A Basilea, Vic Altieri viene colta da un malore davanti a L’isola dei morti di Arnold Böcklin. Soccorsa da Nico Cassino, giovane torinese che lavora nel mondo della televisione, comincia a essere assalita da trance e visioni legate alla Germania nazista e agli ultimi giorni di Hitler. Tra Torino, Berlino, Firenze e la Svizzera, i due seguono le tracce di un enigma in cui arte, storia e memoria sembrano obbedire alle leggi della teoria del caos, fino a mettere in dubbio la consistenza stessa della realtà.
Quando Ai margini del caos esce nel novembre del 1998 sul numero 1348 di Urania, dopo avere vinto la nona edizione dell’omonimo Premio, la fantascienza italiana sta attraversando uno dei suoi periodi più interessanti. Sono passati pochi anni dall’apparizione di Nicolas Eymerich, inquisitore di Valerio Evangelisti, che aveva dimostrato quanto la fantascienza potesse contaminarsi con la storia, il fantastico, l’horror e il romanzo d’avventura senza perdere la propria identità; intorno al Premio Urania si sta formando una generazione di autori italiani (dallo stesso Evangelisti a Nicoletta Vallorani, da Luca Masali a Massimo Mongai) intenzionata a sottrarre definitivamente il genere alla condizione un po’ provinciale di imitazione dei modelli anglosassoni. È in questo clima che arriva Franco Ricciardiello, con un romanzo che compie un’operazione ancora diversa e, per certi versi, più azzardata.
Infatti Ai margini del caos, a prima vista, sembra quasi voler evitare accuratamente tutto ciò che il lettore medio associa alla fantascienza: non ci sono astronavi, alieni, colonie planetarie, robot o società del futuro; c’è invece un quadro dipinto da Arnold Böcklin alla fine dell’Ottocento, L’isola dei morti; c’è una donna, Vic Altieri, che entra in uno stato di alterazione percettiva; c’è Nico Cassino, che la incontra quasi casualmente e finisce trascinato nella sua ossessione; e poi ci sono Torino, Basilea, Zurigo, Lipsia, Berlino, Firenze; ci sono Hitler, il Führerbunker, il nazismo, la psicoanalisi, la sindrome di Stendhal, la musica, la matematica, i frattali. E, soprattutto, c’è una domanda che lentamente divora tutte le altre: che cosa accade quando le coincidenze diventano troppe per poter continuare a considerarle tali?
È qui che Ricciardiello porta la fantascienza: nel presente, nel tentativo scientifico di comprendere una realtà che sembra sfuggire alle nostre categorie. La teoria del caos è il principio generatore del romanzo e l’autore stesso, nell’intervista pubblicata in appendice alla prima edizione, arriva a definirla il vero protagonista della vicenda. Anche la struttura narrativa procede per successive iterazioni: le esperienze di trance di Vic ritornano sugli stessi nuclei, aggiungono particolari, modificano ciò che credevamo di aver compreso, proprio come un frattale rivela strutture sempre più complesse quanto più lo si osserva.
È una delle intuizioni che rendono Ai margini del caos qualcosa di più di un buon fantathriller. La scienza non serve soltanto a spiegare ciò che accade: determina il modo stesso in cui la storia viene raccontata. Il caos diventa contemporaneamente argomento, metafora e struttura narrativa. Piccole variazioni producono conseguenze imprevedibili; eventi apparentemente lontanissimi finiscono per entrare in relazione; un quadro ottocentesco, una donna della fine del Novecento, Adolf Hitler, Firenze, Berlino e una serie di coincidenze biografiche sembrano progressivamente disporsi secondo un disegno che nessuno dei personaggi riesce a osservare nella sua interezza.
Il riferimento inevitabile è Philip K. Dick, esplicitamente riconosciuto dallo stesso Ricciardiello fra le fonti del romanzo, in particolare il Dick di VALIS: l’idea che dietro la realtà consensuale possa esistere un altro ordine, o un’altra realtà, che occasionalmente affiora attraverso crepe percettive. Ma Ricciardiello innesta questa suggestione in un immaginario profondamente europeo. Al posto della California dickiana troviamo musei, città tedesche, stazioni ferroviarie, appartamenti torinesi, luoghi segnati dalla storia del Novecento; al posto delle cosmologie religiose di Dick troviamo la pittura simbolista, il nazismo, Freud, la storia politica, la matematica del caos. Nella nota finale del romanzo l’autore indica apertamente, accanto a Dick, James Gleick, gli studi sulla complessità e quelli sulla sindrome di Stendhal: una bibliografia che praticamente dichiara il programma intellettuale dell’opera.
E poi c’è L’isola dei morti. Il dipinto di Böcklin smette presto di essere un semplice oggetto della trama e assume quasi il ruolo di un personaggio. La sua immagine ritorna, si moltiplica, contamina luoghi ed epoche; diventa porta, ossessione, punto di condensazione dell’inconscio e della storia. Il fatto che Hitler possedesse realmente una versione del quadro permette a Ricciardiello di saldare il fantastico alla documentazione storica, soprattutto nelle impressionanti sequenze ambientate negli ultimi giorni del Reich. È uno degli aspetti migliori del romanzo: più la ricostruzione diventa precisa, documentata, quasi cronachistica, più diventa inquietante la possibilità che dentro quella Storia perfettamente riconoscibile si nasconda qualcosa d’altro.
