Gabriella Tonin – Zia Serafina

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L’amore per la lettura è un suo regalo. Riservata e, a detta di qualcuno, un po’ scontrosa, zia Serafina ha silenziosamente atteso la pensione; poi, allo scattare  dell’ora X , ha fatto le valigie e se n’è andata.
Quando mi è giunta la sua telefonata, quasi non ci credevo.
«Ciao Anna, parto. Vado a conoscere la terra di Sepùlveda. Ti manderò una cartolina!».
Senza che avessi il tempo di commentare, aveva già chiuso la comunicazione.
La settimana prima l’avevo incontrata in città, alla fermata del bus, con la solita borsetta gialla in tessuto un po’ logoro e l’immancabile libro tra le mani, assorta nella lettura. Ho dovuto chiamarla più volte per attirare su di me la sua attenzione.
«Ciao cara, aspetta un attimo che finisco la pagina», mi rispose.
Aveva un rispetto religioso per i personaggi dei suoi libri che, fino a quell’attimo, le avevano tenuto compagnia; lasciare la pagina a metà per lei equivaleva a un tradimento: come dire ad un amico “Aspetta che devo parlare con un altro”. Lei ascoltava i suoi libri senza giudicare, soffriva  e gioiva per le storie narrate: quante volte l’avevo sorpresa con gli occhi gonfi di pianto o intenta a controllare una risata travolgente!
Riuscii a leggere il titolo del libro che teneva tra le mani: Madame Bovary.
«Come stanno Emma e Charles?», domandai.
Lei alzò il capo: «L’hai letto?», mi chiese eccitata.
«Sì, qualche anno fa in vacanza. L’ho trovato….».
«Ferma, non condizionarmi! Lasciami il piacere di conoscere la storia personalmente».
Le offrii un passaggio fino a casa, ma lei rifiutò; diceva che leggere sui mezzi pubblici era perfetto: il viaggio incrociava un altro viaggio e poteva anche permettersi il lusso di un giro extra per finire il capitolo.
Zia Serafina era così. Strana.
Non si è mai sposata: forse la causa era in questo suo spirito libero, incoerente, che metteva in primo piano l’amore virtuale all’amore reale, quello vivo, fatto di odori, di pelle, di concretezza.
Il suo uomo ideale?
Dipendeva dal tascabile! A volte l’ho sentita desiderare il bello ma dannato, altre il romantico in frack e con una rosa in mano, ma il suo preferito era l’affascinante Vladimir, con le sue avventure misteriose e quel girovagare notturno: dove sarebbe andato quella sera? Da quale collo avrebbe attinto il suo nettare di vita?
Zia Serafina doveva saperlo in serata!
E così, i presunti fidanzati o corteggiatori restavano imbalsamati al suo cospetto, mentre lei era intenta a consumare un capitolo dietro l’altro, in una stanza zeppa di libri e priva di TV. Nella più ottimistica delle ipotesi, quelle candidature non duravano che pochi mesi.

