F. Scott Fitzgerald – La festa dei bambini

Ogni volta che John Andros si sentiva vecchio, trovava sollievo pensando che la vita sarebbe continuata attraverso sua figlia. Le trombe oscure del decadimento squillavano meno forte quando sentiva trotterellare i passi della bambina o ascoltava il suono della sua voce, mentre al telefono gli balbettava pazze frasi senza senso. Ciò accadeva ogni pomeriggio alle tre, quando sua moglie chiamava l’ufficio dalla loro casa fuori città, e lui si era abituato a considerare l’evento come uno dei momenti più brillanti della giornata.
Fisicamente non era vecchio, ma la sua vita era stata una serie di duri sforzi lungo una serie di ripide salite, e ora, a trentotto anni, dopo aver vinto le sue battaglie contro la salute malferma e la povertà, non nutriva che poche illusioni. Persino i suoi sentimenti verso la bambina erano limitati. Lei aveva interrotto la sua storia d’amore piuttosto intensa con la moglie, ed era lei la ragione per cui ora vivevano in una cittadina lontana dal centro, dove pagavano l’aria di campagna con problemi senza fine con i domestici e con la faticosa giostra dei treni per pendolari.
Era la piccola Ede, come simbolo preciso di giovinezza, che lo interessava più di ogni altra cosa. Gli piaceva prenderla in braccio ed esaminarne minuziosamente i morbidi capelli profumati, e gli occhi dalle pupille di un azzurro color del mattino. Resole questo omaggio, John si accontentava che la bambinaia la portasse via. Dopo dieci minuti era la stessa vitalità della bambina a irritarlo. Aveva la tendenza a perdere il controllo quando il corso delle cose veniva alterato: una domenica pomeriggio, quando la bambina, continuando insistentemente a nascondere l’asso di spade, aveva reso impossibile una partita di bridge, aveva fatto una tale scenata che sua moglie era scoppiata a piangere.
Era stata un’assurdità e John si era vergognato di se stesso. Era inevitabile che queste cose accadessero, ed era impossibile che la piccola Ede passasse tutto il suo tempo in casa nella sala dei giochi al piano di sopra, nel periodo in cui, come diceva sua madre, giorno dopo giorno stava diventando “una vera persona”.
Aveva due anni e mezzo e in quel pomeriggio, per esempio, sarebbe andata a una festa. Edith grande, la madre, aveva riferito la notizia per telefono all’ufficio, e Ede piccola aveva confermato la faccenda urlando nell’inconsapevole orecchio sinistro di John: «Vado a una fetta!».
«Per favore, caro, puoi passare dai Markey quando torni a casa?», aveva ripreso la madre. «Sarà divertente. Ede metterà il suo nuovo vestitino rosa…».
La conversazione terminò d’improvviso con un acuto suono stridente, il che indicava che il telefono era stato gettato violentemente sul pavimento. John scoppiò a ridere e decise di prendere il treno in anticipo; la prospettiva di una festa per bambini in casa d’altri lo metteva di buon umore.
«Che razza di confusione!», pensò divertito. «Una dozzina di madri, ciascuna che non ha occhi se non per il proprio figlio. Tutti i bambini che rompono oggetti e afferrano la torta, e ogni mamma che ritorna a casa pensando alla sottile superiorità del proprio figlio su ogni altro presente alla festa». Era di ottimo umore quel giorno. Quando scese dal treno alla sua stazione fece con la testa un segno di diniego a un tassista importuno, e iniziò a risalire a piedi la lunga collinetta in direzione della propria casa, attraversando il frizzante crepuscolo di dicembre. Erano solo le sei ma la luna era nel cielo, splendente nella sua orgogliosa brillantezza sopra la neve sottile che, come zucchero, ricopriva i prati.
Mentre proseguiva il cammino, riempiendosi i polmoni di aria gelida, la sua felicità aumentò e l’idea di una festa per bambini gli sembrò sempre più attraente. Iniziò a immaginare come avrebbe figurato Eve rispetto gli altri bambini della sua stessa età, e se il vestitino rosa che avrebbe indossato sarebbe stato qualcosa di radicale e maturo. Allungando il passo arrivò in vista di casa sua, dove le luci di un ormai defunto albero di Natale ancora fiorivano alla finestra, ma continuò lungo il vialetto. La festa era dai Markey, nella casa accanto.
