Andrea Taffi – Tutto quello che resta

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Anna guardava il podere pieno di soldati tedeschi che scavavano buche e piazzavano grosse mitragliatrici tra gli ulivi. Il comandante la vide e la salutò, agitando un braccio. Quel tedesco era sempre stato gentile, anche quella volta che un suo soldato era entrato in casa, quando dentro c’erano soltanto Anna e sua zia Nella. Puzzava di vino, quel soldato, e rideva. Poi iniziò a toccare la zia, mentre lei urlava e lo spingeva via colpendolo col mestolo. Anna si ricordava ancora di quel comandante, in piedi davanti al babbo, mentre lo ascoltava corrucciato, per poi andarsene in silenzio. E si ricordava anche delle scuse che quel soldato, che non rideva più e non puzzava più di vino, aveva fatto alla zia Nella.
«Su, Anna, è ora di andare», le disse la mamma.
Anna si voltò e suo padre Ottavio l’aiutò a salire sul carro. Lo zio Vittorio dette uno schiaffo sul sedere del bue e la bestia si mosse piano. Anna si voltò per ricambiare il saluto al comandante, e fu in quel momento che lo vide. Sul viottolo che fiancheggiava il podere, un uomo correva verso di loro, agitando le braccia.
«Aspettatemi, aspettatemi», urlava l’uomo. I soldati lo guardarono per un momento e poi tornarono alle loro occupazioni. Sul carro, la mamma e la zia Nella si voltarono. Ottavio e Vittorio continuarono a camminare, guardando dritto davanti a loro, come se non l’avessero sentito. «Aspettatemi, vi prego», sbraitò quello con più forza.
Anna l’aveva visto tante volte a casa, seduto al grande tavolo di cucina, con un bicchiere di vino in mano e uno sguardo strano posato sulle donne. Aveva sempre l’aria del padrone, anche con gli uomini. Anna aveva chiesto alla mamma perché quell’uomo venisse a casa, e lei le aveva risposto che non andava solo da loro, ma anche da quelli dei poderi vicini. A fare che cosa, però, non glielo aveva mai detto. Anna aveva sentito gli uomini parlare di lui: tutti lo odiavano per via di quello che aveva fatto ad Alberto, un ragazzo del paese, ventidue anni prima, alla vigilia della marcia su Roma.
Lei, allora, aveva chiesto al babbo chi fosse Alberto e che cosa gli avesse fatto quell’uomo, ma lui si era limitato a guardarla per un po’, e poi aveva ripreso a lavorare la terra, come se nemmeno avesse parlato.
Ottavio fermò il carro.
«Bini, che volete?», chiese quando l’uomo gli fu davanti.
Bini respirava a fatica e faceva un gran rumore. Cercava aria e, da come teneva la faccia vicina alla terra, Anna avrebbe detto che la cercasse lì dentro. Non indossava i soliti vestiti, quelli che lei gli aveva sempre visto addosso. Non aveva quella camicia nera, quei buffi pantaloni, né indossava quegli stivali polverosi, neri anche quelli. Gli abiti che portava quel giorno erano quelli che aveva sempre visto indosso a tutti gli altri. Quando Bini alzò la testa, ad Anna sembrò che anche il suo sguardo fosse diverso, non più da padrone, e non solo perché aveva la faccia sudata e tutta rossa.
«Bini, si direbbe che stiate scappando», gli disse Vittorio con un sorrisetto.
Bini guardò il carro. Le due donne lo fissavano, in silenzio.
«Dove sfollate?», chiese a fatica.
«E a voi cosa importa? Vi hanno lasciato solo?», gli rispose Vittorio.
«Nei poderi qua intorno non c’è più nessuno», disse Bini.
«È una fortuna per voi», disse ancora Vittorio.
«Allora, Bini, che volete?», tagliò corto Ottavio.
Bini prese fiato.
«Non posso rimanere qui, tra poco arriveranno gli americani e…».
«Non è di loro che dovete aver paura», lo interruppe Vittorio.
«Portatemi con voi», supplicò Bini.
Vittorio si mise a ridere. Ottavio, invece, rimase serio: Bini gli faceva pena. Era un sentimento nuovo e quasi se ne vergognava, ma c’era e non poteva far finta di niente.
«Non posso. Ma non posso nemmeno impedirvi di andare dove volete», chiuse il discorso dando uno schiaffo al sedere del bue.
Il carro si mosse piano, e Bini rimase fermo a guardarlo allontanarsi. Solo Anna restò a fissare quell’uomo, e quando lui, dopo un po’, diventò piccolo, lo vide muoversi e seguirli, attento a non avvicinarsi troppo.