Quando ero bambina, mamma mi lasciava da zia Serafina per le vacanze natalizie e pasquali: era la mia settimana di pacchia! Zia non aveva problemi di lavoro, traduceva libri da casa, e questo mi consentiva di stare con lei tutto il giorno.
Il suo appartamento era accogliente e ospitale; non le importava se facevo briciole con i biscotti e nemmeno se camminavo a piedi nudi. C’era una piccola stanza tutta mia, con un letto a scomparsa e, intorno, scaffali zeppi di libri.
Libri! Solo libri!
In quella cameretta respiravo il profumo dell’avventura, un odore indescrivibile che mi procurava  i brividi sulla schiena. Ricordo l’impaziente desiderio di entrare in quella stanza e di frugare tra gli scaffali, di scegliere i titoli più curiosi, i libri più vecchi e ingialliti. Alcuni erano illustrati: da piccola li sfogliavo pagina per pagina, facendo mille domande su quei disegni e quei personaggi finché zia Serafina, estenuata dal mio continuo incalzare, chiudeva il suo libro e pazientemente iniziava a leggermi  quello che avevo scelto.
Da quelle pagine usciva il mondo intero: orchi, fate, folletti e gnomi riempivano la stanza e mi trascinavano nelle loro vicende, attraverso la voce di zia Serafina. Sembrava che il letto si muovesse, che le grosse mani dell’orco, mi afferrassero, mentre, in mio soccorso, arrivava sempre una fata a liberarmi e a salvarmi la vita.
In cucina c’erano poche stoviglie in un armadietto sopra il lavandino e una misera dispensa. La credenza, anziché tazze e bicchieri, conservava libri.
Zia era proprio l’opposto di mamma: in casa nostra, se fosse scoppiata un’epidemia, avremmo potuto sopravvivere con il cibo per almeno sei mesi. Lei, invece, sembrava si cibasse dei libri che divorava.
Una sera entrò in cucina con un piccolo volume, nuovo di libreria: Il mondo alla fine del mondo.
Era di quelli che bisognava leggere tutto d’un fiato. Me lo aveva avvicinato al naso dicendomi: «Senti che buon odore, sa di avventura! Dopo cena lo leggiamo insieme».
Svelta apparecchiai la tavola; lei mise sui fornelli l’acqua per cuocere la pasta. Ci sedemmo al tavolo, una di fronte all’altra in attesa che l’acqua bollisse. Intanto il libro era lì, sulla tovaglia.
Ma non resistemmo; incapaci di controllare la nostra passione, aprimmo il libro e ne fummo come risucchiate: staccarci da quelle pagine era impensabile. Ogni periodo era il preludio del successivo e la curiosità diventava sempre più morbosa. Rapite da un mondo di carta, sfogliavamo pagine che prendevano vita cariche di sentimenti, di profumi, di suoni, un susseguirsi di emozioni che mutava il nostro stato d’animo
Ascoltai la sua lettura per quattro ore.
L’acqua, sul fuoco, evaporò completamente.
«I personaggi non possono aspettare», diceva Zia Serafina. «Un libro richiede rispetto! Solo così ti ricambia con un piacere crescente, si dona a te nella sua interezza, ti rivela i suoi più intimi particolari. Un connubio perfetto tra chi svela e chi ascolta, chi dà e chi riceve, un amplesso che passa diversi stadi prima di raggiungere l’apice»…

Ora la immagino in aereo con la sua sporta gialla piena di libri, pronta a far parte di una di quelle coinvolgenti storie senza numero di pagine.
Zia Serafina mi ha insegnato a non privarmi di questo piacere, a desiderare ardentemente il silenzio che accompagna la buona lettura, a temere le ultime righe di un libro che portano all’addio.
La scelta successiva, all’inizio, sembra non riesca mai a soddisfare le tue speranze; ma quando meno te lo aspetti, senza accorgerti, ti lasci andare a quel piacere e, dopo una dozzina di pagine, ti impugna, ti assorbe e ti trasporta nel racconto.
Penetrando ti possiede.
Questa è dipendenza? Non lo so.
Resta il fatto che anch’io, come zia Serafina, non riesco a trattenermi.
Sullo scaffale, la chiave: concedersi a un’altra avventura?

FINE

Leggi un racconto brevissimo di Gabriella Tonin

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Gabriella Tonin
Nata a Nave, in provincia di Brescia, nel luglio del 1963. Lavora presso l’ufficio fiscale di un’importante un’associazione di categoria bresciana. La curiosità l’ha sempre spinta a cercare risposte nella lettura. Nel 2005 frequenta il primo corso di scrittura creativa organizzato dal Comune di Nave. La docente, Mirella Floris, riesce ad innescare un immediato amore per la scrittura. Nel marzo 2006, assieme agli altri compagni di corso, pubblica una piccola raccolta di lavori dal titolo: Prove d’anima. Negli anni a venire, seguono nuovi corsi, alcuni organizzati dalle Pubbliche Amministrazioni, altri spontanei, in casa di Mirella. E’ proprio in questa sede, nel 2008, che si decide di pubblicare il primo libro, edito da Besa, dal titolo Pretesti Sensibili, raccolta di Racconti e poesie.

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