Mentre saliva il gradino di mattoni rossi e suonava il campanello si accorse delle voci all’interno, e fu felice di non essere arrivato troppo in ritardo. Poi alzò la testa e ascoltò: non erano voci di bambini, ma voci forti, rese acute dalla rabbia; se ne distinguevano almeno tre e una, quella che mentre ascoltava si alzò fino trasformarsi in un singhiozzo isterico, la riconobbe immediatamente: era quella di sua moglie.
«Qui c’è qualcosa che non va», pensò rapidamente.
Giunto alla porta, la trovò aperta e la spalancò.

La festa iniziava alle quattro e mezzo, ma Edith Andros, calcolando astutamente che il vestitino nuovo avrebbe fatto più sensazione rispetto ad abiti già in disordine, stabilì di arrivare con la piccola Ede attorno alle cinque. Quando le due comparvero, la festa era già in pieno sviluppo. Quattro bambine e nove bambini, ognuno pettinato, lavato e abbigliato con la cura di un cuore fiero e orgoglioso, ballavano al suono della musica di un grammofono. Non ne ballavano mai più di due o tre alla volta ma, essendo tutti in continuo movimento, con corse avanti e indietro verso le proprie madri, l’effetto generale era il medesimo.
Quando Edith e la figlia entrarono, la musica venne temporaneamente attutita da un coro prolungato, composto principalmente dalla parola bellissima all’indirizzo della piccola Ede. La bambina rimase in piedi, guardandosi in giro timidamente e tormentando con le dita gli orli del suo vestitino rosa. Non ricevette baci – era nell’età in cui si dovevano evitare i contagi – ma venne trascinata lungo una fila di mamme, ciascuna delle quali le diceva «sei belliiissima» e le teneva la piccola manina rosa, prima di passarla alla successiva. Dopo qualche incoraggiamento e alcune spintarelle fu coinvolta nelle danze, e divenne un membro attivo della festa.
Edith stava in piedi vicino alla porta, chiacchierando con la signora Markey, e non perdendo di vista la figuretta con il vestitino rosa. La signora Markey non le interessava per nulla, la considerava maleducata e volgare; tuttavia John e Joe Markey erano in eccellenti rapporti e tutte le mattine viaggiavano insieme sul treno per pendolari. Così le due donne si erano costruite un’elaborata finzione di cordiale amicizia. Si rimproveravano sempre per il fatto che l’una non andava mai a far visita all’altra, e progettavano sempre quel genere di feste che cominciavano con «Presto verrete a cena da noi, e poi andremo a teatro». Ma le cose non andavano mai oltre.
«La piccola Ede è un vero amore», diceva la Markey, sorridendo e umettandosi le labbra in un modo che Edith trovava particolarmente repellente. «È così cresciutaincredibile!».
Edith si chiedeva se l’epiteto di “piccola” Ede si riferisse al fatto che Billy Markey, sebbene fosse di diversi mesi più giovane, pesava oltre due chili in più. Presa una tazza di tè, si sedette con altre due signore su un divano e si lanciò nella vera occupazione del pomeriggio, che naturalmente consisteva nel racconto dei recenti successi e delle birichinate della bambina.
Passò un’ora. Il ballo cominciò ad annoiarli e i piccoli si volsero a passatempi più impegnativi. Si precipitarono in sala da pranzo e tentarono di avvicinarsi alla porta della cucina, da dove furono recuperati grazie a una forza di spedizione di mamme. Appena raggruppati, si dispersero immediatamente, ritornarono di corsa nella sala da pranzo, e ritentarono la via della loro preferita porta a battenti. Si incominciò ad usare l’espressione «sovreccitato». Le piccole fronti bianche vennero asciugate con minuscoli fazzoletti bianchi. Iniziò un tentativo congiunto di fare sedere i bambini, ma loro si divincolarono dalle braccia delle madri con urla perentorie – «Giù! Giù!» – e ricominciò la corsa verso l’affascinante sala da pranzo.
