«Oggi andiamo alla casa degli ibischi rossi?».
Sabrina butta là la domanda con finta indifferenza, premurandosi però di spiare di sottecchi la reazione stupita di Vincenzo, che infatti la guarda sgranando gli occhi tondi e castani, buoni come quelli di un cane mite e obbediente.
Vincenzo non risponde con le parole ma emette un fischio sottile e prolungato, e quel fischio dice tutto. Dice: La casa degli ibischi rossi? Sei matta? Non lo sai che è proibito? Ma dice anche che ammira Sabrina e il suo coraggio. Un coraggio da maschio.
Vincenzo guarda la sua amica con adorazione e, forse, una punta d’invidia.
Sabrina è diversa da tutte le altre bambine che conosce le quali, a partire dalle sue numerose sorelle, trova indisponenti, lagnose e insopportabilmente frivole. Tutte a parlare di sciocchezze con quelle loro vocette da uccellini nel nido, tutte pronte a ridere di lui, della sua testa rasata troppo grossa rispetto al corpo mingherlino, delle sue ginocchia aguzze sempre piene di tagli e sbucciature.
Le bambine non gli piacciono, ma in quel paesello della bassa lombarda, dove in estate l’afa ti toglie anche la voglia di pensare, non gli piace nessuno. Non i compagni che lo deridono e lo scansano chiamandolo “terrone”, non gli adulti che con lo sguardo sembrano volergli rimproverare anche il solo fatto di esistere. E non gli piacciono più nemmeno i suoi genitori, che da quando vivono lì sembrano aver indossato una cappa di tristezza e malinconia, simile alla cappa di nebbia e umidità che li opprime in inverno.
Ma’, iamm’a casa, aveva detto una volta Vincenzo a sua madre, poche settimane dopo il trasferimento.
La mamma gli aveva rifilato una sberla secca in pieno viso: non voleva che in quella casa si parlasse più il loro dialetto, tutti oramai dovevano parlare solo in italiano, soprattutto i suoi figli, ai quali avrebbe voluto scrollare di dosso l’etichetta di terrone che in quel paese di cinquemila anime pareva stampigliata sulle loro fronti.
Iamm’a casa, pensava la donna, e, se nessuno la vedeva, si lasciava scivolare sulle guance due lacrime di rimpianto: per il suo paese brutto ma allegro e pieno di sole, per le stradine ombrose dove, ragazzina, aveva camminato scalza, per l’odore del mare che arrivava anche quando ti tappavi in casa, per tutto quello che avevano dovuto barattare in cambio di un lavoro sicuro in fabbrica per suo marito e di un lavoro a mezza giornata per lei, che andava a stirare nelle case dei signori.
Vincenzo non capiva nulla di boom economico e di flussi migratori: aveva sette anni e sapeva solo che gli mancava la sua casa, quella vera, quella del sud, e che quel paese nuovo non gli piaceva, così come non gli piacevano i suoi compagni di scuola.
Tranne Sabrina.
Sabrina che era diversa da tutti: era alta, aveva le gambe lunghe e svelte, le spalle forti, i capelli corti come quelli di un ragazzo e mani grandi che sapevano picchiare. Era coraggiosa, non aveva paura di niente e di nessuno. Parlava poco ma tutti la rispettavano: perché correva forte come i maschi e meglio dei maschi sapeva arrampicarsi sugli alberi, costruire l’arco e le frecce, tirare con la cerbottana.
Erano diventati amici l’inverno precedente, quando lei lo aveva salvato da un imminente pestaggio.
I ragazzi di quinta gli davano il tormento da mesi finché un giorno, durante la ricreazione, si era trovato stretto in un angolo, attorno una corona di invasati che gli gridavano che era sporco, che era un terrone, che puzzava e che doveva tornarsene a casa sua, in Terronia.
Con gli avambracci a proteggersi la testa, Vincenzo aspettava da un momento all’altro la scarica di pugni di quei giovani delinquenti. Invece era arrivata Sabrina: come se niente fosse, si era fatta largo fra quei ragazzi più grandi di lei, ma non altrettanto alti, si era messa con la schiena davanti a lui e aveva detto: «Lasciatelo in pace».
Alle rimostranze e agli insulti dei ragazzini, aveva replicato con un semplice, pacato ma inequivocabile: «È amico mio».
Pareva avesse pronunciato una sorta di formula magica, perché, come per incanto, la piccola folla di facinorosi e di curiosi si era dissolta nei corridoi della scuola.
