Gunnar Staalesen – La donna nel frigo

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Titolo di una serie che vede come protagonista Varg Veum, nome che ricalca un’antica espressione nordica, vargr i véum,  ”lupo nel santuario”, in senso figurato inteso come ”persona non grata”.
Veum è, ovviamente, l’anti-eroe, ma buono, con i classici problemi che paiono inspiegabilmente affliggere l’universo dei detective nordici: solitudine, alcol e relazioni conflittuali con le donne. Fin qui, niente di nuovo.
Due particolarità che troviamo comunque raramente, e che ci fanno immergere immediatamente nel libro sono una veloce narrazione in prima persona, e il fatto che Veum non è il solito poliziotto sottovalutato, ma un detective privato, quindi un libero professionista, che può prendersi delle libertà che un uomo in divisa non può prendersi, e che ha con la polizia (e con la concorrenza) un rapporto a tratti conflittuale. Un personaggio onesto, seppure nella sua poca originalità.
È un dipinto sugli anni ’80, sul petrolio e sui soldi facili, che hanno sconvolto la tranquilla cittadina di Stavanger, borgo di pescatori che si è trovato catapultato nella modernità e nella sua assenza di valori.
Potremmo dire però più accuratamente che, più che un dipinto si tratta di un fumetto, o di un videogioco.
Come un punta e clicca della fine degli anni ’90, o un qualsiasi Dylan Dog, il romanzo non è giocato sull’alta qualità letteraria, e non credo che punti neanche ad esserlo: poca originalità, punti di svolta della trama spesso molto semplici, risoluzione abbastanza banale, movente e finale discretamente stiracchiati, e anche la morale è piuttosto banale (è tutta colpa dell’interesse economico che rovina i veri valori…). Anche le descrizioni dei rapporti carnali/amorosi sono adolescenzialmente trite e ritrite, ma insomma, chi non apprezza Broken Sword o Dylan Dog, nonostante (o forse proprio per) l’ingenuità e la semplice filosofia? Il libro avvince e diverte, ed è senza ombra di dubbio una lettura piacevole e perfetta per l’estate, con laconici e divertenti aforismi come: ”la verità si sente soltanto dagli ubriachi e dagli autisti di taxi”.
E attenzione, Gunnar Staalesen non scrive in questo modo perché non sa. È chiara la maestria dell’autore, la precisa volontà di disegnare con le parole, di creare squarci pieni di contrasti accesi e colori vividi per offrirci una panoramica sul mondo delle raffinerie e delle piattaforme petrolifere e sugli anni ’80. Del resto, quale periodo migliore da stilizzare?
Tutto il libro procede per immagini schizzate, con personaggi caricaturali ed eccessivi, e questa è la vera forza del libro, ciò che lo differenzia nel mare magnum del giallo nordico: non c’è una vera pretesa di un’analisi sociale, c’è il giallo puro e semplice, c’è una lettura scorrevole e avvincente.
Oltretutto, ”women in refrigerators” diventerà quasi vent’anni dopo un’espressione chiave (utilizzata in senso ideologico e polemico) che trae le radici proprio dal fumetto (Green Lantern, per l’esattezza), indicante l’espediente della donna uccisa come puro stimolo alla descrizione delle gesta dell’eroe maschio, di cui, al contrario, si ha una personalità precisa e ben sviluppata.
È esattamente quello che succede qui, ma insomma, il finale è un po’ troppo articolato per poter essere bollato come la solita storia sessista della donna anonima funzionale all’uomo.
E certo, non si può rivelare di più.
La vera nota dolente del libro sta piuttosto nella sua edizione, piena di refusi, con una revisione assente o davvero sciatta, nel complesso molto brutta. Ciò è molto strano per Iperborea, quasi sempre attenta a fornire un buon prodotto editoriale. Peccato.

Staalesen è nato a Bergen nel 1947, laureatosi in filosofia, lavora al Den Nationale Scene, il teatro della sua città. I suoi romanzi sono stati tradotti in molti paesi, e diversi film sono stati realizzati sul suo personaggio Varg Veum.