Questa fase della festa terminò all’arrivo dei rinfreschi, una grande torta con due candeline, e coppette di gelato alla vaniglia. Billy Markey, un bambino allegro e tarchiato, dai capelli rossi e le gambe un po’ storte, soffiò sulle candeline e immerse un pollice sperimentatore nella glassa bianca. I rinfreschi furono distribuiti e i bambini mangiarono, con gusto ma senza confusione – si erano comportati piuttosto bene per tutto il pomeriggio. Erano bambini moderni che facevano i loro pasti e prendevano sonno a ore regolari, e per questo la loro disposizione era buona, i loro visi sani e rosati – una festa così tranquilla non sarebbe stata possibile trent’anni prima.
Dopo i rinfreschi iniziò un graduale esodo. Edith guardò ansiosamente l’orologio – erano quasi le sei e John non arrivava. Voleva che vedesse la piccola Ede con gli altri bambini – che vedesse quanto era composta, cortese e intelligente, e che vedesse come l’unica macchiolina di gelato sul suo vestitino le fosse caduta dal mento quando aveva ricevuto una spinta da dietro.
«Sei un amore», sussurrò alla bambina, trascinandola all’improvviso contro il proprio ginocchio. «Lo sai che sei un amore? Lo sai che sei un amore?».
Ede rise. «Bau-bau», disse all’improvviso.
«Bau-bau?». Edith si guardò in giro. «Non c’è il bau-bau».
«Bau-bau», ripeté Ede. «Voglio il bau-bau».
Edith seguì il ditino puntato.
«Quello non è un bau-bau, cara, è un orsacchiotto».
«Orso?».
«Sì, è un orsacchiotto, ed è di Billy Markey. Tu non vuoi l’orsacchiotto di Billy Markey, vero?».
Ede lo voleva proprio.
Scappò alla madre e si diresse verso Billy Markey, che teneva il giocattolo stretto fra le braccia. Ede si arrestò guardandolo con occhi imperscrutabili, e Billy scoppiò a ridere.
Edith grande guardò di nuovo l’orologio, questa volta con impazienza.
La festa aveva perso d’intensità tanto che, oltre a Ede e Billy, erano rimasti solo due bambini – e uno dei due era rimasto soltanto perché si era nascosto sotto il tavolo della sala da pranzo. John era proprio un bell’egoista a non venire. Dimostrava di non essere per nulla orgoglioso della figlia. Gli altri papà, una mezza dozzina, erano arrivati a prendere le mogli ed erano rimasti per un po’ a dare un’occhiata.
All’improvviso si sentì un urlo acutissimo. Ede si era impadronita dell’orsacchiotto di Billy strappandoglielo a forza dalle braccia. Poi, al tentativo di Billy di riprenderselo, casualmente l’aveva spinto, facendolo cadere sul pavimento.
«Ma Ede!», gridò la madre, trattenendosi per non scoppiare a ridere.
Joe Markey, un bell’uomo di trentacinque anni, dalle larghe spalle, aveva preso e rimesso in piedi il figlio. «Sei un bel tipo», aveva detto con allegria. «Lasciare che una ragazza ti metta al tappeto! Sei proprio un bel tipo».
«Ha battuto la testa?», la Markey, un po’ ansiosamente, ritornò dopo aver congedato la penultima delle madri.
«Nooo!» esclamò il padre. «Ha battuto qualcos’altro. Vero, Billy? Ha battuto qualcos’altro».
Billy aveva dimenticato a tal punto la caduta che stava già tentando di recuperare la sua proprietà. Afferrò una zampetta dell’orsacchiotto, che spuntava dall’abbraccio con cui lo circondava Ede, e si mise a tirarla, ma senza successo.
«No», diceva Ede con decisione.
D’improvviso, incoraggiata dal successo della sua precedente manovra quasi accidentale, Ede lasciò cadere l’orsacchiotto, mise le mani sulle spalle di Billy e lo spinse all’indietro facendogli perdere l’equilibrio.
Questa volta Billy cadde in modo meno innocuo; la sua testa colpì il nudo pavimento, appena al di là del tappeto, con un sordo rimbombo, dopo il quale Billy tirò il fiato e proruppe in un urlo di dolore.
