Il più grande nemico di uno scrittore è la vanità: intervista con Francesco Savio

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Francesco Savio, nato a Brescia il 25 dicembre del 1974, ha vissuto diciassette anni a Milano e, dal 2018, è tornato alla città natia. Lavora per le Librerie Feltrinelli, collabora come lettore della narrativa italiana per Giangiacomo Feltrinelli Editore e gioca a calcio come trequartista. Ha pubblicato due romanzi, Mio padre era bellissimo (Italic peQuod, 2009), tradotto in Francia (Mon père était très beau, Le dilettante 2012) e Il silenzio della felicità (Fernandel, 2013) e due libri di letteratura sportiva, Il fuorigioco sta antipatico ai bambini (Ediciclo, 2014) e Anticipi, posticipi (Italic peQuod, 2011). La sottovita (Mondadori, 2019) è il suo nuovo romanzo. Lo abbiamo incontrato nell’ambito della rassegna letteraria bresciana Libri in Movimento. 

I tuoi romanzi hanno come filo conduttore il fatto di essere in parte autobiografici, combinando con le storie dei personaggi alcune delle tue passioni, ma anche tematiche sociali. Sono cinque i libri pubblicati: Mio padre era bellissimo (2009), Anticipi posticipi (2011), Il silenzio della felicità (2013), Il fuori gioco sta antipatico ai bambini (2014). Da poche settimane è stato pubblicato La sottovita, il tuo ultimo romanzo, che si presenta come una summa delle tematiche trattate in passato.
L’incipit è folgorante: il protagonista è in vacanza in Alto Adige con la sua famiglia e, dopo una giornata passata in casa a causa della pioggia, decide di andare a camminare. Mentre passeggia, si imbatte in un gruppo di vacche delle Highlands e improvvisamente una di loro decide di caricarlo. Una volta colpito, in attesa dei soccorsi si stende a terra e incomincia a ricordare una vecchia giornata di ottobre; quello che sembra essere un solo ricordo iniziale apre la strada a un vero e proprio esercizio di memoria involontario, che lo porta a esplorare tanti momenti lontani.
Sì, esatto: anche se in modo involontario, questo libro completa la trilogia iniziata con Mio padre era bellissim’ seguita da Il silenzio della felicità. I tre romanzi rappresentano i tre momenti fondamentali della vita di un uomo: l’infanzia, la giovinezza e la maturità, che in questo caso coincide con il passaggio dall’essere figlio all’essere padre. 

La figura della famiglia, e del padre in particolare, è sempre molto presente nei tuoi romanzi.
Nel mio caso il vantaggio di essere orfano mi ha concesso di elaborare questo lutto prima in modo sentimentale e quindi autentico, e poi, a distanza di anni, di andare a ripescarlo attraverso la letteratura. Il modo in cui scrivo mi aiuta a elaborare questa mancanza.

Mi collego alla figura del padre perché è come una sorta di persona-guida. In La sottovita tu, o meglio il tuo protagonista, è padre.
Sì, analizzando bene la situazione ho definito questo romanzo autobiografico al settantatré percento. Direi invece che il protagonista in sé possa essere io all’ottantasette percento, perché le coincidenze con la mia vita sono davvero tante!

La curiosità viene perché La sottovita è un romanzo sincero. Il linguaggio non è autocompiaciuto e il messaggio che viene dato è profondo, molto vero…
Questo è un risultato difficile da ottenere; secondo me, nel momento in cui si sceglie la forma autobiografica o semi-autobiografica, si tende molto a fare una sorta di diario di se stessi, quando invece bisognerebbe stare a metà fra un diario e la pura narrativa, ed è quello che in qualche modo cerco sempre di fare. Per anni ho sofferto di questa cosa: ci sono vari livelli di lettura e, in certi livelli, si sconfina nel pettegolezzo, si identifica il protagonista del libro come lo scrittore stesso; di conseguenza, mascherare poco di sé può sfociare in una serie di fastidi. Da grande lettore prima che da scrittore, gli autori che più mi fanno emozionare sono quelli che scelgono la strada autobiografica, che poi può essere quella di Annie Ernaux ma infondo anche quella di Giuseppe Berto, Aldo Busi, Luigi Guicciardi e tanti altri scrittori che si sono basati sulla loro vita per trasmettere un messaggio forte.

