Anna Ettore – Estate

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Il sole schiacciava l’erba incolta del parco. Poche nuvole bianche striavano il cielo afoso agli angoli dell’orizzonte. La luce era abbacinante e ogni foglia d’albero stillava le ultime essenze della propria linfa. Dalla pietra squadrata, su cui mi ero seduta per godere l’ombra di uno dei grandi gelsi, cominciai a vederli arrivare.
Il primo gruppo spuntò dal curvone della strada lontana, molto al di là della fine del campo. I quattro ragazzi portavano a spalle un paio di grosse borse di tela colorata; probabilmente all’interno avevano preparato le maglie della squadra. Quando il primo drappello si era già inoltrato nel prato, alle sue spalle si affacciarono gli altri togolesi. Erano ancora distanti, ma ne riconoscevo le sagome fluide e oscillanti, le magliette che indossavano e l’andatura che avevano nel camminare.
Mentre si avvicinavano, riuscii a indovinare anche i loro volti: Darius, il padre della piccola Iris, Honoré, il più grosso, e Bernard, uno che non parlava mai. Quelli più dietro non mi sembrava di conoscerli. Forse erano nuovi, arrivati con il passaparola degli amici, o solamente troppo distanti. Quando oramai anche il secondo gruppo stava attraversando il campo, sopraggiunsero gli ultimi, i più numerosi.
Sorrisi, alzandomi dalla mia postazione, quando mi arrivarono vicino. «Ciao, Sara, siete già arrivati ?» mi chiese uno di loro.
«Siamo già qui». E indicai con la mano gli undici ragazzi egiziani che sedevano per terra lì vicino. Con tranquilla indolenza si salutarono tutti, stringendosi la mano. Se non fossimo venuti proprio per quello, sarebbe potuto sembrare che nessuno avesse la minima intenzione di giocare.
Il gruppo diventava più numeroso mano a mano che altri sopraggiungevano.
Il pomeriggio fluttuava nella pigra calura dell’estate. Accanto a me si sollevò un cantilenante vociare: Ewe, Cotocolì, dialetto egiziano. Le lingue dell’Africa mi cantavano intorno.
Mi accesi una sigaretta mentre mi avvicinavo per parlare con Michel, l’allenatore. Erano settimane che ogni sabato giocavamo insieme fino all’arrivo della sera. «Allora, Michel? Sono arrivati tutti i ragazzi?».
«Guardali». Mi sorrise rassicurante da sotto i suoi baffetti neri. «Ci sono tutti. Ecco anche Cris, il centrocampista che ti piace». Mi voltai a guardare il ragazzino che stava infilando, con aria da consumato professionista, degli sgargianti calzettoni rossi. «Molto bene. Così siamo al completo».
Girai lo sguardo sui giocatori che si stavano cambiando. Magliette, calze e scarpe mi vorticavano intorno come una girandola impazzita. Nessuno stava fermo e sembravano tutti allegri.
Riguadagnai l’ombra degli alberi in attesa che la situazione fosse matura. Da anni la mia attività di volontariato con gli immigrati mi portava sui campi di calcio, e col tempo la mia passione per quello sport aumentava di pari passo con il lavoro con le comunità straniere. Ero una donna in un mondo di uomini, ma nessuno sembrava farsene un problema. Quando arrivava il momento c’era sempre qualcuno che andava a orinare dietro ai cespugli o si spogliava con disinvoltura per cambiarsi. A volte pensavo di essere diventata trasparente.
«Mister», mi disse a un certo punto uno dei togolesi più giovani, «noi siamo pronti».
«Va bene», risposi, «cerco qualcuno per fare l’arbitro».
Mi aggirai tra il variegato pubblico di amici e spettatori cercando di capire dagli sguardi se qualcuno fosse interessato a partecipare. Mi avvicinai a un ragazzo dall’aria scarmigliata e selvatica che mi guardava come per chiedermi qualcosa e gli domandai: «Vuoi fare l’arbitro?».