Subito la stanza andò in confusione. Con un’esclamazione Markey si precipitò verso suo figlio, ma fu sua moglie la prima a raggiungere il bambino ferito e a prenderlo fra le braccia.
«Oh, Billy!», gridò, «che colpo terribile! Le si dovrebbe dare una bella sculacciata».
Edith, che immediatamente era corsa da sua figlia, sentì l’osservazione, e fece una rapida smorfia appuntendo le labbra.
«Ma Ede!», sussurrò sbrigativamente, «sei stata proprio maleducata!».
Ede alzò d’improvviso la testolina e si mise a ridere. Era una risata forte, una risata trionfante, che esprimeva vittoria, sfida e disprezzo. Sfortunatamente era anche una risata contagiosa. Prima che sua madre comprendesse la delicatezza della situazione, anche lei era scoppiata a ridere. Era una risata ben chiara e distinta, non diversa da quella della bambina, che condivideva i medesimi sentimenti.
Poi, d’improvviso, si arrestò.
Il viso della Markey era diventato rosso dalla rabbia, e il padre, che stava controllando con un dito la parte posteriore della testa del figlio, la fissava accigliato.
«Si sta già gonfiando», disse con un tono di disapprovazione nella voce. «Vado a prendere dell’unguento».
Ma la Markey era fuori dalla grazia di Dio. «Non trovo ci sia nulla di divertente in un bambino che si è fatto male», disse, con la voce che le tremava.
Intanto Eve piccola stava fissando la madre con curiosità. Aveva notato che la sua risata aveva prodotto quella della madre, e ora si domandava se la stessa causa avrebbe prodotto sempre lo stesso effetto. Così scelse proprio quel momento per gettare indietro la testa e mettersi di nuovo a ridere.
Nei confronti della madre questo nuovo scoppio di allegria aggiunse il tocco finale all’isterismo della situazione. Comprimendosi la bocca con il fazzoletto Edith ridacchiava senza potersi fermare. Era più che una reazione nervosa – Edith sentiva, in un modo del tutto peculiare, di ridere con la sua bambina – stavano ridendo insieme.
In certo modo era una sfida – loro due contro il resto del mondo.
Mentre Markey saliva nel bagno a prendere l’unguento, sua moglie camminava avanti e indietro cullando fra le braccia il bambino urlante.
«Per cortesia, se ne vada a casa!», proruppe d’improvviso. «Il bambino si è fatto molto male, e se non ha la decenza di stare zitta, è meglio che se ne vada a casa».
«Benissimo», disse Edith, che cominciava a perdere il controllo, «non ho mai visto nessuno fare una tale montagna da…».
«Fuori!», gridò la Markey con frenesia. «Quella è la porta, se ne vada via… Non voglio vederla mai più in casa nostra. Sia lei che la sua mocciosa!».
Edith aveva preso la figlia per mano e si stava rapidamente dirigendo verso la porta, ma a questa osservazione si arrestò e si volse, con il viso contratto per l’indignazione.
«Non osi chiamarla in quel modo!».
La Markey non rispose ma continuò a camminare avanti e indietro, mormorando qualcosa a sé stessa e a Billy con voce bassissima.
Edith scoppiò a piangere.
«Me ne vado!», singhiozzò. «In vita mia non ho mai sentito nessuno così maleducato e v-volgare. Sono contenta che Billy sia stato buttato a terra – comunque, non è null’altro che un piccolo, stupido grassone».
Joe Markey giunse ai piedi delle scale giusto in tempo per ascoltare queste parole.
«Ehi, signora Andros», disse seccamente, «non vede che il bambino si è fatto male? Dovrebbe davvero controllarsi».
«C-controllarmi!», esclamò Edith con la voce rotta. «Sarebbe meglio che lo chiedesse a lei, di controllarsi. In vita mia non ho mai sentito nessuno così v-volgare».
«Mi sta insultando!» Ora la Markey era livida dalla rabbia. «Hai sentito che cosa ha detto, Joe? Vorrei che tu la sbattessi fuori. Se non vuole andarsene, prendila per le spalle e sbattila fuori!».
