Giulia Romoli – Laura

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La prima cosa che fa è spegnere la radio.

Fuori dall’auto il cielo è nero; opprime le cose, le schiaccia.

Il ragazzo gira la chiave, il motore si addormenta e lui spezza il silenzio come fosse un grissino che entrambi, quella sera, hanno deciso di mangiare.

«Esci sempre da sola?», le chiede.

«No», mente lei. Si liscia con la mano il bordo della gonna attillata.

«Non ti ho nemmeno chiesto come ti chiami». La voce del ragazzo è sottile come i suoi capelli.

Laura li osserva, li tocca, cerca di fissare i particolari. Le immagini sono appigli, si dice, devo sforzarmi di imprimerle nella memoria. Devo creare un quadro la sera, per potermici dedicare di giorno.

«Mi chiamo Laura», risponde, ma non riesce a piegare la lingua sul palato: la erre non si unisce alle altre lettere e la parola rimane così. Mutilata.

Laura fa uscire dal naso un leggero sbuffo, appoggia il capo sulla poltroncina e chiude gli occhi. Il mondo intorno a lei è di gomma, ondeggia come i castelli gonfiabili del parco giochi.

«Vuoi che ti porti a casa?», le chiede il ragazzo da lontano. La sua voce scavalca a fatica il fischio di un treno che non vuole partire dalla sua testa.

Laura impacchetta un sorriso e glielo porge, apre gli occhi e tenta di fissarli nei suoi. Per qualche secondo ci riesce. «No», risponde.

Con la mano gli sbottona i pantaloni e si china su di lui.

I gesti, quelli, li esegue con precisione, senza timore. Alza la gonna e lascia intravedere il ricamo degli slip: il suo cartello di benvenuto. Lui chiude gli occhi, reclina la testa all’indietro, si intrufola sotto il suo golf, fa scivolare i palmi sulla pelle nuda, esplora ogni zona.

Laura accoglie le sue dita dentro di sé con un lento mugolio di piacere, un suono che si lascia sfuggire di riflesso: non sente altro che il proprio sesso bagnato. Il suo corpo è stato risucchiato dentro le poltroncine di pelle nera, dentro a quella macchina che odora di nuovo e non di sesso; dentro quel ragazzo di cui non sa nemmeno il nome, cui ha infilato in tasca il foglietto con il proprio numero di telefono; dentro la sua vita, ripiegata su se stessa mille volte, come un foglio di carta sottilissima. Si sfila gli slip, abbandona le braccia e dipinge quell’immagine nel quadro della propria memoria.

La prima cosa che percepisce è il freddo sulla nuca.

Come se qualcuno le avesse infilato la testa nel freezer. È per questo che si sveglia.

Sporge la mano per accendere la lampada sul comodino, ma subito la ritrae. Preferisce il buio. L’oscurità le dà riparo e lei si sente protetta.

Toglie l’asciugamano che ha sistemato sopra il cuscino prima di addormentarsi. È bagnato di sudore, come ogni notte. Si alza per infilarlo nella lavatrice e ne prende uno pulito nel cassetto dell’armadio.

La casa è piena di quei ronzii che si riescono a cogliere solo di notte: un debole fischio da dietro il frigorifero, il soffiare continuo del computer  ancora acceso sul tavolo, una goccia che cade nel lavello, il respiro sommesso di Ray, che dorme pacifico sulla coperta ai piedi del letto.

Si piega sulle ginocchia per lasciargli una carezza e gode della morbidezza del suo pelo candido. Il cucciolo si gira bruscamente, poi riprende a dormire.

Scalza, va in cucina, si siede al tavolo e si accende una sigaretta. Dalla finestra filtra la luce del lampione, che le cade sui piedi nudi. C’è una bottiglia di vodka quasi vuota sul ripiano della cucina. Di nuovo allunga la mano e poi la ritrae. Sospira.

Con la sigaretta in bocca, spinge la schiena sulla sedia e la inclina per arrivare al frigorifero. Lo apre e la luce le fa chiudere gli occhi. Le occorrono alcuni secondi per abituarsi e riuscire a vedere all’interno: sui ripiani si mescolano cibi mangiati a metà e poi lasciati nel piatto senza pellicola, bottiglie di succo di frutta e latte senza tappo, un vasetto di yogurt aperto. Laura prende lo yogurt e lo appoggia sul tavolo. Fa per chiudere lo sportello, ma poi lo riapre e tira fuori altre cose: del formaggio secco, il piatto con le lasagne, una busta di insalata, il latte. Sistema tutto sul tavolo davanti a sé e poi inizia a mangiarlo, senza seguire un ordine. Nell’altra stanza Ray sta mugolando.