Da quel giorno, Vincenzo era passato sotto l’ala protettrice di Sabrina e, anche se nessuno lo voleva come amico, almeno avevano smesso di dargli il tormento.
«Perché l’hai fatto?» le aveva chiesto Vincenzo, guardingo e diffidente.
«Tanti contro uno solo», aveva detto lei con molta semplicità, «non è per niente giusto».
Per tutto l’inverno e la primavera si erano frequentati, per lo più a scuola. Vincenzo aveva chiesto a sua madre se poteva invitare Sabrina a casa, ma sua madre era stata irremovibile: «No, non si può. È una femmina, che te ne fai di un’amica femmina? Coi maschi devi stare».
Anche a casa di Sabrina, la sua amicizia col terrone non era vista di buon occhio, ma lei se ne fregava.
Poi però era arrivata l’estate e, insieme all’estate, una maggiore libertà che permetteva loro di stare fuori casa, lontani dagli occhi dei genitori, per buona parte del giorno e spesso anche della sera.
Il paese era tranquillo, i grandi sapevano che grossi pericoli non ce n’erano.
Gli unici divieti riguardavano il Fosso Nuovo, un ruscello giudicato troppo rischioso per i bambini, che però potevano giocare lungo le rive del più tranquillo Fosso Vecchio, e la casa degli ibischi rossi: troppo isolata, troppo cadente, c’era il timore che qualche pietra cascasse e che qualcuno si facesse male.
E ora Sabrina gli sta dicendo che vuole andare proprio là, nel luogo proibito per eccellenza. «Oggi andiamo alla casa degli ibischi rossi» ripete, e questa volta non è più una domanda, è un’affermazione, quasi un ordine.
Sabrina guarda Vincenzo: in faccia gli legge paura, perplessità, avida curiosità.
«A casa diciamo che andiamo a fare merenda al Fosso Vecchio» prosegue Sabrina «e ci portiamo i panini e l’acqua e facciamo finta di andare verso Cascina Bella, ma quando arriviamo alla casa del Matto giriamo a destra. Da lì è un attimo prendere la stradina di ghiaia. Mezz’ora e siamo alla casa degli ibischi rossi».
«Ma è pericoloso.» obietta Vincenzo, più per convincere se stesso che non l’amica.
«Mica ci dobbiamo arrampicare in cima» replica lesta Sabrina. «Ci andiamo solo a dare un’occhiata. Facciamo merenda nel boschetto vicino e cerchiamo dei sassi nuovi per la collezione. Non stiamo via tanto, giuro, prima di cena siamo a casa».
«E se ci casca in testa un mattone?» incalza Vincenzo.
«Noi ci scansiamo» risponde Sabrina, paziente.
Vincenzo la guarda ammirato e il cuore gli si gonfia di orgoglio e di riconoscenza: Sabrina è così sicura, così giusta, così rispettata da tutti… ed è amica sua, che è tutto spigoli, nel fisico e nel carattere, scontroso e diffidente.
Vincenzo le sorride e gli occhi da cane buono gli si illuminano. Anche Sabrina sorride: gli occhi del suo amico le ricordano quelli del papà.
Papà, dove sei? si chiede tutte le notti Sabrina, dopo che sua madre l’ha ficcata a letto imponendole di dire le preghiere. Dopo la morte di suo padre, a casa è tutto cambiato.
La mamma è diventata triste e nervosa e a volte la picchia senza motivo. Giovanni, il fratello maggiore, ha dovuto smettere di studiare e si è trovato un lavoro in fabbrica. È diventato improvvisamente adulto senza volerlo e non ha più tempo di stare con lei. I gemelli hanno solo quattro anni e sono ancora troppo piccoli per poter giocare con loro.
Sabrina pensa spesso con nostalgia alle lunghe estati trascorse accanto al fratello: il papà aveva insegnato loro a nuotare nel Fosso Nuovo, a distinguere e a chiamare con nomi diversi le stelle nel cielo, a riconoscere le tracce degli animali nei campi dietro l’orto. Le aveva spiegato anche che non bisogna mai avere paura di dire quello che si pensa e che bisogna alzare la voce contro le ingiustizie.
Nella mente di Sabrina, il giusto e l’ingiusto hanno ambiti ben definiti e contorni netti: difendere i deboli fa parte delle cose giuste che le ha insegnato suo padre.
Vincenzo la era sembrato debole, per questo l’aveva difeso contro i ragazzi di quinta. Poi però aveva imparato a conoscerlo ed era rimasta affascinata da quella cadenza così diversa dalla sua e dalle storie di mare che raccontava.
