Beatrice Buonaguidi – La vista

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«Da Yerevan si era partiti la sera prima; avevamo avvisato la zia di aspettarci dopo cena, ma sapevamo che sarebbe stata in ansia sin dalle quattro del pomeriggio: avere la piccola Lizaveta per la prima volta a Mosca le metteva addosso un affanno incontenibile di organizzare gite, merende al parco e di intrattenerci in qualche modo.
«Voglia il cielo che il tempo sia bello, almeno per questi pochi giorni… Oh, Santa Vergine, Katarina, ma non vedo la piccolina praticamente da quando è nata!», starnazzava al telefono. Zia Alexandra era la zia di Mit’ka, mio marito, ma dalla nostra ultima visita mi aveva preso in simpatia, e così, più volte alla settimana, mi capitava di passare anche un’ora in anticamera, appollaiata al mobiletto o su una sedia che portavo apposta dalla cucina, ad ascoltarla con la cornetta a qualche centimetro dall’orecchio.
Mit’ka sonnecchiava da qualche ora, lasciando un alone sul finestrino con la fronte; ogni tanto il dondolio della carrozza gli faceva sbattere leggermente la testa contro il vetro, o mi schiacciava addosso il suo corpo che ridondava dal sedile e mi costringeva a raggomitolarmi verso il corridoio e accanto a Liza. Anche lei era stanca; le tenevo i ricciolini scuri con la mano perché aveva paura di sporcarli sulla tappezzeria a quadretti arancioni e sulle bruciature di sigaretta.
Chiudeva le palpebre, piano, le spalancava di nuovo. Ma i momenti in cui riusciva a tenere gli occhi aperti erano sempre più brevi, fino a diventare dei semplici fremiti che le lasciavano le palpebre a mezz’asta. Mi appoggiò la testa sul ventre e io gliela carezzavo con la mano. Avrebbe potuto essere morta da quanto era pesante».

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«La ragazza davanti a Sergej probabilmente veniva da lontano. Dormiva immobile, nemmeno un palpito delle ciglia, come se, stremata da un lungo viaggio, si concedesse finalmente un sonno senza sogni. Non c’era nessuno nello scompartimento, a parte loro. Ma Sergej sentiva sulla pelle il disagio strisciante di essere chiuso in una stanza con una statua di marmo, l’impressione di pietrificarsi pian piano, colpito dall’aria fresca che gli sfrecciava in volto dal finestrino a baionetta. Fissò il testo che aveva sulle ginocchia: i nomi di Antigone e Creonte, sentiti già in qualche occasione al corso di letteratura greca, sfilavano sulla pagina, muti.
La ragazza portava un eskimo di quelli che usano nella zona di Irkutsk, ispido e grezzo, e il cappuccio le faceva da cuscino. Di scultura non aveva solo la posa: le efelidi venavano i suoi zigomi pieni e forti, e, come se l’artista avesse coperto con un telo la parte lasciata sbozzata, solo il suo viso levigato non scompariva sotto i vestiti, adatti a un clima ben più rigido di quello di Yerevan. Abbandonò il mento all’indietro; l’aria fattasi mite non la toccava, come se il freddo le fosse penetrato nelle ossa, o come se fosse davvero di marmo. Sergej raccolse le proprie cose. Mentre usciva dallo scompartimento, attento a non fare rumore, lei liberò le mani dalle tasche dell’eskimo e le incrociò. Erano anch’esse levigate come marmo, ma insolitamente fini per la sua corporatura, e delicate. Gli sembrò che i suoi occhi a mandorla dessero un tremore, o forse era la bocca: ma, per un po’, sapeva che non si sarebbe svegliata. Chiuse lento la porta e mosse qualche passo nel corridoio all’esterno, adattando le proprie gambe allo sferragliare della carrozza».