«Non sono capace» mi rispose esitante.
«Non importa, è facile! Vedrai che ci riesci. Altrimenti loro non possono giocare…». Si alzò lentamente, quasi imbarazzato, e gli chiesi: «Come ti chiami? Da dove vieni?».
«Jean Louis. Vengo dal Cameroun».
«Perfetto» esclamai, e gli tirai una pacca d’incoraggiamento sulle spalle. Gli porsi il fischietto. «Vai e corri». Lo spinsi verso il centro del campo. «Ricordati: corri e fischia, ogni tanto».
Il ragazzo si affrettò verso gli altri giocatori, che lo guardavano come se provenisse da un pianeta sconosciuto. Ebbi la sensazione che il loro stupore derivasse più dal fatto di vedere un arbitro che dall’aspetto della persona.
Tornai da Michel. «Tutto a posto, c’è anche l’arbitro».
«Perfetto. Ma è capace di farlo?».
«Certo. È bravo, vedrai».
«Bon! Allora cominciamo».
Le due squadre erano al completo. I togolesi indossavano maglie rosse  e pantaloncini, probabilmente raccattati in giro, che variegavano in una gamma di colori che oscillava dai boxer maculati ai bermuda bianchi; gli egiziani, invece, sfoggiavano sfolgoranti divise bluette del Cementificio Galbiati di Cernusco Lombardone. Mi chiesi come fossero riusciti a procurarsele.
Con un notevole sforzo, Michel riuscì a far buttare fuori dal campo i quattro palloni in eccesso con cui alcuni giocatori riottosi si stavano divertendo per conto proprio. Mi agitai per fare qualche gesto di segnalazione all’arbitro, che però rimase a lungo perplesso ed esitante. Alla fine, dopo che qualche giocatore gli ebbe spiegato la situazione, diede il tanto atteso fischio d’inizio.
I ragazzi incominciarono a correre sotto i nostri sguardi attenti, incuranti del sole estivo. Gli egiziani erano concentratissimi: nonostante gli scherzi di poco prima, l’inizio della partita li aveva trasformati in potenziali belve assetate di sangue. L’ultimo difensore impartiva direttive a quelli che aveva davanti. Mohammed, il portiere, un ragazzo timido e gentile, era il più basso di tutti, e ogni tanto saltellava per cercare di vedere quello che succedeva più in là, oltre le spalle dei compagni. A parte l’altezza, però, in porta se l’era sempre cavata bene. Tutti gli altri gridavano e si agitavano per spiegare al compagno di turno che cosa dovesse fare. Era più grande l’impegno profuso a chiarire agli altri il loro compito che quello messo nello svolgere il proprio. Però, almeno, avevano carattere.
I togolesi correvano morbidi e veloci, anche se a volte davano la sensazione di non saper bene che cosa dovessero fare con la palla, una volta giunti sotto porta. Divoravano il campo con rapide falcate ma poi si emozionavano e perdevano il pallone. Si poteva dire che ognuno avesse un proprio stile.
Dopo un quarto d’ora di quella vigile arsura, notai con piacere che stavano arrivando anche le donne e i bambini. Si affacciarono all’inizio del prato trasportando secchielli con acqua fresca e birra. «Sara, come stai?”, mi salutò baciandomi Marie, la madre della piccola Iris.
«Bene. Come stai, Iris?».
La bambina mi baciò senza rispondere: aveva due anni e non faceva troppi discorsi. Mi guardò da sotto le treccine con la solita espressione corrucciata e corse via.
Le donne aprirono i loro teli colorati sotto gli alberi e disposero le vivande.  Rimasi ancora qualche minuto vicino a Michel, facendo occasionali commenti sul gioco. La partita sembrava proseguire nello stesso: tutti correvano e tutti gridavano; soltanto il portiere taceva, e saltellava di quando in quando.