«Lei non osi toccarmi!», gridò Edith. «Me ne andrò immediatamente non appena riuscirò a trovare il mio c-cappotto!».
Accecata dalle lacrime fece un passo verso l’ingresso. Fu proprio in quel momento che la porta si aprì e John Andros entrò, pieno di ansia.
«John!», gridò Edith, e si precipitò verso di lui con fare agitatissimo.
«Che cosa succede? Ehi, dico: che cosa succede?».
«Loro mi stanno – mi stanno sbattendo fuori!», piagnucolò la moglie, abbattendosi su di lui. «Lui mi aveva appena preso per le spalle per buttarmi fuori. Voglio il mio cappotto!».
«Questo non è vero», obiettò Markey in fretta. «Nessuno la sta sbattendo fuori». Si rivolse a John.
«Nessuno la sta sbattendo fuori», ripeté. «È lei…».
«Che cosa intende dire con “la sta sbattendo fuori”?», domandò John bruscamente. «In ogni caso, che razza di discorsi sono questi?».
«Oh, andiamo!», gridò Edith. «Voglio andare. Sono così volgari, John!».
Il viso di Markey si oscurò. «Senta un po’. Questo l’ha detto a sufficienza. Si sta comportando come una pazza».
«Hanno chiamato Ede “mocciosa”!».
Per la seconda volta in quel pomeriggio la piccola Ede espresse le proprie emozioni nel momento sbagliato. Confusa e spaventata dalle voci urlanti, scoppiò a piangere. Le sue lacrime ebbero l’effetto di far capire che soffriva per quell’insulto fin nel profondo del suo cuore.
«Che cosa vi è saltato in mente?», esplose John. «Insultate gli ospiti nella vostra stessa casa?».
«A me sembra che sia stata sua moglie a insultarci!», rispose Markey seccamente. «In effetti, è stata la vostra bambina, qui, a iniziare tutto».
John sbuffò con disprezzo. «Sta insultando la bambina?», chiese. «Proprio una cosa da uomo!».
«Non parlargli, John», insistette Edith. «Trova il mio cappotto!».
«Deve essere proprio ridotto male», disse John furioso. «Se sente il bisogno di fare il duro con una bambina inerme».
«In vita mia, non ho mai sentito nulla di tanto dannatamente strampalato», urlò Markey. Se questa vostra moglie chiudesse la bocca per un minuto…».
«Aspetti un attimo! Lei adesso non sta parlando a una donna e a una bambina…».
Ci fu un’imprevista interruzione. Edith aveva rovistato una poltrona in cerca del cappotto, mentre la Markey la scrutava con occhi torvi e infuriati. D’improvviso depositò Billy sul divano, dove il bambino smise immediatamente di piangere e si rimise in piedi, e, avanzando verso l’ingresso, trovò rapidamente il cappotto di Edith e glielo allungò senza una parola. Poi ritornò verso il divano, riprese Billy e, cullandolo fra le braccia, riprese a scrutare Edith con occhi torvi e infuriati. L’interruzione era durata meno di mezzo minuto.
«Sua moglie viene qui e comincia a urlare a tutti quanto siamo volgari!», esplose Markey con violenza. «Beh, se siamo davvero così orribilmente volgari, fareste meglio a starvene a casa vostra! E, soprattutto, ad andarvene da qui subito!».
Di nuovo John sbuffò con disprezzo.
«Non solo lei è volgare», replicò, «lei è evidentemente un terribile prepotente – se ha a che fare con donne e bambini che non possono difendersi. Impugnò la maniglia e spalancò la porta. «Forza, Edith». Dopo aver preso in braccio la bambina, la moglie uscì e John, lanciando a Markey altre occhiate sprezzanti, iniziò a seguirla.
«Aspetti un attimo!», Markey fece un passo verso l’esterno. Tremava piano, con le grandi vene sulle tempie improvvisamente rigonfie di sangue. «Pensa di andarsene via così, eh? Non con me!».
Senza una parola, John liberò la porta, lasciandola spalancata.