Sabrina non ha mai visto il mare se non in cartolina e al cinema e, nemmeno troppo segretamente, invidia il suo amico che fra le onde del mare ha imparato a nuotare. Vincenzo le ha raccontato che l’acqua del mare è tanto salata da sembrare quasi amara e lei è indecisa se credergli o meno.
«Quando saremo grandi» le aveva promesso Vincenzo «verrai con me al mio paese: le case sono piccole e bianche, l’una addossata all’altra al punto che puoi camminare sui tetti e percorrere quasi il paese per intero senza scendere. Ovunque si sente il profumo del mare, che è diverso da tutti gli altri odori che puoi sentire qui, nella tua campagna. Nuoteremo fra le onde e ci faremo portare a pescare da mio zio, con la Santa Lucia, una vecchia barca di legno tutta scassata».
Sabrina ascolta incantata le storie di Vincenzo e le sembra di non avere desiderio più grande che quello di scendere al paese, immergersi nell’acqua amara e salata e farsi trasportare dalla Santa Lucia a cavallo delle onde.
Ma il mare è distante da questa pianura afosa del nord. Niente spiagge, né onde, né barche Santa Lucia. Solo un Fosso Vecchio, un Fosso Nuovo e una casa degli ibischi rossi.
«Allora?» incalza Sabrina.
«Va bene» si arrende Vincenzo.
Alle tre del pomeriggio la piazza è deserta: il caldo è insopportabile per gli adulti, ma non per i due ragazzini che, dopo essersi bagnati la testa con l’acqua della fontana, trottano sicuri lungo il viale dei gelsi. Se qualcuno li vedesse potrebbe pensare che siano diretti verso Cascina Bella e quindi il Fosso Vecchio; invece, dopo la casa del Matto, si guardano attorno e, quando pensano che nessuno possa vederli, infilano a rotta di collo lo sterrato sulla destra.
Sabrina ha gambe lunghe e svelte e distanzia di molti metri Vincenzo, che le corre appresso felice. Non gli importa di rimanere indietro, non gli importa se una bambina è più veloce di lui: si sente libero e felice e spalanca le braccia perché gli sembra di volare, e la bocca perché gli sembra di bere l’aria.
La corsa ritorna ad essere una marcia e i due procedono senza dirsi una parola fino alla casa; quando arrivano, sono rossi di sole e di fatica, i visi infuocati, le magliette e i pantaloncini corti zuppi di sudore. E sorridono molto.
«È bella, vero?» dice Sabrina.
La casa sorge in mezzo alla campagna, a meno di cinquanta metri dai binari del treno; abbandonata da anni, non ha più un tetto perché qualcuno si è portato via i coppi di nascosto. A farle ombra ci sono alcuni fichi vecchi e ritorti e ad abbellirla un intrico di foglie e rami e fiori di ibisco grandi quanto una delle loro mani.
Soddisfatti, Sabrina e Vincenzo si siedono all’ombra dei fichi e bevono acqua dalle zucche che portano a tracolla.
«Ho fame» dice Vincenzo, e dalla sacca di tela tira fuori due pesche e un panino con la frittata: lo fa a metà e lo scambia con mezzo panino al formaggio e due albicocche.
Poi si coricano sull’erba e si mettono a guardare le nuvole.
«Ci stanno i grilli» dice Vincenzo, «senti che rumore che fanno».
«Ma no, scemo» ride Sabrina, «questo è il rumore delle cicale. I grilli fanno un rumore diverso».
«E tu come lo sai?» chiede lui guardingo.
«Me l’ha insegnato il mio papà».
Le gambe nervose di Sabrina hanno bisogno di muoversi e così prendono a esplorare la campagna, a caccia di erbe e fiori e chiocciole vuote e sassi colorati. Poi si guarda intorno e pare annusare l’aria. «Voglio salire in cima alla casa» annuncia con convinzione.
Vincenzo sgrana gli occhi, esattamente come il mattino stesso, quando lei gli ha chiesto di andare alla casa degli ibischi rossi. «È pericoloso» obbietta, «possono staccarsi i sassi, puoi cadere, puoi morire addirittura!».
Sabrina ride. «Tu rimani pure sotto, io mi arrampico da sola».
«E se caschi?».
«Salgo piano, un passetto per volta e, se mi accorgo che i sassi non tengono, scendo subito».
«Davvero?».
«Giuro».
«Allora salgo con te».
«Vienimi dietro e metti i piedi dove li metto io».