Mi allontanai da Michel con una scusa e raggiunsi gli alberi. Sorrisi e mi accomodai su uno dei teli. Le donne erano sedute in cerchio, parlavano e si passavano a turno i bambini per prenderli in braccio. «Tieni, bevi qualcosa». Mi porsero una lattina ghiacciata di coca-cola. Ringraziai e mi sdraiai per riposare al fresco.
Le parole delle donne fluttuavano nell’aria. In quell’improvvisato brandello d’Africa mi misi a osservare il cielo. Il mondo in quel momento era pieno di vita, e respirai con abbandono l’odore del prato: dopo tanti pomeriggi trascorsi in quel luogo ne riconoscevo i fili d’erba che avevano cambiato colore, i trifogli sparsi e i rami bassi degli alberi cui avevo l’abitudine di appoggiarmi. Conoscevo la luce e il mutare del cielo e il correre bianco delle nuvole nella stagione. Da quando la mia relazione era finita all’improvviso, lasciandomi piena di sofferenza, mi ero buttata a capofitto in quell’attività: sentivo crescere dentro di me il bisogno di calore e di appartenenza, visto che ora non appartenevo più a nessuno.
Chissà com’è che i destini si incrociano e si allontanano, che gli edifici che sembrano solidi e forti crollano in un solo istante. Chissà com’è che la vita sembra così spesso  una danza cieca fatta per confondere.
Cercai di scuotermi dalla malinconia e mi concentrai sulle voci delle donne, che continuavano a chiacchierare. La loro presenza mi parve rassicurante, come quando, da bambina,  mi svegliavo tra i sussurri di mia madre e di mia nonna. Mi sembrò che anche lì qualcuno stesse vegliando sul mio riposo.
Mi tirai su per vedere che cosa stava succedendo nel campo. I giocatori continuavano a correre con vigore sotto il sole, anche se qualsiasi altro essere umano avrebbe rischiato di sciogliersi dopo pochi minuti di esposizione.
La partita proseguiva instancabile, a reti inviolate. Sul sentiero che costeggiava il prato vidi arrivare Babak, l’ex allenatore iraniano, esautorato da tutti i giocatori, che lo trovavano insopportabile. Questa volta indossava bermuda color kaki, ciabatte e un grosso cappello da Texas Ranger sulla testa, misterioso souvenir di una gita a Roma.
Come al solito era infuriato. Mi arrivò accanto e buttò a terra il suo borsone da calcio sbrindellato. «Beh», mi disse col suo fare accondiscendente, «ma stanno già giocando?».
«Si, Babak. L’appuntamento era più di un’ora fa».
«Avevo da fare a quell’ora, che cosa pretendi?».
«Niente, Babak. Sei tu che mi hai fatto anticipare l’appuntamento coi ragazzi».
«Va bene, non importa. Adesso vado a parlare con Michel», concluse mentre si allontanava ciabattando. Non era poi così difficile capire perché nessuno dei giocatori riuscisse a sopportarlo.
A un tratto, un urlo dal campo mi fece capire che era stato fatto un goal. Uno degli egiziani corse esultante ad abbracciare gli altri mentre Aziz, il terzino, si buttava a terra per baciare il suolo. I faraoni del Cementificio Galbiati erano esultanti, mentre i togolesi si erano fermati dalla loro parte del campo con aria sconsolata.
Dopo qualche istante di esitazione la bolgia riprese.
Guardai dalla parte di Michel e vidi che Babak aveva preso a sbracciarsi e a sbraitare contro di lui e la sua “panchina”. Michel si grattava la testa mentre gli altri presenti guardavano l’iraniano come se fosse stato un animale esotico e sconosciuto.
Andai verso di loro per evitare che la situazione degenerasse. «Allora, Michel, a quanto siamo col tempo?».Lui fu ben felice di sottrarsi alle attenzioni di Babak. «Ma che cos’ha quel ragazzo?».
«Non farci caso. Non lo sa nemmeno lui». E aggiunsi: «Mi sa che è finito il primo tempo».
