Quindici domande a Catherine Dunne

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I giudizi e le opinioni su Catherine Dunne sono così numerosi e disparati che è arduo dire quali di essi possano rappresentarla in modo adeguato e sincero.

C’è chi la celebra come autrice di best-seller, e ne cita i milioni di libri venduti in tutto il mondo.

C’è chi la critica e ne parla con sussiego come di una delle più note esponenti della “cosiddetta” letteratura femminile.

Persino i giornali e la stampa scandalistica nazionale l’hanno citata in connessione con la presunta influenza del suo romanzo “La metà di niente” sulle vicende matrimoniali del nostro ex-Primo Ministro. Siamo certi che di questa notorietà così particolare, acquisita in modo involontario e tangenziale, la stessa Dunne farebbe volentieri a meno.

Richiesta di definirsi in una frase, lei di se stessa dice: «Le mie passioni sono la scrittura e l’amicizia, e sento moltissimo l’importanza della famiglia».

Queste parole forniscono, a nostro giudizio, una chiave per interpretarla più correttamente: esse dicono che Catherine Dunne, insieme irlandese e cittadina del mondo, oltre che scrittrice notissima, è un essere umano sensibile e appassionato, e insieme una donna saggia, gentile e curiosa dell’altro.

In senso più specificamente letterario, un’autrice che, lungi dal rifugiarsi sulla torre d’avorio della celebrità, è sempre consapevole della presenza dei lettori e ama davvero comunicare con loro.

Questa impressione, nata in noi già nel settembre 2011, quando l’avevamo incontrata di persona all’Irish Writers’ Center (IWC) di Dublino, si è poi rafforzata nel marzo 2012, nel corso della videoconversazione, in diretta dall’Irlanda, tenuta dalla Dunne con il Gruppo di lettura di Castel Mella (vedi http://gruppodiletturacastelmella.blogspot.it/).

Più a suo agio, o forse più libera dagli impegni di rappresentanza dovuti a IWC, in questa occasione la scrittrice ha dispiegato doti di disponibilità non comuni, difficili da trovare negli scrittori italiani che abbiamo incontrato.

Il colloquio, senza mai perdere di vista le sue opere, si è così rapidamente allargato a tematiche letterarie assai stimolanti, trattando le quali Catherine Dunne, a dispetto di chi continua a limitarla al limbo della letteratura “femminile”, si è dimostrata artista integrale e, soprattutto, consapevole del proprio ruolo nella società.

In premessa Catherine Dunne ha aperto agli intervenuti le porte della sua “officina letteraria”, offrendo una rassegna dei suoi strumenti e delle sue tecniche di lavoro. «Credo infatti» ha spiegato «che alcune delle maggiori curiosità dei lettori riguardino il tema generale del processo creativo della scrittura, inteso come ideazione dei personaggi e costruzione dell’intera struttura narrativa del testo.»

Nella seconda parte del colloquio Catherine Dunne si è concentrata sulla “voce” della sua scrittura, illustrandone le caratteristiche sia quando essa si rivolge verso l’esterno, sia quando tratta tematiche più intime e, diremo quasi, interiori. Gli intervenuti hanno così ascoltato le opinioni della scrittrice sulla vita e sul mondo, e hanno potuto poi apprezzare la sua concezione sul valore terapeutico della letteratura.

Biografia

 

Quali sono le fonti di ispirazione di cui si serve quando scrive? Parte da esperienze reali, autobiografiche o dalla sua immaginazione? In altre parole, quali sono per lei le influenze reciproche fra letteratura e vita?

Noto prima di tutto che, come sempre, i lettori sono interessati all’autobiografia dei loro scrittori favoriti. Per ciò che mi riguarda e, credo, per la maggioranza degli scrittori, la risposta è duplice: ogni scrittura è autobiografica e nessuna scrittura lo è. Perché se da un lato è vero che ogni scrittore deve scrivere sulla base delle proprie esperienze autobiografiche, ciò non implica che abbia bisogno di aver vissuto gli eventi descritti in un romanzo. Ciò che è essenziale è che lo scrittore abbia empatia con i propri personaggi.