Malgrado tu sia un autore giovane, la tua cultura letteraria è molto radicata, soprattutto in Italia, su autori che sono purtroppo quasi dimenticati.
Pur avendo cominciato dopo i sedici anni, ho una formazione da autodidatta di cui vado abbastanza fiero, che mi ha permesso di collegare gli autori che ho scoperto nel corso del tempo non imboccato da qualcuno, ma semplicemente perché venivano citati in altri libri o appartenevano allo stesso periodo storico. Sono arrivato ad amare scrittori in alcuni casi dimenticati. Oggi viviamo in un’epoca in cui, anche da libraio o bibliotecario, non tante persone leggono, e quelle che leggono spesso non riescono a farsi un’idea propria: hanno bisogno di una recensione. Nelle librerie otto persone su dieci chiedono il libro che è stato recensito dal quotidiano durate la settimana: non c’è niente di male ma è un po’ limitante.

Nella scrittura fai riferimento a diversi autori, e al fatto che leggere in modo disordinato è la tua tipicità…
Sì, esatto. Non so se sia un bene o un male: nel mio caso sono contento sia così. Essere liberi mentalmente ti aiuta nella scelta: non bisogna lasciarsi influenzare troppo dai critici, serve giudicare da se stessi.

Però questo ha dato identità alla tua lingua. Spesso ho riscontrato, nelle recensioni dei lettori sui libri che hai scritto, l’impressione che la tua sia una ‘voce’ molto potente: ‘la scrittura di Francesco Savio è una scrittura riconoscibile.’ Il fatto che ci siano queste citazioni denota un amore per la lettura e la letteratura di autori non convenzionali, perché coprono epoche molto diverse fra di loro.
Avendo scritto io il romanzo non posso valutarlo in termini di bellezza o bruttezza, però sul fatto che sia autentico non ho dubbi, perché è venuto fuori in un momento di difficoltà, cosa capitata sempre anche con gli altri. Da lettore dubito fortemente di quegli scrittori che fanno uscire un libro all’anno: mi sembra strano che riescano a mantenere un certo livello. È facile rimanere delusi, nella puntualità di un libro che viene pubblicato una volta l’anno, mentre è raro che un libro pubblicato dopo quattro anni di silenzio riesca a deludermi.

Il tuo romanzo è un serbatoio da cui ogni lettore può attingere qualcosa di sé. Il protagonista è un libraio con una famiglia e si dedica in prima persona alla gestione della casa e dei bambini; vengono perciò descritti molti problemi alla portata di tutti, come ad esempio gestire la merenda di un bambino.
Si ritorna al concetto di autenticità. È un romanzo che mette insieme più piani, non parla solo di lavoro o di rapporto fra padre e figlio. Non progetto mai la scrittura, il mio metodo è quello di non avere un metodo. Nel mondo letterario si viene spesso etichettati, e in molti campano di queste etichette, ma ciò che conta in un romanzo alla fine è la qualità. Il fatto, ad esempio, che Francesco Premunian sia uno scrittore quasi sconosciuto mi turba, perché mi sembra ci sia mancanza di riconoscimento e di merito nei confronti del linguaggio.

Il linguaggio è importante per te?
Quasi più della storia. Dipende da quello che uno cerca, ma per avere un proprio timbro vocale narrativo è fondamentale. Bisogna sapersi distinguere dagli altri.

Tra i temi che vengono espressi c’è quello della ricerca del proprio posto nel mondo; uno dei meriti del tuo romanzo è quello di farlo in modo autoironico, sena rimanere sulla via troppo facile delle lamentele. Nei romanzi che hai scritto, non solo in questo, il protagonista svolge lavori che sono diversi, diciamo precari ma anche molto particolari, come il materassaio, ad esempio.
Sì, sono legati ad un certo tipo di vita e al concetto di lavoro, in alcuni casi manuale e commerciale, che si erano radicati in quegli anni. C’è ad esempio un momento in cui il protagonista viaggia verso Desenzano per vendere lavatrici e frigoriferi a un grande centro commerciale. Negli anni Novanta le condizioni dei lavoratori sono le solite, ma il protagonista non ha la capacità di immaginare ciò che sarebbe accaduto dopo, cioè quello che viviamo da qualche anno, a mio parere con la completa alienazione dei diritti.

Un altro pregio della tua voce è quello di trattare temi come quello geopolitico con un linguaggio leggero ma senza togliere all’argomento la sua importanza.
Cerco sempre di matenere sia l’ironia che l’autoironia. Il difetto di alcuni libri è quello di calcare troppo la mano sulla serietà. C’è la mia esperienza personale in quello che racconto.