«Chiamiamo l’arbitro».
Scrutai il campo alla ricerca del camerunese e lo individuai nell’unica zona vuota, mentre vagava stringendo il suo fischietto tra le mani. Ebbi il sospetto che non avesse ancora colto molto della filosofia e delle regole del calcio. Attirai di nuovo la sua attenzione e, in qualche modo, riuscii a fargli fischiare la fine del primo tempo.
I giocatori si avvicinarono grondanti di sudore alle donne, che gli distribuirono acqua fresca e anche qualche birra. Gli egiziani erano paonazzi, e tutti quanti si accasciarono sull’erba.
L’arbitro mi venne vicino e gli diedi un’altra pacca sulle spalle. «Bravo, Jean Louis. Hai lavorato bene. Ricordati anche di fischiare ogni tanto».
Il ragazzo sorrise e annuì col capo. Tornai verso il gruppo: chi mangiava, chi beveva, chi chiacchierava. Mi resi conto di essere una minoranza etnica: in quella parte del campo non c’era nessuno che venisse dal mio Paese.
Trascorse l’intervallo e partì il secondo tempo. Gli egiziani corsero sgambettando verso il centro del campo e i togolesi si avviarono con aria decisa, determinati a riscattarsi. L’arbitro sopraggiunse, spinto da qualcuno tra il pubblico, dopo un altro paio di minuti.
Il sole stava finalmente assumendo una luce dorata. Il caldo non era più furioso come all’inizio del pomeriggio. Sbadigliai e mi passai le mani sul volto. Ero stanca e mi stavo rilassando.
Ricordai sempre quell’estate come quella in cui venni adottata dai togolesi, a Milano. Non saprei dire se avevo veramente fatto qualche cosa di importante per loro: di sicuro loro lo avevano fatto per me. Forse mi avevano vista randagia o avevano colto nel mio sguardo quel senso di smarrita solitudine nel quale mi dibattevo; non lo so, ma, aprendomi le braccia, mi avevano fatto sentire a casa.
La piccola Iris mi venne alle spalle e mi toccò la schiena. «Bira, bira», si sforzò di pronunciare, e mi porse una lattina.
«Grazie, Iris». Le sorrisi. «ne vuoi un po’ anche tu?» La bambina annuì imbronciata e poi scappò via. Mi rivolsi a sua madre: «Hai visto? Tua figlia non sa dire acqua, ma la birra la riconosce».
«Diventerà come suo padre», mi sorrise la donna.
Continuai a guardare la partita. I giocatori non si davano tregua. Cercavano nella gara l’affermazione di una vita, di tutto il loro mondo, anche se era solo un’illusione. Tornai da Michel. Imperterrito rimaneva in piedi a lato del campo, a impartire indicazioni ai suoi giocatori. «Cris, con calma. Fai girare la palla! Devi controllare il gioco».
Si era alzato un alito di vento ed era piacevole, nella luce che si ammorbidiva, osservare lo sforzo e la grazia scomposta di quegli uomini che inseguivano un sogno.
Di sicuro in quel momento non erano più muratori, operai o clandestini, ma atleti alla ricerca di una qualche grandezza. Tutti noi eravamo un enorme quadro vivente. Il  manto bruciato del prato era lo sfondo, e sopra si giocava la vita. Di sicuro qualcuno, nella sua corsa folle, raccontava del deserto che aveva attraversato, o di un battello alla deriva da giorni, senz’acqua né cibo. Qualcuno raccontava della famiglia che aveva lasciato alle spalle, qualcun altro della strada del non ritorno. Io rappresentavo l’arrivo, anche se avevo in me le lunghe notti desolate di Milano, in cui non sai se ci sarà mai un’uscita dal labirinto. Il nostro quadro era la nostra speranza, l’armonia dello stare insieme lì, in quel momento.