Può spiegarci meglio questo concetto?

Una delle cose che mi dà maggiore soddisfazione come scrittrice avviene quando un lettore prova antipatia per uno dei miei personaggi. A me non importa tanto che i miei lettori li trovino simpatici, quanto che li giudichino veri, reali. Per fare ciò io utilizzo la mia empatia con i personaggi, allo scopo di entrare in loro e scoprire le cause delle loro azioni. Prendiamo ad esempio Georgie, una delle quattro protagoniste di “Se stasera siamo qui”. Nel romanzo Georgie è stata rappresentata come una donna dura, a volte egoista, incline ad agire a modo suo senza troppo rispetto per gli altri: in breve, è una donna che, personalmente, non amerei troppo se l’incontrassi nella vita reale. Ciò nonostante, il mio lavoro di scrittrice mi ha portato a comprenderne i sentimenti, e a renderli credibili ai lettori.

Che cosa significa per lei la “credibilità” da offrire ai lettori?

Penso che nella vita reale le azioni a volte si conformino al principio del “Nulla è come sembra” o, detto in altro modo, nel fatto che spesso non c’è mai un’unica ragione alla base di ciò che facciamo. Ce ne sono in realtà molte, alcune delle quali assai complesse. E uno scrittore deve saperle rappresentare tutte, pur rispettando sempre la coerenza dei personaggi. Per esempio, in “Se stasera siamo qui” Georgie si innamora, in modo quasi romantico, di un ragazzo molto più giovane di lei. Questo fatto, che di primo acchito potrebbe essere percepito dai lettori come inattendibile, è invece del tutto comprensibile, e in pieno accordo con il carattere del personaggio. Infatti, per Georgie il lato più piccante ed eccitante della relazione è che il ragazzo è il figlio di Nora, un’altra delle protagoniste del romanzo. E, a questo punto della storia, i lettori sanno già che Georgie ha sempre fatto di tutto per umiliare Nora. Così, mentre sembra smentire se stessa per eccesso di sentimentalismo, Georgie si conferma quella che è sempre stata: una donna egoista, piuttosto fredda e spietata con il prossimo.

Un altro esempio di “credibilità nella contraddizione” è il modo in cui, in “Se stasera siamo qui” viene trattato il tema dell’amicizia fra donne.

È vero. Se ci riferiamo all’amicizia come qualcosa che sia perfetta solidarietà, perfetta comprensione e perfetto amore, allora no, le quattro donne del romanzo non sono amiche. Ma l’amicizia è molto complicata. Da donna io definisco l’amicizia come un sentimento in virtù del quale non si giudica mai e si è completamente affidabili. Ma, da scrittrice, usando l’empatia, ovviamente narrerò anche di amicizie che, pur non essendo perfette, sono vere. Georgie e Nora, ad esempio, non sono amiche personalmente, ma le altre ragazze hanno della comprensione per Nora perché non è elegante, non è sexy, non è al mai centro dell’attenzione. È ciò che succede quando un gruppo di amici si forma in gioventù: più tardi, quando si cresce, è difficilissimo che si rompa. È proprio il caso delle quattro donne del romanzo.

Insomma, empatia come immedesimazione nei propri personaggi?

Empatia come strumento di lavoro letterario, direi. Da usare sempre con la giusta miscela di immedesimazione e distacco. Se, ad esempio, un giorno decidessi di scrivere un romanzo su un serial killer, cercherei di comprendere ciò che questa persona pensa e sente, cercherei di capire le sue motivazioni, cercherei di vedere il mondo attraverso i suoi occhi. Ma il fatto che potrei capire i suoi sentimenti e le sue motivazioni non significa certamente che li approverei, o che mi piacerebbe comportarmi come lui, o lei.

È dunque grazie a questo strumento di lavoro letterario che ha potuto costruire trame complesse come quella di “Se stasera siamo qui”, ove i punti di vista delle quattro protagoniste, e in particolare la loro visione del mondo maschile, si intrecciano e si sovrappongono praticamente ad ogni pagina?