Addenta il formaggio e riesce a masticarlo abbastanza da buttarlo giù. Con una mano affonda nel sacchetto di insalata. Il sapore non le è mai sembrato tanto assente. Le lasagne sono burrose, in bocca: le ricordano i cioccolatini che le portava sua nonna da Torino, quelli a tre strati, fatti a forma di cubo. Afferra il cartone del latte e lo beve; un piccolo torrente bianco le scende lungo la gola. Tenta di fermarlo con la mano, ma le inzuppa lo stesso la maglietta. Allora spinge la sedia sulla sua destra, inclinandola verso il piano per prendere il panno carta, ma una delle gambe scivola, la sedia cade a terra, portandosi dietro il suo corpo.

Resta così: a terra. È sicura che domani avrà solo un leggero dolore alla spalla. Niente di grave. Niente, davvero. Solo un leggero dolore alla spalla destra.

Sente le zampette di Ray, ormai sveglio, ticchettare sul pavimento. Corre da lei, la annusa, poi le lecca la maglietta inzuppata di latte. Laura si rannicchia per allontanarlo e lui, svelto, sale su un’altra sedia e finisce di leccare gli avanzi dal tavolo.

Laura pensa alla spalla. Niente di grave, davvero. Non è niente di grave.

In strada passa un gruppo di persone e squilla un cellulare.

La prima cosa che vede è Alessio seduto sulla sua scrivania.

Ha ancora la giacca addosso e la valigetta  ai suoi piedi.

Laura guarda l’orologio distratta.

Le altre sono già ai propri posti, sedute con la testa bassa e lo sguardo fisso sulle tastiere.

Dobbiamo parlare, dice lui.

Laura annuisce e lo segue nel suo ufficio. Sa già che cosa le dirà e le parole esatte che userà per dirglielo. Sono giorni che lo aspetta.

Lui fa due passi ed è subito dietro la scrivania di mogano. Lei si ferma al centro esatto della stanza, sopra un fiore di seta nero e giallo del tappeto Nain, indecisa se sedersi o rimanere in piedi. Si concentra sul disegno intorno alle proprie scarpe, mentre Alessio inizia a parlare. Le voce le arriva a intermittenza, si sovrappone alle immagini orientali.

…sei sempre in ritardo…

Non posso coprirti con le altre ragazze…

…e piantala per un po’ con quella merda che bevi!

…non mi interessa quello che fai fuori di qui, ma…

Hai bisogno di un po’ di riposo…

…ti farà bene.

Laura lascia vagare gli occhi per la stanza. Li appoggia sulle piante negli angoli, sugli scaffali, dai quali sporgono gli archivi delle fatture e dei registri contabili della società, sulla foto di Alessio e di sua moglie Elena, ben in vista alle spalle dell’uomo. Vede tutto per la prima volta.

Ma le gambe non le muove. Stanno svanendo, risucchiate nella geometria pregiata ai suoi piedi.

Alessio le domanda qualcosa che Laura non riesce a capire. Le sta tendendo una mano. È una mano curata, la mano di un uomo che tiene a se stesso. Ha le unghie grandi, piatte, regolari. Chissà com’è il viso della donna che lima quelle unghie, pensa Laura. Quanti anni ha e se è sposata. Chissà se qualche volta lui se la porta a letto. Se mette le mani sotto il suo grembiule bianco. Se le toglie le scarpe. Se le bacia i piedi. Chissà se lei chiude gli occhi, mentre la bacia. Se le piace quando la fa girare e le afferra con forza i fianchi per entrarle dentro. Se urla quando viene e si fa tappare la bocca per non farsi sentire dai clienti nell’altra stanza.

Avrei bisogno di qualcosa da bere, pensa. Ma forse lo dice ad alta voce, perché Alessio le porge un bicchiere di plastica pieno d’acqua.