Da qui nasce anche l’ambiguità che accompagnò il libro fin dalla pubblicazione: è davvero fantascienza? La domanda è interessante proprio perché Ai margini del caos mette in crisi la definizione tradizionale del genere. Ricciardiello raccontò di essersi inizialmente proposto di scrivere un thriller, progressivamente assorbito però dalla teoria del caos e della complessità; una parte del pubblico fantascientifico accolse infatti il romanzo con qualche perplessità proprio per la scarsità dei consueti indicatori esteriori della science fiction. Ma è proprio questo uno dei motivi per cui oggi lo si può considerare una pietra miliare della fantascienza italiana. Altri stavano praticando la contaminazione dei generi, e con risultati notevolissimi, ma Franco Ricciardiello porta alle estreme conseguenze l’idea che la fantascienza sia prima di tutto uno strumento speculativo. Il novum non deve necessariamente essere un’astronave o un’invenzione tecnologica: può essere un diverso modello interpretativo della realtà. La domanda fantascientifica diventa allora: e se la teoria con cui descriviamo determinati fenomeni non si limitasse a descriverli, ma rivelasse qualcosa sulla struttura stessa del reale?
La scelta della giuria del Premio Urania fu significativa proprio per questo. Valerio Evangelisti, che ne aveva sostenuto la candidatura, ricordò in seguito come il dilemma finale fosse fra opere più immediatamente riconoscibili come fantascienza e il romanzo di Ricciardiello, giudicato più anomalo e ambizioso; dello stesso libro avrebbe poi sottolineato l’originalità degli assunti e la straordinaria accuratezza delle parti dedicate al bunker di Hitler. Ai margini del caos ebbe inoltre una considerevole fortuna editoriale, con circa 13.500 copie vendute secondo i dati ricordati dall’autore, e arrivò in Francia presso Flammarion con il titolo Aux frontières du chaos.
La sua importanza però non dipende dal successo, ma nel momento storico in cui compare: alla fine degli anni Novanta una parte della fantascienza italiana sta finalmente acquistando sufficiente sicurezza da smettere di domandarsi continuamente se è all’altezza di quella americana o britannica. Evangelisti può utilizzare l’Inquisizione; Masali può riscrivere la Prima guerra mondiale; Vallorani può ibridare noir, cyberpunk e identità; Ricciardiello può partire da Böcklin, dalla Germania nazista e dalla matematica del caos. Non occorre più travestirsi da scrittori americani: la fantascienza può parlare italiano, abitare a Torino, prendere un treno per Basilea, entrare agli Uffizi o aggirarsi tra ciò che resta della Berlino hitleriana.
In questo senso Ai margini del caos appartiene pienamente a quella stagione che potremmo definire, senza troppe enfasi, una seconda maturità della fantascienza italiana. Ed è significativo che Ricciardiello costruisca un romanzo nel quale persino la distinzione fra fantascienza, fantastico, thriller storico e romanzo delle idee finisce per diventare ininfluente. Come scrisse il critico francese Éric Vial ponendosi proprio il problema di dove si trovasse la science fiction nel libro: è dappertutto e da nessuna parte.
Riletto oggi, il romanzo conserva qualcosa della propria epoca (telefoni cellulari, televisione, musica, cultura urbana degli anni Novanta) senza rimanervi imprigionato. Anzi, quella quotidianità riconoscibile rende ancora più efficace l’irruzione dell’impossibile. Franco Ricciardiello non ci conduce in un mondo diverso: insinua progressivamente il sospetto che sia il nostro mondo a essere diverso da come crediamo. E quando storia, arte, matematica, memoria e coincidenze cominciano a sovrapporsi, la realtà perde stabilità.
Forse è proprio questo il risultato più duraturo di Ai margini del caos: aver dimostrato che la fantascienza italiana poteva essere contemporaneamente colta e popolare, documentatissima e visionaria, europea e perfettamente inserita nella tradizione internazionale del genere; soprattutto, poteva usare la scienza come strumento per mettere in dubbio la realtà. Il margine del caos evocato dal titolo è esattamente quel confine: il punto oltre il quale ciò che sembra casuale comincia ad assumere una forma e ciò che sembra ordinato rivela invece la propria vertiginosa instabilità.
Per fortuna la fantascienza continua a evolversi, sottraendosi a quel monolitico recinto di stilemi, temi e convenzioni nel quale vorrebbero imbalsamarla i suoi lettori più conservatori, gli stessi che sembrano avere dimenticato quanto poco ortodossa sia stata la grande fantascienza del Novecento: da Sturgeon a Bradbury, da Ballard a Dick, fino a Gibson, la storia del genere è soprattutto la storia dei suoi sconfinamenti, delle contaminazioni, delle forme nuove con cui ha saputo interrogare il presente. Pretendere di stabilire una volta per tutte che cosa la fantascienza debba essere significa tradirne, paradossalmente, la natura. Un genere che muta, assorbe, contamina e mette continuamente in discussione i propri confini è un genere vivo; un genere costretto a ripetere all’infinito i propri stilemi è un genere di cui non resta che constatare il decesso.

![Carmen Cedrati – Sonia [english]](https://www.inkroci.it/racconti-brevi/wp-content/uploads/2026/06/Viviana-Gabrini-Sonia-218x150.png)

