Edith, che piangeva ancora, si era avviata verso casa. Dopo averla seguita con lo sguardo fino a che aveva raggiunto il proprio vialetto. John si volse verso l’ingresso illuminato, da dove Markey stava lentamente scendendo i gradini scivolosi. Si tolse il cappotto e il cappello, li lanciò sulla neve lontani dal sentiero. Poi, un po’ incerto sulle gambe sul vialetto ghiacciato, avanzò di un passo.
Al primo pugno, scivolarono entrambi e caddero pesantemente sul marciapiede, poi si rialzarono a metà, e di nuovo si trascinarono l’un l’altro a terra. Trovarono una miglior stabilità sulla neve sottile a lato del vialetto e si lanciarono l’un contro l’altro, entrambi oscillando terribilmente, con la neve sotto le scarpe ridotta a una poltiglia fangosa.
La strada era deserta e, ad eccezione dei brevi, affannosi respiri e dei suoni ovattati che l’uno o l’altro emetteva scivolando nella fanghiglia, lottavano in silenzio, le sagome ben definite dalla luce della luna piena e dal chiarore ambrato che splendeva uscendo dalla porta spalancata. Parecchie volte scivolarono a terra insieme, e allora la lotta proseguì selvaggia sul prato. Per dieci, quindici, venti minuti lottarono lì, insensatamente, sotto la luna. Entrambi si erano tolti le giacche e i gilè durante gli intervalli che si accordavano senza parlare e ora le camicie spenzolavano da dietro le loro schiene in brandelli di poltiglia bagnata. Erano entrambi graffiati e sanguinanti, tanto esausti da poter stare ritti solo quando, grazie alle reciproche posizioni, si sostenevano l’un l’altro – un impatto, un unico sforzo di portare un pugno li avrebbe mandati a terra a quattro zampe.
Ma non fu la stanchezza che arrestò la faccenda, e l’assoluta mancanza di senso della lotta era una ragione per non smettere. Si fermarono perché, quando furono a terra a strattonarsi l’un l’altro, udirono i passi di qualcuno che camminava sul marciapiede. Erano rotolati in qualche modo nell’ombra, e quando udirono i passi smisero di lottare, di muoversi, di respirare, e giacquero, raggomitolati l’uno sull’altro come due ragazzi che giocassero agli Indiani, finché i passi si furono allontanati. Poi, rimessisi in piedi, barcollando, si scrutarono come due ubriachi.
«Non esiste che io continui con questa cosa», gridò Markey con voce impastata.
«Neanche io voglio continuare», disse John Andros. «Ne ho abbastanza di questa cosa».
Di nuovo si scrutarono, questa volta accigliati, come se l’uno sospettasse che l’altro lo volesse costringere a riprendere a lottare. Markey sputò il sangue che gli usciva da un labbro spaccato; poi imprecò a bassa voce e, raccogliendo da terra la giacca e il gilè, ne scosse via la neve con fare sorpreso, come se il fatto che fossero bagnati fosse la sua unica preoccupazione al mondo.
«Vuole entrare e darsi una rinfrescata?», chiese all’improvviso.
«No, grazie», disse John, «devo andare a casa – mia moglie sarà preoccupata».
Anche lui raccolse la giacca e il gilé, e poi il cappotto e il cappello. Bagnato fradicio e inzuppato di sudore com’era, sembrava assurdo che meno di mezz’ora prima indossasse tutti quegli abiti.
«Beh, buona notte», disse esitante.
Improvvisamente si avvicinarono e si strinsero la mano. Non fu una stretta frettolosa: John Andros circondò con il braccio la spalla di Markey, e per qualche momento gli batté dei colpetti sulla schiena.
«Si è fatto male?», disse con voce rotta.
«No. E lei?».
«No. Nulla».
«Beh», disse John Andros dopo un minuto, «Immagino ci si debba dire buona notte».
Zoppicando leggermente e con gli abiti avvolti sul braccio, John Andros si voltò. La luna splendeva ancora mentre lasciava lo spazio brunastro di terra calpestata e camminava sul prato fra le case.
Giù alla stazione, a mezzo miglio di distanza, si poteva sentire lo sferragliare del treno delle sette.

«Ma tu devi proprio essere pazzo», gridava Edith con voce spezzata. «Pensavo che fossi rimasto lì per sistemare le cose con una stretta di mano. Ecco perché me ne sono andata».
