Francesco Savio – La sottovita

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Cos’è la sottovita? È quella che ti viene in sorte se hai aspirazioni, magari anche talento, ma hai dei figli. Due, nella fattispecie. E allora o fai come quel grande scrittore (Nabokov?) che si rinchiudeva in bagno e scriveva sul water, con un’asse messa di traverso, o soccombi. Francesco Savio viene travolto da un’highlander (no, non Christopher Lambert, ma una vacca) mentre si trova in Alto Adige, in uno sperduto luogo di vacanza in mezzo alle Dolomiti: dovrebbe essere l’inizio del suo nuovo romanzo che non riesce a scrivere, perché, se quando torni a casa dalla giornata di lavoro come libraio ti metti a giocare per un paio d’ore con i tuoi figli, dopo ti restano appena le energie per metterti davanti alla tivù a guardare una partita (tanto c’è sempre una partita), meno spesso un film (anche perché ti piacciono quelli di un certo spessore), raramente un libro, quasi mai uno dei manoscritti che devi valutare per una casa editrice.

Il romanzo (romanzo? Non è più lungo di uno dei sedicenti romanzi di Erri De Luca) di Francesco Savio è una specie di diario a ritroso, che mette a confronto senza parere la vita e la sottovita, e in cui si ricorda la morte prematura del padre materassaio (come nel suo primo romanzo, Mio padre era bellissimo, 2009), il tentativo di prendere il suo posto in quel lavoro in via d’estinzione (l’università no, dopo il primo esame basta), o la fuga a Roma per inseguire il sogno di fare il regista, o il lavoro a Desenzano, dal venerdì alla domenica, a vendere lavatrici e frigoriferi preferibilmente Ariston in un centro commerciale (uno di quei mostri che hanno colonizzato il nostro immaginario collettivo) onde avere il resto della settimana libero per scrivere e per leggere; il primo contratto con una casa editrice, le prime relazioni, l’incontro decisivo, il matrimonio, i figli.

Ma che c’importa di Francesco Savio, che non è neanche presente su wikipedia (c’è però il suo omonimo, che è uno pseudonimo del regista, sceneggiatore e critico Francesco Pavolini), e della sua vita tra Brescia e Milano con qualche puntata a Roma e in Alto Adige?
Ci importa eccome, perché, anche se non è più lungo di uno dei sedicenti romanzi di Erri De Luca, riesce a coinvolgerci, a farci da specchio, che le nostre aspirazioni siano simili alle sue oppure no (ma siamo lettori, no? Quindi in qualche modo ci somigliamo), che la nostra sottovita sia simile alla sua oppure no.

Scritto con stile colloquiale, diretto, si legge in un soffio e ci parla come un amico (o come vorremmo facesse un amico), e ne avessimo di amici che ci raccontano i loro alti e bassi senza vittimismo e senza infelici uscite retoriche, ma con lo spirito indomito di chi ha portato a compimento, nonostante tutto, un altro romanzo o pseudo-tale, insomma, quello che abbiamo in mano e lungo le cui pagine il nostro sguardo scorre senza riuscire a staccarsi, senza un attimo di noia, senza un’alzata di spalle, ma con complice empatia.
Alla fine non sappiamo se abbiamo letto un romanzo o cosa; ma sappiamo che ci ha toccati dentro, che non è quello che ci aspettavamo ma molto di più, e che ne vorremmo ancora.

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Heiko H. Caimi
Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha tenuto corsi di scrittura presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. L’ultimo suo lavoro è il romanzo "I predestinati" (Prospero, 2019).

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