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«Nikolaj non era mai stato in treno. Quindi non sapeva che faceva un rumore tremendo, come il domovoy delle storie che gli raccontava la nonna, lo spirito che urlava di notte per casa se si lasciava del cibo sul tavolo. Niko avanzava sempre la cena e a lei piaceva spaventarlo così.
Quando si abituò al rumore e al dondolio, che gli sembrava quello di una nave dei pirati, saltò giù dal sedile e andò a farsi un giro per i corridoi. La mamma, il babbo e la sua sorellina Lizaveta dormivano, ma il babbo schiacciava tutti perché era grosso – la zia lo chiamava sempre “orso Mit’ka”.
La gente stava anche nel corridoio: magari non avevano trovato posto, o non gli piaceva quello che gli era stato assegnato. Niko decise che avrebbe giocato ad essere un fantasma: avrebbe spiato tutti senza farsi vedere. Tornò al sicuro dietro la porta dello scompartimento, poi, piano piano, sporse solo la testa. Benissimo, nessuno lo guardava. Rivolse gli occhi verso l’alto: una ragazza grande e bionda si faceva un codino, e parlava con un coetaneo di cui non vedeva bene il viso; ma sembravano innamorati. Magari andando più vicino avrebbe sentito che cosa si dicevano. Strisciò lungo la parete silenziosamente, poi, quando fu quasi accanto a loro, si slanciò più in fretta che poteva dall’altra parte del corridoio, mentre non lo guardavano, e si nascose dietro la tendina. Così riusciva a vedere dentro lo scompartimento accanto al suo: improvvisamente i due giovani innamorati non lo interessavano più.
Seduta vicino al finestrino c’era una donna bellissima, sembrava una principessa degli Altaj. Anzi, di sicuro lo era: una corona di monetine d’argento le cingeva il capo, velato da un telo verde dove si attaccavano i capelli, e fili di perle le scendevano fino alle sopracciglia. Nel suo regno doveva avere così tanti pretendenti che il re li aveva costretti a fare una gara di pugilato per avere la sua mano, e magari lei era scappata a Mosca per non sposare quello che aveva vinto con l’inganno. Guardava il paesaggio, assorta, come se rimpiangesse la sua terra. All’improvviso si voltò verso di lui: i suoi occhi erano grandi e scuri, truccati come quelli di una gran dama. Lo sguardo della principessa era tagliente e triste, e Nikolaj il fantasma arrossì: lo aveva scoperto. Si riscosse dall’incantesimo pietrificante di quegli occhi e tornò di corsa nello scompartimento della mamma».

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«Nastas’ja sorrise: il bambino era scappato non appena lei lo aveva guardato, come se avesse visto il demonio. In effetti nel suo paese lei un po’ demonio lo era. Abitava in campagna, a una cinquantina di chilometri da Voronezh, e i suoi erano sempre stati contadini. Si ricordava che, quando aveva confessato a sua madre di voler ballare per vivere, era stata portata immediatamente dal prete. Ma lei ballava lo stesso come un derviscio in mezzo ai campi, con la gonna che ruotava e i capelli in faccia al vento; a 18 anni, nell’anno della pace con gli americani, aveva preso il coraggio di andare a Mosca e provare ad entrare in un corpo di danza classica. Aveva imparato le danze dell’Arabia, e ora tutti i fine settimana aveva tre spettacoli in un piccolo teatro di periferia. Certo non era il balletto del Bolshoj, ma la pagavano bene. Quando salutava sua madre al paese, prima di salire sulla corriera, già agghindata come una sultana, lei sorrideva. “Quanto sei bella, Nastas’ja”, le diceva. “Se non avessimo te, chissà come faremmo”. Se avesse visto un suo spettacolo di danza del ventre, probabilmente si sarebbe vergognata di lei. Ma Nastas’ja, la domenica sera, appena tornata a casa andava a messa.
Rivolse di nuovo lo sguardo al finestrino, chiuse gli occhi e rivide, con amara dolcezza, quelli del bambino».