Respirai a lungo. Il sole era oramai una sfera morbida che accarezzava le spalle e i capelli, sollevando il profumo delle rose tardive. Alle mie spalle Babak stava ancora protestando con un ragazzo che, sdraiato sull’erba, lo fissava con incuriosito distacco. «Perché questa gente non sa neanche che cosa sia il calcio. Sono dei dilettanti. Io, invece, ho giocato nella nazionale under diciotto, in Iran. Cosa credi?». Il ragazzo annuì stuzzicando un filo d’erba tra i denti: sembrava si stesse gustando uno spettacolo teatrale.
Michel, al mio fianco, seguiva con aria preoccupata lo svolgersi del gioco. «Dai… forza!».Di nuovo un urlo spaventoso mi trafisse il cervello. I togolesi erano riusciti a segnare. Cris, il centrocampista, fece delle capriole sul prato e corse ridendo attraverso tutto il campo. Michel mi strinse soffocandomi con le sue grosse braccia. «Bravi, bravi! Ce l’avete fatta!», riuscii a dire liberandomi da quella stretta mortale. Attesi che si calmasse la situazione. I giocatori ripresero il controllo e si rimisero in moto. «Michel, facciamo finire qui la partita. Adesso sono pari. Hanno giocato tutti, così almeno sono contenti. Che cosa ne dici?».
Michel guardò l’orologio. «Hai ragione, cinque minuti e finiamo».
Guardai l’ora: erano già quasi le otto. La partita era durata un tempo indefinibile e il pomeriggio era sgocciolato via lungo e intenso, fino in fondo. «Bon!» disse Michel. «Chiamiamo l’arbitro».
Ricominciammo a sbracciarci e a urlare nella sua direzione, finché Jean Louis, colto da un’improvvisa ispirazione, si mise a fischiare con forza. I giocatori rimasero esitanti, come intontiti, si guardarono tra di loro e finalmente si avviarono verso il margine d’ombra del campo. Si schiantarono tutti a terra e, per pochi minuti, nel parco regnò la pace.
«Fantastico, Michel. È stata una bella partita».
«Hanno giocato bene».
I ragazzi cominciarono a rivestirsi. Di nuovo turbinarono maglie, scarpe e calzoncini, fino a che tutto fu riposto nelle sacche. Le donne si alzarono e ripiegarono i teli. Poi presero i cestelli con le bottiglie rimaste e le borse della spazzatura. Iris miracolosamente rideva, inseguendo un’altra bambina che correva. Uno alla volta si alzarono i giocatori e ci incamminammo verso l’uscita del parco.
Il primo ad allontanarsi fu Babak: da solo, ciabattava veloce con l’aria visibilmente indispettita. Il gruppo si mosse lentamente, come una piccola carovana nell’erba. Il sole stava sfiorava le cime degli alberi e le ombre si allungavano. Giunti a metà del campo Darius disse: «Aspettate, beviamoci ancora qualcosa prima di andare».
Le donne tirarono fuori le ultime birre e bibite, fecero girare dei bicchieri di plastica e delle focacce che avevano tenuto nascoste fino ad allora.
«Facciamo un brindisi a mia moglie, Marie, perché oggi è stato il suo compleanno».
Bevemmo nella luce che si assopiva e il parco non sembrava più quello che era stato fino a poco prima, ma un sogno che si stava dissolvendo per lasciare il posto alla sera. Mi resi conto che il mondo che noi vediamo è retto da fragili equilibri, che possono spezzarsi e farlo cadere da un momento all’altro. Siamo solo  viandanti che si sporgono sopra il nulla: si può sempre finire nel vuoto, ma l’importante è non avere paura prima che accada.
«Andiamo, ragazzi, fra poco si fa buio»” disse Honoré. «Andiamo».
La carovana si rimise in movimento oscillando piano come una sfera che rotola nell’erba, come un punto rotante nello spazio. Per ultimo, più distante, seguiva Jean Louis, che tirava calci a un pallone e trotterellava assorto dietro agli altri.