*     *     *

Nella la prese per mano e la portò alla fonte. Erano arrivati per ultimi in quella piccola radura piena di sfollati, e la fila per l’acqua era lunga. La collina davanti a loro era piena di buchi occupati da bambini e da donne che si davano da fare per sistemarvi dentro brocche di acqua, coperte e cibo.
«Anche noi vivremo lì?», domandò Anna alla zia.
Nella le sorrise.
Gli uomini erano rimasti ai carri. Alcuni si prendevano cura delle bestie, altri, e Ottavio e Vittorio erano tra questi, scaricavano cibo e coperte. E poi c’erano i bambini. Quelli che non erano nelle grotte sulla collina giocavano alla guerra, facendo finta di essere americani contro tedeschi.
«E lui dov’è?», domandò Anna alla zia.
«Chi?», chiese lei senza guardarla.
«Lui. Quel signore che ci è corso dietro quando siamo partiti».
Nella la guardò meravigliata.
«È rimasto al podere».
«No, zia, ci ha seguiti, l’ho visto io».
Nella si guardò intorno, poi prese a fissare la fila davanti a loro. Anna avrebbe tanto voluto chiederle di Alberto, ma la zia se ne stava zitta, con gli occhi puntati sulle donne. Non chiese niente e rimasero in silenzio fino a quando, riempite le brocche, tornarono al carro. Ottavio disse loro che le donne avrebbero dormito nelle grotte, mentre lui e Vittorio sarebbero rimasti lì, sul carro. Poi tagliò in due un grosso pane e un pezzo di formaggio.
«Prendili», disse porgendoli a Nella. «A noi basterà il resto».
Fu solo lungo il viottolo che portava alle grotte che la zia le parlò di nuovo.
«Avrà fame, non credi?». Anna la guardò. «Quell’uomo, Bini», aggiunse Nella con un sorriso.
«Ma non sappiamo dov’è».
«Non credo che sia lontano». La zia si fermò: «Che ne dici se andiamo a cercarlo?».

*     *     *

Bini si era nascosto dietro a un masso, poco distante dai carri. Quando le vide arrivare uscì fuori. Non c’era d’aver paura di una donna e di una bambina, e poi avevano del pane e del formaggio. Anna posò il cibo per terra, e Bini dette un’occhiata alla brocca che Nella teneva in mano.
«L’acqua sapete dove trovarla», gli disse brusca la donna.
Lui ringraziò, ma attese che fossero sparite prima di iniziare a mangiare.

*     *     *

«Mi raccomando», le disse la zia quando furono di nuovo sul viottolo che portava alle grotte, «non dire niente a nessuno».
Anna non lo avrebbe fatto. E anche se avesse voluto, nessuno sarebbe stato ad ascoltarla. Quella notte, nonostante li credessero ancora a Livorno, arrivarono gli americani, e tutti la trascorsero a guardare imbambolati i loro poderi lontani, illuminati, come fosse stato giorno, dai tanti razzi che salivano in cielo e poi ricadevano accendendosi. Guardarono anche quei bagliori che duravano un secondo ed erano seguiti da un rumore che faceva paura. Durò per un po’, poi se ne andarono a dormire. Ma, pensò Anna guardandoli, avevano facce diverse da quelle che si apprestano al sonno. Lei non poteva saperlo, ma aveva ragione. Nella testa degli adulti, che mogi andavano a dormire, c’era qualcosa che li preoccupava sul serio. C’era la speranza, quella che le proprie case si fossero salvate; e c’era la preoccupazione, perché gli americani qualcosa dovevano pure aver distrutto con tutto quel baccano che avevano fatto.

