Heiko H. Caimi – A tempo parziale

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«La direttrice si è persino commossa», rilevò Irina, caporedattrice di Amoreux.
«Ne sono felice», rispose Imerio all’altro capo del telefono. Ma non spirava felicità dalla sua voce; semmai un leggero sollievo. Era routine, ormai. Forse lo era sempre stata, in un modo che non sapeva neppure spiegarsi.
«Aspettiamo degli altri racconti, allora», lo invitò la donna.
«Non mancherò», s’impegnò lui, ben sapendo che avrebbe tardato come sempre.
Si lusingarono di logori convenevoli, per poi salutarsi in maniera informale. Ma non c’era nulla di logoro nella gratitudine che Imerio provava nei confronti di Irina e della rivista che ospitava i suoi racconti. Storie sentimentali, d’accordo, e scritte su commissione, ma pur sempre pane guadagnato vergando parole nello schermo di un computer.
«Tutto bene, allora», disse Annita guardando il proprio compagno di divano.
«Tutto bene», confermò Imerio senza entusiasmo. Poi si lasciò scivolare sullo schienale, adagiandosi sui cuscini. Intuì che stava per nascere una discussione. Era un argomento che non avevano mai sviscerato del tutto, quello della sua collaborazione con Amoreux. Un argomento che li trovava uniti e divisi allo stesso tempo.
«Dovresti essere contento», affermò Annita.
«Dovrei», rispose Imerio, e avrebbe desiderato fermarsi lì, a quelle due sole parole, ma sapeva che non sarebbero state sufficienti. «Eppure avverto un senso d’insoddisfazione», proseguì. «Non mi basta, non è davvero quello che voglio. Cioè, mi sta bene, ma non vorrei che ci fosse solo questo».
«Ma perché?».
«Perché così non lascio niente. Neppure una vaga impronta. Non è questo che pensavo di scrivere, quando ho cominciato».
«Ma questo ti dà da vivere. Ti permette di stare in ufficio molto meno di prima. Di avere più tempo per scrivere quello che desideri».
«Però mi ancoro sempre alla sopravvivenza. Non so se è un alibi, ma non credo sia un caso se non riesco a star dietro alle consegne. Sono svogliato, faccio fatica, non ho mai voglia di scrivere raccontini sentimentali. Eppure mi sento incalzato dalla necessità di farlo. Sotto pressione. Tutte le idee per scrivere altro le accumulo nel cassetto, lo sai bene. Il pane viene sempre prima. Viene sempre prima Amoreux. Anche se sento, dentro di me, che viene dopo. Le mie priorità sarebbero altre. Ma cedo, cedo sempre».
Gli capitava raramente di monologare così a lungo. Di solito, quando parlava, era stringato e asciutto, e Annita gli rimproverava la sua tendenza alla sintesi. Ma, quando veniva punto sul vivo, si dilungava in interminabili quanto superflue spiegazioni.
«E’ normale», disse lei, pronta a giustificarlo ai suoi stessi occhi. «Non sei un borghese che può permettersi il lusso di seguire il capriccio del momento. Devi sopravvivere».
«Sì», la interruppe lui, «ma di questa sopravvivenza ne sto facendo una bandiera. Comincio a pensare di non essere più capace di scrivere niente di serio».
«Questi sono solo costrutti mentali, mio caro. Ti ricordo che ultimamente hai scritto anche L’uomo senza destino, e Dissoluzione».
«Sono solo due racconti. Per la rivista, nel frattempo, ne ho scritti almeno trenta».
«Vuoi colpevolizzarti a tutti i costi?» esclamò retorica Annita, alzandosi di scatto.
«Stai andando a preparare un caffè?» domandò Imerio, ironico.
«Forse è meglio», fu la risposta secca.
Mentre ascoltava i rumori provenienti dalla cucina Imerio immaginava i movimenti nervosi, indignati di Annita che preparava la cuccuma. Aveva ragione lei: in fondo non stava facendo altro che compatirsi. E l’azione, che predicava da anni, era una risoluzione nella quale razzolava malissimo. Come se gli mancasse la spinta ideale, o la forza di quella spinta. Si chiese se fosse privo, addirittura, di convinzione. In fondo il conflitto adolescenziale con il padre, che cercava di farlo sentire un fallito, lo aveva lasciato stremato e incapace di credere fino in fondo a se stesso.
«Il caffè è su», lo informò Annita riemergendo dalla cucina. Il suo tono era neutro, come chi sia stanco di avere discussioni con qualcuno che si difende senza fare ammissioni.
«E meno male che almeno lui è su», scherzò poco indulgente Imerio. «Pensa se fosse giù, come te».
«Risparmiami, ti prego. E dimmi piuttosto perché devi sempre svalutarti».
«Non lo faccio io. Chi ha letto quei due racconti mi ha fatto chiaramente capire che ho mancato il bersaglio». Gli montava una rabbia dentro, a quel ricordo. «Il parere è unanime, non me lo sono sognato».
La cuccuma cominciò a gorgogliare.
«Unanime un accidente!». Annita era esasperata. «Io non conto nulla?».
«Certo che conti», e pareva quasi rabbonito, «ma tu sei di parte».
«Sarò di parte, ma so che cosa hai scritto».
La cuccuma si mise a ruggire, quasi un tirannosaurus rex stesse raggiungendo l’abitazione.
«Sarà meglio che tu vada a spegnere il caffè».
Annita si voltò di scatto, tornando in cucina. Imerio rifletté sull’assurdità di certe espressioni abituali: spegnere il caffè, ma il caffè non è acceso, sta soltanto bollendo. Come cazzo parliamo? Eppure quando scrivo non mi vengono in mente certe boiate. Com’è che invece le penso?
Il ruggito si spense, lentamente. Il divano incominciava ad essere scomodo. Si era adagiato troppo profondamente tra le molle consumate e i cuscini. Si tirò a sedere, e guardò Annita posare le tazzine fumanti e la zuccheriera senza guardarlo. Faceva sempre così, quando era arrabbiata: evitava il suo sguardo, e lo avrebbe fatto fino a quando la discussione si fosse risolta. E, per lei, si risolveva molto tempo dopo essersi chiusa: doveva prima somatizzarla, prendere confidenza con i nuovi aspetti del proprio compagno che erano emersi durante la conversazione. Metabolizzare la scoperta.
Imerio zappò tre cucchiaini e mezzo di zucchero e li sparse nel liquido bollente, mescolando con energia. Gli piaceva amaro!
Annita, invece, portò alle labbra la tazzina e restò a fissarla, scontrosa.
«So anch’io che cosa ho scritto», riprese Imerio, «o meglio, che cosa avrei voluto scrivere. Ma l’effetto l’hai visto anche tu. Addirittura Mirna mi ha dato del fascista. Del fascista! A me! E poi non venirmi a dire che ho centrato il bersaglio…!».
«Devi ammettere che L’uomo senza destino è piuttosto nichilista».
«Anche Dissoluzione lo è, se è per questo. Quasi tutta la mia produzione autonoma lo è. Del resto, io proprio non vedo una speranza. Chiamalo nichilismo, chiamalo pessimismo, chiamalo come vuoi. Ma, di fondo, è questo il mio messaggio. Anche se poi mento a me stesso. Io scrivo per esorcizzare le mie paure, per mettere sull’avviso dai pericoli che corriamo, come uomini, come membri della società occidentale. Grido al lupo, ma tanto nemmeno chi mi sente accoglie il messaggio. Non si vuole ammettere che il pericolo che corriamo è l’annientamento, l’annientamento morale. Vogliono messaggi di speranza. Ma i messaggi di speranza servono solo ad adagiarsi. È con la paura che si può trovare uno stimolo, che ci si può incazzare. Che si può reagire. Quale speranza, dove? Se siamo tutti imbambagiati nei nostri vizi, nel trionfo del capitalismo fascista. Quale speranza, se nessuno reagisce? Se tutti dicono sì, hai ragione, ma io che ci posso fare?».
«E tu che cosa stai facendo?».
«Io scrivo».
«Ma se hai appena detto che non scrivi abbastanza».
Rise. Rise, Imerio, del proprio senso di colpa. «L’ho detto, sì. Ma devo pur sopravvivere. Non è quello che fanno tutti? In fondo anch’io ho i miei begli alibi».
«Potresti benissimo rinunciare al part-time, ritornare in ufficio a tempo pieno e nel tempo libero scrivere solo quel che ti preme».
«Ti prego, non sopporto espressioni come part-time. Si può dire benissimo tempo parziale».
«Non cambiare discorso come al solito».
«Se non cambio discorso adesso, quando lo faccio?».
Annita restò a guardarlo, ingrugnata.
«Dài, stavo soltanto scherzando. Non fare così». Si protese verso di lei, cercò il suo volto con una carezza. Lei non si ritrasse. «E’ che, ultimamente, mi ci crogiuolo troppo in questi alibi. Non è il tempo parziale, o il tempo libero. Semmai ho la presunzione di avere tanto da dire, ma non trovo mai il luogo, il tempo per dirlo. Forse in realtà non ho niente da dire. Ma che diritto ho di sprecare quel poco di talento che ho a scrivere scemate sentimentali?».
«Imerio, ma tu mi stai chiedendo della tua scrittura o della tua vita?».
La guardò, pensieroso.
«Non lo so», disse. E davvero in quel momento non lo sapeva.

