L’inquilino del terzo piano

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Conoscevo Roland Topor per i suoi lavori nel campo della grafica. Mi avevano sempre affascinato quelle sue illustrazioni cupe, surreali, cinicamente satiriche, noir, ma mai men che geniali. Quando, dunque, nel 1976 uscì il suo libro L’inquilino stregato (il titolo originale della prima edizione francese, del 1964, era Le locataire chimérique) lo acquistai senza batter ciglio e lo lessi tutto d’un fiato.
Come spesso accade, la traduzione dal testo francese e la pubblicazione nella nostra lingua avvennero sulla spinta dell’uscita, nelle sale italiane, del film diretto da Roman Polanski (dal titolo L’inquilino del terzo piano, titolo originale Le locataire), già allora regista di grido e maestro riconosciuto di cinematografia (noto per aver diretto, precedentemente, film del calibro di Chinatown –con Jack Nicholson, Faye Dunaway e John Huston-, una drammatica versione del Macbeth, ma soprattutto Rosemary’s Baby, film cult e capolavoro del cinema demoniaco, con Mia Farrow e John Cassavetes).
E se Polanski è un fuoriclasse della macchina da presa, Topor lo è del segno grafico e della parola -espressioni artistiche, le sue, magicamente intrise di humour noir e surrealismo.
La storia, che Topor riesce a immergere in un’atmosfera torbida, angosciante e asfittica fin dalle prime pagine, narra le vicende di un uomo (nel film interpretato dallo stesso Polanski) che prende in affitto un appartamento la cui precedente locataria si è suicidata gettandosi dalla finestra.
Nel palazzo il clima è pesante per la presenza di un proprietario burbero e rigidissimo e di inquilini sospettosi, intolleranti e per nulla inclini al contatto umano. Angosciato da una sorta di isolamento in cui viene gradualmente spinto, il protagonista del romanzo comincia a comportarsi in modo sempre più strano, vestendosi da donna, per esempio, e assumendo atteggiamenti propri della personalità dell’inquilina precedente, di cui la casa è disseminata di oggetti.
Linquilino del terzo pianoIl finale non lo svelo, perché L’inquilino stregato è un thriller psicologico di notevole impatto, con una versione cinematografica dimostratasi del tutto all’altezza dell’opera letteraria. Polanski, dicevo, è un maestro di cinema, e nella sua pellicola riesce alla perfezione a ricreare gli ambienti e le emozioni  presenti nel libro, dosando sapientemente il progressivo svelare di situazioni e stati d’animo dei vari interpreti. Il personaggio principale scivola (viene calato) lentamente in un incubo vorticoso che toglie il fiato allo spettatore (o al lettore).
Apprezzabile anche la capacità del regista, pur essendo ben visibili elementi di contemporaneità nell’ambientazione, di mantenere le immagini in una sospensione temporale che in alcuni momenti fa pensare che la storia si svolga in un’epoca antecedente a quella effettiva.
Come già detto per Harold e Maude, di cui ho parlato nel n. 3 di Inkroci, perfetta e riuscita è la messa in scena dell’opera letteraria. Cosa che, come ben sappiamo, non è mai affatto scontata.

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Giuseppe Ciarallo
Giuseppe Ciarallo, molisano di origine, è nato nel 1958 a Milano. Ha pubblicato due raccolte di short-stories, “Racconti per sax tenore” (Tranchida, 1994) e “Amori a serramanico” (Tranchida, 1999), un poemetto politico dal titolo “DanteSka Apocrifunk – HIP HOPera in sette canti” (paginauno, 2011) e ha partecipato con un suo racconto ai libri collettivi e militanti “Sorci verdi – Storie di ordinario leghismo” (Alegre, 2011) e “Lavoro vivo” (Alegre, 2012). Compone versi, molti dei quali pubblicati in raccolte di poesia. Scrive di letteratura su Nuova Rivista Letteraria e PaginaUno, di letteratura, cinema e musica su InKroci, collabora a A-Rivista anarchica.

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