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«La chioma sollevata dalla brezza tesa sembrava riempire tutto lo scompartimento. Le lame di sole che penetravano dalla galleria la accendevano a intermittenza di una luce ramata, come un semaforo di notte. Chi aveva la fortuna di nascondersi sotto quella criniera di fuoco poteva sentirsi al sicuro: il bagliore avrebbe distratto chiunque dal suo viso. Ma la ragazza si sporgeva completamente fuori dal treno, lasciando indietro solo i capelli e il proprio corpo.
Sergej era stato catturato da quella torcia appena uscito dallo scompartimento della statua siberiana, e la osservava in piedi, appoggiato alla parete opposta del corridoio, attraverso la porta di legno scuro, aperta. Il corpo della ragazza era efebico, così piccolo che ogni tanto sembrava quasi trasformarsi in quello di una bambina, o di una vecchia rattrappita dagli anni, dalle ossa di uccello. Non si muoveva di un millimetro, inginocchiata sul sedile nei suoi jeans, la testa fuori come quella di un cane in autostrada. Solo la chioma pareva fluttuare, in sincronia con il vento e con lo sferragliare del treno, con movimenti spezzati. La luce imprimeva al corpo piccoli sussulti che erano solo tremiti immaginari. Sergej non riusciva a smettere di guardare. Avrebbe potuto essere eterna».

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«La ragazza che era salita a Voronezh sembrava triste: teneva la testa china, quasi a volersi coprire il viso con i fili di perline del copricapo da danzatrice. Le sorrisi dal sedile di fronte, e per un attimo se ne accorse. Tornò ad abbassare la testa, ma avevo visto che, almeno con lo sguardo, aveva ricambiato. Probabilmente conosceva il mio volto: quello di una donna dei nostri campi, con le ossa forti e i tratti marcati, i capelli bianchi e le mani callose. Aveva gli occhi scuri della gente del Sud, come me. Sua madre avrebbe potuto somigliarmi. Del resto, io e il mio babi eravamo saliti appena due stazioni prima di lei. Chissà perché andava a Mosca: magari era ballerina in qualche cabaret, pur di non essere contadina. La compatii per un attimo, ma pensai che forse era persino soddisfatta di quella vita pendolare. Andava così, in quella regione.
Mi accorsi di aver fissato su di lei uno sguardo un po’ troppo insistente, e mi voltai verso mio marito.
Babi Ivan e io stavamo insieme da quasi quarant’anni: a Mosca andavamo a vedere il nostro nipotino, il secondo figlio di Michail. Babi faceva finta di leggere il giornale, ma lo sentivo dondolare sempre più mollemente con il ritmo del treno. Lo cinsi con un braccio e lo sentii respirare più lentamente: presto dal suo naso aquilino sarebbe arrivato un russare impensabile per un uomo così piccolo. Chissà se in quel momento si sarebbe addormentato così, o se mi avrebbe salutato. Gli accarezzai la testa. “Sonja”, avrebbe detto, e basta. Come quando ci conoscemmo e, appena presentati, lui aveva ripetuto il mio nome. Non sarei stata pronta per un addio così».

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Abbiamo bisogno solo di occhi, e le altre percezione non fanno che completare la vista. Così fino a quel momento il treno aveva viaggiato nella luce accecante di campi e steppe, o nella penombra delle foreste; era partito di notte, e il sole era sorto nel momento in cui attraversava la galleria di confine tra Georgia e Russia. I passeggeri erano stati svegliati dalle valli del Caucaso, maestose e verdi, dal tragitto aspro e intervallato di gallerie. Il tratto di ferrovia che costeggiava il mar Nero era stato superato in silenzio: c’era chi dormiva, chi guardando fuori vedeva solo buio. Ci sarebbe voluto il sole a mezzanotte del Nord che tenesse viva la vista in ogni attimo.
Per assaporare di nuovo il momento in cui la distesa d’acqua emergeva dai pini e vi luceva il sole, come riflesso in uno specchio rotto, chi viaggiava verso Mosca avrebbe voluto invertire il corso della locomotiva, e ricominciare la corsa; ma sui binari non si torna indietro.

FINE