Un piede dopo l’altro, una mano dopo l’altra, Sabrina sale lenta e sicura: sotto il suo peso leggero, le pietre della vecchia casa non cedono di un millimetro; Vincenzo ripete i suoi movimenti e in pochi minuti i due raggiungono la sommità dell’edificio.
Prima il busto, poi la pancia e le gambe, infine i bambini riescono a sedersi a cavalcioni del muro.
«È altissimo» dice Vincenzo, incredulo.
«Sì». Sorride, Sabrina.
Da quel punto riescono a vedere un lungo tratto dei binari e, se si voltano, intravedono il campanile della chiesa e la sagoma bassa e scura delle case attorno. Il paese sembra una miniatura: pare poter stare tutto in una sola mano distesa.
I due si guardano e scoppiano in una risata liberatoria.
«Adesso abbiamo un segreto» osserva Sabrina.
Con aria solenne, incrociano i mignoli e recitano una formula che li obbliga a tacere al resto del mondo la loro meravigliosa avventura.
Sabrina scende per prima: piede destro, mano sinistra, piede sinistro, mano destra. Le ginocchia sbattono contro le pietre, ma a casa nessuno noterà qualche sbucciatura in più su due gambe che da maggio a ottobre sono una raccolta di tagli e lividi.
È a meno di un metro dal suolo quando l’eccesso di sicurezza la tradisce: il piede destro perde il suo appiglio, le mani scivolano e non riescono a impedirle di rovinare al suolo. Lancia un piccolo grido e Vincenzo, senza pensarci un momento in più, balza a terra.
«Ti sei fatta male?» le chiede gridando.
«No, sì, non so» risponde lei, un po’ confusa e umiliata per quella caduta da dilettante.
Vincenzo l’aiuta a rialzarsi: il ginocchio destro sanguina abbondantemente, il sinistro è solo ammaccato.
«Riesci a camminare?» chiede ancora lui.
Lei tenta qualche passo, reprime una smorfia e un paio di lacrime. «Un po’».
«Adesso ti disinfetto».
«E come?».
Senza risponderle, Vincenzo la fa sedere su un muretto, tira fuori dalla tasca gonfia un fazzoletto vecchio ma pulito e le tampona il sangue. Poi appoggia le labbra sulle ferite e succhia forte. «La saliva disinfetta» le spiega sicuro.
Sabrina lo guarda mentre le lega il fazzoletto attorno al ginocchio.
«Stringo forte» spiega ancora lui «così il sangue si ferma».
Adesso Sabrina non ha più voglia di piangere e si sente stranamente felice. Felice di essere salita sulla casa, felice di quella ferita di guerra, di quella medicazione raffazzonata e di avere un amico che si prende cura di lei.
«Secondo me» aggiunge lui con una punta di timore «ora siamo fidanzati».
«Fidanzati?».
«Sì».
«Ma i fidanzati si baciano sulla bocca, non sulle ginocchia».
«Eh, però anche le ginocchia un po’ valgono».
Sabrina sorride ed è molto contenta. Anche Vincenzo sembra esserlo e sta per proporle di rientrare, quando da lontano sentono l’abbaiare di un cane e voci che, via via che si avvicinano, diventano familiari.
Pochi minuti e vengono raggiunti da Mucca, il cane bianco e nero di Sabrina, seguito a ruota dalle madri di entrambi, da un paio di vicine e da alcuni mocciosi del paese.
Le donne gridano e fanno un grande chiasso. Qualcuno, riescono a capire i due bambini, ha raccontato alla mamma di Sabrina di non averla vista per tutto il giorno al Fosso Vecchio, qualcun altro ha riferito di averla vista insieme a Vincenzo mentre imboccavano lo sterrato verso la casa degli ibischi.
Allarmata, la mamma di Sabrina è andata a cercare la mamma di Vincenzo, per quanto non le piaccia affatto doversi rivolgere a quella gente.
La loro alleanza dura il tempo di ritrovare i figli.
La mamma di Vincenzo grida forte e gli schiaffeggia la testa; la mamma di Sabrina non urla, ma le colpisce forte le gambe con un ramo di salice che di solito usa per governare le oche e che spesso le serve per disciplinare i figli ribelli.
«A casa! A casa!» urlano le due donne. Il coro dei curiosi riempie l’aria di commenti e considerazioni.
Trascinati dalle rispettive madri, i due si scambiano occhiate furtive, cercando di non farsi scorgere dagli adulti.
Vincenzo riesce anche a sorriderle. Sabrina abbassa lo sguardo ed è contenta.
Adesso siamo fidanzati, si ripete fino a casa. Adesso siamo fidanzati.