«Volevi che le sistemassimo?».
«Certo che no, non li voglio più vedere. Ma naturalmente pensavo che volessi farlo tu». Gli bagnava i lividi sul collo e sulla schiena con la tintura di iodio, mentre lui si godeva placidamente un bagno caldo. «Chiamerò il dottore», diceva con insistenza. «Puoi avere delle lesioni interne».
Scosse la testa. «Neanche per sogno», rispose. «Non voglio che lo sappiano in tutta la città».
«Ancora non capisco come sia potuto accadere».
«Neppure io». Fece un sorriso amaro. «Immagino che queste feste per bambini siano affari molto brutali».
«Beh, una cosa…», suggerì Edith speranzosa, «di sicuro sono felice che domani a pranzo ci sia la costata».
«Perché?».
«Ma naturalmente per il tuo occhio. Lo sai che ci è mancato poco che ordinassi del vitello? Non è stata una bella fortuna?».
Mezz’ora dopo. Completamente rivestito tranne per il fatto che il suo collo non avrebbe sopportato un colletto, John provò a muovere le membra davanti allo specchio. «Credo che mi debba rimettere in una forma migliore», disse meditabondo. «Sto diventando vecchio».
«Intendi dire in una forma tale che la prossima volta lo batterai?».
«Io l’ho battuto», proclamò lui. «Almeno, l’ho battuto tanto quanto lui ha battuto me. E poi non ci sarà una prossima volta. Non iniziare mai più a dare del volgare alle persone. Se c’è qualche problema, prendi il cappotto e vattene a casa. Capito?».
«Sì, caro», disse lei conciliante. «Sono stata molto stupida, ora lo capisco».
Usciti in corridoio, si fermò bruscamente vicino alla camera della bambina.
«Dorme?».
«Profondamente. Ma puoi entrare a darle un’occhiata… giusto per dare la buona notte».
Entrarono in punta di piedi e si piegarono insieme sul lettino. La piccola Ede, le guance rubiconde, le mani rosate strettamente intrecciate, era profondamente addormentata nella camera fresca e scura. John allungò la mano oltre la sponda del lettino e la passò con leggerezza sui morbidi capelli della bambina.
«Dorme», mormorò con fare perplesso.
«Naturalmente, dopo un tale pomeriggio».
«Signora Andros», il rumoroso sussurro della domestica di colore giungeva dal corridoio. «I signori Markey di sotto e vogliono vederla. Il signor Markey, lui, è tagliato a pezzettini, signora. Ha una faccia come il rosbif. E la signora Markey sembra tutta matta».
«Ma che faccia tosta inarrivabile!», esclamò Edith. «Digli solo che non siamo in casa. Per nulla al mondo scenderei giù».
«Oh, certo che lo farai». La voce di John era dura e determinata.
«Che cosa?».
«Adesso andrai giù e, ciò che è di più, qualunque cosa dirà quell’altra, chiederai scusa per ciò che hai detto questo pomeriggio. Fatto questo, non dovrai mai più rivederla».
«Ma… John, io non posso».
«Devi farlo. Ricorda soltanto che probabilmente lei odia il fatto di essere venuta qui almeno il doppio di quanto tu odi il fatto di scendere giù».
«E tu non vieni? Devo andarci da sola?».
«Verrò giù… fra un minuto».
John Andros attese finché lei ebbe chiuso la porta dietro di sé; poi stese le braccia verso il lettino e, presa la figlia, con le coperte e tutto il resto, si sedette sulla sedia a dondolo tenendola stretta fra le braccia. La bambina si mosse un po’, e John trattenne il respiro, ma lei dormiva profondamente, e in un attimo si abbandonò silenziosa nel cavo del suo gomito. Lentamente John piegò il capo finché la sua guancia toccò i biondi capelli della figlia. «Cara piccola bambina», mormorò. «Cara piccola bambina, cara piccola bambina».
John Andros finalmente capì ciò per cui aveva lottato in modo così selvaggio quella sera. Ora lo aveva, lo possedeva per sempre, e per qualche tempo rimase seduto dondolandosi avanti e indietro nell’oscurità.

Traduzione di Michele Curatolo

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