Un’altra cosa è il passaggio dalla vita di provincia a quella di grande città. Come è avvenuto? Perché questa scelta?
È avvenuto per noia, nel mio caso. Durante la giovinezza mi pareva che la vita di provincia fosse troppo ristretta per le ulteriori emozioni che volevo provare, poi c’è stata l’esperienza della grande città e, per non fare la fine di Guicciardi, che verrà stritolato a livello umano dagli eccessi, ho deciso di ritornare a Brescia. Ci sono vantaggi e svantaggi in una grande città, ma tutto è relativo; anche Milano può avere un aspetto provinciale, dipende dall’approccio che si ha nei suoi confronti, dalla capacità di restare vivi e curiosi a livello culturale. Ci sono citazioni nascoste nel libro; ad esempio, la frase ‘vai a vedere il Duomo’ è un omaggio a Erofeev, scrittore russo che ha scritto Mosca-Petuskì. Poema Ferroviario. 

Parlavamo prima delle strade che ti hanno portato alla tua voce, quindi iniziare da un autore che poi ti porta ad un altro e così via. Come avviene questo passaggio da uno all’altro? Perché nel romanzo, e non solo in questo, ne vengono citati alcuni molto diversi tra loro. Soprattutto mi ha stupito che, pur essendo tu ed io coetanei, ci sono molti autori italiani per me sconosciuti.
È cambiata, secondo me, la tipologia di autore italiano. Anche quando i professori mandano in libreria gli studenti, alcuni di loro danno, ad esempio, Calvino e Fenoglio, mentre altri danno solo D’Avenia e Catozzella. Oggi c’è un’idea di divulgatore più che di scrittore: tranne grandi eccezioni, più che della lingua ci si occupa del messaggio, che spesso è molto positivo, ma non ha senso avere una storia con valore nobile se viene raccontata in modo brutto.

Oggi far leggere autori di questo calibro ai ragazzi risulta troppo pesante?
È da vedere, anche se oggi molti ragazzi sono bombardati da una serie di strutture e apparecchi che schiacciano l’idea di libro e lettura.

In un’intervista hai affermato che la struttura di oggi assomiglia molto a quella che Orwell, in 1984, descrive come una scrittura molto semplice: stiamo andando in quella direzione?
Quello che mi turba è che anche un autore come Fenoglio non è difficile da leggere, però fa paura. Secondo me un ragazzo di quindici, sedici anni potrebbe leggerlo tranquillamente, imparando la Storia del nostro paese attraverso un punto di vista letterario di elevato livello. Questa è una battaglia personale che in libreria cerco di portare avanti. Dispiace perché si ha quella sensazione, appunto orwelliana, della neolingua, che pare difficile da combattere, perché resta sempre meno; ci sono però anche grandi soddisfazioni quando un ragazzo ti chiede un consiglio personale; ad esempio ai giovani propongo sempre John Fante, per dimostrare che la lettura può essere anche un piacere. La lettura per me è un atto rivoluzionario, sia interiore che sociale. 

In Il silenzio della felicità, tu ti chiedi come mai in una città come ‘B’ la gente sia così ossessionata dal lavoro ma meno dalla lettura, o comunque dal dedicarsi del tempo per sé. Un’altro aspeto che secondo me caratterizza la tua voce è proprio il consiglio di inseguire la voce stessa: i personaggi sanno cosa vogliono, si sentono in solitudine ma non hanno alcuna intenzione di deragliare dai loro intenti. Penso alla potenza eversiva della passeggiata, del camminare…
Questo è un lungo filone evocativo che parte da Robert Walser, con La passeggiata, ed è un altro aspetto che mi interessa molto. Qualche ragazzo ci arriva; a volte è un percorso tortuoso e difficile perché devi accettare un certo tipo di diversità; vuol dire frequentare meno le persone. Da ragazzo spesso andavo da solo al parco a leggere, e i miei genitori mi chiedevano perché. Bisogna essere coraggiosi a fare queste scelte con gli amici o la famiglia, perché spesso dalla società vengono veicolati messaggi completamente diversi. 

Nei tuoi romanzi si fa spesso riferimento alla ‘sottovita’: perché chiami così la vita del tuo protagonista?
È sottovita nel segmento temporale narrativo che viene analizzato nel romanzo. Quando una persona viene travolta dall’avvento dei figli non può più fare tutta una serie di cose che faceva prima, anche se ne trova altre più emozionanti. Io stesso, quando sono diventato padre, ho pensato di smettere di scrivere perché non ne avevo il tempo, ma ho comunque trovato la mia dimensione di felicità nella lettura. In questo senso viene definita sottovita. Chi dice che avere figli è solo bello non ha secondo me ben presente la situazione: anche in termini di grande gioia ci sono delle difficoltà date dalle tante ansie e dall’annientamento della tua volontà, che è anche un tema trattato nel romanzo. È difficile rinunciare alla buona volontà se non come quando si hanno figli. Ci sono anche forme di sottovite che io vedo nelle persone che non hanno ammirazione per il concetto di bello, o non hanno la curiosità intellettuale di cui parlavamo prima; che una persona non si emozioni davanti a un libro, a un quadro, a un film per me è drammatico. 