Vorrei dire che la ragione per la quale, in questo romanzo, i personaggi maschili sono descritti così negativamente dipende, più che da un mio giudizio personale, dalle ragioni di empatia con le quattro protagoniste. La vicenda del romanzo inizia negli anni Sessanta, quando hanno tutte 18 o 19 anni. Per le ragazze di quella generazione, e di quell’età, l’intero universo ruotava attorno all’idea dell’amore romantico, e ciò spiega perché gli uomini che non si dimostravano all’altezza delle loro aspettative non potevano che essere considerati che orrendi o penosi. Solo in un caso l’uomo in questione, Paul, viene percepito come meraviglioso. O bianco o nero, insomma. Da giovani il nostro lato emozionale prevale su tutto il resto, e vediamo il mondo in modo estremizzato. Solo quando cresciamo possiamo vedere le sfumature grigie della vita.

Ciò dimostra una volta di più che l’empatia fra scrittore e personaggio è cosa diversa dall’identificazione. Nel caso di “Se stasera siamo qui” posso dire a ragion veduta che, contrariamente a quanto pensa qualcuno dei miei lettori, io non mi identifico in nessuna delle quattro protagoniste ma, nello stesso momento, faccio parte di ciascuna di loro.

È chiaro che i rapporti reciproci fra empatia dei sentimenti, immedesimazione, finzione letteraria (o invenzione) e autobiografia sono complessi e delicati. Non le è mai capitato, nella sua attività di scrittrice, che qualcuna di queste componenti sia sfuggita al suo controllo e abbia preso il sopravvento sulle altre?

In effetti, quando si scrive è molto facile provare empatia per tutti i propri personaggi, al punto che talvolta la finzione viene scambiata per realtà. È bello ricevere dai lettori complimenti come: “Oh! Questo deve proprio essere capitato a te, perché è così vero!”. Ma effettivamente non mi è mai capitato: è l’atto di empatia della scrittrice che fa credere al lettore che quel fatto sia vero. Altre volte la finzione e l’invenzione sono necessarie: la parte finale di “Se stasera siamo qui” è ambientata in Italia, in particolare in Toscana, che è descritta in modo molto romantico. In realtà devo confessare di non essere mai stata in Toscana e che la scelta è stata puramente di finzione: nella stesura del romanzo è stato molto importante per me scegliere un luogo che, nell’immaginario degli abitanti del nord Europa, fosse considerato romantico e pieno di bellezza. Dovevo poi anche scegliere un luogo che non avessi mai visitato, per non essere influenzata dal mio personale giudizio su di esso.

D’altronde non è da escludere che un eccesso di immedesimazione possa far male allo scrittore. Male non al risultato del suo lavoro, ma a lui direttamente, per ragioni più personali.

Cioè?

Poco fa ho detto che è proprio dello scrittore descrivere personaggi veri, reali, anche malvagi come un serial killer. D’altra parte, è anche ragionevole pensare che a volte ci sia della sofferenza quando si descrivono personaggi così orribili. Davvero a volte rimane addosso qualcosa di loro, ed è poi difficile separare la tua vita di tutti i giorni da quella che vivi mentre stai scrivendo. Proprio questo mi è accaduto con il mio secondo romanzo. “La moglie che dorme” è stato un libro difficilissimo da scrivere. Ho dovuto passare mesi e mesi nella testa del protagonista, un uomo ammalato, probabilmente vittima di un disturbo mentale. Durante la stesura del romanzo ho dormito malissimo, e ho fatto incubi orrendi. Quando ho terminato, ho capito di aver passato troppo tempo in uno stato emotivo in cui non volevo più stare. Ecco perché, quando ho deciso di scrivere il mio terzo romanzo, “Il viaggio verso casa”, che tratta del rapporto fra una madre e una figlia, ho avuto bisogno di dedicare il mio tempo a un tema che fosse salutare, sano e gentile.

Perché lei e altri autori avete deciso di dare il vostro supporto ad alcuni progetti dell’organizzazione non governativa “Médecins Sans Frontières” (MSF). Da questa collaborazione è nata poi un’antologia di racconti, pubblicata in Italia con il titolo di “Dignità!”, nella quale il suo testo, “Capetown, Johannesburg”, è dedicato alle attività di MSF in Sudafrica.