FINE

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Heiko H. Caimi
Scrittore e sceneggiatore, insegna scrittura creativa dal 1999. Ha collaborato con la casa editrice Tranchida dal 2007 al 2009 come docente di Scuola Forrester e come membro del CdA e redattore del comitato editoriale, nonché come autore sulle riviste telematiche “Gluck59” e “Tenekè”. Ha collaborato come autore di novelle con gli editori Mondadori e GVE e pubblica racconti, articoli, recensioni e poesie con diverse riviste telematiche. Ha partecipato come poeta alla VII Edizione della Carovana dei Versi nel 2012-2013, e sue opere sono state pubblicate nel 2013 all’interno dell’antologia edita dalla Casa Editrice Abrigliasciolta di Varese. Ha tenuto corsi di scrittura e di sceneggiatura presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano, presso l’I.I.S. A. Lunardi di Brescia, in svariate biblioteche e associazioni del comprensorio bresciano e in alcune scuole svizzere. Un film per cui ha scritto la sceneggiatura è stato opzionato due volte e ha collaborato come sceneggiatore a una produzione internazionale (“Haiti Voodoo”, 2011). In un lontano passato ha suonato in svariati gruppi musicali e ha collaborato a numerosi cortometraggi. Attualmente vive e lavora a Brescia. Dal 2002 è Presidente di Magnoliaitalia e dal 2013 è docente e direttore della Bottega della Scrittura di Brescia, scuola professionale per scrittori.

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