*     *     *

Urlavano, almeno questo le sembrò, appena fu sveglia. Erano voci di uomini che stavano litigando. La zia Nella le dava le spalle e guardava fuori della grotta, in direzione dei carri e di quelle voci.
«Anna, dove vai?», le urlò la zia mentre lei correva verso quelle urla.
Erano tutti lì, vicini ai carri. Anche se lei era stata zitta, gli adulti l’avevano scoperto lo stesso. Bini era in piedi, in mezzo a due uomini che lo tenevano per le braccia e gli impedivano di muoversi. Poteva muovere solo gli occhi, che si spostavano veloci da un lato all’altro della piccola folla che aveva davanti. Il babbo e un altro uomo, che lei non conosceva, erano nel mezzo, e si fissavano con facce cattive.
«Ti ho detto che non era con noi», disse Ottavio allo sconosciuto.
«E allora perché é qui?», chiese quello. «Non me l’hai ancora detto».
Vittorio uscì dalla folla.
«Pilade, non penserai mica che vogliamo aiutarlo?», chiese.
«Io non penso niente», gli rispose Pilade senza guardarlo. «So solo che ieri, quando siete partiti, lui è venuto a cercarvi».
«E le tue spie», chiese Ottavio, «non ti hanno detto che l’ho cacciato?».
Pilade si guardò attorno, forse a cercare conferma. Tutti lo fissavano e nessuno aprì bocca.
«Andiamo», ordinò ai due che trattenevano Bini.
«Pilade», lo chiamò Ottavio appena quelli si mossero. «Fai quello che devi fare lontano da qui». Pilade non rispose. Mentre lo trascinavano via, Bini riuscì a voltarsi, ma vide solo che tutti quanti si erano girati e camminavano in direzione delle grotte.
Anna uscì dal cespuglio dietro al quale si era nascosta. Cosa voleva dire tutto quello? Perché il babbo, si domandò ancora, aveva voluto che quegli uomini portassero Bini lontano da lì? Voleva scoprirlo. Avrebbe voluto farlo con la zia Nella, ma quello avrebbe significato tornare alla grotta, e la mamma e il babbo l’avrebbero di certo costretta a rimanere con loro. Bini e gli uomini stavano scomparendo. Decise di seguirli.