Questa domanda, presa in se stessa, intende in effetti chiarire quale sia, oggi, il potere della voce dello scrittore o, meglio, la sua capacità di influenzare l’opinione pubblica. Ebbene, ogni scrittore considera il proprio lavoro individuale e unico, o almeno distinto da quello degli altri. Tuttavia, se io, come altri scrittori, ho l’opportunità di usare la mia voce e il mio ruolo per qualcosa che ritengo giusto, sono fierissima di poterlo fare. Per questo ho accettato di andare in Sudafrica con MSF e di scrivere di ciò che avrei visto in quel paese. Penso anche che il mio lavoro di scrittrice possa essere utile per l’intero progetto se riesce ad attirare la pubblica attenzione sui problemi sanitari causati al Sudafrica da AIDS e tubercolosi. Ritengo infine importante dire che, non avendo MSF minimamente alterato i nostri testi, siamo stati sempre liberi di osservare e di descrivere qualunque cosa.

In effetti, la lettura di “Capetown, Johannesburg” ci ha fatto capire che i problemi sanitari del Sudafrica sono estremamente più vivi, reali e coinvolgenti rispetto alle notizie che su di essi in patria riceviamo dai mass media. Nel suo testo, la vita in Sudafrica sembra davvero una battaglia. Non possiamo che ringraziarla per il supporto che ha dato a MSF.

Penso che una delle cose più importanti per chi visita un paese straniero, ciò che veramente colpisce – rispetto a quanto di esso possiamo capire dalle statistiche e o dalla televisione – sia la possibilità di ascoltare le storie che poi racconteremo dalla viva voce delle persone. In effetti, credo che uno dei più forti istinti dell’uomo sia la sua tendenza ad ascoltare le storie, poiché ascoltare le storie ci aiuta a dare un senso al caos.

Qual è la sua opinione su quelle due strane specie che spesso s’incontrano nella societàcontemporanea, i cosiddetti uomini-donna e donne-uomo, cioè gli uomini con comportamenti femminili e le donne con comportamenti maschili. Ci sono anche in Irlanda?

Queste due specie sono ovunque. Anch’io le avrei potute definire esattamente come ha fatto lei. La mia sensazione è che siamo tuttora in un momento di passaggio. Per secoli i ruoli dei maschi e delle femmine sono stati chiaramente definiti. Normalmente, ciò significava che gli uomini avevano una vita pubblica e le donne una domestica, con scarsissimi rapporti reciproci. Da circa cinquanta-sessanta anni i nostri ruoli non sono più così nettamente separati come un tempo: le donne, per esempio, sono emerse dalla loro dimensione domestica per entrare nella vita pubblica. Ma, sfortunatamente, hanno scoperto che quell’eguaglianza che si sarebbero aspettate di trovare non era lì. Contemporaneamente quegli uomini che desideravano un ruolo diverso da quello tradizionale, che desideravano non essere necessariamente aggressivi, o non essere gli unici che portavano i soldi a casa, si sono per questo visti considerare e trattare con minore uguaglianza. Anzi, in questi ultimi anni una delle questioni più studiate in Irlanda è proprio la difficoltà che i giovani maschi provano nel definire il loro ruolo attuale. Non riescono più a capire se, all’interno della famiglia, debbano ancora ricoprire il ruolo della figura dominante, del capo, di quello che guadagna. Oggi in particolare, in questo periodo di diffusa disoccupazione, non vi è più chiarezza a proposito di quei ruoli che un tempo erano ben definiti. In conclusione credo che oggi sia difficilissimo capire come evolverà il mondo. E, comunque, non ritengo sia più facile per gli uomini o per le donne. Penso che sia difficile per tutti.

Dopo aver trattato dell’influenza della voce dello scrittore sul mondo esterno, vorremmo ora concentrarci sugli effetti interiori. Secondo lei, la scrittura può essere utile per razionalizzare – e, in un certo senso, per superare – i momenti peggiori e più dolorosi dell’esistenza? Questa domanda è sorta spontanea dopo la lettura del suo racconto autobiografico “Eoin” (raccolta “The Death of a Child”) che è dedicato alle reazioni di una madre dopo la perdita del bambino che portava in grembo.