Ma questa oggi è una realtà ‘quasi’ normale?
Se sei obbligato a lavorare otto, nove ore al giorno sì, se torni a casa e non hai aiuto, se non hai i nonni, che sono i santi di questa società, ti trovi completamente solo e arrivi a sera che… cosa fai? Ci sono persone che lavorano di più senza neanche avere magari la forma affettiva. Però credo che avere curiosità sia un grande dono: bisogna sapere di non sapere mai abbastanza. C’è sempre lo stupore nel trovare un autore nuovo. 

C’è un brano che parla dell’amore per il proprio lavoro, in cui scrivi che arrivare in libreria con la bicicletta è un vero e proprio atto d’amore.
Il mestiere di libraio è cambiato molto. Io vorrei definirmi libraio, ma non è così. Lavorando in Feltrinelli lavoro in un megastore; quando sei solo da cinque o sei ore, bombardato da domande, fai sì il mestiere di libraio, ma in modo diverso; alla fine, purtroppo, sei molto stressato e continuamente sotto pressione. Penso che nella vita avrei potuto fare solo questo lavoro, ma l’aver provato altri lavori (come ad esempio il materassaio con mio zio) mi ha dimostrato di trovare poesia ed emozione anche in questo tipo di cose, e provare questa sensazione è come avere sempre un salvagente. Questa è la salvezza anche dei miei personaggi.

In un passo del libro si parla anche di come, se lo si vuole, si riesce a mantenere il bambino, la curiosità e il riconoscere la luce, pur diventando grandi e avendo delle responsabilità.
Sì, poi questa forma di luce si può interpretare in molti modi differenti.

Nell’altro romanzo c’è un momento in cui il protagonista parla del silenzio, e va al cinema da solo…
Ho sempre paragonato la sala cinematografica alla chiesa, nel senso che il cinema è veramente un viaggio in cui lasciarti trasportare. È un’elevatissima forma d’arte. Poi dipende… Per tanti anni ho faticato a provare emozioni. Per esempio anche adesso, vedendo una mostra, non provo le stesse emozioni di quando guardo un film, ma questo è un problema mio: c’è molta diversità nell’essere capaci di ‘ricevere’.

Un’altra cosa che accade nel romanzo è quando il protagonista va a fare i colloqui di lavoro e viene aiutato dal il fatto di avere questa esperienza di lettore, per cui spesso fa delle citazioni e il risultato è molto divertente! Ad esempio, quando va a fare un colloquio dal macellaio, cita uno scrittore e il lavoro è suo! Potremmo dire che la letteratura aiuta, in questo senso?
Nella finzione, ovviamente, perché nella realtà non è così! Una volta forse si cercava un lavoratore per tenerlo per tanto tempo e farlo crescere; invece oggi, quando invecchi, dai quasi fastidio a livello contrattuale. Perciò diciamo che questo vantaggio c’è solo nel mondo della finzione.

Che cosa ti ha insegnato scrivere questo libro dopo così tanto tempo?
Mi ha confermato che il nemico più grande di uno scrittore è la vanità; ho cercato di fare lo scrittore non per vanità, ma per raccontare qualcosa. Nel periodo in cui pensavo di non riuscire più a fare nulla non ero triste, ma pensavo fosse un passaggio diverso dell’esistenza, e questo mi ha insegnato che c’è sempre la speranza di riuscire a creare qualcosa di valore indefinito, anche nei momenti di sofferenza, anche di una sofferenza ridicola, nel mio caso! Mi viene sempre in mente un autore russo che, chiuso in un campo di concentramento da Stalin, una volta alla settimana si trovava con gli altri detenuti e gli raccontava Proust: visto che non avevano libri glielo ricostruiva mentalmente. Il discorso, in senso minore, è simile: non perdere mai la fede, la speranza di scrivere e soprattutto di vivere!

Trascrizione ed editing a cura di Giulia Bertini.

Qui la recensione del romanzo La sottovita di Francesco Savio

 

 

 

 

 



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