In un ufficio vicino sta suonando un telefono. Laura lascia correre la mente. Pensa a Vale. Le viene in mente il viso di sua sorella il sabato sera, quando andavano insieme in discoteca, quando ancora la discoteca era l’unica possibilità di incontrare i ragazzi e pomiciare con loro sui divanetti bui e macchiati accanto all’ingresso. Vale che porta i capelli pettinati all’indietro a scoprire la fronte e la riga della matita tirata fin quasi alle tempie. Vale che prima di entrare cambia le scarpe da ginnastica con i tacchi rubati in un negozio del centro. Vale che toglie dalla borsa una bottiglietta di plastica con dentro la vodka, «Questa l’ho presa dal mobile in soggiorno», e si mette l’indice davanti alle labbra cremisi. Vale che le dice che un giorno o l’altro la mamma l’ammazza, se si accorge che torna sempre a casa senza gli slip. Ride e si rifà la riga sugli occhi un po’ più storta. Poi, con la stessa matita, segna il loro numero di casa sul muro dei bagni.

I fiori si seta sotto alle scarpe le salgono fino alle caviglie, come tentacoli morbidi: la chiamano nell’angolo più buio del disegno, la invitano a svanire.

Alessio le tocca una spalla. La afferra per il mento, la bacia. È un sapore che conosce. Lei si ritrae, ma poi inizia a spogliarsi. Ha le mani sudate.

«Non ora», le sussurra lui in un orecchio. «Qualche giorno ti farà bene. Starai meglio, fidati». Torna dietro la scrivania e si china su alcuni fogli. «Torna tra qualche giorno, starai meglio», ripete senza alzare la testa.

Laura alza un piede: i tentacoli di seta si ritraggono.

La prima cosa che ricorda è il fiammifero.

Sta uscendo dalla lavanderia a gettoni. Ha lasciato i vestiti nella lavatrice e vuole prendersi un caffè. Passa una donna con la sigaretta accesa. Il fumo che sale in aria.

Ricorda il rumore sulla scatola ruvida. Il soffio leggero della fiamma che si espande. Il filo sottile che si allunga verso il tettuccio dell’auto.

Ancora con la cesta del bucato in mano, avverte il sudore bagnarle la schiena e un fiotto acido sul palato. Torna dentro per sedersi. È sola nella piccola stanza; saranno le dieci di sera. I cestelli a turbinarle intorno, i bagliori che arrivano da uno schermo sul muro, il ricordo del fiammifero che si allarga come una macchia di vino sulla tovaglia.

Le immagini le vengono fuori sempre così, all’improvviso, come una fitta ai reni. Un suono, un odore. E poi sono figure sfocate, scene che potrebbero essere dell’ultimo film che ha visto o dell’ultimo libro che ha letto. Ma sono sue. Lo sa. Sono i suoi quadri che si mescolano alla realtà.

Fissa i corpi nudi dei ballerini che si agitano davanti a lei. La televisione è senza suono e la ballerina nel centro muove la bocca, manda baci immaginari, si accarezza i seni. La sua pelle è così lucida che sembra bagnata.

C’è un gran caldo in questa macchina, ricorda di aver pensato, perché diavolo non apre i finestrini? Forse glielo ha addirittura detto. Forse.

La ballerina si volta di schiena e si china in avanti.

«Hai un bel vestito», le dice lui mentre fuma. Laura l’ha comperato quel pomeriggio, il vestito. Con i saldi. L’ha pagato poco. È rosso, e ha la fascia sul seno e sui fianchi. La fa sentire attraente. L’uomo scuote la sigaretta fuori dal finestrino. «Mia moglie non vuole che fumi in auto. Per i bambini», dice.

La ballerina si strappa con una mano i pantaloni e resta con un paio di short attillati.

«Dovremmo tornare a casa, ora», gli dice Laura sorridendo. Ha ancora il sapore dolciastro dei cocktail che ha bevuto durante la sera insieme a lui. Li sente sulla lingua. Le sfugge una risatina.

«Tua moglie ti starà aspettando».

Lui butta la sigaretta e le infila una mano sotto il vestito. Stringe un seno con forza. È un gesto velocissimo e inaspettato.

La cesta del bucato le cade dalle mani. Con un braccio spinge via l’aria davanti al suo petto.