*     *     *

Gli uomini si fermarono sotto un leccio. Luglio era appena iniziato, e il sole picchiava forte. Forse era per quello che avevano scelto l’ombra di quell’albero. Pilade tirò fuori dallo zaino una corda con uno strano anello, e la passò sopra un ramo. Gli uomini, pensierosi, guardarono per un po’ quell’anello penzolare, poi uno di loro si mise a cercare pietre e, con quelle, costruì una specie di sgabello, sotto la corda. Quando fu terminato, Pilade mise l’anello intorno al collo di Bini e lo fece salire sullo sgabello di pietre. Le gambe di Bini iniziarono a tremare. Mentre i due uomini lo tenevano fermo, impedendogli di cadere, Pilade tirò la corda finché non fu tesa e poi la girò intorno al tronco del leccio. Tornò allo sgabello di pietre e si rivolse a Bini.
«Ti facciamo pagare solo quello che hai fatto ad Alberto».
Glielo disse con un tono di voce che ad Anna ricordò quello della mamma quando la metteva a letto e le diceva di addormentarsi senza fare storie.
D’un tratto sentì una presa sulla spalla, e poi una forza che la fece girare in un secondo. Un attimo dopo Anna sentì lo schiaffo, e gli uomini si voltarono. Davanti a lei c’era Ottavio. Aveva uno sguardo cattivo, puntato su qualcosa oltre la testa della figlia.
«Pilade», ringhiò Ottavio, «ti avevo detto di andartene lontano».
Il tono era minaccioso, e Pilade e gli altri rimasero in silenzio.
No, non stava piangendo. Sì, le lacrime le scendevano lungo le guance, ma lei non stava piangendo, almeno non come avrebbe fatto se quegli uomini non fossero stati lì presenti, se lei fosse stata a casa, dove, sì, avrebbe urlato, battuto i piedi per terra e agitato le braccia per aria. E dove, soprattutto, non avrebbe chiesto nulla.
«Babbo», disse tirando su col naso, «che cosa ha fatto quell’uomo ad Alberto?».
Ottavio la guardò meravigliato e, senza dire niente, la prese per mano. Mentre la portava via da lì, Anna si voltò. Gli uomini erano immobili e fissavano la terra, come se l’erba secca che avevano sotto i piedi potesse dire loro che cosa fare. Da sopra lo sgabello di pietre, dove non tremava più, Bini la guardava con un sorriso leggero.

*     *     *

Nel podere adesso c’erano gli americani, ma, a parte quello, non era cambiato nulla, o quasi. Sì, perché quella notte passata dagli adulti a guardare i bagliori delle cannonate, i tedeschi se ne erano andati senza combattere, e gli americani avevano distrutto qualche ulivo, fatto saltare in aria le gabbie dei conigli, lasciando una grande buca vicino a casa. E fu da quella buca, dentro la quale si divertiva a giocare con la zia Nella, che Anna lo rivide. Bini camminava, piano, sulla stessa strada dove l’aveva visto correre il giorno della loro partenza. Anche Nella e gli americani si erano accorti di lui.
«Dove va?», chiese Anna alla zia.
«Da Pilade». Anna la guardò. «Ti ricordi chi è?».
«E che ci va a fare?».
La zia le sorrise e le carezzò la guancia che ancora aveva il segno dello schiaffo di Ottavio. Anna, d’istinto, allontanò la testa.
«A prendersi lo schiaffo», rispose la zia.
«Lo schiaffo?».
«Sì, come quello che ti ha dato il tuo babbo».
Anna si toccò la guancia arrossata.
«E perché?», chiese.
La zia guardò la strada.
«Ogni mattina deve salire su per la collina e andare sotto quell’albero, quello dove tuo babbo ti ha trovata. Lì, ad aspettarlo, c’è Pilade, che lo fa sedere sullo sgabello di pietre, te lo ricordi? E poi gli dà uno schiaffo. E il giorno dopo succede la stessa cosa, per un mese».
Anche Anna guardò la strada. Bini non si vedeva quasi più. Si carezzò di nuovo la guancia e ripensò allo schiaffo del babbo. Le aveva fatto male e l’avrebbe ricordato per un po’, ma poi l’avrebbe dimenticato, come tutti gli altri. Si domandò come sarebbe stato prendere quello schiaffo ogni giorno, per un mese intero. Di certo se lo sarebbe ricordato per sempre.

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Andrea Taffi
Andrea Taffi è nato a Cecina, in provincia di Livorno, nel 1966. Dal 2011 vive a Sassari, dove esercita la professione di avvocato. Ama leggere, soprattutto le commedie di Eduardo De Filippo. Con l'atto unico La verità ha vinto, nel dicembre del 2013, il premio di drammaturgia sarda intitolato a Giampiero Cubeddu, e ricevuto una menzione di merito al premio letterario nazionale Teatro Aurelio di Roma. Un suo racconto, L'uomo con il fiore in testa, è stato pubblicato in un'antologia di racconti di autori vari dal titolo Prossima fermata, edito, nel febbraio 2015, dalla casa editrice Leima Edizioni di Palermo.