Gabriella Tonin – Essenza

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Si assottiglia sempre più la stretta linea all’orizzonte, facendo spazio a quell’elemento luccicante che ha goduto mio padre più di me.
Sono combattuto: è come se una parte di me volesse strapparsi da questa frangia di terra, e l’altra desiderasse restare lì, ancorata ai ricordi.

Ho domato e reso fertile quest’angolo di mondo evitato da tutti, da mio padre per primo, e ora che me ne allontano mi sento confuso.

Ricordo ancora con tristezza la giornata in cui papà decise di andarsene. Entrò in casa sbottando: «Questa terra non è degna d’essere lavorata, non merita una sola goccia del mio sudore!» Poi, sbattendo la porta, si chiuse in camera. Ne uscì dopo diverse ore. La settimana successiva andammo al porto. Prima d’imbarcarsi baciò mia madre, mi prese in braccio e, commosso, sussurrò: «Quando sarai più grande ti porterò con me».

Ogni tre, quattro mesi tornava a casa. In quelle occasioni mi raccontava storie fantastiche. «Vedi, Pietro, un uomo trova se stesso solo in mare, quando ammira tramonti mozzafiato e s’innamora del sole che s’immerge e spegne la giornata nell’orizzonte. Ci sono anche momenti difficili in cui devi sfidare mari impetuosi, onde gigantesche che ti fanno sentire piccolo, vulnerabile, ma la nostra natura ci porta ad affrontare le difficoltà. Nodo dopo nodo si procede fino a lasciarti alle spalle la tempesta. Davanti ai tuoi occhi si spalancano scenari unici, acque tranquille e isole da sogno».

Ascoltavo estasiato i suoi racconti, ma covavo un rancore profondo: papà  non era stato capace di vincere quella terra che avrebbe potuto tenerci uniti.

L’osservavo sempre quando partiva: era lì, in piedi sul ponte che fissava la terra allontanarsi. Guardava mia madre invecchiare e me crescere. Il suo viso abbozzava un sorriso pieno di tristezza.

Affascinato da quella candida divisa, lo salutavo con la mano tesa, finché il mare non se lo portava via. Ancora una volta.

Mia madre riceveva una lettera al mese; ogni lettera proveniva da una nazione diversa. Nella busta, mio padre inseriva un souvenir raccolto da ogni luogo in cui si era fermato: una foglia, un fiore secco, un ritaglio di seta, la polvere di spezie aromatiche o la semplice fragranza di un profumo.

Le lettere ingiallite dal tempo, con il loro prezioso contenuto, erano ordinatamente riposte in una scatola. A volte, quando ero solo, aprivo la scatola e chiudevo gli occhi; piano piano, con l’aiuto della mia fantasia, quei profumi mi trasportavano in altri mondi.

Un giorno mia madre mi sorprese in estasi: facevo scorrere tra le dita una candida seta quasi impalpabile. Non era più grande di un fazzoletto; la portavo al viso per assaporarne la carezza, quella carezza che ricevevo solo tre volte l’anno. Mio padre mi mancava moltissimo. Lo disegnavo spesso, sempre sulla stessa nave, sempre con lo stesso abito, bianco, che salutava dal ponte.

Quella sera mia madre mi parlò: «Figliolo, non è abbandonando quest’isola che soffrirai di meno. Purtroppo la terra è tutto ciò che io posso darti; sta alla tua perseveranza ricavarne il frutto. Oppure puoi decidere di abbandonare tutto, come ha fatto tuo padre, andando alla ricerca di qualcosa di incerto».

Il giorno successivo incominciai a bagnare un angolo di quella terra con il mio sudore. Ero giovane, ma determinato.

La sera mi ritrovavo stanco e deluso, ma il mattino dopo mi sorprendeva la voglia di rimettermi in gioco: ero pronto ad affrontare un’altra giornata, senza perdere un solo istante. Allargavo quell’angolo ogni giorno sempre di più.

In pochi anni i campi divennero rigogliosi e ben coltivati. Ammiravo compiaciuto i verdi, tono su tono, che si alternavano a cadenze dorate e gialli accesi. La freschezza del falcio trasportava nell’aria una fragranza unica, capace di riconciliarmi con ciò che mi strappava tutte le forze. Quei campi videro il mio viso cuocersi al sole, resero le mani dure come il cuoio, cosparsero il mio corpo di cicatrici e rafforzarono il mio carattere.

Quando arrivava l’estate e l’oro dei campi maturi luccicava al sole, proprio come mio padre, iniziai a raccogliere in tante buste una parte di quei semi e di quei frutti cresciuti con le mie cure: un  pugno d’orzo, una presa di fieno profumato, delle spighe dorate.

La prima busta conteneva solo della semplice terra.

Come mia madre, riponevo tutto in una scatola, con ordine meticoloso. I profumi che ne uscivano mi trasportavano a giornate di sole rovente, a pomeriggi di pioggia martellante, al liscio contatto dei semi d’avena, all’aroma di foraggi conservati sapientemente.

Quello era il mio tesoro.

Un giorno avrei regalato a mio padre quella scatola, incoraggiandolo a palpare la semplice terra, per  poi passare alla scoperta delle successive buste contenenti i frutti, i colori, i profumi che io ero stato capace di cavare da quei solchi.

Ad ogni licenza facevamo lunghe passeggiate in campagna. Lui si compiaceva di come ero riuscito a sistemare gli acri. Per il nostro angolo portava sempre semi selezionati, raccolti in ogni parte del mondo.

Sceglievamo insieme il luogo ideale per interrare i granelli di the provenienti dall’India, le bacche di caffè e le fave di cacao dall’America centrale. L’odore della nostra fatica si mescolava alla passione; ci riscoprivamo uniti, impazienti di ammirare le prime timide piantine.

Sono orgoglioso del nostro angolo, e lo seguo con una cura particolare: deve essere sempre perfetto quando lui torna. È il nostro punto d’incontro: lì siamo complici, uniti più che mai.

Qualcuno bussa alla porta:

È un uomo in divisa. Si toglie il cappello.

Non è mio padre.

Mi dà il nome di un ospedale, mi convince a non perdere tempo.

Ora mi trovo qui, sulla nave che tante volte ho disegnato. Seduto su una panca, osservo la terra che si allontana e stringo tra le mani la mia scatola. Ne fuoriesce la fragranza dell’ultimo raccolto di the; il ricordo di emozioni forti, perché io e mio padre siamo uomini forti, e solo ora comprendo: entrambi, inconsapevolmente, abbiamo scelto l’essenza -la terra e l’acqua; poiché, entrambi, abbiamo bisogno l’uno dell’altro.

FINE

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Gabriella Tonin
Nata a Nave, in provincia di Brescia, nel luglio del 1963. Lavora presso l’ufficio fiscale di un’importante un’associazione di categoria bresciana. La curiosità l’ha sempre spinta a cercare risposte nella lettura. Nel 2005 frequenta il primo corso di scrittura creativa organizzato dal Comune di Nave. La docente, Mirella Floris, riesce ad innescare un immediato amore per la scrittura. Nel marzo 2006, assieme agli altri compagni di corso, pubblica una piccola raccolta di lavori dal titolo: Prove d’anima. Negli anni a venire, seguono nuovi corsi, alcuni organizzati dalle Pubbliche Amministrazioni, altri spontanei, in casa di Mirella. E’ proprio in questa sede, nel 2008, che si decide di pubblicare il primo libro, edito da Besa, dal titolo Pretesti Sensibili, raccolta di Racconti e poesie.