La forza. Laura ha sempre pensato di essere una donna forte. La palestra ogni mercoledì. Due piani di scale con le buste della spesa. Non riesce a liberare i polsi dalla stretta di una sola delle mani di quell’uomo e si chiede dove sia andata a finire la sua forza. Una nebbia cala sul suo cervello. Con i gomiti gli spinge debolmente via la testa. Sta urlando qualcosa. O forse nemmeno quello. Sente le dita di lui tirare il bordo degli slip e poi la punta del suo pene caldo. Quando lo spinge dentro, il dolore al ventre la lascia senza fiato. Lui continua a ripetere una sola frase. Si dà il ritmo con le parole: te-le-cerchi-bambina.

(Te le cerchi)

Dopo qualche minuto la vodka torna su e lei si vomita sul vestito.

(Hai un bel vestito)

Il cestello della lavatrice inizia a rallentare. Nell’oblò volteggiano le sue camicie, i suoi jeans, le mutandine bianche di pizzo.

Il primo schiaffo non le fa male. Laura si volta e vede che un po’ del suo vomito ha imbrattato la poltroncina dell’auto. Con una mano, l’uomo le spinge la testa sopra la chiazza. L’odore acido le penetra le narici.

(Mia moglie non vuole che fumi in auto. Per i bambini)

Il secondo schiaffo arriva sulla nuca. È più forte dell’altro e la sveglia dal torpore. Il dolore divampa sulla pelle.

Poi un soffio di aria fresca sulle braccia, la portiera che si apre.

(Tua moglie ti starà aspettando)

Lui la getta a terra, sull’erba umida di notte. Accende il quadro. Se ne va.

La lavatrice sblocca la chiusura con uno scatto. I vestiti bagnati la guardano immobili e increspati.

I fanali rossi dell’auto che si allontanano; l’odore del vomito; l’erba fresca sotto di sé; una luna corrosa dalle nuvole che le getta addosso i suoi raggi. Non sa dove si trova. Non sa chi è. Tutto quello che sa è il suo non sapere.

La ballerina non c’è più sullo schermo. Laura si alza ed esce.

La prima cosa che indossa è il vestito rosso che le fascia i fianchi, comprato ai saldi.

Lo trova nel cesto di vimini in bagno, sotto a quattro paia di calze sporche e a un pigiama di seta a righe.

Per caso incontra il suo viso: le pupille sbiadite, la linea rossa delle palpebre e quella increspata delle labbra. Da un cassetto tira fuori il rossetto e traccia una linea partendo dal centro della fronte, giù fino al mento. Le due metà del suo viso sono due cocci di un vaso rotto.

Va in camera, apre l’anta dell’armadio e si mette davanti allo specchio: il vestito ha ancora la macchia scura sulla destra, e in quel punto la stoffa è più dura. Ha un odore acre. Se lo sistema tirando giù la gonna con entrambe le mani.

Dalla sua cuccia Ray mugola con il muso appoggiato in mezzo alle zampe. Una finestra del condominio, forse quella dell’appartamento accanto, sbatte rumorosamente. Una motocicletta riparte rombando.

Tiene in mano un paio di forbici da cucina. L’ultima volta le ha usate per tagliare il pollo, ma non ricorda quanto tempo fa. Un mese? Un anno?

Le infila nel centro della scollatura e taglia.

Il vestito le cola sul corpo come sangue, scivola lungo le gambe e le copre i piedi.

Prende gli altri abiti dall’armadio, li butta sul letto, ne indossa uno alla volta. Li divide in due con ferocia. Tante metà di se stessa scendono sul pavimento.

Ogni tanto le forbici lacerano la pelle. Il suo corpo si copre di segni rossi. Uno di questi, appena sopra il pube, sanguina fino a imbrattarle le ginocchia.

Ray inizia ad abbaiare. Laura ha gli occhi vuoti. Passa le dita sui segni della pelle, li conta come i cerchi di un tronco, come strati di roccia. Come gli anni che le sono sfuggiti di mano.

Il cane si alza dalla cuccia e corre nel soggiorno. Lei tenta di liberarsi della stoffa ai suoi piedi, ma inciampa.

Il telefono, in soggiorno, sta squillando. Laura non saprebbe dire da quanto. Raggiunge la cornetta. La alza e la riabbassa subito.

Guarda sul pavimento bianco le impronte rosse che ha lasciato.

FINE