, devo fare una premessa: Sakae è l’unico romanzo che ho tradotto in inglese perché potesse essere letto all’estero. L’avevo scritto quando ero più giovane e avevo una sconsiderata ambizione: l’ho dato da leggere a una caporedattrice di una grossa casa editrice giapponese, la Kodansha, la quale mi ha detto: “Sì, è molto bello, ma è troppo giapponese”; quindi ho preso questa definizione per buona. In realtà per me è stato il complimento più bello che potesse farmi, perché con quel rifiuto allo stesso tempo mi ha anche fatto un complimento enorme! Quindi, per rispondere alla tua domanda: per me è un romanzo giapponese.

Quindi la Kodansha voleva il Giappone visto da un occidentale.
Esatto, voleva che fosse un romanzo italiano, non giapponese, ma tu pensa!

Tornando a riflettere sui temi presenti nella trilogia, in Hikari c’è soprattutto il mistero umano, in Sakae e in Tokyo Love il mistero tout court, ma non è mai il mistero di tipo giallo, piuttosto è un mistero esistenziale. Come mai questa importanza del mistero e questa influenza nella tua narratriva?
Dal punto di vista strettamente letterario, perché la letteratura giapponese è intrisa di mistero fin dal decimo secolo, e soprattutto c’è uno scarsissimo filtro fra la realtà e il mistero. Dal punto di vista personale, invece, perché sono argomenti che non smettono mai di affascinarmi. Infatti io tengo un diario dei sogni, che scrivo fin da quando ero adolescente e in cui mi segno tutti i sogni che faccio, senza volerli assolutamente spiegare, ma per cercare di capire com’è fatta questa città che si compone di tutti i sogni diversi che faccio e che sono in qualche modo collegati. Quando mi sono accorta di queste connessioni, allora ho capito veramente quanto l’inconscio è sterminato, perché da ormai molti anni metto insieme questi tasselli e mi rendo conto che costituiscono proprio una mia topografia, che non smette di incuriosirmi; e quindi lo scrivo.

Forse questi collegamenti vogliono anche dirti qualcosa…
Me lo chiedo spesso… per intanto mi fanno scrivere, perché molte cose mi vengono come sotto dettatura: molto spesso la scrittura non è una scelta razionale. Quindi sì, magari l’impianto del romanzo lo è, ma quello che succede ti viene raccontato.

Anche perché ho notato – anche per me a volte funziona, nei sogni – che, se ci fai caso, se li annoti, se cerchi di ricordarli, anche se a volte sono un po’ sfuggenti, più li segni, più ci pensi o magari ne scrivi, più alla fine te li ricordi e cominciano ad accavallarsi, ad avere relazioni l’uno con l’altro, a ripetersi con varianti. Quindi c’è anche una sorta di allenamento al sogno.
È verissimo. Una cosa che ho notato, e che mi ha fatto molto ridere, è che mi è capitato di sognare dei luoghi, città sconosciute, senza nome, e poi dopo anni altri luoghi, girare un angolo in quel sogno e ritrovare lo stesso sogno dell’altra volta, per cui non puoi fare a meno di pensare: “Beh, allora qui c’è qualcosa che si tiene e che rimane”. Tutto questo secondo me è meraviglioso, è affascinante in un modo incredibile.

Nel tuo romanzo si va ancora oltre, perché i sogni di una persona influenzano quelli dell’altra, senza che l’altra li abbia raccontati.
Anzi, addirittura scopre di aver fatto dei sogni grazie alla domanda dell’altro: “Io so che hai sognato questo, io so che è successo questo”, e come puoi essere venuto a conoscenza di un avvenimento e dargli una risposta? È proprio un attraversare la realtà e il sogno; anche perché Sakae in questo campo è un po’ una fuoriclasse.

Tant’è che il romanzo si conclude – questo non è uno spoiler – nel luogo dove Sakae viveva prima.
Esatto, che è anche il luogo chiamato proprio Sakae, quindi in questo senso è un po’ un ritorno alle origini del personaggio, e in parte anche dell’io narrante.

Concludo dicendo che questo tuo ultimo libro è indubbiamente una lettura estremamente coinvolgente, soprattutto se si ha un rapporto non necessariamente buono con i propri sogni e con il porsi delle domande. Di sicuro, essendo a tratti inquietante, può risultare un po’ ostico per chi non è abituato a questo approccio alla realtà e si trova investito da qualcosa che ha rimosso, come direbbe Freud. Io, come ho detto, l’ho trovato estremamente coinvolgente e non mi ha inquietato, ma al contrario mi ha affascinato, mi ha avviluppato, mi ha risucchiato, tant’è che mi è dispiaciuto che fosse finito lì, perché avrei voluto andare avanti ancora un po’… però so che le prossime tue opere non avranno nulla a che fare con la trilogia.
No, le opere successive sono perlopiù racconti di fantascienza.

Anche quella, però, analizzata sempre in una chiave molto intimista.
Sì, abbastanza: è una fantascienza molto poco tecnologica, o comunque con la tecnologia sottotono e non sbandierata… non è Star Trek, per capirci.


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Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, Abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Collabora con il notiziario "InPrimis" tenendo la rubrica "Pagine in un minuto" e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli "Sdiario". Ha pubblicato il romanzo "I predestinati" (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti "Oltre il confine. Storie di migrazione" (Prospero, 2019) e "Anch'io. Storie di donne al limite" (Prospero, 2021).

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