Questa è una domanda interessantissima. In effetti, due sono le risposte circa l’aiuto che la scrittura può offrire. Coloro che, per esempio, hanno subito un trauma possono scrivere delle proprie difficoltà, anche se non sono autori professionisti, per raggiungere una forma di catarsi, in modo da liberarsi e purificarsi dal dolore.

Per uno scrittore di professione che tratta di questi argomenti, è importantissimo creare un testo di letteratura, cioè qualcosa che possa essere compreso universalmente e che sia tale da toccare le emozioni degli altri, nella speranza di aiutarli.

Come ha scritto in “Eoin”, a un certo punto della sua vita, nel suo momento di difficoltà, lei ha incontrato alcune persone, che ha chiamato “grief-eaters” (“mangiatori di dolore”). Nel testo lei ha spiegato il modo in cui esse possono alleviare le sofferenze. Le piacerebbe che i suoi libri potessero fare altrettanto verso i lettori? Quali di essi possono essere considerati dei veri e propri “mangiatori di dolore”?

Molti lettori mi hanno detto che “Il viaggio verso casa” è stato un “mangiatore di dolore”di grande aiuto, nel momento in cui hanno dovuto affrontare la sofferenza per la morte di un genitore. E anche del mio ultimo libro, “Tutto per amore”, i lettori hanno parlato come di qualcosa che è servito loro per alleviare il dolore conseguente alle decisioni da prendere, o da comprendere, dopo che qualcuno da loro molto amato si era tolto la vita.

In conclusione lei pensa davvero che la scrittura possa avere delle proprietà terapeutiche?

Io penso che sia come quando si va a vedere un quadro e, specialmente se il quadro è bello, ci si immerga dentro di esso. Allo stesso modo i lettori si immergono nei libri. Come autrice io ritengo che la mia scrittura, se è di valore, possa darmi la possibilità di instaurare una relazione emozionale con il lettore. Ecco perché penso che sì, è possibile che un lettore possa trovare conforto nella scrittura, o almeno lo spero.

In questa conversazione abbiamo trattato principalmente i romanzi “Se stasera siamo qui”, “La metà di niente”, “La moglie che dorme”, “Il viaggio verso casa” e “Tutto per amore” (Guanda), e i racconti “Cape Town, Johannesburg” (raccolta “Dignità!”, Feltrinelli) e “Eoin” (raccolta “The Death of a Child”, Continuum). Ovviamente lei ha scritto e pubblicato molto di più. Vorremmo sapere – e perdoni, la prego, la banalità di questa ultima domanda – qual è il libro cui è più affezionata?

Penso che il libro migliore sia sempre l’ultimo. O, meglio, ogni volta che finisco un libro sento che quello è il mio libro migliore, quello cui sono più vicina. Poiché io vorrei che ogni mio libro fosse sempre migliore del precedente. Più seriamente, potrei dire che sono molto orgogliosa del mio romanzo “La moglie che dorme”. Per questo mi è molto dispiaciuto vedere che sia stato sottovalutato, che non sia stato apprezzato, forse perché era una specie di “dark story”. O forse perché molti dei miei lettori vogliono che continui a scrivere e a riscrivere romanzi come “La metà di niente”. Ebbene, spero davvero che prima o poi questi lettori cambieranno idea.

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Michele Curatolo
Un altro uomo invisibile che galleggia in mezzo al mare del nulla, è arduo definirlo sia per tratti somatici che per età. Campa la vita lavorando, di contraggenio, in uno dei templi assoluti della brescianità e, ciò nonostante, ne prende ispirazione per le cose che scrive. Espulso da tutti i circoli cui si è aggregato, gli amici lo chiamano “Wikipedia” a causa dei discorsi incomprensibili e della pronunzia, che confonde in un unico suono le erre, le elle, le vu, le pi, le bi, le esse e le effe. Sostiene di essere pacifista, ma si vanta di aver redatto, molto tempo fa, alcuni testi rivoluzionari per un ex-guerrigliero irascibile e avarissimo, ora convertitosi al libero mercato.

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